ATHLANTIS

Chapter IV

2017 - Diamonds Prod.

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
10/04/2017
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

L'underground Metal italiano offre da sempre moltissime band  alle prese con i generi e sottogeneri più disparati. Un panorama molto attivo e ricco è sicuramente quello del Power Metal, il quale, sin dalla fine degli anni '90, si è posto quasi come portabandiera della scena Metal tricolore, sfornando band di ottimo livello che non solo hanno invigorito la nostra scena, ma sono addirittura giunte ad un livello di fama internazionale, assurgendo talvolta anche a livello di band storiche e fondamentali da iscrivere negli annali, soprattutto in un caso. Sto parlando ovviamente dei vari Rhapsody, Vision Divine, Domine e Labyrinth, giusto per citare qualche nome altisonante. Da quel momento la scena Metal italiana non ha smesso di espandersi, ma c'è da dire che, oggigiorno, nel caso del Power si percepisce un che di stantio nell'aria. Per dovere di cronaca (e per non essere troppo severi), dovremmo comunque sottolineare come questo sia un problema del Power tutto alla fin fine, non solo della scena italiana; che anzi, forse se la cava anche meglio di altre. In questa sede si parlerà degli Athlantis e del loro ultimo album "Chapter IV", uscito a marzo 2017 per "Diamonds Prod.". Nonostante i Nostri non siano proprio una delle band Power italiane più conosciute, non sono certo un gruppo di giovincelli; anzi, nascono già nel 2003 grazie a Steve Vawamas, il quale è tutt'ora il bassista della band e contemporaneamente milita, inoltre, in band come Mastercastle, Ruxt e Bellathrix. Già dal primo omonimo album è evidente come gli Athlantis siano da sempre stati una band formata da musicisti esperti: vi troviamo infatti Roberto Tiranti, storico cantante dei Labyrinth e uno dei migliori cantanti Power in circolazione ed il chitarrista Pier Gonella (Labyrinth, Matercastle, Necrodeath, Vanexa). Con il passare del tempo la band registra altri 2 album, ossia "Metalmorphosis" (2008) e "M.W.N.D." (2012), e altri musicisti di un certo livello ed esperienza entrano a far parte del progetto di Vawamas. Tra questi troviamo anche Alessandro Bissa (ex Labyrinth, ex Vision Divine), ed i deathster Tommy Talamanca e Trevor (entrambi dai Sadist). Ristringiamo ora il discorso al nostro anno, al 2017, e all'album in questione, intitolato non a caso "Chapter IV". Se "M.W.N.D." era un lavoro più improntato su certe sonorità Hard Rock e Heavy, Chapter IV riprende le classiche sonorità Power con cui la band aveva iniziato la sua carriera. Come abbiamo visto, molti musicisti si sono avvicendati nella storia di questa formazione; ed infatti, anche in questa occasione troviamo molti membri nuovi che comunque danno vita ad un ensemble di tutto rispetto, composto nuovamente da persone di una certa esperienza. Al basso troviamo ovviamente Steve Vawamas, il quale si occupa anche delle tastiere, la chitarra di Pier Gonnella è affiancata da quella di Gianfranco Puggioni, la batteria è affidata a Francesco La Rosa (Extrema), mentre la voce è quella di Alessio Calandriello. Non mancheranno comunque alcuni ospiti che scopriremo nel corso dell'analisi track-by-track. L'album presenta, come preannunciato, le sonorità tipiche del Power tricolore: ossia tracce che si muovono per lo più su tempi medio-veloci, con ritornelli molto melodici ed eterei, linee vocali pulite e soavi, tappeti di grancassa e assoli davvero ben fatti. Sonorità che ricordano molto i Labyrinth di "Return To Heaven Denied" (1998) per esempio, pur non essendone una mera imitazione, anzi, ci sono molti elementi di distacco. Primo fra tutti le tastiere (molto presenti nel capolavoro dei Labyrinth). In questo lavoro, a differenza di quanto succede in molto Power odierno, gli Athlantis non abusano dei tasti bianconeri, i quali spesso sono in sottofondo per contribuire al muro sonoro e per dare corposità al tutto. Quelle volte in cui emergono dalle retrovie, le tastiere sono comunque protagoniste di un buon lavoro che non soffoca gli altri strumenti e, fattore importante, non vanno a creare delle melodie che per provare ad essere orecchiabili a tutti i costi alla fine risultano addirittura stucchevoli. Mantengono quindi il loro spazio e la loro individualità, permettendo anche agli altri strumenti di fare lo stesso, soprattutto alle chitarre, che, nello stesso tempo, sono protagoniste di prove solistiche davvero interessanti; alcune di esse potrebbero addirittura porsi tra i momenti migliori di tutto l'album. Complice di tutto questo è certamente anche la produzione dei "Musicart Studio" proprio di Pier Gonella. Il suono infatti è abbastanza limpido e pulito, senza sbavature, suona moderno ma senza risultare "plasticoso" e artefatto; come già detto, ad ogni strumento è riservato il suo proprio spazio d'azione, anche se a volte farebbe piacere sentire un po' meglio il riffing generale. Le canzoni sono brevi, semplici e dirette, e questo porta l'album a durare solo 45 minuti; questo però non è assolutamente un difetto, anzi, a mio avviso è una mossa più che azzeccata e quasi di controtendenza, dato che molto spesso oggigiorno le band (soprattutto nel panorama Symphonic e Power) compongono album lunghi in cui si prova ad allungare il brodo e a mascherare dei difetti, o tendono ad inserire quelli che alla fine risultano dei riempitivi; ripetendo e tirando per le lunghe alcune soluzioni musicali. Gli Athlantis invece condensano il tutto in 45 minuti, con canzoni che hanno la durata media di 4/5 minuti e che non vogliono suonare per nulla pretenziose. Scendiamo quindi nel dettaglio con il nostro consueto approccio track-by-track.

