BLIND GUARDIAN

A Night at the Opera

2002 - Virgin Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
08/02/2018
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione recensione

I Bardi di Krefeld avevano chiuso gli anni '90 con un album, "Nightfall In Middle-Earth" (1998), che li aveva posti direttamente sul trono del Power Metal. Il loro percorso, coronato da quel capolavoro, è dei più interessanti e ricchi di perle, uno di quei percorsi musicali che pongono le band su un livello più alto rispetto ad altre e che le incastonano nelle pagine della storia del Metal. Ora, tra la fine degli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio, il Power aveva avuto un iniezione di vitalità grazie all'affermarsi di nuove leve che, pur restando nei solchi tracciati dai maestri, andarono a proporre soluzioni talvolta nuove o comunque, anche se più conservatrici, dotate di una certa giovane freschezza. Come affrontarono, dunque, il nuovo millennio i maestri Blind Guardian? C'è da dire che dopo una sfilza di capolavori è difficile ripetersi per chiunque, e senza ombra di dubbio era quasi impossibile superare la complessità e la ricchezza di un album come "Nightfall?" C'era però da aspettarsi un lavoro almeno in linea con certi standard e che non fosse, conoscendo proprio il percorso della band, identico a quanto già fatto. Ed è proprio così che nel 2002 esce "A Night A The Opera", un album che, come vedremo, rispetta proprio le due succitate condizioni, ma che, nello stesso tempo, crea una frattura tra i fan e anche nella critica in generale. Già dal titolo si possono evincere molte cose: in primo luogo esplicita una già evidente in altre occasioni passione per i Queen andando a tributare proprio uno dei loro album più famosi, ossia l'omonimo capolavoro uscito nel 1974. In secondo luogo, visto quanto appena detto, si può ben capire quale direzione musicale abbiano intrapreso i Bardi: il sound generale è più pomposo ed articolato che mai e segue un'evoluzione, quasi naturale, che la band aveva già preso dai primi album ed aveva portato ad una forma perfetta col susseguirsi degli anni. Insomma, suona tutto più operistico e teatrale del solito, proprio come in un album della Regina, la copertina stessa richiama uno spettacolo operistico in cui creature fantastiche e strambe si accalcano con i loro strumenti in mano. L'evoluzione però non è però così diretta come potrebbe sembrare: il salto da "Nightfall?" all'album in questione, infatti, è molto ampio, come se tra i due avrebbe potuto esserci un ulteriore album a fare da trait d'union, una sorta di anello mancante dunque. La distanza stilistica che intercorre tra questi due album è molto maggiore rispetto a quella che c'è tra "Somewhere Far Beyond" (1993) e "Imaginations From The Other Side" (1995), per esempio. A dispetto di quanto si possa pensare, le tastiere qui non sono le vere protagoniste (se eccettuiamo alcuni pezzi), ci sono e sono ben presenti, ma i veri protagonisti sono i cori. L'impatto operistico del tutto, alla fine dei conti, è dato dalla grandissima abbondanza di cori, contro-cori, sovraincisioni vocali e così via, che sono ancora più presenti rispetto all'album precedente. Inoltre anche la struttura dei pezzi subisce un mutamento: tutti i brani possiedono ritornelli enfatici più o meno in grado di stamparsi in testa, ma percepiamo che, paradossalmente, c'è una certa difficoltà proprio nel ricordarli. Questo perché la band decide di fare canzoni più lunghe del solito, più articolate, con testi lunghissimi e quindi con tantissime strofe che spesso ritardano l'affacciarsi del refrain; anche quest'ultimo poi non sempre risulta memorabile al primo ascolto, anzi, a volte servono molti ascolti, il che può anche essere un fattore positivo. Hansi e André sono le vere colonne portanti della band ora: il primo grazie alla sua versatile e onnipresente voce (anche se meno graffiante e aggressiva del solito); il secondo con le sue sempre più presenti ed inarrestabili melodie chitarristiche che si trovano in, e sorreggono, ogni singolo brano. Un discorso diverso però va fatto per Marcus Siepen e Thomen Stauch, i due musicisti infatti sembrano più in ombra rispetto al passato (cosa che si cominciava a vedere già dall'album precedente), non che non ci siano, ma, complice anche la produzione (messa per la prima volta completamente nelle mani di Charlie Bauerfeind), restano un po' sommersi dalla maestosità generale e dall'abbondanza di sovraincisioni presenti. Inoltre, è proprio il nuovo stile più articolato, e dalle tinte Prog, dei Bardi ad aver meno bisogno dei potenti e thrashy riff ritmici di Marcus e della devastante batteria di Thomen. Diventano quindi rare le tipiche cavalcate Power e le canzoni più rabbiose e cupe tipiche della band, in favore di pezzi, per l'appunto, dall'approccio più ragionato e complesso e simil-sinfonico. Addirittura lo stile dei cori sembra diverso, non più mascolini, rocciosi, epici ed arrembanti ma (generalizzando) più acuti, solari e teatrali. Insomma, con quest'album i Blind Guardian compiono delle scelte che non avrebbero fatto contenti tutti, anche se la loro impronta resta comunque ben presente.

