ATHROX

Are You Alive?

2016 - Red Cat Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
30/08/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

"Are You Alive?" (2016) è l'album di debutto dei toscani Athrox, band proveniente (per la precisione) da Grosseto. L'album è del 2016, ma la band esiste ufficialmente già dal 2014, con un nucleo originale formato da Sandro "Syro" Seravalle (chitarrista) e Alessandro "Aroon" Brandi (batteria); i quali, in verità, si conoscono e collaborano addirittura dal 2008. In ogni caso, la formazione si completa sempre di più grazie all'entrata in formazione di Francesco "Frank" Capitoni e Andrea "Lobo" Capitani, rispettivamente alla chitarra e al basso. Una band non è completa però senza un cantante, ed è così che nel 2015 i Nostri riescono a trovarlo nella figura di Giancarlo "Ian" Picchianti. In poco tempo la band riesce quindi a registrare tutte le 11 tracce che andranno a comporre il proprio debutto, nonché l'oggetto dell'odierna disamina, il disco che stiamo prendendo in questo momento in analisi. La band stessa descrive il suo lavoro come un concept album: non perché esso segua una storia vera e propria, bensì perché tutte le canzoni sono legate da delle tematiche comuni. Le parole della band stessa vengono in nostro aiuto, per spiegarci al meglio l'operato posto alla base di questo platter: "'Are YouAlive?' è un concept album che tratta i problemi che affliggono l'umanità: la guerra, in cui a subire le conseguenze maggiori sono i bambini; l'avvento dei media e dei nuovi mezzi di comunicazione di massa, i quali hanno schiavizzato ogni nostro libero pensiero; l'indifferenza delle persone e il fatto che, una volta di fronte al giudizio universale, non conterà ciò che avremo guadagnato in termini monetari, ma ciò che avremo fatto della nostra vita. L'album invita ad assaporare ciò che la natura e la vita ci regalano prima che sia troppo tardi." Ebbene, al centro dell'album non c'è solo la modernità con tutti i suoi difetti, ma anche, e soprattutto, l'Uomo ed il suo rapporto con essa. Un rapporto che, se andiamo a ben vedere, non è sempre di difficile comprensione od analisi; è l'epoca moderna (o post-moderna) ad aver dato vita all'Uomo così com'è ora oppure è l'Uomo ad aver dato via libera al postmodernismo? Alla fin fine la verità sta nel mezzo e le due cose sono complementari: le epoche storiche nascono grazie ai cambiamenti apportati dall'Uomo, ma è anche vero che queste poi condizionano i loro creatori in modi molto profondi, come se fossero vive ed indipendenti. Ma non perdiamoci in chiacchiere di carattere storico e torniamo all'album. Le liriche fanno riferimento proprio a questo rapporto e anche agli elementi sottolineati nella citazione di poco sopra, non mancano però anche testi più intimisti e tutti incentrati sulle umane emozioni. Musicalmente parlando la band ci propone un Heavy Metal con qualche lieve sfumatura Thrash che riesce a stare perfettamente in bilico tra sonorità più classiche e sonorità più moderne e fresche. Molte tracce portano alla mente l'Heavy americano degli anni '80, ed è un particolare davvero molto apprezzabile, dato che quasi sempre si tende a tributare il panorama Heavy britannico lasciando un po' da parte quello a stelle e strisce. Questo carattere americano esce fuori soprattutto grazie alle belle linee vocali e al timbro di Picchianti, che più di una volta ricorda i cantanti di scuola americana. C'è da dire che, nonostante durante l'ascolto si possano fare accostamenti con i vari Crimson Glory,  primi Queensr˙che e Metal Church, il sound generale non risulta una mera copia delle suddette band, sia perché anche loro stesse erano molto diverse tra di loro (e cercare di "copiarle" tutte avrebbe creato un confuso collage), sia perché gli Athrox riescono comunque a dar vita ad una propria proposta musicale; che magari non sarà originalissima, ma riesce lo stesso ad essere accattivante senza sapere di stantio o risultare sterile. Va poi aggiunto che l'album dimostra anche una certa varietà nelle composizioni: la band infatti cerca di variare stile, umore e carattere in quasi ogni brano del disco, pur mantenendo intatti i caratteri generali e portanti del suo stile. Ma scendiamo nel dettaglio con un'analisi più approfondita, approcciandoci a questo "Are You Alive" con il nostro consueto modus operandi "track by track".

Losing Your Gods

Le danze vengono aperte dall'intro "Losing Your Gods" (Perdere i tuoi Dei), un titolo abbastanza emblematico che la dice lunga sulla nostra situazione attuale. Una situazione in cui non si sa più a cosa credere e a cosa aggrapparsi, non ci sono più divinità a cui chiedere risposte. "Dio è morto" diceva Nietzsche, e nel III millennio le cose non sembrano cambiate poi molto, anzi. La traccia è aperta da delle piogge battenti e da rumori poco confortanti che non fanno che aumentare il senso di smarrimento dell'uomo moderno; l'oppressione si fa ancora più tangibile quando fanno il loro ingresso le chitarre con un riff imponente e quasi ipnotico che ritroveremo anche in seguito. Questa progressione di chitarre elettriche si spegne però improvvisamente dopo una fulminea quanto caotica accelerazione, la quale pone fine a tutto.

