ATHLANTIS

Metalmorphosis

2017 - Diamonds Prod.

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
07/01/2018
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Bentrovati, metalheads! Il disco di cui mi accingo a parlare oggi è l'ultimo degli Athlantis, un gruppo che per molti non avrà affatto bisogno di presentazioni. Certo che definire il loro nuovo parto discografico come "ultimo" (ben inteso, sino a questo momento) è un tantinello azzardato, considerando che in realtà questo Metalmorphosis (Diamonds Prod., 2017) sarebbe il loro secondo disco (i nostri, escludendo questo, ne avrebbero realizzati tre, ossia Athlantis, M.V.N.D. e Chapter IV, il cui titolo già lascia presagire un "buco", una falla, considerando che essendo i precedenti dischi due, questo si sarebbe dovuto intitolare Chapter III). Il disco comunque non fu stampato all'epoca per vari motivi, e solo ora viene recuperato e riassestato con una line up differente, capace di dare il giusto lustro ad un disco le cui idee in nuce aspettavano solo di essere scolpite nella maniera adeguata. Lodevole l'idea di ripescare un disco "unreleased", cosa che immagino fosse da tempo in cantiere, e se a farlo è un gruppo di autentici professionisti, si può facilmente intuire come l'operazione possa risultare scevra da grandi pecche. Già, perché di professionisti parliamo, autentici maestri del settore e tutti appartenenti a realtà consolidate del metallo italico: al basso e alle tastiere troviamo infatti Steve Vawamas (Bellathrix, Mastercastle, tra gli altri progetti), Alessandro Bissa alla batteria (A Perfect Day, Ex-Labyrinth, ex-Vision Divine), Tommy Talamanca alla chitarra (Sadist, Morgana) e la bellissima voce di Alessio Calandriello (già con i Lucid Dream). Quindi lo avrete capito, non è di un branco di novizi che sto parlando, ma di imprescindibili pilastri del metal italiano, gente che ha avuto modo di rodare le proprie capacità con anni e anni di duro lavoro. Un gruppo di Maestri (la maiuscola è d'obbligo) che ritorna, a distanza di pochi mesi dall'ultimo - molto buono, tra l'altro - Chapter IV (pubblicato anch'esso nel 2017) con una nuova stilettata power/heavy (più power che heavy) destinata a fare la gioia innanzitutto dei fans, e conseguentemente anche di una certa frangia di amanti dei generi in questione (il disco, essendo più orientato verso il power, accontenterà di certo in maggiore misura gli amanti di questo genere). Ho già specificato nella recensione immediatamente precedente a questa - riguardo all'ultimo album dei Ruxt, band legata agli Athlantis per motivi già specificati - come generalmente preferisco seguire un preciso schema nelle mie recensioni, impostandole canonicamente su una prima parte in cui offro un'infarinatura generale del disco, la solita track by track e quindi, solo alla fine, le considerazioni generali in cui esprimo evidenti giudizi sul disco recensito. Ma anche questa volta ho deciso di venir meno a uno schema tutto sommato noioso per lasciare qualche considerazione sul disco sin da queste prime battute. Questo nuovo parto discografico è senza alcun dubbio ben congegnato, e presenta un lavoro eccelso di ogni singolo membro della band. La voce di Calandriello è a dir poco sublime. Ma non solo... tutto, dalla chitarre (Talamanca è sempre un mostro sacro) al lavoro di basso, alle tastiere (ambedue gestite dal grande Steve Wavamas) è impeccabile. Alcune tracce funzionano veramente (carine le prime due, perfetta Wasted Love, un autentico colpo di genio la rivisitazione di Tragedy dei Bee Gees) anche se, sovente, qua e là si riscontrano piccoli cali di "mordente". Nello specifico: per quanto i vari brani che si susseguono siano tutti buoni, di buona fattura e indubbiamente ben cantati, alcuni pezzi, nello svolgimento, rischiano di catalizzare poco l'attenzione dell'ascoltatore. Non è così per i primi, ma già con Nightmare, la quarta traccia (nella quale vi è anche un interessante duetto tra la voce cristallina del singer e quella cavernosa di Trevor dei Sadist) si lascia avvertire un piccolo calo di "presa" nei confronti del possibile fruitore. Per carità, brani come questo risultano comunque interessanti, ma nel caso specifico una maggiore linearità avrebbe giovato e non poco alla bellezza del suddetto; l'inizio calmo in cui si avvicendano le voce di Trevor e Calandriello è buono, ma già al secondo minuto abbiamo un'accelerazione un pizzico forzata. La ripetizione del main motive (sentito nei primi secondi) quasi al terzo minuto servirebbe a creare un filo conduttore in un brano dalle diverse sfaccettature, ma quello che rimane è solo un compendio di idee che potevano essere sfruttate decisamente meglio. Molto pompata e più"classica" nell'impostazione la quinta Devil's Temptation, frenata a tratti da un eccesso di frangenti rilassati tranquillamente dispensabili. Momenti che servono a tirare il fiato e possibilmente dare più atmosfera al tutto: ma si può ottenere ugualmente un buon prodotto (dotato di atmosfera e grinta al contempo) senza lesinare in velocità e potenza per tutto l'arco del brano. Molto bella la seguente Angel Of Desire, una ballad fatta a regola d'arte, equilibrata, struggente e capace di catturare in maniera immediata l'ascoltatore. Considerando che la vera track by track verrà fatta da qui a breve, l'ultima considerazione è per quello che reputo un brano davvero vincente: parlo della cover di Tragedy, dei Bee Gees, pezzo strepitoso che aggiunge ampie dosi di testosterone al celebre brano dei fratelli australiani. Questa nuova, ottima versione è cantata per l'occasione da un altro mostro sacro del metal tricolore, ossia Roberto Tiranti dei Labyrinth. Detto questo, prima di passare alla consueta track by track direi di dare un'occhiata alla bio dei nostri, presa dalla loro pagina ufficiale di facebook: "Gli Athlantis sono una band capitanata dal bassista Steve Vawamas (Mastercastle, Ruxt, Bellathrix, ex Shadows of steel). Il gruppo nasce nel 2003 ed entra nel mercato del power metal con il primo disco omonimo con artisti del calibro di Roberto Tiranti(Labyrinth) Pier Gonella (Mastercastle, Necrodeth, Vanexa). L'album in questione viene pubblicato dall'Underground Symphony. Con il passare degli anni entrano a far parte di questo progetto Tommmy Talamanca e Trevor (ambedue dei Sadist) Alessandro Bissa (Labyrinth, Visione Divine) e registrano un secondo album chiamato Metalmorphosis esattamente nel 2008... un album che per strane coincidenze non viene pubblicato ma rimane li con la voglia di essere ascoltato. Nel 2012 Steve raduna nel suo nuovo progetto Pier Gonella e Giorgia Gueglio (Mastercastle), Francesco Ciapica, Enrico Sidoti Alessio Calandriello (Lucid Dream) dando alla luce un nuovo album dal titolo M.W.N.D. discostandosi dal solito power metal ma piu heavy metal/hard rock... questa volta pubblicato dalla casa tedesca Ice Warrior Record. Recentemente Steve registra il quarto album intitolato CHAPTER IV registrato presso i Musicart studio di Rapallo di Pier Gonella... questa volta tra le file troviamo alla batteria Francesco La Rosa (Extrema), Gianfranco Puggioni e Pier Gonella alle chitarre, Alessio Calandiello alla voce... ospiti di eccezione Roberto Tiranti, Dave (Drakkar), Francesco Ciapica... questa volta l'album viene pubblicato dalla Diamonds Prod con uscita prevista marzo 2017. Pochi mesi dopo viene pubblicato Metalmorphosis, quello che avrebbe dovuto essere il secondo disco della band: una nuova line up e un sound al passo con i tempi conferiscono il giusto smalto ad un prodotto che aspettava da tempo di essere pubblicato. Un disco che non mancherà di appassionare tutti i fan degli Athlantis". Bene, passerei dunque alla consueta track by track.

