AT THE GATES

Terminal Spirit Disease

1994 - Peaceville Records

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
14/12/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Un treno in corsa, fuori controllo e lanciato a velocità folle. Potremmo, assai semplicisticamente, riassumere così la prima parte di carriera degli svedesi At The Gates. Questo nostro incipit, se vogliamo insolito e brutale, è riassunto nei numeri. A partire dal mese di luglio del 1992 e sino a novembre del 1995, circa una quarantina di mesi in tutto, furono rilasciati ben quattro full length, con una distanza media, tra un album e l'altro, di poco superiore all'anno, quasi come se Tompa e compagni avessero già intuito che un simile stato di grazia, un livello di ispirazione così elevato non potessero essere mantenuti troppo a lungo. Una evoluzione stilistica assolutamente dirompente ed irrefrenabile, un caleidoscopico coacervo di idee proposte di getto, impulsi puntiformi ed evanescenti fissati in musica senza un apparente schema logico, ma che lasciarono in eredità un'impronta indelebile, solo parzialmente offuscata dalla successiva e, probabilmente, non indispensabile reunion. Pur nella frenetica e disperata corsa al successo di quegli anni ruggenti, è possibile individuare una ipotetica linea di demarcazione tra i primi due lavori ed i secondi due. Incredibilmente ermetici, oscuri e seminali risultarono essere i magnifici "The Red In The Sky Is Ours" e "With Fear I Kiss The Burning Darkness", mentre maggiormente accessibili, introspettivi e melodici furono i successivi. "Terminal Spirit Disease (La malattia terminale dello spirito)", platter che, già dal titolo scelto, ribadì con forza la straordinaria eccentricità della band di Gothenburg, rappresentò, per certi versi, il punto più basso della loro roboante ascesa al trono, penalizzato da una tracklist di pezzi inediti eccessivamente scarna ed immediatamente oscurato dal clamoroso successo riscontrato dal suo immortale e spettacolare successore "Slaughter Of The Soul". Esso fu il primo lavoro che la band scandinava dei gemelli Bjorler rilasciò con la collaborazione della lodevole etichetta britannica Peaceville Records, la quale aveva provveduto, nel frattempo, a rilevare la più piccola Deaf Records, label con la quale erano stati immessi sul mercato i primi due dischi. Il sodalizio artistico così venutosi a creare garantì, peraltro, un salto di qualità solamente parziale a livello di produzione e di mixaggio e non fu destinato a durare a lungo, se è vero che il favoloso disco del 1995 uscì per Earache Records. Si registrò anche un cambio per quel che concerne la line up del gruppo: il bravo chitarrista ed ispirato compositore Alf Svensson venne, infatti, sostituito da Martin Larsson, musicista forse dotato di minor talento, ma pur sempre in grado di giungere sino ai nostri giorni, con dedizione ed impegno non indifferenti. Quello che ci apprestiamo a recensire, in ogni caso, è un lavoro assolutamente valido ed in grado di stagliarsi ben oltre la sufficienza in sede di giudizio finale, ulteriormente impreziosito dalla interessante aggiunta di tre bonus track registrate live nella popolosa e natia città del sud della Svezia. Il terzo full length di casa At The Gates vide la luce in data 18 luglio 1994, mentre le sopracitate canzoni aggiuntive furono registrate nello storico locale Magasinet nel precedente mese di febbraio. Tracklist effettiva davvero ridotta ai minimi termini, si diceva poc'anzi. Se a ciò aggiungiamo che, dei sei brani mai incisi prima d'ora, uno si connotò come un breve interludio interamente strumentale, ci rendiamo conto, ancora di più, della immane difficoltà incontrata dal platter nell'emergere dall'anonimato. Appena 22 minuti di musica inedita sono la conformazione classica di un ep, non certo di un lp. Destino avverso, fin dalle premesse iniziali, per il terzo album del quintetto svedese, (lo è a tutti gli effetti, sebbene qualcuno abbia parlato, a tal proposito, proprio di un succinto ep anticipatorio rispetto al successivo long play). Quasi inevitabile, dunque, che, a distanza di più di vent'anni, in diversi abbiano finito con lo scordarsi di questo piccolo gioiellino. Il nostro compito sarà, dunque, quello di ridare nuova luce al capitolo numero tre della formidabile epopea degli At The Gates, il primo quasi interamente ascrivibile al filone del melodic death metal. E che l'elemento melodico sia divenuto parte integrante del modus operandi del combo nordeuropeo lo intuiamo fin da subito leggendo le stringate note aggiuntive ad esso riferite. Presero, così, parte alle sessioni di registrazione, (tenutesi, anch'esse, nel febbraio del 1994), oltre allo stesso Alf Svensson, ancora collaboratore part time del gruppo, limitatamente al comparto lirico, tali Ylva Wahlstedt al violino e Peter Andersson al violoncello. Detto che le note biografiche a nostra disposizione sono assai limitate per entrambi, (veniamo a sapere solamente che la prima ebbe un ruolo di contorno pure nel grandioso debut album degli In Flames, "Lunar Strain", uscito qualche mese prima), la sola presenza di due strumenti ad arco, (non una novità assoluta peraltro visto che erano già stati incontrati nel disco d'esordio), è sufficiente per comprendere la natura più intimista e ricercata del sound che caratterizzerà il platter. Abbandonati i celeberrimi Sunlight Studios di Stoccolma del primo mentore Tomas Skogsberg, (vera e propria mecca del death metal svedese all'epoca), i nostri si affidarono agli altrettanto celebri Fredman Studio ed alla produzione più calda e leggermente meno spigolosa di un altro pezzo da novanta quale Fredrik Nordstrom. Altro elemento questo che testimonia di un più consapevole approccio da parte di Lindberg e soci. Tracklist ridotta all'osso ed un maggiore interesse per la componente melodica configurano, dunque, un ascolto immediato e semplice per le nostre orecchie? Assolutamente no se di mezzo ci sono dei doppiogiochisti di professione come gli At The Gates. "Terminal Spirit Disease" è, in assoluto, l'album più meditativo e malinconico della loro carriera. Concluso questo necessario cappello introduttivo, diamo, ora, il via alla nostra analisi track by track.