The Terror Begins

Entriamo subito nel vivo dell'album con l'opener "The Terror Begins (Il Terrore Ha Inizio)". Notiamo come le chitarre siano messe in risalto grazie al riff solitario e melodico che apre il pezzo, al quale poi si aggiungono anche gli altri strumenti portando la canzone su tempi piuttosto veloci, con la batteria di La Rosa a fare da guida. Non appena entra in gioco la voce di Alessio Calandriello però l'atmosfera si stempera e si fa quasi rilassata e cauta, le chitarre spariscono e il pezzo è sorretto soltanto da delle eteree tastiere in sottofondo, da una vivace batteria e dalla voce del cantante stesso, la quale qui è calda, su toni bassi e calma come l'atmosfera che si respira. Già dal terzo verso le cose cominciano però a cambiare, rientrano le chitarre e anche la voce alza i toni e si fa più enfatica, proprio per descrivere il cataclisma misterioso che sta per colpire la nostra amata Terra: "...Suddenly appears/ a strange thing/ that seem so ureal". Nel pre-chorus i tempi rallentano, mentre la voce di Calandriello si alza ancora leggermente, descrivendo, con note lunghe e distese, uno scenario apocalittico in cui le terre tremano e i cieli ruggiscono, uno scenario che è destinato a cambiare per sempre le sorti dell'umanità, dato che forse nessuno sopravviverà. Il pre-chorus ci dona quella sensazione di calma prima della tempesta; già, perché con il ritornello torniamo su ritmiche più veloci e su linee vocali meno rilassate, anche se sempre piuttosto distese, e più accattivanti, adatte ad un ritornello che risulta piacevole già dal primo ascolto. Nel ritornello, Calandriello non è solo un narratore esterno. Egli stesso è testimone del terrore menzionato nel refrain, egli stesso guarda le persone intorno a lui sparire dentro al wormhole che li sovrasta. La minaccia è causata proprio da questo wormhole contro il quale nulla si può fare: "So terrorized I watch/ human beings disappearing/ in silence through/ this wormhole?" Dopo il ritornello ritroviamo il riff d'apertura, che qui dà inizio ad una nuova strofa, simile a quelle precedenti, in cui le chitarre forse sono più vive di prima, come a ribadire che il pericolo è reale. Nelle liriche di questa strofa vediamo che anche il protagonista del pezzo è stato risucchiato dal wormhole, ma nonostante questo riesce a mantenere ancora la coscienza intatta, tanto da poter continuare a narrare ciò che succede intorno a lui, anche se non capisce bene cosa stia accadendo: nel wormhole infatti si perde il senso del tempo e dello spazio. Dopodiché ritroviamo subito il pre-ritornello, che come da copione ci introduce al refrain, in cui ritroviamo l'accelerazione delle ritmiche e le linee vocali abbastanza catchy ma velate da un certo retrogusto di malinconia che si perde nel blu dello spazio profondo e inesplorato in cui gli esseri umani vengono risucchiati. L'inizio dell'assolo di chitarra porta alla mente proprio uno scenario spaziale, in cui dominano solo la lucentezza delle stelle ed il silenzio. L'assolo parte abbastanza in sordina in effetti, quasi delicato e solitario, perso nel cosmo, ma piano piano la batteria viene in suo aiuto, ricordandoci che basta voltare lo sguardo per vedere la nostra Terra devastata. Proprio nel momento in cui ci rendiamo conto della catastrofe ritorna il ritornello, come a suggellare la nostra consapevolezza, coadiuvato dalla 6-corde in sottofondo. Il pezzo si chiude proprio con il riff d'apertura, e così il cerchio si chiude. Una bella partenza per questo "Chapter IV"!

Master Of My Fate

Si continua con "Master Of My Fate (Padrone Del Mio Destino)" e con il suo deciso riff d'apertura; ad esso in poco tempo si affiancano batteria, basso e una melodia chitarristica che ci porta nel vivo della canzone. Siamo sempre su tempi abbastanza veloci, ma stavolta c'è una sorpresa in aggiunta: ovvero, il primo ospite dell'album, Roberto Tiranti. Con il suo inconfondibile timbro il cantante dei Labyrinth si appresta a cantare un testo più esistenzialista del precedente: "Pain is just a way to remember/ the evil you fought..." Il pre-ritornello è nuovamente più lento e rilassato rispetto al resto della canzone, anche se le chitarre si mantengono piuttosto rocciose, e la prestazione di Tiranti è particolarmente sentita ed emozionante. La calma dura poco, però, poiché la batteria di La Rosa lancia immediatamente il ritornello, il quale si adagia su ritmiche veloci dominate dal doppio pedale tipicamente Power. Le linee vocali sono decise e fomentanti, e si sposano benissimo con il contenuto lirico della canzone. Il protagonista, forse l'Uomo in generale, decide di prendersi in mano la sua vita, in quanto, secondo la sua visione, non c'è un destino deciso da qualcun altro o da altri. Sarà egli stesso il padrone della sua vita e del suo svolgersi. Soltanto le sue scelte creeranno quel destino che nessuno potrà modificare a suo piacere. Nel testo si parla anche di una vendetta, non è ben chiaro verso chi sia indirizzata, ma possiamo ipotizzare che essa sia da intendersi contro il "male" e il "dolore" che vengono citati ad inizio pezzo, o più precisamente contro chi li ha causati: "My time will come and/ I'll have my revenge/ rainbow will shine again/ I'll be the master of my fate". Dopo il ritornello il pezzo rallenta leggermente, sorretto principalmente da una batteria ben presente, mentre Tiranti continua la sua battaglia contro le avversità della vita, le quali lasciano segni ben visibili su chi le combatte, dimostrando però che effettivamente delle battaglie sono state combattute e magari anche vinte. Altre magari perse, ma non c'è da preoccuparsi, perché i segni lasciati raccontano in ogni caso una storia, la nostra, nel bene e nel male: "Scars and bruises are here on my skin/ they just tell a story/ of a man fighting for himself/ against this old mad world". Come da copione ritroviamo il pre-chorus seguito immediatamente dal veloce ed accattivante ritornello. Poco dopo aver superato la metà della canzone cominciamo a sentire meglio anche le chitarre grazie ad una prestazione solistica che, come nella traccia precedente, parte un po' in sordina ma poi si lascia andare a ritmiche più veloci ed a virtuosismi che purtroppo durano poco e lasciano subito spazio all'accoppiata formata dal pre-chorus e dal ritornello stesso, il quale questa volta si chiude con un incredibile acuto di Tiranti che ribadisce fermamente il concetto: "I'll be the master of my fate". 