Delian's Fool

Si inizia molto bene con la prima traccia, "Delian's Fool" (La Follia di Delio), brano power dall'incedere vagamente "epico" (nell'accezione meno inquadrata del termine), forte di ritmiche possenti ma non esageratamente veloci. Una canzone che a livello testuale tratta della delusione di vivere una vita vuota in una terra priva d'opportunità, rappresentando dunque anche un pezzo sull'attualità del nostro paese. Il male di vivere e il tempo che scorre inesorabile, peggiorando le cose, delineano questo testo abbastanza semplice e diretto. Il titolo sembrerebbe un riferimento all'isola di Delo, nota per la storica alleanza Delio-Attica, ma in realtà Delian potrebbe essere il nome del protagonista di quello che si andrà configurando come una sorta di concept. Delian è anche il nome di un pezzo del primo album omonimo degli Athlantis. A conti fatti il brano è incentrato su vari pensieri del protagonista/voce narrante, il cui fulcro è una riflessione sul proprio disagio di vivere in una terra tanto desolata quanto arida di aspettative, un malessere che coinvolge anche la sua percezione di un tempo destinato a correre inesorabile mentre lui aspetta la sua fine ("Il tempo scorre/ Nulla torna indietro/ Aspetterò la mia fine/ Non trovo ragione per vivere/ Sto vivendo in una terra di idioti/ Le mie ali sono spezzate/ Sto vivendo in uno stato di malattia..."). Sul piano musicale il brano parte già benissimo attraverso un'introduzione mesta ed evocativa che in breve introduce un pregevole, evocativo intarsio di chitarra, destinato comunque a durare poco e a cedere subito il passo a malinconiche note di piano. Queste sembrano fungere da sipario per l'entrata in scena della voce in modalità recitata, con una sorta di breve, poetico monologo (circa la metà del medesimo che è possibile leggere all'interno del booklet. Il monologo/poesia, per inciso, è ad opera di Stefano Galleano, a cui non risparmio i miei complimenti): "La luce di cui nutrivo la mia speranza si spense/ e avvolto nelle sue ali/ l'Angelo nero mi strappò dal mio piccolo cosmo/ Volai tra i vari strati della mia coscienza/ Navigai tra i cieli oscuri del mio inconscio/ E infine naufragai su di una nuvola incontaminata...".  La fine del monologo coincide con un andamento più muscolare del brano, il quale, grazie a ritmiche sicuramente meno trasognate e più potenti, e aiutato in tal senso dalla voce stentorea di Calandriello, si assesta su modalità espressive particolarmente epiche. I nostri non puntano assolutamente sulla velocità, almeno in questa prima parte, che sembra mantenersi in toto verso coordinate più evocative che "energiche". Per arrivare a frangenti maggiormente cinetici bisogna attendere il refrain verso il minuto e quaranta - introdotto da un bridge che sapientemente inizia a pompare energia nella struttura grazie soprattutto ad un uso più grintoso della batteria - che oltre a mantenere un flavour elegantemente irrorato di epos, incrementa la propria velocità inserendosi in un mood tipicamente power. Verso i due minuti e dieci, terminato il refrain, si ritorna a ritmiche più compatte e meno veloci, in cui si rende protagonista un lavoro al drum kit capace di rendere questi passaggi assai possenti. Ancora un bridge che ci porta ad una nuova ripetizione del refrain, quindi una nuova parte pacata screziata da note di piano. In questo frangente strumentale languido e trasognato emerge ben presto un ottimo solo di chitarra pregno di grinta ed "evocatività", rafforzato da un energico lavoro alla batteria. Un nuovo frangente pacato, stavolta screziato dalla voce soffusa del singer, funge da preludio ad un'ultima parte potente ed epica, in cui Calandriello svetta potente dando prova di grande espressività.