Precious Jerusalem

L'opera viene aperta da "Precious Jerusalem" (Preziosa Gerusalemme), una canzone che sin da subito ci presenta il nuovo corso intrapreso dalla band tedesca. Le percussioni di Stauch hanno un che di tribale e danzante, inoltre anche le melodie di Olbrich sono quasi soffici e delicate, dal retrogusto mediorientale che ben si sposa con il titolo della canzone e con il suo tema. Siamo infatti nel 33 d.C. a Gerusalemme, probabilmente in compagnia di Gesù e del suo seguito. Anche quando Hansi comincia a cantare, rigorosamente accompagnato dalle sovraincisioni e da suoni vagamente elettronici, le percussioni si mantengono sullo stile particolare già presentato. La chitarra di Olbrich comincia anche a farsi sempre più presente mentre la batteria stessa torna su uno stile più tipicamente Metal, anche se per niente scontato, e Hansi canta versi che potrebbero benissimo uscire dalla bocca del messia: "Words/ Will heal it/ Love/ Will conquer the/ Hearts of the hopeless the almighty is still alive". All'improvviso, quasi allo scoccare del minuto, veniamo investiti da ritmiche più serrate accompagnate da repentini ed accattivanti cori che ricordano davvero un musical come "Jesus Christ Superstar". Le genti attraversano il caldo del deserto per dirigersi a Gerusalemme, là dove troveranno Gesù, là dove il figlio di Dio troverà la sua fine. Sempre improvvisamente le ritmiche rallentano per poi accelerare di nuovo e lasciarsi quasi spaesati da questa continua alternanza; spaesati ma nello stesso tempo affascinati dalla capacità della band di giostrarsi in soluzioni articolate. Un punto nodale del brano, però, è senza dubbio rappresentato dal ritornello, il quale è, come si ci poteva attendere, corale e maestoso, ricco di linee vocali distese ed avvolgenti, mentre in sottofondo la batteria di Stauch rallenta nuovamente ma conserva quella vitalità danzante già apprezzata. Dopodiché il brano continua a scorrere tra accelerazioni e rallentamenti di cui è davvero difficile tenere il conto e che rendono difficile una semplice divisione in strofe, giacché per elencarle tutte dovremmo descriverle una per una concentrandoci su ogni cambio di tempo e di umore presente. Cosa alquanto difficile. In ogni caso, i cori accompagnano sempre Hansi, ora più presenti ora più nascosti, così come Hansi stesso dialoga spesso con sé stesso. Le chitarre sembrano muoversi intorno a noi come intente in una danza del ventre tra le sabbie del deserto. Deserto in cui, tra l'altro, Gesù è rimasto per 40 giorni in digiuno respingendo le tentazioni del diavolo e rimanendo fedele alla sua missione: "I've been caught in wilderness in wilderness/ I've get out well/ I found myself in desert lands in desert lands?" Il refrain riappare da dietro le dune con la sua maestosità che però nasconde una certa malinconia e pessimismo: Gerusalemme viene vista quasi come un essere vivente a cui viene fatto l'invito di trattare come pazzi tutti i profeti che calpestino le sue strade. È una città preziosa, e questo non cambierà la verità e il destino. Essa sarà una città al centro di tantissime dispute e guerre future. Con l'assolo (siamo già dopo la metà del brano), le ritmiche tornano ad essere veloci ed eccitanti, ma non arrembanti, e sono seguite da una strofa particolarmente solare in cui possiamo sentire anche dei tamburelli in lontananza. È un momento festoso: Gesù invita i suoi discepoli a seguirlo, poiché egli porterà la luce e spiegherà il vero significato della vita. A questo punto la canzone prosegue fino alla fine proponendo strofe e momenti che già abbiamo potuto apprezzare, confermando però quanto un brano così sia diverso da quanto i Blind Guardian avessero fatto fino al 1998. E siamo soltanto all'inizio.

Battlefield

Con "Battlefield" (Campo di Battaglia) ci troviamo davanti ad una delle canzoni più complesse mai scritte dai Bardi. Tanto per un fatto di struttura, quanto per la ricchezza di cori e sovraincisioni che la rendono quasi impossibile da eseguire dal vivo, e in effetti non è mai stata. Una danzante melodia di Olbrich, contornata da percussioni quasi tribali e leggere tastiere in sottofondo, ci trascina direttamente dentro un campo di battaglia. Lo vediamo dall'alto, all'inizio, ma non appena Hansi inizia a cantare circondato da un vivissimo comparto corale ecco che ci troviamo nella mischia. Anche qui la batteria di Stauch si lascia andare a ritmi più particolari, a metà tra il cadenzato ed il festoso. In breve tempo però, con l'esplosione dei cori, anche Stauch cambia registro e torna su lidi decisamente più Metal e potenti. In teoria questa dovrebbe essere una canzone sull' "Hildebrandslied", antico poema in alto tedesco antico, ma se vediamo bene sembra che la band abbia deciso di parlare di una battaglia più generica e non dello scontro tra padre (Hildebrand) e figlio (Hadubrand), che è il tema portante del poema. Qui e là troviamo qualche riferimento che potrebbe far pensare ai due protagonisti del poema, ma è sempre calato in una realtà più ampia che è quella della guerra, come si evince dalla seconda parte del ritornello, anch'esso corale all'ennesima potenza ma affiancato da una sezione ritmica arrembante: "War and anger shall reign/ The clash of iron can be heard/ By blindness you're driven insane/ I'm lost in anguish and grief/ Sorrow won't wane 'til you die?" L'assolo di Olbrich, breve e con le sue tipiche distorsioni wah-wah, fa da ponte verso un importante rallentamento che spezza la festosità del brano e si fa apprezzare con cori più gravi ed imponenti che innalzano la maestosità del pezzo e risuonano con pienezza per tutto il campo di battaglia. Da notare, anche qui, la vivace batteria di Stauch e l'inarrestabile chitarra di Olbrich. In questa strofa poi possiamo anche trovare un riferimento proprio a Hildebrand e Hadubrand, i due parenti che si ritrovano a combattere inconsapevoli del loro legame di sangue; almeno all'inizio però, poiché Hildebrand capisce subito che quello che ha davanti è suo figlio. Il momento di stallo, in cui i due duellanti si fissano e si studiano, termina in poco tempo e i Blind Guardian ripartono con ritmiche medio-veloci piene di vitalità ed intrecci vocali che ci guidano nuovamente verso il bridge e verso il lungo ritornello. Il nuovo assolo di Olbrich è davvero ben fatto e alterna momenti più veloci ed accattivanti ad altri più lenti e melodiosi, con Stauch sempre attento a seguire l'atmosfera generale con la sua batteria. Dopo l'assolo però non si torna a strofe già sentite, bensì a nuovi momenti ancora più incalzanti di quanto già sentiti e ancor più straripanti di cori e contro-cori. La battaglia ci investe, in lontananza vediamo Hildebrand battersi con Hadubrand, ma non siamo né tristi né disperati, non restiamo a pensare alle bruttezze della guerra, anzi, siamo estasiati e pieni di adrenalina! Gli scontri si susseguono sul campo, il sangue schizza ovunque mentre la canzone si avvicina sempre di più verso la conclusione. Noi intanto, calati nel ruolo di guerrieri, speriamo che qualche menestrello canti le nostre gesta, come gli stessi Blind Guardian cantano poco prima della fine: "That's what the minstrel sing/ Join in the horrible screams/ Take part in murderous deeds?" In fondo loro stessi sono i menestrelli: non vengono certo chiamati "i Bardi" casualmente. Il ritornello finale, seguito dalle solite melodie chitarristiche di Olbrich, pone fine alla battaglia e ad un pezzo che ci lascia quasi storditi per quant'è stato vorticoso e difficile da seguire; eppure alcune linee vocali ed alcuni versi ci restano in testa anche dopo soltanto un ascolto, confermando la bravura nella band nel confezionare opere dotate di un certo spessore e complessità ma che non rinunciano ad essere catchy. 