Ronin

L'ascolto dell'album continua con "Ronin". Nell'antico Giappone i ronin erano i samurai decaduti, quelli senza più un padrone da difendere e per cui combattere. Molto famosa è la storia dei 47 r?nin, i quali vendicarono il loro signore (costretto a togliersi la vita mediante il suicidio d'onore) dopo una lunghissima e meticolosa attesa / preparazione alla battaglia finale. Dopo aver fatto questa brevissima premessa addentriamoci nel lato prettamente musicale della canzone, la quale non parla comunque di quell'episodio storico, ma forse utilizza il r?nin in un senso più metaforico. Si inizia subito con ritmiche non troppo veloci ma con suoni piuttosto frizzanti e vivaci guidati dalle chitarre. Nonostante la vivacità musicale la voce di Calandriello risulta abbastanza cauta e si pone su note più basse, creando così un piacevole contrasto. La narrazione è nuovamente in prima persona e ci pone davanti ad un protagonista in cerca di un qualcosa non meglio specificato mentre si rivolge ad un interlocutore. Nel consueto pre-ritornello però la sua voce si alza verso note più alte e lunghe, mentre, al contrario, la musica rallenta leggermente preparandosi ad accogliere quello che sarà il ritornello. Puntualissimo, il refrain arriva: le ritmiche si mantengono simili a quelle della prima strofa, così come le sensazioni che rilasciano, la vivacità del tutto aumenta grazie alla prestazione vocale di Calandriello, che qui, in overdubbing, si lascia andare anche a note più acute, cominciando così a mostrare altre sfumature della sua estensione vocale. Paradossalmente le liriche del refrain sono tutt'altro che vivaci, anzi, il nostro r?nin, sembra essere proprio in punto di morte: "You can take my mind/ nothing will stop you/ now my hands are cold/ I have no more blood/ I have lost my way/ a Ronin without sword/ A body cold as ice/ I'm feeling like if I'm dead". Dopo di esso troviamo una nuova strofa, le chitarre continuano a macinare riff abbastanza taglienti, ma a metà strofa sopraggiunge anche un lato chitarristico più melodico che si presenta con una melodia che avvolge e accompagna la voce del cantante. Una sorta di dualismo dunque, un lato chitarristico più duro ed uno più melodico, come a rappresentare la condizione dello stesso r?nin: il lato guerriero che deve fare i conti con la decadenza e con la morte. Le liriche di questa strofa sono molto eloquenti in questo senso: "...my blood is feeding Mother Hearth/ I am just only/ a drop/ In a storm of honor and swords..." Il pre-chorus si lega direttamente a quest'ultima strofa, e propone gli stessi stilemi già analizzati in precedenza: quindi un lieve ralentamento con un innalzamento delle parti cantate; cambiano però le parole, questa volta il protagonista è pronto per il trapasso. Il ritornello arriva proprio in questo momento, come per dare forza nel momento più disperato. Abbiamo da poco passato la metà del pezzo e ovviamente arriva il momento dedicato all'assolo di chitarra, che risulta sempre piacevole, in equilibrio tra virtuosismi e momenti più delicati. Dopodiché, a sorpresa, ritroviamo il ritornello, ma in una veste diversa: la musica si stempera di colpo e la voce resta da sola a cantare il refrain, con un retrogusto di malinconia e disperazione che ben si sposa con il contenuto del testo, il basso di Vawamas però l'accompagna e, insieme alla batteria, la guida verso l'esplosione del ritornello così come ce lo ricordavamo. Il lato drammatico stava per prendere il sopravvento, ma il nostro protagonista rimane integro fino alla fine, come si addice ad un seguace del bushido (ossia la cosiddetta "via del guerriero"). Il pezzo si chiude proprio con l'ultima frase del ritornello e con le chitarre che si spengono piano piano. 