Battle Of Mind

Si continua egregiamente con l'interessantissima "Battle of Mind" (La Battaglia Della Mente), che stavolta propone, a livello testuale, un brano incentrato sugli sconvolgimenti interiori del protagonista/voce narrante sulle battaglie che questi sembra combattere nel profondo del suo io, a livello subconscio ("C'è una guerra nella mia mente/ Sono un soldato senz'armi/ Provo a vincere questa battaglia ma è dura/ Perché il nemico è il mio cervello/ Ho pensato la paura può uccidermi/ Non ho ragione per vivere/ L'oscurità mi circonda/ E le paure diventano realtà/ Battaglia della mente/ Battaglia dell'anima..."). Quindi una canzone, come abbiamo visto, del "protagonista contro se stesso". Chiaramente è legata fortemente alla traccia d'apertura, viste anche le similitudini di determinate espressioni e stati d'animo, come lo sconforto e l'inutilità nel proseguire con "questa vita". Se vogliamo, è anche un brano in cui chiunque può ritrovare se stesso nei momenti della vita più negativi. Infatti, si presuppone un retrogusto vagamente positivo: il voler continuare questa battaglia e il fatto di agognare una "luce" che, nonostante tutto, non si sa bene se sia destinata a svelarsi ("Sto combattendo le mie paure da solo/ Arriverà la luce su di me?/ Vivrò per sempre?"). Arrivando alla parte musicale, il brano inizia con un bel riffone heavy decisamente granitico e che non sfigurerebbe in un pezzo, ad esempio, dei Judas Priest. La ferocia iniziale viene comunque parzialmente smentita già dal ventesimo secondo, in cui un arzigogolo più cristallino si impone con forza riportandoci prepotentemente verso lidi power. Intorno al trentacinquesimo secondo, terminati i preamboli, il pezzo si assesta su ritmiche relativamente veloci: la voce di Calandriello è sempre eccelsa, e gli strumenti concorrono a gettare le basi per una texture solida e diretta. Dieci secondi dopo un'ulteriore accelerazione porta il brano ad un notevole incremento dinamico. Da qui abbiamo un "sali-scendi" delle ritmiche, le quali incrementano e rallentano di velocità mantenendo comunque il brano nell'ambito dell'up tempo. È un power di una certa raffinatezza, quello che si sente in questi frangenti e che caratterizza il lavoro dei nostri: ben lontani dall'approccio "ruspante" di molto power teutonico (non tutto, è chiaro: ben sappiamo che gruppi come gli Helloween non si possono fregiare di tale terminologia) il lavoro dei nostri può ricordare un prodotto a metà strada tra certo power finnico e - come da logica - un certo mood proprio di alcuni blasonati gruppi italici. A un minuto e venti un'autentica impennata di voce e strumenti per un refrain davvero potente e catchy, seguito nuovamente dall'intreccio strumentale già udito al ventesimo secondo, che ci riporta sulla main structure, cangiante (ancora velocità medie e alte che si alternano) e grintosa. Quindi una nuova ripetizione del refrain, in cui i nostri partono in quarta con il motore letteralmente infuocato. Il riffone iniziale fa di nuovo capolino verso i tre minuti, reiterato diverse volte prima di un egregio solo guitar, veloce ed accattivante, screziato ad un certo punto da effetti sintetizzati ben calati nel contesto. A quattro minuti e venti ancora una ripetizione del refrain, cantato a squarciagola ad infiammare ancor più la carica belluina generatasi. Finale affidato ad un'ultima ripetizione dell'arzigogolo strumentale già udito nella parte introduttiva.