Under the Ice

"Under The Ice" (Sotto il Ghiaccio) si apre con degli arpeggi metallici che suonano freddi come il ghiaccio ma che nello stesso tempo rilasciano un'essenza mediterranea, al limite del mediorientale, e ci trasportano dalla Germania di Hildebrand alla mitica città di Troia. I riff che ne seguono sono particolarmente duri e taglienti, in pieno stile Blind Guardian e, aiutati dalla ripresa del particolare sound iniziale, introducono la prima breve strofa. Essa però smorza leggermente i toni, la batteria ed i riff restano comunque ben presenti, ma la voce di Hansi ed i cori sono piuttosto cauti. Qui viene anche presentata la protagonista della canzone, che non è Troia, bensì una sua abitante: Cassandra: "Run/ 'Til you find the answer/ Time out/ For our poor Cassandra/ She's fairly safe inside the fire". Cassandra è una figlia di Priamo, re di Troia, e possiede il dono della preveggenza tramite cui preannuncia soltanto disgrazie. Non certo perché è lei a volerlo, ma è semplicemente quanto poi accadrà sul serio; questo però le provocherà qualche problema e non tutti nella città le vogliono bene e nessuno le crede. Come ci spiega poi la band mano a mano che la canzone prosegue tra cori ed innalzamenti di toni, più di qualcuno proverà a farle cambiare idea e a domandarle se le disgrazie che succederanno a Troia dipendono effettivamente da lei. Più ci avviciniamo al ritornello più le rocciose ritmiche tendono ad addolcirsi ed i cori a farsi presenti, pronti per il climax definitivo che poi abbiamo nel ritornello stesso. Qui i cori sono molto compatti ed enfatici, molto acuti per gli standard della band, così come la voce di Hansi, e ricchi di un pathos squisitamente tragico. Dopodiché il brano prosegue seguendo lo stile che ormai, dopo sole 3 canzoni, è tipico dell'album: ovvero con molti cambi di tempo, anche lievi, e d'umore, tra ritmiche rocciose su cui si avvolgono le onnipresenti melodie di Olbrich che lo sono proprio quanto i cori. Dopo il ritornello André Olbrich si lascia andare ad un assolo davvero particolare, il quale per certi versi è ancorato al passato, ma per altri suona molto diverso da quanto mai sfornato dal chitarrista tedesco. La tragedia della povera Cassandra continua: da bambina aveva previsto la caduta di Troia per colpa di Paride, poi, durante la guerra contro gli Achei, aveva avvertito tutti che nel famoso cavallo c'erano proprio i nemici pronti ad entrare. Come ben sappiamo nessuno credette alle sue parole e per i troiani Cassandra stessa era quindi come un nemico a cui non dare retta per poter continuare a sperare in una futura vittoria: "You're the artificial enemy/ An illusion we all need/ For our sake". Il ritornello comunque continua ad essere il punto focale di tutto il brano, il punto in cui tutto fluisce per fiorire con grande vitalità e grandi cori che sono sì enfatici ma che nel contempo conservano un certo retrogusto triste e drammatico. Il destino di Cassandra è quello di non essere creduta, avrebbe potuto salvare Troia, ma nessuno ha voluto farle giocare un ruolo all'interno del conflitto.

Sadly Sings Destiny

La traccia che segue si intitola "Sadly Sings Destiny" (Il Destino Canta Tristemente) è incentrata su un altro personaggio molto caro ad Hansi e soci, ovvero Gesù Cristo. Va però detto che il protagonista della canzone non è Gesù ma un personaggio inventato che assiste alla crocefissione e che, a modo suo, fa in modo che essa avvenga, con la costruzione della croce per e della corona di spine per esempio. Il riff iniziale è molto distorto e dal sound moderno, parecchio diverso dal classico stile dei Bardi, ma non tanto da far storcere il naso, anche perché la sezione ritmica riporta tutto su lidi che conosciamo abbastanza bene, anche se sempre con un tocco più particolare e vivace che è tipico invece di quest'album. Non appena Hansi comincia a cantare l'incedere della canzone vira su ritmi medi e si fa piuttosto roccioso, con lo stesso Hansi su tonalità basse e lievemente arrabbiate. In sottofondo Olbrich lascia uscire dalla sua 6-corde sei suoni particolarmente distorti che sembrano rispondere al cantante. Già dai primi versi entriamo nel vivo della vicenda, manca poco alla Passione: "A wooden cup and a crown of thorns/ Will set up the stage for the cross?" Come in altre canzoni, anche qui Hansi narra il tutto in prima persona, facendoci ascoltare direttamente la voce del protagonista sconosciuto con tutti i suoi dubbi relativi al suo compito. Dubbi che lo trafiggono come chiodi e spine a cui però egli non può dare una risoluzione, in quanto il suo destino è quello: far sì che il Cristo venga crocefisso per salvare l'umanità, come canta la band nel più cauto e meno monolitico pre-chorus. È giusto? Al momento non lo sa, ma lui deve fare quanto gli è stato ordinato. Il ritornello spezza la calma proprio del pre-chorus e riporta in auge i cori acuti che dialogano con un Hansi su tonalità altrettanto acute. Durante il breve assolo distorto di André Olbrich che segue possiamo finalmente sentire bene anche la chitarra ritmica di Marcus Siepen, il quale, come suo solito, fa il suo tagliente e preciso lavoro. Man mano che il brano prosegue, abbastanza lineare e seguendo lo stesso schema, vediamo come il popolo si scagli contro Gesù, quello stesso popolo per cui deve morire? Vediamo, sempre sotto il punto di vista del protagonista, come egli venga schernito e come gli venga messa la corona di spine in quanto re. Tutte cose che fanno tornare il dubbio presentato dal pre-chorus: "?I'm destiny personified/ I know there's something more behind/ But is it really justified/ To sacrifice, to crucify/ The rescue of the human kind". Anche stavolta però le chitarre tornano con potenza accompagnate dai cori per spazzare via ogni incertezza. L'assolo è davvero ben fatto, tanto per cambiare, e si inserisce su ritmiche medio-veloci che sembrano simboleggiare il momento di sconforto e nervosismo passato da un figlio di Dio ora più umano che mai; Gesù ha giusto il tempo di porsi altre domande prima di accettare definitivamente il suo triste destino, cantato da cori che non sono totalmente tragici e hanno un retrogusto di positività: forse per rappresentare una lucida rassegnazione o perché, dopotutto, alla crocefissione seguirà la resurrezione. In ogni caso, il brano si chiude con una progressione fatta di riff potenti e di melodie solistiche che suonano quasi dissonanti e stranianti che pongono fine anche a questi 6 minuti di musica.