Frozen Here

Un riff deciso e potente dà il via alla prima vera canzone dell'album che è anche una delle migliori, ovvero "Frozen Here" (Congelato Qui). Il brano si assesta su ritmiche non troppo veloci e poderose sulle quali può inserirsi l'espressiva voce di Picchianti, che comincia a descrivere un panorama di desolazione esistenziale in cui il mondo intero sembra essere contro di noi e nello stesso tempo sembra così astratto: "Sometimes every thing seems to go against you/ and the world all around you seems vanish under/ you, fool". La seconda strofa porta un'accelerazione arrembante e quasi nervosa che aumenta ancora di più quel senso di desolazione mista a rabbia, la rabbia di una persona spersa che cerca un modo per riscattarsi, un modo per vedere la luce e salvarsi. A ad aiutare il cantante, inoltre, ci pensano delle backing vocals che hanno un certo retrogusto Thrash e che rendono l'accelerazione ancora più travolgente. Nel ritornello la musica cambia ancora: i ritmi rallentano, i riff e la batteria smettono di pestare e si fanno più avvolgenti, permettendo così a Picchianti di dar sfogo al suo lato più melodico, e anche malinconico, in un refrain dotato di linee vocali davvero ben fatte e per niente banali, le quali restano subito impresse e ci fanno rendere subito conto del fatto che l'album sia partito alla grande. Con le sue note lunghe e distese il ritornello è una sorta di preghiera, una sorta di grido d'aiuto per sfuggire dalla situazione descritta pocanzi, una situazione in cui si rischia di rimanere fermi, congelati per l'appunto: "...Oh my God, I don't wanna be frozen here". La canzone riparte senza indugi con il riff portante, il quale ci guida nuovamente verso l'accelerazione di prima, lasciandoci senza un attimo per respirare, soprattutto perché ci ritroviamo in poco tempo faccia a faccia con l'enfasi malinconica del ritornello, la quale contrasta di molto con quanto la precede, creando così un'accoppiata vincente in cui tutto risulta al posto giusto e valorizzato al meglio. Verso metà canzone troviamo un rallentamento fatto di riff più quieti del solito e da leggeri accordi in sottofondo, per un momento che sembra essere quasi di rilassatezza e serenità, sembra che il grido d'aiuto sia stato effettivamente ascoltato; anche l'assolo che ne segue, su ritmi medio-veloci, è molto melodico e fluido in piena tradizione Heavy, e lo risulta ancora di più quando, sul finire, entrambe le chitarre eseguono la stessa melodia. All'improvviso ritorna il riff portante, decisamente più cupo dell'assolo, e con esso fa la sua ricomparsa anche il bel ritornello dal gusto americano, per così dire. La preghiera è ancora in fase di attuazione, a quanto pare. Il protagonista della canzone ancora chiede aiuto, rischia davvero di restare congelato in una brutta situazione. Il finale della canzone, affidato a riff ancora più pesanti e da vocalizzi tutt'altro che eterei, sembra proprio voler confermare questo fatto: la preghiera non è stata ascoltata e la malinconia pare aver lasciato il posto al risentimento.

Warstorm

Si prosegue con un altro pezzo forte del disco, anzi, forse il pezzo più forte! Per questa "Warstorm" (Tempesta di Guerra), fra l'altro, è stato anche girato un videoclip di buonissima fattura, diretto da Giacomo Castellano. I primi secondi del brano, così come il titolo stesso, la dicono lunga su quale saranno i temi trattati: si odono degli spari in lontananza, voci concitate ed esplosioni; ma ecco che all'improvviso un jet ci sgancia addosso un riff semplice eppure pesante ed efficace. Le chitarre si quietano leggermente e la voce del cantante si inserisce direttamente in questo contesto, con fare maligno e strisciante, pronunciando parole eloquenti: "Ladies and gentlemen/ welcome to the horror show/ Lust, corruption, overbearance/ it's the era of the blackgold..." La strofa prosegue con i riff che ricominciano ad essere corposi, mentre la voce di Picchianti si sposta su lidi meno cupi fatti di note più lunghe e distese, con delle linee vocali davvero degne di nota. Lo scenario che viene descritto è quello di un mondo caotico in cui si combatte sempre e quasi in ogni dove, non per onore, non per la gloria, ma per la brama di potere e per il cosiddetto oro nero... altrimenti noto come petrolio. Passato questo momento un urlo sporco sempre di Picchianti fa decollare la canzone su ritmiche veloci che ci trasportano, grazie anche ad una vivace sezione ritmica affidata a Brandi e Capitani, direttamente in mezzo alla guerra. La strofa seguente però smorza nuovamente i toni, creando un ambiente più calmo ma malsicuro in cui gli aerei solcano i cieli mentre tutto intorno a noi è un tripudio di esplosioni e rumori di motori. Il ritornello si lega a quest'ultima strofa e riporta più in luce i riff di chitarra. Esso però non è veemente o arrembante, anzi, è molto melodico e ricco, anche in questo caso, di linee vocali riuscitissime dal retrogusto malinconico, le quali si impongono tra le migliori di tutto l'album. La malinconia è presto spiegata, la canzone infatti mette in luce la situazione dei bambini, vittime innocenti che forse non hanno ancora neanche le capacità per capire cosa sia una guerra, eppure ne restano coinvolti loro malgrado rischiando anche di perire. Ce li immaginiamo mentre guardano in alto, mentre guardano gli aerei volare sopra di loro... che cosa saranno mai? Che cosa porteranno? Il bambino, ingenuo, non sa che quella che si appresta a cadere è una tempesta di ferro: "The eyes of the young child/ are waiting for the rain with a smile/ No fear in his heart/ no reason to cry/ Tonight iron water willfall/ It's the warstorm." Con questa dura verità la canzone riparte veloce guidata da una sezione ritmica precisa e potente che però si attenua, come da copione, con la comparsa della nuova strofa, la quale mette in scena, con un Picchianti molto espressivo, la volontà di alcuni tiranni di portare pace in giro, quando invece è solo una scusa per fare ben altro. Una decisione che, come possiamo immaginare e come ci ricorda l'appena subentrato ritornello, mieterà vittime anche tra i poveri bambini che guardano il cielo aspettandosi nient'altro che semplice pioggia. Una nuova strofa porta un cambiamento stilistico inaspettato: i riff infatti si attenuano di molto, facendo somigliare questo momento ad una sorta di ballata, anche la voce di Picchianti è più lamentosa e bassa, quasi triste mentre esprime il dolore dei bambini una volta che si sono resi conto che quegli aerei non porteranno acqua con loro. L'assolo che ne segue è pulito e fluido, fatto di note ora più veloci ora più melodiose ed avvolgenti, mentre anche la sezione ritmica si alterna rendendo il tutto più dinamico ed interessante. Alla fine dell'assolo la canzone riparte proponendo una strofa che abbiamo già apprezzato all'inizio ed il gran bel ritornello che stavolta va a chiudere definitivamente il pezzo, che ribadisco essere uno dei migliori in assoluto dell'album, soprattutto grazie al suo dinamismo e alle melodie, anche qui impreziosite da un certo gusto americano, sempre azzeccate e mai banali o prevedibili.