Wasted Love

Il proseguo è affidato a "Wasted Love" (Amore Sprecato), a modesto parere di chi scrive uno dei brani migliori del lotto. Testualmente ci troviamo di fronte ad un brano che parla di un amore perduto che suscita nella mente del protagonista un senso di abbandono e totale sconforto. Il protagonista sembra rimpiangere profondamente i giorni passati con questa persona, confessando che senza di lei non vi è più dolcezza né amore ("Nessuna dolcezza, niente più amore/ Stai bruciando dentro la mia mente/ Indossando le tue ali dorate/ Sento il potere del mio desiderio / Amore sprecato mi lasci da solo/ Avendomi tu dato/ L'unico senso/ A questa vita vuota..."). Il quadro, dunque, delinea sempre più chiaramente un individuo apatico e depresso. Il protagonista, come abbiamo visto, vive proprio a causa della sua intima oscurità l'allontanamento dell'amata , persona alla quale tuttavia è richiesto, o supplicato, aiuto per ritrovare se stesso, la "luce". Musicalmente il brano è introdotto ancora una volta da un riff possente e di reminiscenza "heavy", che presto si diluisce in un tappeto strumentale particolarmente veloce di chiara fattura power (e dai possibili richiami finnici). Ancora un riffone granitico, a spezzare la parte veloce precedentemente abbozzata, quindi si torna in seno a ritmi veloci, stavolta destinati ad aprire la strada al vocalist. Questo parte con una voce meno squillante (definirla "bassa" comunque non sarebbe corretto) usando un tono più "macho" che sembra rafforzare il senso di epos contenuto tra le righe di un brano che nell'effettivo si nutrirebbe esclusivamente di linfa power. La velocità regna sovrana, i ritmi si susseguono veloci e si arriva ad una mezza tregua solo nel bridge, rallentato ed "epico". Nel refrain si ricomincia a correre, ma la velocità non è fine a se stessa, capace com'è di colpire tramite una melodia destinata a non fare sconti. Il brano prosegue così lineare concedendo poche tregue (sempre in prossimità del bridge). Degno di nota il dinamico solo guitar piazzato verso i due minuti e mezzo, capace di irrorare di maggiore bellezza e personalità un pezzo che senza troppe esitazioni posso ritenere come uno dei migliori dell'album. Un brano che usa la velocità come mezzo ma di cui non ne risulta schiavo, in cui la componente dinamica non è fatta per mostrare i muscoli (almeno non solo), ma per creare affascinanti melodie capaci di stamparsi sin da subito nella corteccia cerebrale dell'ascoltatore.

Nightmare

Il pezzo successivo, "Nightmare" (Incubo), sembra ricollegarsi testualmente a doppio filo con quanto sentito in precedenza: il testo infatti esplora ancora una volta il lato interiore del protagonista, che stavolta sembra doversi scontrare con il proprio lato oscuro (vi sono in tal senso reminiscenze del testo del secondo brano, "Battle Of Mind", che propone ugualmente una lotta del protagonista con la sua parte più intima e sopita). Qui il protagonista, Delian, fa i conti col male che vive dentro di sé, che egli chiama "incubo". Il pezzo appare come un botta e risposta tra due voci, ovvero tra Delian e il suo male interiore, il suo incubo personale di cui tuttavia egli vorrebbe liberarsi ("Incubo: Sono il tuo incubo/ Ti conduco verso stanze infernali/ Dove vive il male/ E il diavolo diventa reale/ Delian: Per favore lasciami ora/ Lasciami trovare la pace nella mia mente/ Lasciami trovare una ragione per vivere/ E non di desiderare la mia morte"). L'angelo invocato verso la fine potrebbe essere una persona, come l'amata della canzone precedente, oppure una più astratta forza di volontà. Molto azzeccato, in questo senso, se non altro a livello concettuale, il botta e risposta condotto da Calandriello (la voce del protagonista) e Trevor (il suo lato oscuro, l'Incubo). Musicalmente, sin dalle prime battute si evince un sound di matrice power, in cui al riffing introduttivo si addiziona un ricamo alle tastiere che ricorda abbastanza un certo mood finnico. In breve veniamo introdotti alla voce da orco di Trevor, ferale e idrofobica come richiesto dalla parte interpretata (il lato oscuro del protagonista). I ricami iniziali presto confluiscono in un tessuto quadrato e roccioso che comunque non incrociano la strada dell'heavy, rimanendo saldamente ancorati in territori power (merito, al solito, del potere evocativo degli intarsi di tastiera, capaci di stemperare la durezza in momenti atmosferici). Il subentrare della voce di Calandriello coincide con un frangente più morbido e delicato, che si smarca - almeno momentaneamente - dalla ridondanza del precedente passaggio power, allentando i toni quel tanto che basta per conferire a questa parte un tono più raffinato. Il ritorno della voce di Trevor segna il ritorno ad un passaggio più "duro", ma nell'arco di poco si passa nuovamente alla voce serafica di Calandriello e a una texture ancora una volta soffusa. Insomma, lo avrete capito, vi è una sorta di botta e risposta tra le due voci, ognuna sorretta da un'atmosfera particolare, adeguata al momento. Superata la soglia dei due minuti veniamo catapultati verso un'accelerazione "precipitosa". Purtroppo non si arriva a questo punto "per gradi", attraverso un crescendo espressivo/umorale (i brani in crescendo, bene o male, hanno sempre funzionato nella storia del rock: da Free Bird a Stairway To Heaven, e nulla in quei casi sa di "piazzato per caso") e il risultato, ahimè, funziona solo in parte. Si possono comunque spendere note positive: in primis sul'orecchiabilità di questo passaggio, invero parecchio catchy, e in secondo luogo su di un'estensione del botta e risposta tra i due singer (un continuo confronto tra la parte negativa e positiva), ed è un piacere, dato che si offre una certa continuity con il resto del brano (a parere di chi scrive è apprezzabile più una scelta del genere rispetto ad un frangente di questo tipo interpretato solo da Calandriello). Purtroppo questo passaggio è destinato a durare non molto, dato che al terzo minuto la tensione si allenta nuovamente stemperandosi in un altro frangente più "morbido", introdotto dall'intarsio strumentale già offerto nelle prime battute. Ancora un passaggio differente, stavolta più atmosferico (ben gestito dalla tastiera) fa capolino una decina di secondi dopo, portandoci ad un ennesimo stravolgimento ritmico/umorale, che comunque si amalgama bene con tutta la prima parte del brano. Un passaggio che non può riportarci alla mente ancora certo power finlandese (si vedano ad esempio gli Stratovarius: nella loro Season Of Change, brano tratto da Episode, basti ascoltare il passaggio dai 4 minuti e 16 per rendersi conto di certe analogie. Solamente che qui si rispetta un crescendo perfetto che porta verso una parte finale magistrale, assolutamente emotiva). Il suddetto passaggio ci riporta ad una parte quadrata e dal flavour vagamente epico - stavolta gestito dalla voce di Calandriello - che sconfina presto in una nuova accelerazione, stavolta piazzata in maniera più oculata. Questa si caratterizza per un solo guitar davvero notevole, che pur spingendo parecchio sull'acceleratore non lesina affatto un certo feeling. Quasi ai quattro minuti ricompare la voce straziata di Trevor, accompagnando un frangente ancora una volta quadrato e marziale, che in breve lascia spazio ad un'ulteriore accelerazione. Brano altalenante, pur con molti pregi, sicuramente ha la sua raison d'etre. Ma certe volte la sensazione di trovarsi di fronte ad un collage di idee - ottime, per carità - viene alla mente.