Our Life

Con "Our Life (La Nostra Vita)" siamo ancora una volta alle prese con un bel pezzo. Questa volta però le sonorità compiono una virata verso l'Heavy Metal più duro e crudo, lo si capisce subito dal gran bel riff portante: potente e tagliente, in grado di trascinare tutto il pezzo verso ritmiche decisamente più cadenzate che ci invitano a scuotere la testa. Non appena interviene la voce però notiamo che il timbro è decisamente diverso da quello pulito di Calandriello, questo perché dietro al microfono abbiamo ora Davide Dell'Orto dei Drakkar, con un timbro più sporco e più aggressivo, che ben si sposa con la proposta musicale del brano in questione e anche con il suo testo. Dopo l'introduzione, dunque, restiamo sempre su tempi leggermente cadenzati con i riff in primo piano, mentre Dell'Orto comincia con la sua descrizione della vita, la nostra vita, la vita dell'uomo contemporaneo. Ognuno di noi ha la sua propria vita ed il suo proprio modo di viverla, ma quasi ognuno di noi vive anche in bilico (in equilibrio?) tra peccato e preghiere, quasi ognuno di noi ha dei sogni che danno forma all'esistenza e che ci spingono a volare; ma, nello stesso tempo, quasi ognuno di noi possiede una certa dose di pigrizia che ci trattiene seduti a casa. Il pre-chorus arriva e quasi non ce ne accorgiamo, tanto è simile alle strofe precedenti, ma la voce arriva più in alto aiutata anche da delle sovraincisioni in cui Dell'Orto libera il suo lato più sporco e tagliente. Il ritornello, per gli standard apprezzati finora, è particolarmente aggressivo e lascia un retrogusto di amarezza e delusione nei confronti della vita, seppur condito con un pizzico di voglia di rivalsa. Le liriche sono molto eloquenti, rivolte forse all'Uomo in generale; proprio perché colpiscono nel segno noi ascoltatori, grazie anche ad una performance vocale molto espressiva, ora più pulita e melodica, ora più sporca e cruda: "Is this what you like/ what you think is life/ what you think is fair/ no one really cares/ find the way to be/ more than what they think/ and the way's/ to be found in yourself". Le due strofe successive sono uguali a quelle di inizio canzone, salvo il fatto che forse sono ancora più lapidarie, e non uso il termine "lapidarie" a caso;  ci sono infatti dei versi che colpiscono subito: "...everyone livse their days/ and the treasures they gain/ end up inside their graves". A questo punto si sarà capito il perché di quel termine; l'Uomo vive la sua vita, cercando di accumulare ricchezze di ogni tipo, ma la verità è che tanto una volta nella tomba non gli saranno più di alcuna utilità. Come cantato nel pre-ritornello, l'Uomo non è soltanto alla ricerca di ricchezze, ma è anche alla continua ricerca di un qualcuno, una sorta di guida, che possa indicargli la via per la libertà. Dopo l'ennesimo ritornello troviamo il momento migliore del pezzo e uno dei momenti migliori di tutto l'album. I riff scompaiono, così come la batteria, la voce si ridimensiona e abbandona i suoi lati più potenti per dar vita ad una prestazione più sofferta e quasi lamentosa che piano piano si stempera per lasciar spazio ai soli strumenti. Nel frattempo le tastiere giocano molto sull'atmosfera e con note delicate e distanti creano un mood quasi rilassato e sognante, con il basso di Vawams a sua volta pacato ed avvolgente. La 6-corde, nel contempo, si lascia andare ad un assolo molto sentito e delicato, quasi sfociando in uno stile Rock anni '70. Nel giro di poco tempo, tuttavia, esso esplode in sonorità più veementi (accompagnate dalla batteria che riporta la canzone verso le ritmiche iniziali), che però rimangono molto sanguigne e appassionate, trasformando l'assolo in uno dei migliori dell'album, se non il migliore in assoluto. Dopo questo momento più atmosferico ritroviamo il ritornello con la sua carica e le due domande scomode sulla nostra vita, ritornello che chiude la canzone e ci lascia con il dubbio. E' questa, la vita che ci piace? Gli Athlantis  non possono fornirci una risposta, ma hanno sollevato il dubbio. Capire, ora, sta solamente a noi.

Endless Road

Con "Endless Road (Strada Senza Fine)" raggiungiamo il vero picco del disco. Questo è infatti il vero highlight dell'album, il pezzo migliore senza alcun dubbio e anche il più veloce. Già dai primi secondi, in effetti, veniamo colti da un riff eccitante e da dei colpi di batteria scanditi veementemente i quali non fanno che aumentare la palpitazione che si respira. La canzone sembra esplodere, ma gli Athlantis ci ingannano e smorzano improvvisamente il tutto, lasciando il brano in mano a riff più distesi, ritmiche più lente e tastiere sognanti ed avvolgenti. La sensazione che stia per accadere qualcosa però resta: questo breve momento più rilassante infatti ci dà giusto il tempo di prendere il respiro. Ecco, lo prendiamo, un bel respiro profondo e come ci aspettavamo e speravamo si parte verso grandi velocità che danno la sensazione di percorrere davvero una strada infinita. Anche questo momento  però dura poco, poiché rispunta subito il riff iniziale. Dopo tutte queste false partenze entra in gioco la voce, calda e su toni bassi, così come il comparto musicale si mantiene cauto, guidato da basso e batteria, in attesa dell'ennesima esplosione. Anche in questo pezzo le liriche sono (spesso) in prima persona e incentrate sui pensieri e dubbi del protagonista, il quale si sente perso e alla ricerca di sé stesso. I primi due versi sono come descritti appena poco più su, ma già dal terzo verso le cose cambiano e si torna su ritmiche veloci con la voce di Calandriello che vola sopra di esse, donandoci proprio quella sensazione di volare (sopra il mondo, sopra i problemi, attraverso le nuvole, a cavallo di un drago, come un'aquila e chi più ne ha più ne metta) che solo certe canzoni Power sanno trasmettere. Il pre-ritornello molto melodico ci fa un po' rallentare, ma cerca comunque di mantenere un bel tiro, e, inoltre, sposta il focus del testo della canzone sulla seconda persona, rivolgendosi forse a colui che nella prima strofa parlava di se stesso o forse proprio a noi ascoltatori: "You keep on tryin' to follow your way/ all alone in your journey without any..." A questo punto, con un acuto di Calandriello, si lega proprio il ritornello vincente. Un ritornello melodico e davvero accattivante che ripropone di nuovo le velocità elevate ed è contornato da una prova vocale molto convincente, anche se molto tra le righe, mai esagerata o piena di virtuosismi. Il testo come preannunciato si lega al pre-chorus, e ci accorgiamo di come la sensazione di volare non sia poi così casual, anche qui infatti è quella sensazione a dominare, confermata dal fatto che proprio nelle liriche viene detto (all'ascoltatore o ad un eventuale personaggio del pezzo) e sottolineato il concetto di volare via, di andare sempre avanti, di non voltarsi mai indietro e di cercare, e infine di trovare, se stessi, percorrendo magari quella strada senza fine del titolo: "...Soul and heart/ darkness by your side, fly away/ never go back, find/ yourself in your mind again/ don't give up". La nuova strofa è molto simile alla prima, ma questa volta sono presenti le chitarre che rendono il tutto decisamente più movimentato. Anche qui la strofa ha due anime, una più rilassata e una che si lascia andare alle grandi velocità, così come l'Uomo è sempre diviso tra il rimuginare sul passato e l'andare avanti; da qui l'invito del ritornello a non fermarsi e volare via. E noi voliamo nuovamente, poiché il bel refrain arriva puntualmente dopo il pre-chorus e siamo sempre più decisi a non voltarci indietro. Puntualmente arriva anche la sezione solistica dedicata alle chitarre, qui l'assolo non è molto veloce e preferisce assestarsi su melodie che sembrano quasi rilassate ma che in verità nascondono un qualcosa di spensierato che le affianca al nostro volo per la strada infinita. L'assolo è quasi un momento di pausa, un momento di riflessione in cui il nostro volo rallenta e ci soffermiamo a pensare e ad osservare ciò che ci circonda. La pausa è interrotta proprio dal ritornello, il quale trova qui anche più di una ripetizione e si conclude con Calandriello che ripete e chiude tutto con "don't give up!", offrendo anche un gran bell'acuto. Questo non solo è il pezzo migliore dell'album, è anche il più variegato (per quanto lo permettano 4 minuti e poco più di tempo); non perché ci siano chissà quali cambi di prospettiva, ma perché dimostra come la band sia in grado di passare agilmente da ritmiche più lente a ritmiche più veloci anche all'interno di una stessa strofa, cambiando inoltre atmosfera più volte nel corso del pezzo.