Gates of Death

L'introduzione cadenzata di "Gates of Death" (Cancelli della Morte) è ingannevole, perché dopo meno di un minuto tutti gli strumenti si lasciando andare ad una galoppata squisitamente Heavy che ci trascina direttamente verso i cancelli della morte. La prima strofa mantiene quest'eccitante ritmo galoppante e ci immerge in un mondo, il nostro, in cui sembra non esserci più empatia o emozione: intorno a noi succedono cose bruttissime ma neanche ce ne rendiamo conto, come se fossimo abituati. Inoltre, come se non bastasse, ci sono tutti i media con le loro bugie: "Look at this corrupted world without fear/ don't care of cruelty and the evil around you/ Television, media, radio, is all a lie?" Il breve e semplice ritornello arriva prestissimo e senza troppi convenevoli, si inserisce anch'esso nel solco tracciato dalla galoppata mantenendo quindi il brano su una certa velocità; le linee vocali però sono più distese ed enfatiche e danno uno spessore in più al tutto. La galoppata continua imperterrita anche nella strofa seguente e nello stesso tempo continua a buttarci in faccia alcune verità sui giorni presenti, e anche passati a dirla tutta: "Thirst for money and wealth, the sweetest poison/ Beyond the gates of death the gold will not exist/ Slave or king is all the same when you will die/ Through perdition there's no light for you". Trascorriamo la vita cercando di accumulare ricchezze, dimenticando che, come la canzone, galoppiamo comunque verso una fine certa, una fine che ci spoglierà di tutto, siamo noi schiavi o re. È un vero e proprio memento mori questo degli Athrox, il quale viene ribadito anche dal vibrante ritornello, questa volta leggermente più lungo con l'aggiunta di un verso in più. La sezione ritmica è precisa ed instancabile mentre un assolo fluido e veloce sembra voler aumentare ancora di più la velocità del tutto. È solo una sensazione però, perché di colpo le ritmiche si fanno più lente e l'assolo insieme ad esse. Il rallentamento continua, sempre avvolto dal lavoro solista della 6-corde, e ripropone gli stessi riff apprezzati in apertura. Una sorta di momento di riflessione che ci dà il tempo per l'appunto di riflettere su quanto appena ascoltato e letto. È davvero così? Siamo destinati a vivere solo per tornare alla cenere? Un rallentamento che dà varietà alla traccia ma in fin dei conti smorza anche un po' la tensione di un brano, che forse sarebbe stato meglio lasciare a briglie sciolte. In ogni caso, la galoppata non si fa attendere troppo, ed infatti riprende il suo mortifero percorso proponendo un'ultima strofa che è un misto tra le prime due e ribadendo quindi il memento mori che alla poi si trova anche alla base di tutta la canzone. Il refrain neanche si fa attendere troppo e ritorna a farci visita puntualmente, con le sue linee vocali distese ma al tempo stesso eccitanti. E' l'ultimo momento di respiro però, ormai siamo giunti ai cancelli della morte!

Remember The Loneliness

Con "Remember The Loneliness" (Ricorda la Solitudine) siamo davanti alla prima ballata del disco, e ce ne rendiamo conto subito grazie ad una serie di arpeggi delicati e accordi caldi e quasi soffici, mentre la batteria scandisce un ritmo lento ma, nello stesso tempo, per niente statico o incolore. Dopo poco gli arpeggi si trasformano in riff e melodie avvolgenti e tristi che a loro volta si trasformano ancora in riff decisamente più duri e taglienti, i quali danno il via libera ad un'accelerazione potente che spazza via la malinconica quiete iniziale. Anche questa accelerazione però è destinata a variare dopo non molto riportando la canzone su binari più consoni ad una ballata e rendendo l'introduzione un momento ricco di sfumature ed emozioni contrastanti. Comunque, Picchianti comincia a cantare mestamente le due strofe iniziali che suonano altrettanto sommesse e drammatiche grazie anche alla sua voce, capace di alternare note più basse e quasi parlate a note più alte e vibranti. L'atmosfera è soffusa, ma l'ultima parte della seconda strofa, con un climax, innalza i toni del tutto sfociando nel ritornello composto proprio da note lunghe dal sapore drammatico e opprimente, quasi strazianti nel loro incedere. È il peso della solitudine, una solitudine forse passata ma che ormai ha lasciato il segno e ci ha portati ad accumulare ansie su ansie, rendendoci pieni di paure: "You remember the loneliness/ you live in a world of fear..." Dopodiché il brano prosegue con un una nuova accoppiata di strofe la quale ancora una volta propone l'alternanza tra una (la prima) più calma e sommessa, e una (la seconda) più enfatica e cantata con più forza. Nella prima si può leggere tutto il dolore portato dalla solitudine e del suo silenzio. Un silenzio che ha smesso di essere rilassante ed è diventato opprimente e fastidioso: "Listen to the sound/ of this resounding silence that wears you out/ breaks your heart and afflicts you". La seconda strofa, come da copione, ci trascina con  vocals struggenti verso il ritornello e la sua carica emozionante condita da melodiche chitarre. Il ricordo della solitudine può essere distruttivo quanto la solitudine stessa, pensarvi continuamente può far male ed essere deleterio. Può anche accecare, in quanto magari non ci si rende conto che nel momento in cui si pensa alla solitudine non si è soli: bisognerebbe apprezzare il presente invece di ricordare sempre quel passato doloroso. Ad un certo punto tutto si quieta e le briglie del pezzo vengono prese in mano dalle 6-corde, ora con melodie ora con riff. Da questo preciso istante sono le chitarre che guidano il pezzo, e sono sempre loro che si liberano dal peso dei ricordi e fanno decollare la canzone verso una nuova accelerazione, come se davvero ci stessimo liberando dalla solitudine; tutto questo mentre un assolo veloce e dal forte sapore classico ci fa da guida durante la corsa. Anche la corsa ha un termine però, e la troviamo sotto forma di riff pesanti e cupi i quali pongono una pietra sul tutto, interrompendo definitivamente la corsa verso la serenità e facendoci pensare che forse non ci si può mai liberare del tutto da certi ricordi.