The Swarm

L'album si apre con "The Swarm (Lo sciame)" e con i primi, spettacolari, colpi di teatro, non del tutto inattesi a questo punto. Profondi effetti atmosferici di sottofondo evocano l'imminente arrivo di un temporale notturno ed hanno il compito di introdurre, magnificamente, una breve e cupa ouverture acustica affidata agli strumenti ad arco. Violino e violoncello disegnano alcuni languidi accordi, prima di cedere il posto alle più convenzionali chitarre, ma questi pochi secondi già lasciano intendere quali saranno le coordinate stilistiche attorno alle quali Anders e Jonas Bjorler hanno intenzione di muoversi questa volta. Siamo alle prese con un incipit di gran classe ed altamente suggestivo con il quale la band, oltre a confermare, una volta di più, la propria spiccata personalità, sembra voler riallacciare il filo del discorso con il piccolo ed impenetrabile ep "Gardens Of Grief". Anche in questo caso, però, la nostra ipotesi iniziale non trova riscontro ulteriore. Attorno al trentesimo secondo emerge, infatti, il vigoroso suono della batteria, armonizzato in maniera ottimale rispetto alla soave melodia d'apertura, grazie alla quale rientriamo prontamente sulla retta via di uno swedish death metal piuttosto tipico. A dire il vero sono, queste, tempistiche abbastanza anomale per il gruppo, più allentate e ponderate, tanto che bisogna aspettare fino oltre al primo minuto per l'inizio della narrazione lirica. Non è l'impatto dirompente e diretto cui eravamo stati abituati in passato. Pure l'inconfondibile voce di Lindberg risulta essere meno insana, un filo più matura, perdendo però, di contro, qualcosa in relazione alle straordinarie doti di incisività e di naturalezza che lo avevano caratterizzato nei primi due album. L'inserimento di un vero e proprio refrain centrale, lo incontriamo per la prima volta al minuto 01:44, contribuisce a rendere ancora più proporzionata ed ortodossa la porzione centrale del pezzo. E' il classico binomio vocalist/chitarre a catalizzare quasi tutta l'attenzione, il basso, praticamente, non entra mai realmente in scena, mentre la batteria di Erlandsson, dopo il promettente biglietto da visita lasciatoci, si attesta su standard qualitativi di medio livello, limitandosi a garantire una ordinaria ed ordinata sezione ritmica di accompagnamento. La new entry Larsson dimostra di sapere il fatto suo mostrando già una buona intesa con Anders Bjorler, il quale confeziona per noi uno splendido assolo poco prima dello scoccare del terzo minuto, anch'esso intriso di grande nostalgia e di nordica epicità. Anche in questo caso, viene da chiedersi il perché questi momenti virtuosi siano così brevi nella loro durata complessiva. Gli estrosi gemelli Bjorler, a seguito dell'uscita dal gruppo da parte di Svensson, divennero anche i compositori principali della band. Gli scenari da loro descritti, tuttavia, poco si discostano da quelli tanto cari all'ex compagno di squadra. Entra in possesso della ardente fiamma, come se fosse un morbo ancora contagioso, nutri in serbo un desiderio empio ed inconfessabile. Intorno a te il mondo è in ginocchio, le nostre fulgide menti sono sopraffatte nel coltivare ancora una vana speranza, l'utopia onirica di una morte sotto l'effetto di sostanze stupefacenti. Noi tutti abbiamo smarrito la fede, dilapidato stupidamente la creatività di cui godevamo, la nostra è una generazione che si alimenta di continue oscenità. Che cos'è il male, se non una visione distorta del bene stesso? L'anima deforme dell'uomo è prossima alla sua fine inesorabile. La più deliziosa tra tutte le menzogne, ne avvertiamo il suo caloroso abbraccio sulla nostra pelle, sprofondati in un tale oblio esistenziale, esattamente l'opposto rispetto al brulicante sciame di persone e di relazioni che ci era stato, mendacemente, promesso. L'ignoranza dilagante sarà la causa principale della nostra estinzione, un Dio posticcio che non è mai esistito farà da guardia ad una Nazione morta anch'essa. Oltre queste lande desolate e spoglie ci muoviamo a fatica, il fato dell'umanità è stato inciso nel napalm, moriamo, ci estinguiamo dalla faccia della Terra per mano dei nostri simili.  Che cos'è il male se non l'assetato bene, torturato ed afflitto dalla sua stessa ira?