The Maiden And The Minstrel Knight

"The Maiden And The Minstrel Knight" (La Fanciulla E Il Cavaliere Menestrello) parte con le tastiere piuttosto in evidenza, molto più che nelle canzoni precedenti, che danno quel tocco sinfonico di cui si parlava nell'introduzione. L'atmosfera però non è grandiosa o fastosa, bensì molto delicata e dai toni fiabeschi, e si mantiene così anche quando Hansi comincia a cantare la ballata con la sua voce quieta, pulita e quasi dolce, da perfetto narratore. La seconda strofa si mantiene su questi stessi stilemi ma, sempre contornata dalle tastiere, strizza l'occhio a certe sonorità medievali che fanno venir voglia di danzare intorno ad un fuoco. Poco dopo la band ci rivela il tema della canzone. Siamo infatti al cospetto di una delle storie d'amore più famose di sempre, ovvero la struggente storia di Tristano e Isotta. I cori intervengono a dare pathos al tutto con un tocco di drammaticità che non poteva mancare in una vicenda come questa. I due amanti si chiamano da lontano, sanno che non possono stare insieme perché una è sposata con Marco di Cornovaglia e uno, in Bretagna, con Isotta dalle Bianche Mani, però il loro amore è invincibile (favorito anche da una pozione) e i due amanti faranno in modo e maniera di vedersi clandestinamente, chiamandosi da lontano e sperando costantemente di potersi riabbracciare: "Will you still wait for me?/ Will you still cry for me?/ Come and take my hand?" Dopo un'ulteriore strofa calma e sinfonica troviamo il suono di un violino intento, insieme all'evanescente chitarra di Olbrich, ad intessere una melodia squisitamente medievale che ci immerge in un antico mondo celtico dimenticato, che poi è dove la storia ha davvero origine. Intervengono anche batteria e chitarre elettriche a dare più forza al tutto, strumenti che d'ora in avanti accompagneranno anche tutto il resto del brano. La chitarra di Olbrich però resta comunque piuttosto delicata, sposandosi alla perfezione con l'atmosfera del brano e con le tonalità pulite usate dal cantante, intento più che mai a narrarci dell'amore dei due. Amore che però contiene un lato triste assolutamente da non trascurare, dato che Tristano e Isotta sono costretti a vivere divisi dal mare, con compagni diversi (lui addirittura con una fanciulla che porta lo stesso nome della sua amata) e dover trovare degli escamotage rischiosi per potersi incontrare anche per poco. Questo ovviamente li porta a vivere dei momenti di pura malinconia, come si evince in questa bellissima ed espressiva strofa in cui abbondano le sovraincisioni e nel finale intervengono anche i cori: "Snow-white her hands and golden her hair/ But she's not the one/ Out in the emptiness where everything's pale/ There is no sign of you, I'm alone/ How I wish you would be here, I'm alone/ Telling me it's alright, come rest (your head)/ Come rest your head?" Dopodiché la batteria comincia a suonare con più veemenza e forza, facendoci sentire tutto il peso che i due protagonisti sono costretti a sopportare, e ci guida verso il punto focale del pezzo, ovvero il malinconico e corale ritornello che però si spegne quasi improvvisamente, come se la traccia fosse terminata. Un momento di silenzio che possiamo leggere come il momento della morte dei due amanti. Tristano è stato ferito mortalmente durante una spedizione e spera che Isotta, mandata a chiamare, possa curarlo (come aveva già fatto in altre occasioni). Le viene spiegato che se accetterà dovrà issare sulla barca con cui verrà delle vele bianche, altrimenti delle vele nere. Lei accetterà e farà quanto le era stato detto, ma Isotta dalle Mani Bianche (sposa di Tristano), gelosa, mente a suo marito dicendogli che le vele sono in realtà nere? Tristano, devastato, si lascia quindi morire, persuaso che ormai non c'è più niente per cui resistere e continuare a vivere. Isotta però alla fine arriva e vede che il suo grande amore è morto, muore dunque anch'ella per la disperazione? E qui avviene una sorta di miracolo finale: la canzone ricomincia improvvisamente guidata dalle melodie di Olbrich e, prima della vera fine, ci lascia con una strofa molto eloquente: "Proudly it stands/ Until the world's end/ The victorious banner of love". Isotta dalle Bianche Mani è pentita di quanto ha fatto e decide così di spedire entrambi i corpi in Cornovaglia, dove saranno seppelliti insieme e dove potranno riposare in pace fino alla fine dei tempi, con i rami che si intrecciano con forza sulle loro tombe. Una vittoria, un po' tardiva ed inutile forse, dell'amore, il quale alla fine di tutto è riuscito comunque a ricongiungere i due amanti, anche se in un contesto a dir poco tragico.

Wait for an Answer

Dopo la delicatezza della traccia precedente giunge la rocciosa introduzione di "Wait For An Answer" (Aspetta La Risposta), brano molto teatrale e che possiede un testo molto particolare, incentrato sull'amicizia tra una lepre ed una volpe, i quali devono collaborare per evitare un genocidio organizzato dai corvi. Una collaborazione inusuale, che però è anche molto sentita in quanto favorisce un bene superiore: "I cannot say that I don't care cause I'm aware/ Of everyone and everything they're everywhere". Dopodiché il brano rallenta il tiro e si ammorbidisce di molto, avvolgendosi in tastiere, campane e cori ariosi che lo rendono uno degli episodi più teatrali e pomposi dell'intero album. Anche qui però le strofe sono davvero variabili e mai uguali a loro stesse: passiamo facilmente, e con una naturalezza disarmante, da strofe solari e ariose a strofe più rallentate e caute in cui si sente meglio la pesantezza data dalle chitarre. Il tutto condito alla perfezione con le solite sovraincisioni con cui i Bardi ormai hanno una dimestichezza assoluta. Il pre-chorus è molto interessante, è più cupo rispetto a quanto l'ha preceduto e la batteria di Stauch si sente particolarmente bene suonando pesante ed ossessiva, inoltre i versi ci fanno entrare nella mente di uno dei due personaggi (non è chiaro di chi) e ci fanno vedere i suoi desideri: "Wish I'd be a bird of prey/ A pure and a blessed/ A hawk who could ease the pain" Qual è un modo per sconfiggere una tribù di corvi malefici? Essere un rapace, un bellissimo falco magari! Il ritornello spazza via ogni indugio ed esplode in tutta la sua pomposità grazie ai suoi cori teatrali  e solari come non mai che dialogano con Hansi e che sono sorretti da una batteria molto varia e mai statica che si mantiene tale anche nelle potenti ed enfatiche strofe successive. Strofe in cui la canzone sembra farsi leggermente più aggressiva e in cui la chitarra di Olbrich intesse melodie che le girano intorno come un uccello rapace, per l'appunto, gira intorno alla sua preda. D'altronde siamo vicini ad un genocidio. A non far morire la speranza, però, ci pensa nuovamente il ritornello, il quale riporta una certa vivacità e un raggio di Sole all'interno di una foresta dominata da corvi dittatori. Dopo il lungo assolo di André la band riprende una delle strofe iniziali per poi proseguire subito con il racconto. I corvi si apprestano a compiere il loro piano malefico, ma la lepre e la volpe li fermeranno e faranno cadere il loro dominio: "?No place to hide there is no shelter from the storm/ The maddened crow will spread terror/ But I know bitterly they will stumble/ Find themselves smashed on the ground". Il ritornello riporta ancora una volta solarità, ormai è deciso, la collaborazione insolita tra i due animali deve compiersi e portare ad un'azione, non si può stare seduti ad attendere il corso degli eventi. È questa la risposta che il protagonista del pezzo aspetta.