Devil's Temptation

Il quinto brano, "Devil's Temptation" (La Tentazione Del Diavolo) offre, grazie ad un titolo-guida (si parla del Diavolo, magari in una maniera simbolica o comunque del concetto di Male), un incipit su quanto ci aspetta nel testo del suddetto pezzo, e offre a suo modo un binario da seguire affrontando tale parte testuale che, altrimenti, si sarebbe prestata alle più varie interpretazioni. Non che quanto viene offerto sia di una chiarezza sibillina, ma basti sapere che tutto ruota attorno alle elucubrazioni del protagonista, il quale rivolge il proprio pensiero ad una figura che in qualche maniera dovrebbe incarnare il senso del Male. E non vi è paura, sgomento, non vi è alcun genere di sentimento avverso, anzi, il protagonista sembra invidiare tale elemento ("Vedo la luce nei tuoi occhi/ È il paradiso per me averti dentro/ Sentire il tuo fuoco andare nella mia vita/ Sentire il mio cuore piangere/ Voglio volare via/ Voglio vivere la vita/ Sentirti attraverso i miei sensi/ Voglio vedere la luce/ Ma non è quella che sta brillando nei tuoi occhi"). Da notare che l'utilizzo del termine "luce", associato a tale figura, potrebbe rimandare più a Lucifero che a Satana ("Il termine significa letteralmente "Portatore di luce", in quanto tale denominazione deriva dall'equivalente latino lucifer, composto di lux [luce] e ferre [portare], sul modello del corrispondente greco phosphoros [phos=luce, pherein=portare], e in ambito sia pagano che astrologico esso indica la cosiddetta "stella del mattino", cioè il pianeta Venere che, mostrandosi all'aurora, è anche identificato con questo nome. Nella corrispondenza tra divinità greche e romane l'apparizione mattutina del pianeta Venere era personificata dalla figura mitologica del dio greco Phosphoros e del dio latino Lucifer. Analogamente, in Egitto Tioumoutiri era la Venere mattutina. Nell'antico Vicino Oriente, inoltre, la "stella del mattino" coincideva con Ishtar per i Babilonesi, Astarte per i Fenici e Inanna per i Sumeri." da Wikipedia). Come asserito, comunque, il soggetto di questa canzone rimane abbastanza vago (quanto offerto è comunque, a prescindere dall'incipit offerto dal titolo, un'interpretazione). L'unica cosa certa è l'ambiguità della sua natura, rimarcata dal ribaltamento delle strofe finali, le quali fanno il verso a quelle iniziali trasformando espressioni positive in negative. Non a caso, il Diavolo (se nell'effettivo è vero che si parla dell'Antagonista) è un essere ambiguo e così le sue tentazioni, tentazioni che forse rappresentano quell'elemento che mantiene il nostro protagonista lontano dalla luce, intrappolato nei meandri del suo incubo personale. Musicalmente ritorniamo su versanti più lineari, dopo la particolare sperimentazione del brano precedente. Un brano che inizia su toni quadrati e irrorati di epos, per scivolare subito su frangenti veloci e particolarmente accattivanti. Qui si corre parecchio, si usano i muscoli ma sempre mediati dal feeling che i nostri sanno donare ai propri pezzi. Un pezzo che parte benissimo grazie ad una carica unica, e che nel giro di un minuto abbondante prende pieghe più rilassate stemperando la propria carica adrenalinica in frangenti più "soffici" ed elegiaci. Salvo intramezzi più "soft", comunque, vi è parecchia grinta in questo brano, che data la sua linearità di fondo, la sua essenza più "catchy" e l'ottimo lavoro fatto da ogni singolo componente, risulta sicuramente di pregevolissima fattura.