Terminal Spirit Disease

In seconda posizione troviamo la più battagliera ed incalzante titletrack. "Terminal Spirit Disease (Malattia terminale dello spirito)", praticamente identica per quel che concerne il minutaggio rispetto alla traccia precedente, mostra una maggiore inclinazione verso orizzonti tipicamente thrash/death metal. La struttura ritmica portante del brano, a dire il vero, poco si discosta da quanto ascoltato poc'anzi. Anche in questo caso avremo l'inserimento di un fugace ritornello portante, di sicuro impatto, e pure di un breve assolo chitarristico, utile per convogliare al meglio il pezzo stesso verso la sua conclusione. Tuttavia, fin dai primissimi riff, martellanti e serrati, è possibile apprezzare una ritrovata cattiveria adolescenziale, la quale trova il suo riscontro ideale, a livello musicale, nella scuola hardcore/punk tanto cara al gruppo svedese nei primissimi anni di carriera. La componente melodica, dalla quale la formazione scandinava non ha, peraltro, alcuna intenzione di distaccarsi, si arricchisce, ancora una volta, di lineamenti pesanti e sofferenti, ulteriormente corroborati da un cantato più informe e straziante da parte di Tompa, (l'urlo belluino del minuto 01:40 ne è un esempio più che significativo al riguardo). Viviamo uno stato di perenne trepidazione e di profondo turbamento, la clessidra del tempo, per noi, è prossima ad esaurire il suo corso. Sei in grado di avvertire il dolore che io sto provando? Ho smarrito qualsiasi riferimento concreto con la realtà, sono perduto all'interno di un mondo che detesto, per il quale non provo null'altro se non bieco odio. Una ferita che non è destinata a rimarginarsi in alcun modo lacera il mio corpo in continuazione, mi rendo conto di essere spacciato, senza via di scampo, proprio nel nido del serpente più velenoso. Per tutte queste ragioni, io ti imploro di liberarmi dall'opprimente giogo che mi attanaglia, metti in croce la mia stessa esistenza e lascia che un'illusoria letizia si tramuti in una più turbata realtà. Tutta la vita è segnata dalla sofferenza, possiamo solo sognare orizzonti migliori. La batteria serra i ranghi da par suo, facendo un maggiore ricorso al blast beats, grazie al quale Adrian Erlandsson è in grado di erigere un muro sonoro non indifferente. Il dolore più intenso arde sotto la mia pelle, io sono la vittima di uno sconosciuto morbo terminale dello spirito, avverto una smisurata brama di sete che contorce brutalmente i miei nervi. Fai a pezzi quel verme che reca il nome della depressione, unisciti alle sanguisughe dell'oppressione, una logica incerta e travisata va morendo. Le tempistiche del pezzo, davvero indiavolate e travolgenti, non calano mai per tutti i primi due minuti abbondanti. Troviamo un solo momento maggiormente riflessivo e pacato, allorquando ci imbattiamo, minuto 02:40, in un altro piccolo assolo di stampo neoclassico di assoluto livello. Anders Bjorler si conferma, così, raffinato e superbo chitarrista solista. Proprio questa straordinaria capacità di inserire simili sprazzi di melodia all'interno di substrati fortemente aggressivi e violenti rese la proposta musicale degli At The Gates praticamente unica all'epoca. La carica di cui il brano dispone è davvero notevole, facile dedurre che siamo al cospetto di uno dei momenti migliori di tutto l'album, nonché ad uno dei pezzi più longevi della storia del gruppo, praticamente sempre presente in ogni setlist presentata nel corso di questi due decenni. Il mio febbrile circolo di dannazione è stato consumato, inesorabilmente, da un celestiale tormento, simile ad un tarlo che mi ha eroso dall'interno. La mia anima, condannata al peccato della vita, se davvero vuole conseguire la libertà tanto desiderata non ha altra possibilità se non quella di morire.