The Soulforged

Chi ha fatto fatica a seguire le articolate e sfarzose tracce fin qui analizzate, potrà tirare un sospiro di sollievo con "The Soulforged". Non perché questa sia meno sfarzosa, ma certamente è molto più vicina ai Blind Guardian di "Imaginations?" o di "Nightfall?", con le chitarre più in evidenza, come si intuisce già dai primi rocciosi secondi, ed i cori più battaglieri e diretti. Con questa canzone, inoltre, la band torna sul Fantasy con un testo incentrato sulla figura di Raistlin Majere, un personaggio preso da "Le Cronache di Dragonlance" di Margaret Weis e Tracy Hickman. Ma torniamo alla musica, già dall'inizio, come dicevamo, le chitarre sono in risalto e Olbrich si rende subito protagonista, sorretta dalla potente batteria di Stauch, con una melodia solistica davvero accattivante e solare a cui si lega dopo non molto la voce di Hansi, coadiuvato a sua volta dagli onnipresenti e gloriosi cori. L'incedere del brano è monolitico e deciso ma non lento, e riesce, nello stesso tempo, a conservare una certa positività ed energia mentre le strofe, le voci ed i cori si intrecciano tra di loro in un modo che è tipico di quest'album. Tutti però aspettiamo il ritornello. Visto l'andamento del brano è lecito aspettarsi un ritornello catchy e potente in pieno stile Blind Guardian, magari meno teatrale e barocco rispetto ai precedenti. Le nostre aspettative vengono rispettate: la doppia cassa di Stauch accelera leggermente e la chitarra di Olbrich comincia a volteggiare magicamente intorno agli straripanti ed enfatici cori del refrain, il qual è senza dubbio uno dei meglio riusciti dell'album, soprattutto se si amano le sonorità espresse dalla band negli anni '90. È un'esplosione dorata di cori e chitarre ammantata da suoni fiammeggianti. All'improvviso però la boria del brano sembra attenuarsi, la voce di Hansi infatti si fa meno declamatoria, e così la batteria di Stauch e la chitarra ritmica di Siepen si quietano. Questo perché alla fine dei conti il protagonista della canzone ha una storia piuttosto drammatica, come è evidenziato in queste liriche: "And through the hour glass/ Everything's grey, everyone's pale/ Nor colour nor beauty will enlighten my heart/ The seat of life's empty and cold". Raistlin è stato maledetto. Le sue pupille sono a forma di clessidra, e per questo è condannato a vedere tutto e tutti non per come appare ma per come il tempo ha agito su di essi. Per questo vede tutto grigio e smorto. Tutto ciò non basta a fermare il mago Raistlin però, il brano infatti riparte orgoglioso e pomposo: la sezione ritmica ritorna con veemenza e così anche Hansi con le sue sovraincisioni ed i cori del ritornello. L'assolo di Olbrich sembra quasi evidenziare e sottolineare la presa di coscienza del mago, come egli accetti il suo destino con rabbia: le ritmiche sono potenti e decise, ma l'assolo del tedesco è melodico come sempre, quasi cantabile. Non c'è tempo da perdere però, l'assolo ci ha dato una certa carica e non vediamo l'ora di ascoltare il prosieguo del pezzo; i Bardi si divertono ancora una volta ad inserire strofe su strofe complicando ed arricchendo la classica forma-canzone, ma il risultato non è per niente astruso, anche perché ci sono alcuni elementi cardine, Olbrich in questo caso, che tengono tutto unito e coeso fino all'esplodere del fantastico ed incisivo ritornello. Stavolta però siamo vicinissimi alla fine, ed è proprio Olbrich a chiudere il pezzo più corto dell'album con i suoi "soli" 5 minuti e 18 secondi. Piccola curiosità: il tema della canzone è stato scelto dai fan tramite un sondaggio organizzato dai Blind Guardian stessi.

Age of False Innocence

E' un dolce e mesto pianoforte ad aprire "Age Of False Innocence" (L'Era Della Falsa Innocenza). Un pianoforte che non è solo però, in quanto gli archi in sottofondo creano un bel tappeto sonoro su cui poi si adagia la pulita ed altrettanto mesta voce di Hansi. Le prime due strofe fanno pensare ad una ballata lenta e cullante, ma ecco che in un attimo le due rocciose asce di Olbrich e Siepen interrompono la calma per gettarci in un vortice in cui Stauch picchia duramente sulle pelli e Hansi sforna il suo lato più drammatico e disperato. In un attimo siamo passati dalla ballata ad un tipico pezzo potente in stile Blind Guardian che, tuttavia, riesce a mantenere intatto il suo lato drammatico, teatrale e leggermente malinconico. Inutile dire che anche qui le ritmiche cambiano repentinamente, alternando momenti più veloci a momenti più cadenzati. Una costante però c'è sempre ed è rappresentata dai cori che qui, nel più veloce ritornello, danno voce a Galileo Galilei e ai suoi dubbi. Lo scienziato infatti si era tirato dietro le ire della Chiesa a causa delle sue idee rivoluzionarie in campo astronomico (soprattutto per quanto riguarda l'eliocentrismo) e, come tutti forse sappiamo, fu costretto ad abiurare tutto ciò che aveva scoperto. Il problema però è che Galileo, almeno secondo la lettura di Hansi e soci, non lo fa a cuor leggero e anzi, è consapevole del fatto che è solo un gesto fatto per convenienza, è falsa innocenza, come recitano i pomposi, ma dal retrogusto drammatico, cori del refrain: "I cannot, I will not/ Deny It's false innocence?" La lieve accelerata del ritornello viene subito ridimensionata con le variegate strofe successive, che comunque non rinunciano al supporto delle chitarre e di una vivissima batteria e, soprattutto, non rinunciano alle sovraincisioni vocali. Tutto è votato all'enfasi ed alla teatralità, anche perché bisogna sottolineare e dare spessore ai pensieri in prima persona del geniale protagonista del pezzo, il quale continua ancora a stare male per l'abiura. È come un tradimento: "?So I feel, so I feel/ Like Judas must have felt before/ That Wednesday night near by the tree". Il ritornello ci porta nuovamente verso alti lidi espressivi e ci trasporta ancora di più dentro al mood generale del pezzo; ora capiamo bene il retrogusto drammatico e quasi nervosa che si cela dietro ogni linea vocale, dietro ogni parola e dietro ogni nota della chitarra di André. È proprio quest'ultimo a darsi da fare con la sua 6-corde con un assolo che mantiene intatte tutte queste caratteristiche appena descritte. Anzi, forse c'è da dire che, grazie ad una nuova accelerazione guidata dalla doppia cassa di Stauch e al supporto ritmico di Siepen, l'assolo suona più nervoso e aggressivo del solito, quasi a sottolineare la particolare condizione dell'astronomo. L'ultima parte della canzone continua su questa linea, enfatizzando il lato aggressivo del pezzo a discapito di quello drammatico, che comunque resta presente nei ripetuti cori finali del ritornello e negli ultimissimi secondi acustici che vanno a chiudere un altro bel pezzo.