Angel Of Desire

Con il sesto brano, "Angel Of Desire" (Angelo Del Desiderio), passiamo direttamente dall'angelo delle Tenebre (quello del brano precedente) all'angelo del desiderio. Un brano questo che parla di come le paure, le ansie del protagonista, siano stemperate da una figura simbolica, un "angelo" che gli offre il suo potere salvifico giungendo nella sua vita "come un miracolo". C'è un bisogno di stare a suo contatto, di indossare "le sue ali", unico modo per il protagonista di sentirsi salvo, di poter vedere "la luce"("Oh angelo del desiderio/ Ho bisogno di trovarti/ Non c'è altro modo/ per me di sopravvivere/ Sentirti dentro di me/ Indossare le tue ali argentee/ Ora noi possiamo vedere la luce/ Insieme fianco a fianco"). Abbiamo già visto come questo "angelo del desiderio" si contrapponga, sin dal titolo, al soggetto del brano precedente, che tratta del lato oscuro dell'essere. Questo "angelo" potrebbe in realtà essere l'altra faccia della stessa medaglia, quell'ambigua tentazione, appunto, di cui parlava la canzone precedente. Forse vi sono malcelati riferimenti alla droga, ma è possibile che si tratti semplicemente di una figura (inutile spendere elucubrazioni considerando che i dati a nostra disposizione sono scarni) a cui aggrapparsi in un momento di totale buio. Arrivando alla componente musicale, stavolta  nostri ci deliziano con una ballad che, senza girarci troppo intorno, risulta davvero ben fatta: egregia nel trasmettere emozioni, ben studiata, con la voce di Calandriello che si dimostra ancora una volta estremamente espressiva. L'inizio è atmosferico, studiato su un ricamo soffice capace di trasmettere umbratili sensazioni di malinconia e forse sconforto. Un giro di chitarra molto mesto fa da contrappunto alla malinconica texture, alimentandone il pathos. La voce si inserisce dal minuto, ed è davvero sofferta, adagiata perfettamente nell'atmosfera drammatica pennellata dagli strumenti. Ho già speso parole giusto un attimo fa per cantare ancora una volta le lodi di Calandriello, e mi sento in dovere di farlo nuovamente: il singer con questa ulteriore prova dimostra di saper usare la sua voce in maniera molto duttile, stentorea nei momenti più tirati ma anche ricca di dramma quando serve. Il brano prosegue così, ricco di mestizia, scivolando delicatamente verso il refrain, in cui un prisma di sentimenti si sovrappone accavallandosi, riscaldando il cuore di ogni rocker/metalhead che si rispetti. Un ritornello arioso, gestito meravigliosamente dal vocalist e ben strutturato dalla parte strumentale. Dopo una nuova parte composta classicamente su strofa/bridge/refrain, abbiamo un solo guitar da spezzare i cuori, bello sino all'inverosimile e che ci aspetteremo da un qualche maestro storico del genere. Una nuova ripetizione del refrain - che vorremmo risentire altre mille volte - ci porta verso la conclusione di un brano che non esiterei neanche un istante a mettere tra i capolavori del disco.

No Fear To Die

Il settimo brano, "No Fear To Die" (Nessuna Paura Di Morire), chiude apparentemente un cerchio, o comunque arriva ad un punto fondamentale in un album che pur non essendo un concept, offre un ristretto numero di tematiche attorno a cui tutto sembra ruotare: l'essenza fatta di depressione e auto-annientamento che permea la poetica dell'album fin dall'inizio arriva qui al suo apice, delineando un'idea della morte figlia dell'apatia, che non fa paura in quanto percepita come liberazione e riposo, se non addirittura come necessità spirituale. Alcuni termini presentano una sottile ambiguità: il già citato "device", per esempio ("Sono pronto per morire/ Andrò adesso/ Nella terra del mio device"), e il termine "fool", che qui è possibile tradurre come "follia", ma che in effetti ha un senso ben più sfumato che spazia da idiozia a demenza, e può indicare anche uno stato mentale confuso o semplicemente diverso dagli altri, isolato dal resto della collettività. Ma "fool", termine già usato in precedenza, indica proprio il "male interiore" del nostro protagonista, il suo disagio interiore. Quindi ancora una volta il concetto di disagio risulta essere un punto focale, unito a quella sorta di "lotta interiore" che già ha fatto ampiamente capolino in altri brani e che stavolta si può concludere solo con l'auto-annichilimento. Musicalmente il brano sembra riappropriarsi di certe coordinate già sentite precedentemente ("Devil's Temptation) alternando bei momenti veloci a parti più tranquille. Anche qui i rallentamenti, pur donando un surplus di pathos, sembrano in qualche modo frenare il brano. L'inizio è affidato ancora una volta a un bel riffone energico che immediatamente ci fa scivolare verso una texture veloce e catchy. Una prima "frenata" viene determinata da un piccolo frangente dominato dalla tastiera, e sino a qui va benissimo, considerando che siamo ancora nella parte introduttiva, e il pezzo sembra prendere lentamente forma come una scultura. Con l'approssimarsi del minuto il brano si delinea subendo una bella impennata ritmica e portandoci a ritmi iper-cinetici da pura estasi dei sensi, ma già venti secondi dopo i toni si ammorbidiscono in una decelerazione subodorante un certo pathos, sorretta da un minuto lavoro al piano e un essenziale lavoro alla batteria. Il pezzo lentamente riprende quota grazie ad un bel riff che si viene ad addizionare di lì a poco, e alla voce che acquista lentamente grinta. A meno di due minuti si ritorna a marciare su ritmi più veloci, che ci portano, oltrepassati i due minuti e venti, ad un bel riffone granitico e quindi a un veloce solo guitar, articolato molto bene e di gran presa. Successivamente abbiamo un ulteriore decelerazione, la quale, come in precedenza, gradualmente confluisce in un nuovo frangente iper-dinamico. Anche qui abbiamo un pezzo pregevole, che non lascia gridare al miracolo ma si lascia ascoltare con piacere. A parere di chi scrive anche senza le varie decelerazioni - interessanti ma non indispensabili - si sarebbe ottenuto un buon pezzo, con il vantaggio di non spezzare per un attimo la tensione.