And the World Returned

"And The World Returned (Ed il mondo ritornò)" è lo struggente brano strumentale a cui si è fatto riferimento nel corso della presentazione di questo lavoro. Per la prima volta in assoluto, dopo due full length ed un demotape, gli At The Gates si cimentano con un pezzo di questo tipo, confermando, ancora una volta, di avere conseguito una rispettabile maturità artistica ed una nuova predisposizione ad esplorare lidi musicali sinora, quasi del tutto, sconosciuti. Una sobria voce femminile, indistinta ed appena percepibile in sottofondo, precede il classico fischio di un treno, probabilmente, in partenza da una affollata stazione metropolitana. Ed in effetti i tre minuti scarsi che seguono si configurano proprio come una sorta di viaggio. Viaggio inteso come metafora ideale della vita, durante il quale dedicarsi all'introspezione personale, alla meditazione del cuore e per fare un primo bilancio della propria vita. La chitarra acustica di Anders, (compositore unico del brano), tratteggia una melodia estremamente semplice e lineare, non di meno appassionata e toccante nelle sue sfumature principali, la quale affonda le proprie radici nella musica classica, senza disdegnare neppure arpeggi barocchi di gran classe come quello del minuto 0:34, (i primi due nomi che vengono in mente, al riguardo, sono quelli di Bach e di Handel). In sottofondo si percepisce il suono cupo e profondo degli strumenti ad archi, violino e violoncello, abilissimi a sovrapporsi alla melodia portante, ad incastonarsi, di volta in volta, con essa, al fine di conferire al tutto una maggiore dose di emotività e di passionalità. Il violoncello, nello specifico, sale in cattedra al minuto 01:26: le note lugubri e drammatiche eseguite dal bravo Peter Andersson contribuiscono ad accrescere in noi il senso di straniamento e di dolore, mentre il violino di Ylva Wahlstedt si muove con altrettanta, pregevole, eleganza lungo binari paralleli a lui riservati. A partire dal minuto 01:35 la traccia pare scemare un poco quanto ad originalità, in quanto finisce con il ricalcare dappresso la porzione finale del brano semistrumentale "The Scar" inserito nel primo full length del gruppo. Si riescono, ciò nonostante, ad intuire qualcosa come sei linee sovrapposte di chitarra, effettate con una distorsione minima l'una rispetto all'altra ed amplificate con un effetto riverbero appena accennato, che sfumano progressivamente fino a lasciare il posto, prima, ancora agli strumenti ad arco, (minuto 02:28), ed, in seguito, al vociare confuso ed indistinguibile di una popolosa città (minuto 02:50). Ricompare, quindi, il riconoscibile sibilo del treno, il suo viaggio è concluso, la speaker della anonima stazione di arrivo pronuncia qualche altra parola non riconoscibile, gli occupanti lasciano frettolosamente i loro vagoni per dirigersi in superficie. Noi, con loro, facciamo lo stesso e ci apprestiamo a ritornare su coordinate a noi più congegnali, non prima, però, di aver espresso un giudizio, comunque, positivo su questa traccia interamente acustica. La natura malinconica e sofferta di essa ben si amalgama all'interno del contesto generale dell'album e non incide in maniera negativa su di essa la mancanza di qualsiasi riferimento lirico. L'unico appunto che ci sentiamo di muovere consiste nel fatto che "And The World Returned" pare essere più un audace esperimento solista da parte di Anders Bjorler, solamente in parte mitigato dalla presenza di due validi ospiti esterni, che un brano degli At The Gates globalmente intesi.