Punishment Divine

Con "Punishment Divine" (Punizione Divina) i Blind Guardian ci portano su lidi simili a quelli di "The Soulforged", anzi, forse anche più potenti. Per la gioia di tutti potremmo parlare di un brano molto simile a quelli presenti in "Imaginations?" o "Nightfall?" Già dall'inizio infatti veniamo travolti da ritmiche arrembanti e nervose e da riff potenti e rocciosi: un vero pugno in faccia. Dopo non molto il tutto si calma e la chitarra di Olbrich si lascia andare ad una melodia più ariosa e distesa che fa da trampolino di lancio per la prima strofa del pezzo, la quale sembra essere ancora quieta e rilassata. Con la seconda però le cose cambiano decisamente: la voce di Hansi si fa più incalzante ed aggressiva, e così tutto il resto, soprattutto le chitarre, le quali tornano a mordere ed a riempire il muro sonoro mentre la doppia cassa di Stauch detta ritmiche piuttosto veloci. Tutto ci trascina vorticosamente verso l'arioso e corale ritornello in cui, al contrario, le ritmiche e le linee vocali rallentano e si fanno cadenzate. Almeno nella prima parte. Già, perché negli ultimi due versi abbiamo una nuova e breve accelerazione. Molti cambiamenti anche qui dunque, molti cambiamenti di tempo e di umore, il pezzo sembra impazzito. In effetti potrebbe non essere casuale il riferimento alla pazzia. È vero che i pezzi variegati e mutevoli sono una prerogativa di quest'album, ma è anche vero che questo in particolare parla degli ultimi anni del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche e della sua pazzia per l'appunto. Qui i Bardi la vedono come una punizione divina, giunta forse per le idee distruttive, audaci e nichiliste tipiche del filosofo. Punizione divina che, ironicamente, colpisce proprio colui che aveva affermato che "Dio è morto"? In ogni caso, mentre la 6-corde di Olbrich continua ininterrottamente ad avvolgere il tutto, la nuova strofa si presenta proprio come la prima in assoluto, e quindi abbastanza quietamente e rilassatamente. Qui Nietzsche, vicino alla fine, ripensa alla sua vita e non rinnega niente di quello che ha detto, neanche le sue idee sul fatto che solo i più forti devono sopravvivere: "Witness my last breath/ I do not regret/ A word I've said/ The strong will survive/ The weak must die". La pazzia però non è facile da gestire, ed ecco che all'improvviso la canzone accelera veementemente guidata dalla riconoscibilissima batteria di Stauch e dall'affiatato duo Olbrich-Siepen, i quali ci riportano indietro alle poderose cavalcate degli anni '90. Il ritornello ci permette di rifiatare un attimo, ma solo per un attimo, in quanto, come abbiamo già visto, la sua seconda parte torna ad essere veloce e, inoltre, i cori chiedono di essere cantati! Come se non bastasse arriva anche l'assolo di André Olbrich, sorretto ovviamente da ritmiche veloci e serrate che rendono il tutto eccitante e fomentante. In mezzo al marasma che si è creato il filosofo tedesco ancora riflette, quasi confusamente, sulla sua vita e sulla sua filosofia, ora però arriva ad un'amara conclusione: "Well we all know there's no other side/ It's good and evil/ I know right between, there's no borderline/ This is the punishment divine". Il refrain porta equilibrio e ordine e si stampa ancora di più nelle nostre menti, ma è l'ultima volta in cui possiamo apprezzarlo, in quanto il brano si avvia verso la fine guidato dalla voce di Hansi e dalle sovraincisioni vocali che lasciano uno dei filosofi più importanti degli ultimi due secoli da solo con sé stesso? O forse in spiacevole compagnia della sua pazzia?