Resurrection

L'ottavo brano "Resurrection" (Resurrezione) rappresenta teoricamente il penultimo brano della scaletta, ma è possibile definirlo concettualmente come l'ultimo, considerando che il brano finale è la cover dei Bee Gees già accennata nell'introduzione. E infatti è qui che il cerchio si chiude nella maniera effettiva, con una sorta di "resurrezione" che segue la morte, l'auto-annientamento del brano precedente. La band trasporta nella sua poetica personale e - probabilmente - almeno in parte autobiografica, un concetto assai frequente nella contemporanea poetica del panorama metal: il concetto di morte, sviscerato in "No Fear To Die" e inteso come atto metaforico, propedeutico ad un altrettanto metaforica rinascita. L'unica cosa che rimane vaga è se la liberazione dal male, dal "fool" che aleggiava per tutto l'album, sia da intendersi in maniera positiva e salvifica, o piuttosto come un epilogo mortuario e annichilente, e in quanto tale "liberatorio". Musicalmente parlando siamo accolti sin dalle prime battute da un evocativo lavoro al piano, che prelude alla seconda parte della poesia di Galleano (la prima parte l'abbiamo sentita all'inizio del primo brano, ricordate? E questo inserimento conferma che è qui, e non nella cover finale - pur sulla stessa lunghezza d'onda tematica del disco - che si chiude veramente il nostro cerchio ideale) che recita: "Un nuovo giorno accolse il mio risveglio, In un'alba color cremisi aprii gli occhi, Il chiaror della luna fu una piccola candela se comparata a quella luce folgorante, L'angelo nero divenne un Angelo dorato". In breve il brano acquista tono con un riffing molto potente che consente armoniosamente all'opera di assestarsi sin da subito su ritmiche veloci e possenti. Si procede spediti, in un tripudio di fierezza ed epos capaci sin da subito di farci stampare un sorriso ebete di totale compiacimento in volto. Verso il minuto e dieci la velocità si stempera di una tacca in un frangente meno veloce ma comunque pregno di una certa potenza, in cui si erge maestosa la voce di Calandriello. In breve si riprende a marciare su ritmi sostenuti, con un enfasi che per la nostra gioia non è venuta a mancare neanche per mezzo secondo. Verso i due minuti un breve, granitico frangente strumentale funge da spartiacque ideale con una parte successiva ancora veloce, giocata su un magistrale, terremotante riffing. Si prosegue spediti, ed è un grande piacere, dato che qui finalmente si omettono eccessive parti che potrebbero spezzare fatalmente la tensione (fa eccezione in tal senso il frangente dai tre minuti e trenta, che comunque risulta piazzato ad arte dopo un'autentica orgia di velocità, ed è seguito tra l'altro da un solo guitar magistrale, capace immediatamente di riaccendere la tensione). In breve, questo brano finale è una delle vere perle del disco, un brano magnifico sotto tutti i punti di vista: ben cantato e suonato, capace di mantenere salda l'attenzione dell'ascoltatore senza mollarlo per un attimo.

Tragedy

Si conclude in bellezza con l'ottima cover di un classico dei Bee Gees, "Tragedy" (Tragedia), pezzo pubblicato originariamente nell'album "Spirits Having Flown": l'ennesimo disco vincente del combo australiano, considerata la sua posizione per sei settimane di seguito nella Billboard 200 in Australia, Canada, Francia, Italia, Svezia, Norvegia, Nuova Zelanda, Regno Unito e Germania. Un'opera destinata a vendere la bellezza di trenta milioni di copie in tutto il mondo. Destreggiarsi con un classico immortale della musica non è mai cosa semplice, ma i nostri se la cavano alla grande incanalando una certa dose di adrenalina nel brano, e trasformandolo a tutti gli effetti in una magistrale power song, screziata per l'occasione dalla voce stupenda di Roberto Tiranti dei Labyrinth. A livello testuale si ha una sorta di piccola deviazione di intenti, quel tanto che basta per far entrare il pezzo in questione nello spirito complessivo del disco. Non una virgola è stata modificata nel testo, ma il significato di quest'ultimo, in relazione a quanto ci ha offerto il full sino a questo momento, sembra assumere più ampi significati: quello che nelle originali intenzioni dei Bee Gees era sostanzialmente un dramma passionale, inteso nella fine del sentimento che animava una relazione, è molto probabile che gli Athlantis lo inquadrino nel dramma personale del loro protagonista, le cui vicende risultano essere il filo conduttore dell'opera. Quindi non più un pezzo il cui argomento si riduce unicamente al tormento di un uomo ormai privo del suo grande amore, ma si dota di un carattere più largamente esistenzialista (in cui la componente di cui sopra non viene a mancare, ma di cui non risulta il leitmotiv). Sul piano musicale non ci sarebbe moltissimo da dire, considerando che il brano, salvo un incremento testosteronico decretato dalla strumentazione rock, si mantiene abbastanza fedele all'originale. Qui i ritmi vengono pesantemente scanditi, e quello che in origine risultava un brano a tutti gli effetti pop, acquista qui una nuova dimensione power di indubbio effetto. Merito in parte della voce di Tiranti, ma soprattutto della capacità dei nostri di traslare in una maniera corretta un classico della storia della musica sino a farlo diventare un nuovo capolavoro del genere (power)metal.