Crock Of Mould

Dopo tanta velocità ed eccitazione arriva il momento di "Crock Of Mould (Un Mucchio Di Cavolate)", una traccia molto diversa dalle precedenti, come si evince già dai primi secondi. L'apertura delle danze è infatti affidata a gelide ed ossessive note di chitarra acustica affiancate da riff poderosi e piuttosto oscuri, i quali vanno a creare l'architettura tenebrosa e cadenzata del pezzo in questione. Le parti vocali questa volta sono affidate ad un nuovo ospite, Jack Spider, cantante dal timbro molto diverso da quello di Calandriello e cantante degli stessi Athlantis su "M.W.N.D." (2012). La sua voce più bassa e profonda, inoltre, si adatta bene alle atmosfere generali del pezzo. Proprio quando entra in campo, i riff inizialmente si ammorbidiscono e le acque si calmano, ma le partiture più delicate restano lì, rendendosi quasi ipnotiche; nel mentre Spider canta coadiuvato spesso dall'overdubbing per dare intensità al tutto. La seconda strofa riprende gli stilemi della prima, ma i riff rientrano in gioco, decisi ma senza essere pesanti o invasivi, riuscendo così a conservare l'alone misterioso del pezzo, il quale comincia a srotolarsi, mentre noi ascoltatori siamo ancora persi in un deserto buio in attesa che la canzoni si riveli totalmente, lasciati lì con un dubbio: "were we ever man?" Questa volta gli Athlantis cambiano leggermente la loro forma-canzone, tagliando fuori il pre-chorus e proponendo subito il ritornello, il quale arriva quindi quasi all'improvviso. La musica diventa più enfatica, poiché i riff sono ora più presenti e la voce si innalza verso lidi meno sommessi; il Sole è finalmente sorto da dietro le dune e si fa decisamente apprezzare, ma è un Sole coperto da grigie e pesanti nuvole che impediscono ai raggi di filtrare. Questo perché il refrain mantiene una certa aura che trasmette malinconia e assenza di speranza. Complice anche il testo, che si sposa quindi benissimo con il comparto musicale; i protagonisti della canzone sono i cosiddetti signori della guerra, persone senza scrupoli con il solo obiettivo di arricchirsi e di diventare potenti, anche, e soprattutto, al costo di vite umane inermi che non hanno mai chiesto di essere trattate come pedoni di un futile gioco più grande di loro. Forse non è casuale il fatto che, pensando alla guerra, mi sia venuto in mente uno scenario desertico. Leggiamo dunque il contenuto del ritornello: "Oh/ but the lords of war/ care for no one/ and they steal and sell your own soul/ even if they would buy you/ they only care for/ power and gold". A seguire troviamo un'altra strofa con la particolare voce di Spider sugli scudi, accompagnata però da una batteria molto viva e presente che quasi contrasta con le atmosfere generali. Come da copione nella strofa successiva i riff cominciano ad essere più incisivi, di pari passo con il testo, il quale qui propone una sorta di messaggio per tutte quelle persone che purtroppo si lasciano ingannare da false promesse, pensando di aprire la strada alla realizzazione di nuovi sogni; promesse fatte proprio da signori della guerra "mascherati", ma che in realtà nascondono nuovi vortici di violenza e guadagni: "Look for the truth/ you all out there, don't give/ up under boots of a some new/ commander disguised as a lender of dreams". Mentre la voce di Jack Spider si trascina tristemente sopraggiunge il ritornello (ripetuto due volte e con le liriche cambiate nella seconda ripetizione), ad innalzare un po' i toni e gli umori, pur, come già detto, mantenendo i caratteri generali di tutto il pezzo. Siamo ora giunti a poco più della metà del nostro viaggio nei territori della guerra e parte il bell'assolo, decisamente uno dei migliori dell'album: molto sanguigno, sentito e appassionato, che però verso la fine sembra liberarsi dai suoni leggermente cupi che ci hanno accompagnato finora per lasciare spazio ad una serie di note velocissime in cui viene fuori tutto il lato virtuosistico di Gonella. Dopodiché le ripetizioni del ritornello ci accompagnano inesorabilmente verso la fine, la quale però deve attendere ancora un po' perché sopraggiunge un altro grande assolo di chitarra, con caratteristiche simili a quello precedente e purtroppo breve, che sì, ci accompagna definitivamente verso il finale della canzone, la quale termina soffusamente così come era iniziata.