Pretend You

Si prosegue con un'altra ballata, ovvero con "Pretend You" (Fingere di). L'inizio è soffuso, lento e triste, quasi plumbeo in certi versi, soprattutto grazie ad un gran lavoro delle chitarre sia sotto forma di accordi leggeri ma corposi sia sotto forma di melodie soffici dal suono pulito e dal retrogusto 80's. A differenza della più mutevole ballata precedente, qui si prosegue sugli stessi binari senza scossoni, anche quando Picchianti inizia a cantare la prima strofa, su toni bassi e cauti in linea con l'atmosfera generale. Anche qui il tema è più intimista, non si parla dei problemi del mondo moderno ma di problemi relativi alla sfera personale, come quelli legati all'amore: "That wasn't love/ that was only passion and tenderness/ But the fear of weakness/ the fear of living the time/ is scaring you to dream your dreams." Anche qui i pensieri nascono dal ricordo di emozioni passate; tuttavia, in questo c'è una certa presa di coscienza: quello per il quale il protagonista si sta struggendo non era amore, ma solo un'astuta menzogna. La strofa seguente innalza lievemente i toni e si apre di più risultando quindi meno mesta, permettendo al cantante di sembrare più forte e deciso mentre canta della sua riscossa, del suo nuovo inizio senza quel vecchio amore. L'ultimo verso della strofa si lega direttamente al ritornello, il quale dà vita ad un ulteriore innalzamento di toni in cui compaiono dei riff che tornano ad essere presenti e corposi, così come lo diventa la sezione ritmica. Le linee vocali sono semplici ma vibranti, trascinanti, e si sposano alla perfezione con la durezza sprigionata in questo momento. Un fluente e breve assolo di chitarra fa da ponte verso la nuova strofa in cui invece si torna su lidi decisamente più calmi ed atmosferici in cui anche Picchianti abbandona  le note più alte e lunghe per tornare a riflettere con note più basse e quasi parlate. Come nella prima parte del brano anche qui si segue un climax in cui la canzone sembra aprirsi... esattamente come quando sembra aprirsi un mondo, dopo aver preso una decisione importante e decisiva nella nostra vita. Una decisione che qui viene presa anche dall'Io del testo: "The mind is scared/ in our conflicts/ I can find my way/ without you/ and love again". La riscossa introdotta poco sopra continua ed anzi, ha qui il suo apice; dopo un probabile periodo di stallo e di dubbi è giunto il tempo di tornare ad amare, è il tempo di tagliare il legame con il passato ed essere nuovamente liberi. Proprio questo slancio concettuale ci immerge in uno slancio emotivo e musicale in cui fa la sua comparsa il ritornello e con lui i riff che ci fanno ricordare certe soluzioni da midballad tipiche dei Metal Church. Stavolta però il refrain non si chiude in sé stesso, bensì dà vita ad un'accelerazione impreziosita dai vocalizzi di Picchianti e dal buonissimo lavoro alle chitarre di Capitoni e Seravalle, sia in sede ritmica sia in sede solista, che dà ancora di più l'idea di una riscossa e di un nuovo inizio. Anche l'accelerazione si stempera piano piano, ma ci guida comunque verso il corposo ritornello dove le melodie chitarristiche continuano ad essere presenti e avvolgono il tutto. Il finale della traccia però torna sulle atmosfere iniziali, ovvero su quelle più tristi e crepuscolari, che sembrano annullare il rafforzamento appena avvenuto. In realtà, è senza dubbio così musicalmente parlando, eppure i due versi finali ci lasciano con delle parole che confermano l'avvenuta riscossa e lo slancio vitale verso un nuovo inizio: "We can help ourselves/ wenever can surrender".