Conclusioni

In definitiva ci troviamo di fronte ad un disco piacevole, ben suonato, ben cantato, con parecchie idee. Molti pezzi contenuti nel disco risultano ben più che piacevoli, e non esiterei a definirli ottimi (ma abbiamo anche un paio di piccoli capolavori, il che non è poco). Alcuni pezzi purtroppo potevano essere definiti meglio: mi viene in mente la quarta traccia, "Nightmare", che pur originale nell'incedere risulta comunque troppo "legnosa", dando l'idea, giusta o sbagliata che sia, che certe intuizioni peraltro egregie siano incollate tra loro senza una "linea portante" realmente solida. Quel che ne viene fuori è una sorta di collage di parti che, usate singolarmente per altri brani, avrebbero fatto faville. L'idea del duetto Trevor/Calandriello è davvero bella, ma a mio modestissimo parere questa carta si poteva giocare diversamente, e con ben altri esiti. Altrove, e mi vengono in mente pezzi come - Devil's Temptation e No Fear To Die - si hanno brani di pregevole caratura, nei quali però viene allentata un po' troppo spesso la tensione: se è vero che frangenti più sommessi possono far guadagnare qualche punto in fatto di evocatività e pathos, è pur vero che oltre alla tensione si rischia un calo di attenzione. Quando viene innescata la miccia giusta sarebbe sempre il caso di proseguire in maniera dinamica e tirata, al massimo inserendo parti in mid tempo per continuare a battere il ferro caldo. Comunque non è un difetto macroscopico - non ce ne sono in quest'album - e come specificato in precedenza, i brani in questione si fanno ugualmente notare per la perizia tecnica dei nostri e per le loro rispettive, assodate abilità. Calandriello è un cantante divino, e qui fa piacere sentire come la sua ugola sia ben sfruttata in ogni senso: come specificato altrove, passare da interpretazioni parossistiche nei brano più spiccatamente power, a deliziose prove più meste e sofferte come nella bellissima ballad Angel Of Desire, non è cosa semplice, ma questi ci riesce in maniera assolutamente perfetta. Strumentalmente non si può dire assolutamente nulla: ci troviamo di fronte a dei mostri sacri del settore (già ne abbiamo parlato nel "cappello" iniziale) e da un combo del genere non ci potevamo certo aspettare una prestazione mediocre. Ottima l'idea di utilizzare due guest star del calibro di Trevor e Tiranti, altri due mostri sacri che contribuiscono, ognuno a suo modo, a impreziosire il disco. Chiaramente abbiamo parlato di "mostri sacri", guest stars, ma una cosa importante, che non sempre - anche se si è maestri o nomi noti - si riesce ad avere, è una certa componente di "feeling", grazie alla quale i brani riescono ad essere davvero capaci di trasmettere qualcosa all'ascoltatore. Non è questo il caso, dato che come specificato all'inizio di queste "considerazioni finali", pur non essendo tutti i brano da dieci e lode, alcuni riescono davvero nell'impresa di godere l'etichetta di "capolavoro". In primis la già citata Angel Of Desire, un capolavoro destinato possibilmente a diventare un classico nell'ambito delle power ballads tricolori, brano questo strutturato davvero bene, suonato e cantato da dio, e prodigo di emozioni per chi nel metal non vive di sola potenza e "tamarraggine". Poi continuerei con Resurrection, brano eccelso dove tutti i pregi dei nostri vengono ben messi in campo, al servizio di un pezzo power classico ma confezionato a regola d'arte. Altro brano da dieci e lode è - chi ha letto per intero la recensione, e sa quanto mi abbia colpito, avrà immediatamente capito - la cover dei Bee Gees, che non fa assolutamente rimpiangere l'originale, proponendosi come la sua "sorella irrequieta", ma anzi, risulta a parere di chi scrive di una bellezza quasi eguagliabile a quella dei maestri ("esagerato!" dirà qualcuno. No... non esagero. Ascoltare per credere). Degna assolutamente di menzione anche la parte testuale, che prediligendo una gamma ristretta di tematiche, sembrerebbe ruotare attorno alla sofferenza di un personaggio: si direbbe che le vicende e il dramma interiore di un uomo siano il leitmotiv e il filo conduttore dell'intera opera, cover compresa. Si parla di depressione e di un male tanto presente quanto astratto, forse (ma è solo un'ipotesi) di droga o (sicuramente) altre problematiche, e forte è il desiderio del protagonista di ricevere un aiuto, una via d'uscita, e vedere così la luce. Ogni altra considerazione - relazioni umane e impressioni sulla società - ruotano comunque intorno a queste vicende intime ed oscure. Quindi bravi Athlantis, ormai annoverabili tranquillamente tra i maestri della fucina ligure, che con questo disco (di ripescaggio ma in realtà ex-novo) confermano la loro bravura e la loro indubbia capacità di creare brani di notevole bellezza. Se non lo avete, correte a farlo vostro! 

1) Delian's Fool
2) Battle Of Mind
3) Wasted Love
4) Nightmare
5) Devil's Temptation
6) Angel Of Desire
7) No Fear To Die
8) Resurrection
9) Tragedy
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