And then There Was Silence

A questo punto siamo vicinissimi alla fine, ma i Blind Guardian decidono di chiudere l'album non senza sorprese. In un album che si chiama "A Night At The Opera" manca infatti il gran finale. L'impegnativo compito spetta a "And Then There Was Silence" (E Così Ci Fu Il Silenzio", un autentico capolavoro che è entrato di diritto tra i pezzi più celebrati del gruppo tedesco. Non solo però, oserei dire che si tratta, oltre che uno dei pezzi migliori mai composti (e non uso questo verbo a caso) dalla band, uno dei migliori pezzi sopra i 10 minuti del Metal tutto e nello specifico del Power. Qui i Bardi si superano davvero, portando all'ennesima potenza tutte le caratteristiche che l'album ci ha offerto finora, forse anche ampliandole e creando una summa di tutto il lavoro. In 14 minuti i Nostri riescono ad inserire davvero tantissime atmosfere diverse, tantissime strofe diverse e tanti umori diversi. Sarà infatti impossibile descrivere questo colosso analizzando strofa per strofa. Ma bando alle ciance, entriamo nel dettaglio ed entriamo nell'Iliade, perché di questo si tratta. L'inizio non poteva che essere grandioso e magnificente: la melodia di Olbrich è subito espressiva e drammatica, ma le vere protagoniste sono le tastiere, qui molto più in primo piano rispetto agli altri pezzi dell'album. Dopodiché veniamo subito investiti dal primo verso corale e pomposo al quale segue la prima strofa che invece attenua subito i toni ma è ricca di sovraincisioni vocali. Come detto pocanzi questo brano è davvero ricco e variegato, non si può davvero aspettare uno schema e niente è prevedibile. Ecco infatti che le ritmiche in un attimo tornano ad essere rocciose e cadenzate, sempre accompagnate dalle tastiere sinfoniche, ma altrettanto velocemente il tutto si velocizza e diventa eccitante e corale, quasi gioioso e festoso. In realtà il testo è molto drammatico, i troiani capiscono di aver perso il favore degli dei e sentono che l'assedio sta giungendo ad una fine tragica. Eppure in un futuro molto lontano potrebbe arrivare una vendetta storica freddissima, come fa notare molto sapientemente il buon Hansi: "We have been betrayed by the wind and the rain/ The sacred hall's empty and cold/ The sacrifice made should not be done in vain/ Revenge will be taken by Rome". Il troiano Enea infatti, secondo la leggenda, avrebbe poi gettato le basi per la fondazione di Roma, la quale un giorno avrebbe sconfitto i Greci. In ogni caso, il brano continua imperterrito alternando momenti più veloci a momenti più cadenzati, momenti più solari e corali a momenti più aggressivi ed incalzanti. Ad un primo ascolto potrebbe sembrare quasi caotico, ma in realtà il brano è talmente strutturato bene che ogni passaggio avviene fluidamente e senza intoppo alcuno. Anzi, grazie a questa repentinità ed apparente caos io mi sono sempre immaginato i troiani rinchiusi nella loro impenetrabile fortezza mentre corrono da tutte le parti in preda a deliri e ad attacchi di panico. Ad un certo punto tutto il caos si spegne però, tutto si quieta e si silenzia, come se fosse scesa la sera? Gli archi campionati stendono un sottile velo sul quale si adagia la calma e grave voce del narratore Hansi, il quale cita un personaggio che abbiamo già visto nel corso dell'album: Cassandra, colei che aveva predetto la fine di Troia. Quest'atmosfera però non può durare per sempre, siamo sempre in guerra dopotutto. Stauch guida le nuove accelerazioni che ci portano direttamente verso il ritornello. O forse dovrei dire i ritornelli? Dico questo perché il ritornello è composto almeno da tre parti e dura così tanto che sembra ce ne sia più d'uno. Il che potrebbe far storcere il naso a chi preferisce soluzioni più dirette e semplici, ma in un contesto come questo un refrain così teatrale, pomposo e variegato è quanto di meglio si possa chiedere. Tanto più perché ogni suo verso riesce ad essere memorabile senza problemi. La pomposità viene nuovamente stemperata da altri momenti drammatici e lievemente più cupi in cui la 6-corde di Olbrich sembra dialogare con le tastiere e in cui il bardo Hansi, come in un flashback, ci porta molti anni indietro con dei versi scritti benissimo: "The newborn child will carry ruin to the hall/ The newborn's death would be a blessing to us all/ Good choice?/ Bad choice?/ Out of three you've chosen misery/ Power and wisdom you deny/ (Bad choice, bad choice)". Si parla ovviamente di Paride e delle funeste profezie sul suo conto, e poi del famoso pomo della discordia e del cosiddetto Giudizio di Paride. Il principe troiano (all'altezza di questo fatto ancora un contadino proprio a causa delle profezie contro di lui) deve scegliere la più bella tra Era, Atena e Afrodite. La prima gli offre il potere, la seconda la sapienza e la terza l'amore della donna più bella del mondo. Come recitano anche i versi, Paride rinuncerà alle prime due cose, compiendo quella che viene definita una cattiva scelta? All'improvviso sembra quasi di sentire Hansi nei panni di un Ettore arrabbiato che avverte suo padre Priamo di non far entrare il ritrovato Paride con Elena al suo fianco: porterà solo guai. Tuttavia Elena è così bella? La musica, con i suoi toni che si innalzano e si fanno solari e distesi, sembra quasi volerla descrivere, ma la verità è che la sua bellezza sarà fatale. Gli Achei infatti non lasceranno il ratto impunito! A questo punto la canzone si fa più incalzante, nervosa e allo stesso tempo quasi minacciosa, ma senza perdere quel piglio teatrale e da musical che la contraddistingue dall'inizio; sembra però che riusciamo anche noi a percepire sempre di più l'inizio di una lunghissima e sanguinosa guerra. Vediamo in lontananza, restando senza fiato, le navi achee avvicinarsi, cariche di guerrieri come Ulisse, Diomede, Aiace Telamonio, Agamennone, Menelao e soprattutto? Achille. Il ritornello torna con tutta la sua maestosità, facendoci dimenticare per un attimo tutto questo, coadiuvato poi da un assolo in pieno stile Olbrich. Stranamente, dopo il momento più drammatico, sembrano arrivare tutti insieme vari momenti di gioia e festosità, resi splendidamente dal solito comparto corale che dovrebbe essere lodato ogni volta, che all'inizio non capiamo, ma leggendo il testo è tutto chiaro: il bardo Hansi ha fatto un salto in avanti di 10 anni, i troiani festeggiano perché il nemico se n'è andato! La guerra è finita per sempre, gli Achei hanno addirittura lasciato un dono sulla spiaggia: un enorme cavallo di legno. La verità è un'altra però, come tutti ben sappiamo e come ci fanno capire anche i Guardiani. Nessuno però sembra rendersene conto, tant'è che vengono anche abbattute le mura per permettere al cavallo di entrare in città. Tutti sono intenti a festeggiare e cantare, ed ecco che puntualmente troviamo nuovamente il ritornello con la sua carica positiva che però viene subito spazzata via dal finale del brano. Ormai è troppo tardi, il tranello di Ulisse ha funzionato e Troia cadrà. Le tastiere si fanno sempre più veloci ed incalzanti mentre, al contrario, le linee vocali di Hansi e cori si fanno distese, ariose e malinconiche mentre il nostro sguardo si allontana sempre di più da una città sconfitta che brucia lentamente. I cori continuano ossessivamente a ripetere gli stessi versi, ma piano piano il volume si abbassa, per un attimo riusciamo a sentire ancora bene le vivaci tastiere, ma anche loro svaniscono nel nulla, fino a che una sola cosa resta: il silenzio.