Face Your Destiny

Con la traccia precedente possiamo dire che termina la prima parte del disco, ossia la migliore. Con "Face Your Destiny (Affronta Il Tuo Destino)" comincia la seconda parte, che purtroppo è leggermente inferiore. Il pezzo in questione parte subito con riff e tastiere molto vivaci che ci fanno dimenticare la malinconia di "Crock Of Mould", complici anche ritmiche medio-veloci che ci riportano su territori più tipicamente Power. La prima strofa propone uno schema che è già stato utilizzato altre volte nel corso dell'album, e cioè quello in cui la voce parte abbastanza calma e lenta per poi innalzarsi sempre di più contornata da un potenziamento generale anche degli altri strumenti. Anche qui il testo propone dubbi ed uno scenario tutt'altro che roseo, anzi, in questo frangente si canta proprio delle certezze che vengono a mancare quando si pensa al futuro, un futuro incerto dalle tinte addirittura post-apocalittiche. Interessante notare quindi come gli Athlantis si discostino dallo stereotipo che vuole il Power come un genere con testi zuccherosi sprizzanti gioia e felicità; al contrario, come abbiamo potuto notare finora, spesso i loro testi propongono situazioni o di pericolo o di dubbio esistenziale in cui però c'è quasi sempre la luce della speranza che dà forza e spazza via il nichilismo, affiancata ovviamente dalle caratteristiche musicali del genere e della band che favoriscono quest'associazione. Questo si nota soprattutto nell'accoppiata (ormai tipica dell'album anche questa) tra pre-chorus e ritornello, con il primo più sommesso ed il secondo più enfatico. C'è da dire che nonostante il ritornello sia abbastanza positivo, mantiene comunque un lieve retrogusto malinconico che sicuramente deriva dalle tematiche generali che lo circondano. In ogni caso il messaggio è forte è chiaro e presenta anche due punti di vista, con Calandriello che modula la sua voce come se stesse dialogando con se stesso: "Don't be weak, you have to be/ strong as the strongest God/ 'I surrender to my/ final goal, I'll write the history/ of this new world/ I can change my destiny now'". Leggiamo che l'IO dei versi succitati è deciso a scrivere la storia di questo nuovo mondo, ma perché? Cos'è successo? La risposta si trova nei versi successivi, in cui la batteria e le tastiere continuano a creare un bel muro sonoro: il nostro protagonista ha innanzi a sé solo lande desertiche, come dicevo prima, le tinte post-apocalittiche diventano ora una realtà. La Terra sta appassendo per qualche oscuro motivo, naturale o no, e mi vengono in mente scenari tipo "Mad Max" o "Ken Il Guerriero", in cui l'Uomo ormai si è ridotto a sopravvivere e non esiste niente che sia somigliante ad una società evoluta. Proprio il pre-chorus esprime bene questo concetto: "There's no more water, only dry sand/ humans are like wolves, I am the prey". Non solo l'Uomo si è ridotto a sopravvivere, è arrivato anche ad essere un lupo per i suoi simili ("homo homini lupus"), e per forza di cose una delle prede è proprio il protagonista della canzone! Il ritornello, forse un po' privo di mordente, ritorna comunque a dare forza al nostro uomo-preda, dando, in un secondo momento, il via al piacevole dialogo tra chitarre che sembra imitare il vento che smuove la sabbia delle dune di un deserto che si trova là dove magari prima c'era una verde foresta. La sezione solistica dura poco sfortunatamente e apre la strada ad un'ultima ripetizione del ritornello. Il finale del pezzo è affidato alle tastiere ed ai riff melodici del duo Gonnella-Puggioni. In ogni caso, il pezzo non è male, ma manca di quell'energia e compattezza che avevano i pezzi che l'hanno preceduto, e inoltre propone uno schema a cui ormai l'ascoltatore si è abituato.