My Downfall

Dopo due ballate consecutive è ora di tornare su lidi più rocciosi ed energici con "My Downfall" (La Mia Caduta). I riff iniziali sono eccitanti e taglienti, posati su tempi medio-veloci che ci invitano a muovere la testa a ritmo. Dopo poco più di 30 secondi, però, gli stessi riff si fanno più trash e serrati, indurendo quindi il sound generale senza però sfociare verso soluzioni prettamente aggressive; anche perché, come si nota dalla prima strofa, c'è sempre la voce di Picchianti a mantenere saldo il legame con il lato più Heavy. Il testo torna a parlare di problematiche prettamente moderne, come i soldi, il lavorare ed il sopravvivere in un mondo che sembra girare troppo velocemente lasciando indietro chi non riesce a seguirlo. Un mondo in cui si sopravvive e non si vive, in cui siamo costretti a fare tutto di corsa per stare al passo, dimenticandoci dei nostri veri desideri. Il ritornello si inserisce senza troppi sbalzi nel flusso creato dalla prima strofa, con ritmiche sempre abbastanza veloci e riff melodici dal retrogusto classico su cui avviene il botta e risposta tra rudi (e quasi Thrash) backing vocals e voce solista. Il risultato è buonissimo e frizzante, una corsa senza freni che sembra proprio imitare i proverbiali salti mortali compiuti da noi stessi ogni giorno della nostra vita, per tutta la vita; il refrain ci invita però anche a riprenderci il controllo delle nostre esistenze: "(Climb) your stairs/ (fight) your pain/ (try) to take the keys of your soul/ (Climb) to live/ (fight) to exist/ (try) to exceed the edge without fall". La frenesia prosegue senza dare la minima impressione di un rallentamento di qualche sorta... è così che ci piace! La strofa seguente, per l'appunto, riprende lo stesso canovaccio stilistico e continua con la descrizione di una realtà a noi vicina in cui, per esempio, i genitori si prendono cura dei loro figli solo perché si sentono in obbligo di farlo, talvolta non c'è neanche un contatto visivo tra le due parti; forse proprio perché si è troppo occupati a fare altro, come lavorare, per pensare ai rapporti interpersonali! A questo punto rispunta il ritornello con la sua carica e le sue chitarre vivaci. Dopodiché però abbiamo effettivamente un lieve rallentamento in cui chitarre e batteria si assestano su sonorità tipiche del Thrash più cadenzato, così come le sporche backing vocals che ci invitano a non cadere. Al suon di un sonoro e acido"fuck off!" veniamo trascinati nel vorticoso assolo che segue, il quale riporta anche la canzone su ritmiche veloci in cui la batteria può lasciarsi andare a scorribande liberatorie. Altri riff taglienti, poi, danno il via all'ultima parte della canzone in cui vengono riprese entrambe le strofe precedenti ed unite a formarne una. Il tema è sempre quello iniziale, ovvero che corriamo così velocemente che rischiamo di prendere una via sbagliata, e a quel punto potrebbe essere difficile tornare indietro e ritrovare noi stessi ed un nostro spazio per esprimerci: "Running fast the riskis high/ if you take a wrong way/ you'll not find the space to fly..." Puntualmente ritroviamo il refrain che, questa volta, si ripete per due volte fino alla fine e ci mostra un Picchianti più sporco che rende il tutto ancora più arrembante, mentre ovviamente chitarre e sezione ritmica fanno il loro precisissimo lavoro fino all'ultimo secondo.

Waiting for the Eden

La carica della traccia appena terminata viene smorzata dalla presente traccia: "Waiting for the Eden" (Aspettando l'Eden). L'introduzione è dominata da accordi distorti che in poco tempo vengono affiancati dalla voce leggermente nasale di Picchianti per un'introduzione che sembra presagire un'altra ballata. Questa prima strofa lievemente sulfurea e cupa, però, lascia subito il posto ad un corposo riff a velocità contenuta sotto cui la batteria, invece, lascia libera la doppia cassa. Il riff l'abbiamo già sentito nell'intro "Losing Your Gods" e viene qui ripreso per fare da colonna portante del brano in una sorta di collegamento, visto che se ci pensiamo in entrambi i titoli sono citate cose divine, ovvero dèi e Eden; che sono andate perdute, oppure le si sta aspettando. Forse è solo una coincidenza, o forse no. In ogni caso, con l'arrivo della nuova strofa la batteria rallenta il tiro, anche se solo a tratti, per farsi più potente e decisa, vivendo in simbiosi con l'incedere del riff, creando quindi un muro sonoro non indifferente. Le liriche tornano a parlare dell'Io, sempre in correlazione con ciò che lo circonda in quest'epoca così strana e soffocante: "Will I be what the others want/ only by following my own goals? Winning my own wars/ I'll be truly alive". Pensiamo sempre a come potrebbero vederci gli altri, sempre per paura di poter essere giudicati, per paura di non poter essere accettati. Anche seguendo i nostri obiettivi, anche in quel caso il pensiero va sempre all'accettazione da parte degli altri. Forse un modo per sentirsi davvero vivi è quello di combattere le proprie battaglie senza pensare troppo al giudizio altrui. La strofa seguente non cambia molto le carte in tavola e non fa che accentuare il muro sonoro per un brano che suona molto roccioso e quadrato, pur non lasciando mai da parte aperture più melodiche. L'apertura melodica più importante e marcata arriva poco dopo metà canzone con un assolo molto sentito e sanguigno che però, nello stesso tempo, risulta essere anche pulito e quasi sognante; soprattutto perché anche la sezione ritmica si stempera un po' affievolendo il muro sonoro. L'assolo si fa ancora più sognante ed etereo quando in sottofondo cominciamo a sentire la voce di Picchianti, con vocalizzi distesi e melodici che accompagnano la 6-corde per un breve momento in cui i due strumenti sembrano suonare all'unisono avvicinandoci al giardino dell'Eden. Questo momento di fioca lucentezza non fa in tempo a svilupparsi molto però, poiché l'ombra di un mondo che sembra ormai lontano da qualsiasi lucentezza divina avvolge nuovamente il tutto con quegli accordi distorti che avevano aperto la canzone e con parte della strofa iniziale: "Waiting for the Eden with you/ we'll change our dawn in sunset". Anche in questo caso si passa tristemente da un'alba ad un tramonto, come a simboleggiare che aspettare l'Eden sia un'azione inutile ormai, tanto che il tempo passa ma nessun risultato viene portato alla nostra attesa. La canzone però non ne vuole sapere di deprimersi: ed ecco infatti che, a suon di doppia cassa, ritorna il massiccio riff portante; in grado di risollevare una situazione la quale stava diventando oscura, creando comunque un bel contrasto all'interno della struttura del brano. Siamo ormai giunti alla fine. Abbiamo aspettato l'Eden, ma è stato inutile; come nella canzone si passa dall'alba al tramonto così noi passiamo dall'inizio della canzone alla fine senza aver ricevuto un qualche segnale paradisiaco. Ormai siamo prigionieri in questo sterile mondo moderno che ci lascia senza fiato e con la voglia di rinascere e ricominciare da capo: "My dream wasn't that one/ I'm ready to reborn/ and when you feel the end/ you'll come back to the start/ again and again".