Forever Blind

Il momento più alto nel (breve) corso del terzo full length dei nostri lo si raggiunge, a nostro avviso, con la successiva "Forever Blind (Per sempre cieco)", brano che arriva a sfiorare i quattro minuti di durata ed in cui le due componenti fondamentali del modus operandi tipico della band svedese, cioè quella aggressiva, da un lato, e quella melodica, dall'altro, vengono miscelate in maniera ottimale a livello di produzione e rese coese e funzionali l'una all'altra al fine di conseguire un risultato complessivo di tutto rispetto. Lo stentoreo incipit iniziale, venticinque secondi in tutto, vede la batteria di Adrian destreggiarsi con disinvoltura e sagacia sopra a tre linee armoniche differenti di chitarra. Esse, al solito dense e pregne dell'immancabile sofferenza, cesellano una robusta melodia dall'interessante retrogusto thrash oriented, non disdegnando neppure di palesare una relativa orecchiabilità, aspetto, questo, comunque in secondo piano rispetto al preponderante elemento battagliero. All'interno della angusta cella in cui siamo confinati non vi è spazio né per la compassione né per la pietà, nessuna candida aurora sorgerà ancora sopra alla nostra anima arida, simile ad una gelida ed incolta pianura. Nessun ulteriore invito ci sarà rivolto a prendere parte ad un più tiepido orizzonte, il sole non accoglierà mai più i miei occhi. Lo scream di Tompa, impostato su tonalità altissime ed ardue da sostenere persino per lui, torna a farsi malato e spettrale, efficace e potente come mai ci era sembrato sino a questo punto. Il pathos emozionale raggiunge, ben presto, livelli massimi, la tensione corre veloce sul filo del rasoio. Vili ed infami, ci avete privato di tutto quanto rappresentava il nostro mondo, nessun dannato sole, nessun dannato dolore, ho cercato, con ogni mezzo, di rendere disponibile il mio cuore all'amore, tutto è stato inutile, tutto è perduto. Esplorando anche i più oscuri anfratti dell'esistenza, senza timore né passione, sono, infine, rimasto solo con il mio tormento e con la mia inquietudine, per sempre cieco. Epico e spettacolare è il riff del minuto 01:22, attorno al quale la formazione scandinava costruisce una piccola porzione di brano più ragionata e meno incalzante. Alcuni pregevoli patterns di batteria, nuovamente fattisi più decisi e vigorosi, precedono la ripresa del comparto lirico. La mia brama cinge sé stessa in un famelico pugno, dà il benvenuto alla mia anima sofferente, quella di un individuo in pena ed ormai in fin di vita per l'eccessiva arsura provata sulle labbra. Tu che sei madre di tutti noi, giungi, infine, a riscuotere la tua vendetta, i miei occhi non vedranno più sorgere la luce del sole. Da questo momento in avanti Tomas ripeterà il conciso refrain centrale un altro paio di volte. L'assolo di chitarra del minuto 02:56 è qualcosa di realmente sensazionale e consente, ancora una volta, di garantire una maggiore ariosità alle splendide trame, dolorose ed opprimenti, imbastite dalla band nordeuropea. Nel complesso, la struttura portante del pezzo è piuttosto basilare, simile a quella già incontrata nelle tracce effettive precedenti. Elementi cardine del (parzialmente) rinnovato mood degli At The Gates sono quindi i seguenti. Riff energici ma non debordanti in toto, una batteria che offre il meglio di sé stessa nei primissimi secondi della contesa per poi defilarsi in secondo piano, un succinto ed incisivo ritornello centrale, piazzato circa a metà della canzone e poi reiterato verso la conclusione della stessa, laddove esso acquisisce più forza e spessore grazie all'inserimento di un breve, ma meraviglioso, assolo di chitarra che lo precede di qualche secondo. In definitiva, possiamo ancora riscontrare la forte impronta stilistica, caratterizzata da tratti distintivi fitti, oscuri fino al punto di divenire quasi impenetrabili, lasciata da una personalità di spicco come quella di Alf Svensson, essa è stata resa più snella e rigiocabile nel tempo da parte dei gemelli Bjorler e dallo stesso vocalist.