Just Fantasy

"Just Fantasy (Solo Fantasia)comincia con riff e sezione ritmica molto energici ed attivi che catturano la nostra attenzione. Alla voce poi ritroviamo Roberto Tiranti con la sua ugola inconfondibile. Nella prima parte della strofa le chitarre rallentano un po', come per lasciare spazio alla vibrante voce del cantante dei Labyrinth, ma la batteria resta piuttosto veloce come nell'introduzione, seguita dopo non troppo dalle chitarre stesse. Anche le liriche catturano la nostra attenzione, queste infatti, ad un primo sguardo, sembrano riprendere le tematiche post-apocalittiche della canzone precedente: "Down from above/ comes a rumble closer and clear/ are you ready?/ it could be our last night/ on this old planet/ just a few hours/ and the prophecy will be done". Presto capiamo però che le tematiche non sono post-apocalittiche, anzi, potrebbero essere pre-apocalittiche in un certo senso. Nella strofa successiva Tiranti ci spiega per cosa dobbiamo essere pronti e perché quella citata nella canzone potrebbe essere l'ultima notte passata sul nostro bel pianeta: per capire tutto questo ci basta una data, ossia il 2012. Tutti ricorderete che anni fa andavano in giro notizie su una fine del mondo che sarebbe dovuta verificarsi in data 21 dicembre 2012 (secondo un'antica  profezia dei Maya); ricorderete anche tutto il fermento e la curiosità che questa particolare data aveva creato: c'era chi ci credeva sul serio, chi pensava fosse una bufala, chi non vedeva l'ora ecc. Anche l'impatto culturale non è stato indifferente, basti pensare ai libri sull'argomento, al mediocre film "2012" di Emmerich e alle canzoni scritte in tal proposito. Dunque, gli Athlantis decidono in questa sede di inserisi a loro volta in questo discorso, realizzando una canzone a riguardo, una canzone in cui vengono spiegate, dipingendo uno scenario caotico, proprio le emozioni provate dagli esseri umani sull'orlo della distruzione. Le strade pullulano di gente in crisi e spaventata, tutto è fuori controllo perché ormai la fine è vicina. Il caos regna. All'improvviso giunge il pre-chorus, il quale arriva con toni più calmi e pacati, contrastanti con la situazione degenerante appena descritta. Tiranti ci domanda tranquillamente e senza spaventarci se siamo pronti ad una tale eventualità, ma, nello stesso tempo ci dà speranza, dicendoci che, chissà, dopotutto potrebbe anche non accadere niente, e la paura del 2012 si rivelerà soltanto un ricordo a cui si ripenserà sorridendo. Il ritornello riporta il pezzo su velocità un po' più elevate, riprendendo uno schema già usato più volte nel corso dell'album, proponendo linee vocali catchy ed accattivanti in cui note e frasi più distese si alternano a frasi più repentine. Anche qui troviamo una prima parte del testo pessimistica in cui veniamo invitati a pregare e a pentirci dei nostri peccati prima della fine, e una seconda più speranzosa in cui veniamo confortati: dopotutto se siamo nel 2017 vuol dire che "all this is just fantasy". Dopodiché troviamo una nuova breve strofa, ancora timorosa e dubbiosa, che però lascia subito spazio all'altrettanto dubbioso e pacato pre-chorus che abbiamo già visto poco fa. In cielo ancora non si vedono tempeste di fuoco, la terra non trema e i mari sono tranquilli.. forse l'ora X ancora deve arrivare, forse non arriverà mai. Nel dubbio meglio pregare, come ci intima il veloce ritornello. Improvvisamente irrompe un bell'assolo fluido e veloce che sembra quasi suggellare le sensazioni di fermento ed eccitazione miste a paura provate dai poveri terrestri in attesa di una risposta. Il pre-chorus, uno dei momenti più interessanti del pezzo e in cui Tiranti dà il suo meglio, ribadisce questo concetto guidandoci nuovamente verso il ritornello, il quale ci toglie definitivamente ogni dubbio. Non c'è motivo di avere paura: la fine del mondo forse un giorno arriverà, ma il 21 dicembre 2012 chiaramente non è stato quel giorno.

Reset

È un altro riff tagliente, energico e sempre più veloce che dà il via a "Reset", la penultima traccia dell'album. I ritmi, che per un attimo sembravano farsi veloci, rallentano invece non appena rientra in campo la voce di Calandriello, i riff però restano ben saldi e decisi a sostenere il pezzo, coadiuvati da una batteria molto vivace e, questa sì, veloce soprattutto nella seconda strofa. In quest'ultima anche la voce si innalza lievemente, mentre ci canta di un'altra storia piuttosto fantascientifica: al protagonista della canzone viene infatti suggerito di inserire un misterioso codice per cambiare e salvare il mondo, un codice molto semplice però, dacché non è altro che la sua data di nascita. Sembra davvero troppo semplice, troppo bello per essere vero, non c'è da avventurarsi in chissà quale ricerca per scoprire il codice, basta solo la data di nascita, sembra assurdamente elementare ma è così: "Now enter the code, nothing more/ than your birth date to change the world/ Save this world now/ and open the gates of your final real..". Esattamente a quest'altezza esplode il ritornello, con Calandriello che, legandosi direttamente alle linee vocali della strofa precedente, tocca vette più alte e acute con la sua voce, rendendo il ritornello abbastanza piacevole, soprattutto nella prima parte. Un ritornello che rifiuta di essere statico, proponendo anche un'accelerazione nella sua seconda parte, poco prima di lasciare il posto ai riff e alle ritmiche di inizio pezzo. Proprio come all'inizio, le ritmiche veloci rallentano improvvisamente per adattarsi alle rilassate e riflessive linee vocali di Calandriello, il quale, in questa strofa, non è più una voce che suggerisce al personaggio della canzone cosa fare, ma diventa egli stesso il personaggio; grazie a questo espediente possiamo quindi entrare nella mente del protagonista del pezzo, di questo salvatore del mondo, e leggere il suo pensiero. Questo ci permette di venire a conoscenza di un'amara verità: il protagonista scopre, nel nostro stesso momento tra l'altro, di non essere il salvatore del mondo, tutt'altro, egli è il suo distruttore: "I feel teased,/ I think I was the savior of this new world/ instead I am only its destroyer". Com'è possibile tutto questo? Come è potuto passare da salvatore a distruttore? La verità è che in questo caso distruzione e salvezza sembrano essere due facce della stessa medaglia: una porta all'altra, la distruzione porta alla salvezza. Il mondo verrà cancellato, ma questo ne permetterà la rinascita, come possiamo leggere nella strofa seguente, che possiede caratteristiche musicali simili a quanto abbiamo già udito: "All will be erased,/ everything will start from the end/ clear this world now..." Il ritornello sopraggiunge proprio quando ce lo aspettiamo, con la stessa partenza frizzante ed accattivante che però va un po' a scemare mentre prosegue verso la fine. A questo punto si inserisce il puntualissimo assolo, il quale questa volta non si lascia andare a troppi virtuosismi e resta molto melodico, con molto note distese che si legano benissimo con la nuova strofa. Una strofa che però ci sorprende perché non è come le altre che abbiamo già visto, ma propone uno schema nuovo (per lo meno all'interno di questa canzone). Essa infatti è molto melodica, quasi sognante, la voce di Calandriello è meno bassa, meno descrittiva e si alza sempre di più mentre anche la musica si velocizza e le ritmiche si fanno più pressanti, fino all'esplosione finale che avviene grazie a due acuti strabilianti. In ogni caso, con questa strofa scopriamo che cosa succederà al nostro mondo e che cosa comporterà l'inserimento di quel famoso codice: "The end led to a new beginning/ I burned it alla round me/ the first red rose will mean the rebirth of the world/ in which we have always dreamed of... living". Come preannunciato, la fine del mondo significherà anche il suo nuovo inizio, grazie a questo binomio fatto di distruzione e creazione potremmo ricominciare da zero, resettare tutto e vivere in un mondo perfetto, il mondo che abbiamo sempre sognato.