End Of Days

Con "End Of Days" (Fine dei Giorni), primo singolo e videoclip di lancio, torniamo ad ascoltare un brano veloce fatto di cavalcate di batteria e di riff levigati ma eccitanti e che si incastonano alla perfezione l'uno con l'altro. L'inizio è proprio come descritto, una cavalcata in pieno stile Heavy Metal con una leggera spruzzata di Thrash che non guasta mai, una progressione di riff e ritmiche ora veloci ora ancora più veloci che ci fanno venir voglia di scuotere la testa. Le ritmiche si mantengono veloci anche quando entra in campo Picchianti, che con la sua voce dà un tocco "americano" al tutto facendo venire in mente nientemeno che i primi Queensr˙che. Il testo però è tutt'altro che eccitante e frizzante, anzi, come si può evincere dal titolo parla proprio del nostro procedere verso la fine, la nostra fine: "We're running through this life/ it's a short time, it's a cruel game/ this world turns with or without you". La nostra breve vita prima o poi finirà, e la cosa triste è che il mondo non sentirà per niente la nostra mancanza. Tuttavia, nella strofa seguente c'è un messaggio di positività in cui veniamo invitati a cercare i colori che ci circondano e dunque di non disperare, di goderci il tempo che abbiamo con tutte le sue cose belle insomma. Il ritornello sembra accelerare di più il tiro, soprattutto per quanto riguarda una sezione ritmica più singhiozzante; ma di contro le chitarre e le linee vocali si fanno più distese, melodiche e anche epicheggianti se vogliamo. Qui gli Athrox ci consegnano uno dei migliori refrain dell'intero lavoro: roccioso ma nello stesso tempo melodico e dal retrogusto drammatico. Anche qui le liriche giustificano il pathos drammatico del lato musicale: "Time is passing by and there's no escape/ we're destined to fall in death/ through a glass sphere we're living for/ the last judgement". Il tempo passa e ogni giorno siamo più vicini al giudizio finale. Viviamo solo per questo. Dopodiché si riparte con altre due strofe, sempre dal piglio veloce e dal notevole mordente, che vanno a contrastare con quanto detto poco fa, o meglio, non negano che la nostra unica destinazione è la fine dei giorni, ma ci invitano comunque a non disperarci, proprio come abbiamo visto anche prima. Sembrano quindi esserci due anime all'interno di questo brano: una più tagliente e arrembante che rappresenta il lato positivo e ottimista (simboleggiato dalle strofe) e uno più melodico ed enfatico che rappresenta il lato negativo e pessimista (simboleggiato dal ritornello). Ritornello che ritorna senza paura proprio nel momento in cui c'era stata fornita una consolazione ed un invito a non pensare negativamente, ritornello che quindi fa da bilancia mantenendo la canzone in equilibrio, sia a livello lirico sia a livello musicale. Verso metà canzone, a sorpresa, abbiamo un rallentamento in cui Picchianti si fa aiutare da distanti backing vocals e da melodie chitarristiche per provare a cantarci un ultimo invito alla positività: "Live your life until your last breathe/ smile to a new day/ and feel this nature's sound..." Non ha senso pensare già ora alla fine dei giorni, pensiamo piuttosto ad un nuovo giorno che ci attende e a quello che ci può portare. La nostra parte pessimista però non ne vuole sapere di arrendersi dinnanzi a tanta solarità: ed ecco che, dopo un pregevole assolo sorretto da ritmiche abbastanza veloci ma più controllate del solito, rispunta il ritornello con i suoi ritmi accelerati e la sua carica enfatica che si trascina fino alla fine del pezzo, caratterizzata dagli acuti di Picchianti e da una veloce progressione in cui si sente bene anche il basso. Veniamo trascinati sempre di più verso la fine dei giorni, ma una volta giunti al traguardo finale quale parte del nostro animo avrà prevalso? Quella ottimista o quella pessimista?

Are You Alive?