Conclusioni

A questo punto siamo vicinissimi alla fine, ma i Blind Guardian decidono di chiudere l'album non senza sorprese. In un album che si chiama "A Night At The Opera" manca infatti il gran finale. L'impegnativo compito spetta a "And Then There Was Silence" (E Così Ci Fu Il Silenzio", un autentico capolavoro che è entrato di diritto tra i pezzi più celebrati del gruppo tedesco. Non solo però, oserei dire che si tratta, oltre che uno dei pezzi migliori mai composti (e non uso questo verbo a caso) dalla band, uno dei migliori pezzi sopra i 10 minuti del Metal tutto e nello specifico del Power. Qui i Bardi si superano davvero, portando all'ennesima potenza tutte le caratteristiche che l'album ci ha offerto finora, forse anche ampliandole e creando una summa di tutto il lavoro. In 14 minuti i Nostri riescono ad inserire davvero tantissime atmosfere diverse, tantissime strofe diverse e tanti umori diversi. Sarà infatti impossibile descrivere questo colosso analizzando strofa per strofa. Ma bando alle ciance, entriamo nel dettaglio ed entriamo nell'Iliade, perché di questo si tratta. L'inizio non poteva che essere grandioso e magnificente: la melodia di Olbrich è subito espressiva e drammatica, ma le vere protagoniste sono le tastiere, qui molto più in primo piano rispetto agli altri pezzi dell'album. Dopodiché veniamo subito investiti dal primo verso corale e pomposo al quale segue la prima strofa che invece attenua subito i toni ma è ricca di sovraincisioni vocali. Come detto pocanzi questo brano è davvero ricco e variegato, non si può davvero aspettare uno schema e niente è prevedibile. Ecco infatti che le ritmiche in un attimo tornano ad essere rocciose e cadenzate, sempre accompagnate dalle tastiere sinfoniche, ma altrettanto velocemente il tutto si velocizza e diventa eccitante e corale, quasi gioioso e festoso. In realtà il testo è molto drammatico, i troiani capiscono di aver perso il favore degli dei e sentono che l'assedio sta giungendo ad una fine tragica. Eppure in un futuro molto lontano potrebbe arrivare una vendetta storica freddissima, come fa notare molto sapientemente il buon Hansi: "We have been betrayed by the wind and the rain/ The sacred hall's empty and cold/ The sacrifice made should not be done in vain/ Revenge will be taken by Rome". Il troiano Enea infatti, secondo la leggenda, avrebbe poi gettato le basi per la fondazione di Roma, la quale un giorno avrebbe sconfitto i Greci. In ogni caso, il brano continua imperterrito alternando momenti più veloci a momenti più cadenzati, momenti più solari e corali a momenti più aggressivi ed incalzanti. Ad un primo ascolto potrebbe sembrare quasi caotico, ma in realtà il brano è talmente strutturato bene che ogni passaggio avviene fluidamente e senza intoppo alcuno. Anzi, grazie a questa repentinità ed apparente caos io mi sono sempre immaginato i troiani rinchiusi nella loro impenetrabile fortezza mentre corrono da tutte le parti in preda a deliri e ad attacchi di panico. Ad un certo punto tutto il caos si spegne però, tutto si quieta e si silenzia, come se fosse scesa la sera? Gli archi campionati stendono un sottile velo sul quale si adagia la calma e grave voce del narratore Hansi, il quale cita un personaggio che abbiamo già visto nel corso dell'album: Cassandra, colei che aveva predetto la fine di Troia. Quest'atmosfera però non può durare per sempre, siamo sempre in guerra dopotutto. Stauch guida le nuove accelerazioni che ci portano direttamente verso il ritornello. O forse dovrei dire i ritornelli? Dico questo perché il ritornello è composto almeno da tre parti e dura così tanto che sembra ce ne sia più d'uno. Il che potrebbe far storcere il naso a chi preferisce soluzioni più dirette e semplici, ma in un contesto come questo un refrain così teatrale, pomposo e variegato è quanto di meglio si possa chiedere. Tanto più perché ogni suo verso riesce ad essere memorabile senza problemi. La pomposità viene nuovamente stemperata da altri momenti drammatici e lievemente più cupi in cui la 6-corde di Olbrich sembra dialogare con le tastiere e in cui il bardo Hansi, come in un flashback, ci porta molti anni indietro con dei versi scritti benissimo: "The newborn child will carry ruin to the hall/ The newborn's death would be a blessing to us all/ Good choice?/ Bad choice?/ Out of three you've chosen misery/ Power and wisdom you deny/ (Bad choice, bad choice)". Si parla ovviamente di Paride e delle funeste profezie sul suo conto, e poi del famoso pomo della discordia e del cosiddetto Giudizio di Paride. Il principe troiano (all'altezza di questo fatto ancora un contadino proprio a causa delle profezie contro di lui) deve scegliere la più bella tra Era, Atena e Afrodite. La prima gli offre il potere, la seconda la sapienza e la terza l'amore della donna più bella del mondo. Come recitano anche i versi, Paride rinuncerà alle prime due cose, compiendo quella che viene definita una cattiva scelta? All'improvviso sembra quasi di sentire Hansi nei panni di un Ettore arrabbiato che avverte suo padre Priamo di non far entrare il ritrovato Paride con Elena al suo fianco: porterà solo guai. Tuttavia Elena è così bella? La musica, con i suoi toni che si innalzano e si fanno solari e distesi, sembra quasi volerla descrivere, ma la verità è che la sua bellezza sarà fatale. Gli Achei infatti non lasceranno il ratto impunito! A questo punto la canzone si fa più incalzante, nervosa e allo stesso tempo quasi minacciosa, ma senza perdere quel piglio teatrale e da musical che la contraddistingue dall'inizio; sembra però che riusciamo anche noi a percepire sempre di più l'inizio di una lunghissima e sanguinosa guerra. Vediamo in lontananza, restando senza fiato, le navi achee avvicinarsi, cariche di guerrieri come Ulisse, Diomede, Aiace Telamonio, Agamennone, Menelao e soprattutto? Achille. Il ritornello torna con tutta la sua maestosità, facendoci dimenticare per un attimo tutto questo, coadiuvato poi da un assolo in pieno stile Olbrich. Stranamente, dopo il momento più drammatico, sembrano arrivare tutti insieme vari momenti di gioia e festosità, resi splendidamente dal solito comparto corale che dovrebbe essere lodato ogni volta, che all'inizio non capiamo, ma leggendo il testo è tutto chiaro: il bardo Hansi ha fatto un salto in avanti di 10 anni, i troiani festeggiano perché il nemico se n'è andato! La guerra è finita per sempre, gli Achei hanno addirittura lasciato un dono sulla spiaggia: un enorme cavallo di legno. La verità è un'altra però, come tutti ben sappiamo e come ci fanno capire anche i Guardiani. Nessuno però sembra rendersene conto, tant'è che vengono anche abbattute le mura per permettere al cavallo di entrare in città. Tutti sono intenti a festeggiare e cantare, ed ecco che puntualmente troviamo nuovamente il ritornello con la sua carica positiva che però viene subito spazzata via dal finale del brano. Ormai è troppo tardi, il tranello di Ulisse ha funzionato e Troia cadrà. Le tastiere si fanno sempre più veloci ed incalzanti mentre, al contrario, le linee vocali di Hansi e cori si fanno distese, ariose e malinconiche mentre il nostro sguardo si allontana sempre di più da una città sconfitta che brucia lentamente. I cori continuano ossessivamente a ripetere gli stessi versi, ma piano piano il volume si abbassa, per un attimo riusciamo a sentire ancora bene le vivaci tastiere, ma anche loro svaniscono nel nulla, fino a che una sola cosa resta: il silenzio.

1) Precious Jerusalem
2) Battlefield
3) Under the Ice
4) Sadly Sings Destiny
5) The Maiden And The Minstrel Knight
6) Wait for an Answer
7) The Soulforged
8) Age of False Innocence
9) Punishment Divine
10) And then There Was Silence
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