The Final Scream

La chiusura dell'album è affidata a "The Final Scream (L'Ultimo Grido)", una strumentale abbastanza innocua che non toglie e non aggiunge niente al valore complessivo dell'album, anzi, forse metterla come traccia finale è stato un po' un azzardo, visto che rischia di far perdere l'attenzione prima della fine del CD. C'è da dire però che le prestazioni dei musicisti sono davvero buone: con qualche venatura Prog si passa infatti tra riff ora cadenzati ora incalzanti, assoli ora virtuosi ora melodici e cambi di tempo fluidi e senza intoppi. Da segnalare anche la buonissima prestazione dietro alle pelli di Barbara D'Alessio, ospite su questa traccia. Nonostante le buonissime prestazioni, soprattutto alla chitarra, il pezzo finisce senza lasciare troppo il segno, facendomi pensare che forse sarebbe stato meglio inserirlo a metà scaletta, come "pausa" prima di ripartire con qualche bel pezzo Power veloce ed accattivante.

Conclusioni

Dopo 45 minuti circa di musica, cosa possiamo dire in ultima battuta? "Chapter IV" è senza dubbio un album ben fatto e ben suonato, gli Athlantis conoscono il loro mestiere, (stiamo comunque parlando di musicisti con una certa esperienza) e sanno sicuramente come mettere in pratica tutta la loro esperienza. Le canzoni sono semplici, la loro struttura è quella classica, e ciò permette un facile ascolto e anche una facile memorizzazione, soprattutto per quel che concerne i ritornelli; quasi tutti i pezzi sono accattivanti ed energici, non risultano per niente pesanti o noiosi, complice anche la loro durata contenuta (quasi sempre entro i 4 minuti), e questo rende scorrevole l'album. C'è da dire però che la prima parte, anzi, più precisamente le prime 6 canzoni, sono nettamente superiori alle ultime: non che gli ultimi 4 pezzi siano da buttare o evitare, però ripropongono e ripetono uno schema ben consolidato nel corso dell'album, e questo fa calare un po' l'attenzione, permettendo alla monotonia di fare capolino; anche e soprattutto in virtù del fatto che i brani tandano a risultare molto simili tra loro. Il fatto che le canzoni siano tutte semplici e dirette potrebbe anche essere un'arma a doppio taglio in effetti, perché se è vero che restano subito impresse e risultano subito piacevoli, è anche vero che durante l'ascolto dell'album si sente il bisogno di un qualcosa di diverso, magari di un pezzo più lungo e complesso in cui dar sfogo a tutta l'abilità tecnica e compositiva, soprattutto per quanto riguarda gli assoli, molto buoni ma spesso un po' troppo brevi. Anche le ritmiche spesso sono molto simili tra loro, sempre medio-veloci. Varietà ne troviamo, punti forti come "Endless Road" (il vero punto forte del disco, davvero un bel pezzo), in cui si può apprezzare quella velocità trascinante che ha fatto la fortuna del Power. Un caso forse troppo particolare, che avrebbe meritato "un bis", se non altro per via della capacità mostrata nel saper variare ed osare. E neanche un altro pezzo simile a "Crock Of Mould" sarebbe stato male, o addirittura una ballata vera e propria, ma qui entriamo nel mio gusto soggettivo, anche perché personalmente avrei gradito ascoltare la voce di Calandriello su una canzone del genere; non considero quindi la mancanza di questo o quel tipo di canzone come dei difetti propriamente detti. La prova vocale di Calandriello è interessante, il cantante infatti è in grado di arrivare a note molto acute, ma usa questa sua abilità poche volte nell'album, preferendo restare su toni un po' più bassi e caldi; nonostante io adori acuti e note alte varie devo dire che ho apprezzato questa scelta, in quanto dimostra che non c'è sempre bisogno di sparare acuti supersonici per cantare in questo particolare ambito. Un fattore che, inoltre, dimostra anche quanto Calandriello sia in grado di gestire la sua voce senza esagerare o dare sfoggi di tecnica vocale. I cantanti ospiti, inoltre, se da un lato "oscurano" un po' il cantante della band, dall'altro danno un tocco di varietà alle canzoni, dando così una sfumatura diversa a quei brani in cui operano. Bella anche la copertina a cura di Giorgia Gueglio ed i colori scuri (blu e nero per lo più) che sono stati scelti per il booklet. I quali, a mio avviso, si sposano bene con le sensazioni che emanano le singole tracce dell'album. In conclusione, la band di Vawamas sforna un buon lavoro, piacevole da ascoltare e senza fronzoli; qualche difetto c'è (come indicato poco più su), ma "Chapter IV" si merita sicuramente la sufficienza e anzi, la supera anche.

1) The Terror Begins
2) Master Of My Fate
3) Ronin
4) Our Life
5) Endless Road
6) Crock Of Mould
7) Face Your Destiny
8) Just Fantasy
9) Reset
10) The Final Scream