Proseguiamo con la title-track (Sei Vivo?). Dopo alcuni rumori di fondo veniamo colpiti da un bel riff roccioso ma nello stesso tempo anche carico di un certo dinamismo in grado di rendere il tutto più frizzante ed energico, mentre la batteria scandisce ritmiche medio-veloci su cui Picchianti può inserirsi aumentando il tocco Heavy del brano. Non fatevi ingannare dall'incedere accattivante della canzone però, poiché dietro di esso si nascondono ancora una volta tematiche tutt'altro che solari, come si evince eloquentemente dalla seconda strofa: "Have you ever been realalive and free?/ Every second has already been written/ Breath epolluted air from the oblivion/ and you watch this world with eyes that are not yours". Gli Athrox ci domandano se siamo mai stati davvero vivi e liberi, dato che viviamo in un mondo in cui sembra effettivamente di vivere per gli altri ed in cui tutto pare già scritto e deciso. In un mondo in cui si respira inquinamento e in cui la nostra visione delle cose è distorta da fattori esterni (mass media, social network...). Proprio a causa di questa verità anche la musica sembra piegarsi al volere del mondo e rallenta il tiro facendosi più distesa e rilassata nel ritornello, senza comunque perdere niente in durezza; la batteria è lievemente più lenta e morbida, mentre i riff restano piuttosto taglienti. La voce però dà vita a note lunghe e distese, quasi ariose (anche se si sporcano nel finale) che aggiungono un velo di malinconia ottimo per ciò di cui si parla in questa canzone. Il refrain è un invito a prendere la vita nelle nostre mani e lasciarci dietro paure e pregiudizi, in modo da essere finalmente vivi e liberi per davvero. Dopodiché tutto riparte secondo copione, con i riff a sorreggere il tutto coadiuvati dalla sempre precisa sezione ritmica affidata a Capitani e Brandi e dalla solita voce di Picchianti. In questi tempi ci ritroviamo a fissare televisioni credendo che contengano la realtà, quando invece il più delle volte la nascondono soltanto o addirittura la distorcono. La vera vita starebbe nel provare emozioni vere senza certi filtri. La seconda strofa della ripresa ripropone le stesse liriche dell'inizio con la stessa domanda definitiva (se siamo vivi), che tra l'altro viene proposta anche nel ritornello, il quale giunge proprio dopo di essa ricordandoci che forse l'unica cosa che dobbiamo abbandonare davvero è il dolore, cercando di costruire la nostra esistenza solo con l'ausilio delle nostre forze, credendo in noi stessi: "Lead your life with your hands/ pain's the only thing your left/ Leave away your prejudices about yourself/ it's time to turn off your inhibition/ are you alive?" Dopo il più disteso ritornello non può mancare la sezione solistica, ed ecco infatti che arriva l'ennesimo assolo fatto di note pulite e fluide incorniciate da un bel muro sonoro composto da riff incessanti e di ritmiche vive e dinamiche. All'improvviso però la batteria sembra cominciare a scandire colpi più pesanti e decisi che interrompono l'assolo e ci guidano verso l'ultimo ritornello, il quale è leggermente diverso dai precedenti, in quanto ad affiancare la voce solista troviamo anche  toste backing vocals che ripetono ossessivamente "Are you alive? Are you alive?", fino alla fine, quando Picchianti ci fa la stessa domanda per l'ultima volta con un grido sporco e acido, seguito da una maligna risata che ci fa quasi pensare che alla fine dei conti non abbiamo scampo: sembra come se gli inviti a guidare la nostra propria vita erano solo uno scherzo, la realtà è che non abbiamo scampo, il mondo moderno non appartiene a noi e neanche le nostre vite ormai, non più almeno.

Obsession

La traccia conclusiva, l'undicesima, si intitola "Obsession" (Ossessione) ed è un'altra ballata. Quasi tutto il primo minuto però ci dà un'altra sensazione, ovvero quella di un nuovo pezzo roccioso fatto di riff decisi e ritmiche medio-veloci. L'iniziale progressione metallica sfuma poco prima dello scoccare del primo minuto e si trasforma proprio una ballata, composta da accordi dolci e puliti (molto "80's"), ritmiche molto lente e un'atmosfera generale molto crepuscolare e quieta. Il tutto poi è tenuto insieme dalla pulita malinconica voce di Picchianti che stavolta torna a puntare l'occhio su pensieri intimi ed esistenziali un po' avulsi dal concept; ma, come abbiamo visto, non è questo il primo caso di un testo del genere. In queste liriche si parla dell'ossessione, non per qualcosa nello specifico, ma in generale, l'ossessione in quanto tale. Molto bella ed esplicativa è a questo proposito la seconda strofa: "You're the black that lives with me/ you're the angel and the beast/ I try to escape with all my strenght/ but you come back to pick me (to pick me)". L'ossessione fa parte di noi, ci accompagna instancabilmente e ci tormenta, ed allo stesso modo sembra che non possiamo farne a meno, talvolta porta dolore... ma è un dolore quasi piacevole da cui è difficile liberarsi del tutto. La strofa appena finita, tramite un climax, lascia spazio al breve ritornello in cui le chitarre tornano a creare un notevole muro sonoro, coadiuvate da una batteria altrettanto corposa e decisa, e le note vocali si innalzano verso toni più alti e verso note più lunghe, trascinate e vibranti che innalzano anche l'enfasi del momento. Un momento breve comunque, che si ripiega su sé stesso riportando la calma nella canzone. Riecco infatti i dolci accordi iniziali ed i ritmi lenti in cui però la batteria di Brandi decide di scandire un tempo tutt'altro che soporifero o statico. Questa nuova sezione è uguale a quella che abbiamo già visto, salvo proporre un innalzamento di toni ancora più marcato nella strofa che segue; innalzamento ed ispessimento che, quasi come una naturale conseguenza, ci riportano al ritornello ed alla sua carica emotiva fatta però di poche parole: "Come back to you, resume your pain". Dopodiché, verso metà canzone, la batteria comincia a farsi marziale ed ossessiva, mentre la chitarra solista ricama un assolo pulito come sempre ma decisamente più triste del solito, molto fluido nel suo incedere ma anche lamentoso in un certo senso? Una sorta di lamento vero e proprio che ci fa capire quanto l'ossessiona per qualcosa (o per qualcuno, come pare nel caso di questo brano) possa essere dannosa e dolorosa. È proprio per questo motivo che c'è bisogno di una presa di posizione e di coscienza, simboleggiata sempre dalla chitarra solista che stavolta, invece, si lascia andare ad un assolo più sanguigno e virtuoso in cui anche la sezione ritmica viene a dare manforte rendendo il tutto più roccioso e forte. Non passa troppo tempo però, ed ecco che la batteria ricomincia con il suo incedere marziale e l'atmosfera si fa nuovamente rarefatta e malinconica, con la 6-corde che ritorna a tessere una melodia triste molto efficace su cui poi si inserisce, ricalcandola, la voce del cantante. Picchianti ci accompagna proprio seguendo quella bella melodia, cantando ossessivamente (non a caso) ma delicatamente lo stesso verso fino alla fine del lungo brano e di tutto l'album: "In my head, obsession is my pain/ in my head obsession is my pain/ in my head obsession is my pain..." L'ossessione è ancora lì, non sono bastati i momenti di riscossa per mandarla via, ormai è un tutt'uno con la vittima. Se all'inizio del brano veniva definita come un dolore piacevole, ora, alla fine dei quasi 7 minuti, è diventata soltanto un dolore e nient'altro. Il tempo non sempre aiuta, anzi, a volte peggiora soltanto le situazioni.

Conclusioni

Ciò che non peggiora è la qualità dell'album, dall'inizio alla fine. L'ascolto complessivo risulta infatti molto scorrevole e senza battute d'arresto troppo evidenti, anzi: a dirla tutta non ci sono vere e proprie battute d'arresto, tutte le canzoni sono almeno buone, non c'è un brano veramente malriuscito. Inoltre, "Are YouAlive?" risulta un album compatto ma al contempo molto dinamico e soprattutto vario: la proposta musicale è tenuta in vita grazie a delle canzoni tutte, o quasi, diverse tra loro, non c'è un brano identico ad un altro. Magari lo stile e la struttura sono simili, come è normale che sia, ma non veniamo colpiti da quella sensazione di già sentito, la quale potrebbe dunque rendere il platter noioso o dimenticabile. Ogni canzone è quindi un episodio a sé con una propria anima; va aggiunta poi la capacità della band di mantenere intatte alcune coordinate stilistiche e portanti senza snaturare il proprio sound con lo scorrere dell'album. Quindi, anche proponendo canzoni diverse tra loro, i cinque toscani restano saldamente con i piedi per terra aggrappati a certe soluzioni che vanno dunque a creare il loro stile, a definirlo, a renderlo facilmente percepibile. C'è equilibrio, insomma: la varietà non è confusionaria e neanche caleidoscopica proprio perché dietro al tutto vi è una band capace, sicura dei propri mezzi, in grado di non farsi sfuggire il giusto sentiero da seguire, sempre stando attentissima a non indirizzare la propria creatura verso soluzioni casuali che renderebbero l'ascolto troppo caotico e frammentario. Una band che, nello stesso tempo, è in grado anche di non fossilizzarsi troppo su una formula funzionante ripetendola all'infinito. Ad assurgere ad ulteriore collante del tutto vi è in ultima battuta quel concept citato dalla band stessa; anche se, a dire il vero, "Are You Alive?" non risente troppo di questa formula: potrebbe infatti trattarsi benissimo di un album normale senza un tema comune, non sentiremmo assolutamente la differenza, visto che non tutte le canzoni seguono il filo d'Arianna presentato in introduzione; come abbiamo visto, alcune di esse sono molto intimiste e personali, lontane dai problemi del mondo. Ogni tanto, a mio parere, ci si affretta e sbilancia un po' nell'usare la definizione di concept album. È anche vero poi che la sostanziale e generale varietà / compattezza rischia di venire a mancare: proprio per tornare alla varietà delle tracce, le tre ballate risultano molto simili tra loro, soprattutto per quanto riguarda la strofa prima del ritornello, il ritornello stesso e come le due frazioni si leghino tra loro; in tutti e tre gli episodi viene proposto lo stesso canovaccio in cui da strofe calme e rilassate si passa, tramite un climax, ad un ritornello più roccioso arricchito dal rientro in gioco dei riff e di vocals alte, distese e vibranti. Per fortuna, le altre componenti di queste ballate riescono ad essere abbastanza originali. Forse qualche episodio viene diluito un po' troppo spezzando così un per un momento la tensione, come il rallentamento e la ripresa del riff iniziale in "Gates of Death"... ma in generale la qualità dell'album è tenuta in alto da una manciata di pezzi davvero ottimi (come "Frozen Here", "Warstorm", "End of Days" ed "Obsession"), i quali non possono che far contenti i fan di un certo tipo di Metal classico. Una manciata di pezzi che, senza comunque togliere niente alle altre buone e buonissimealtre tracce, può tranquillamente inserirsi in un contesto internazionale decisamente più ampio di uno soltanto italiano. La capacità degli Athrox sta nel saper coniugare sonorità classiche tipiche degli '80's (sia americane sia britanniche) con sonorità più pulite e diciamo moderne senza quindi suonare come dei cloni o degli imitatori delle stelle del passato. Non la solita band di revival insomma, grazie anche a questa piccola iniezione di modernità. Come già detto, qua e là emergono richiami alle band classiche, ma ciò non impedisce all'album di scorrere, visto che sono soltanto dei richiami, abbastanza naturali quando si ha a che fare con questo genere. La produzione risulta inoltre molto buona, in quanto tutto suona pulito e anche abbastanza moderno, ma per fortuna non suona piatto e "plasticoso" come alcune produzioni recenti ci hanno abituato. Anzi, è un piacere sentire finalmente una batteria che suona effettivamente come una batteria e non come una macchina, così come fa piacere sentire per bene dei riff di chitarra senza che vengano impastati e sincronizzati alla perfezione proprio con la batteria. In poche parole, fa piacere sentire una produzione genuina che non ha paura di tenere un occhio rivolto al passato (anche se purtroppo, e come sempre potremmo dire, il basso è un po' messo in ombra... ma Capitani fa sicuramente il suo buon lavoro e dà profondità al tutto pur senza emergere troppo). Il debutto degli Athrox è davvero un buonissimo lavoro che ha ricevuto già più di qualche attenzione e critiche positive, permettendo anche alla band di affiancare nientemeno che Ross The Boss (lo storico ex-chitarrista dei Manowar) durante il suo tour sul suolo italico. I cinque giovani hanno quindi tutte le carte per migliorarsi ancora, levigare alcuni piccoli difetti e sfornare altri album che, a questo punto, attendo con una certa curiosità.

1) Losing Your Gods
2) Frozen Here
3) Warstorm
4) Gates of Death
5) Remember The Loneliness
6) Pretend You
7) My Downfall
8) Waiting for the Eden
9) End Of Days
10) Are You Alive?
11) Obsession