The Fevered Circle

Costantemente e pericolosamente in equilibrio precario sopra ad un ottovolante, gli At The Gates propongono, ora, quello che può essere considerato come il momento meno interessante di "Terminal Spirit Disease". "The Fevered Circle (Il circolo febbrile)", con i suoi quattro minuti ed undici secondi, è il brano più lungo della tracklist di inediti. Le cadenze della traccia si mostrano molto lente e titubanti, sebbene non mancheranno discrete accelerazioni, riconducibili alla ruggente scuola svedese, peraltro troppo sporadiche per poter essere apprezzate fino in fondo. La batteria cerca di fare del proprio meglio, cesellando un robusto e solido up tempo che, per quanto non risulti essere particolarmente originale, ben supporta l'incerto comparto lirico, contraddistinto da tonalità espressive struggenti ed alquanto drammatiche. Il main riff è piuttosto debole e davvero poco ispirato, si ha quasi la sensazione che esso si trascini in avanti a forza, con grande fatica. La coppia di chitarristi, formata da Anders Bjorler e da Martin Larsson, si limita ad una normale esibizione alle sei corde, certamente precisa, ma che manca, quasi in toto, del giusto mordente, di quel quid in più in grado di coinvolgere appieno l'ascoltatore. Nei passaggi più flemmatici si riescono a scorgere anche dei vaghi riferimenti al doom metal, non sufficientemente definiti e rifiniti, in ogni caso, per risollevare le sorti di un brano che non riesce mai a decollare, per nessun aspetto particolare. Possiamo vedere "The Fevered Circle" come il pezzo ideale per sintetizzare il momento di veloce e tumultuosa transizione vissuto dal gruppo, in procinto di abbandonare definitivamente le tinte dense e tenebrose del primo biennio di attività per abbracciare quelle più melliflue e melodiche del 1995. Ulteriore conferma di quanto appena affermato sta nel fatto che, come accennato nell'introduzione a questo lavoro, alla stesura lirica del pezzo collaborò anche l'ex membro del gruppo Alf Svensson. La sua gloriosa partecipazione con gli At The Gates si concluse, anche in maniera piuttosto burrascosa, (le divergenze di opinioni con lo stesso Anders sono state rese pubbliche in tempi non sospetti), qui. Da quel momento in poi, infatti, egli, che si definì "stanco di tutto", preferirà dedicarsi alla sua carriera di artista, (in questo ambito sarà più volte impegnato fianco a fianco con un'altra nostra vecchia conoscenza che risponde al nome di Kristian "Necrolord" Wahlin). Più nel dettaglio, Svensson sarà apprezzato prima come tatuatore ed, in seguito, come sviluppatore di modelli tridimensionali per una nota società di computer. E forse, proprio nella oscura sezione lirica, sta il solo aspetto realmente degno di nota della canzone in oggetto. Ogni giorno tu sei l'attore della desolata compassione che ti circonda, l'esistenza ti osserva dall'alto con ribrezzo, la speranza, pur se ancora viva, sta svanendo, le illusioni ti sfuggono di mano, il tuo respiro, già ansante e flebile di per sé, viene spezzato a più riprese. Sopra al tuo capo le sei sinistre spine della bellezza sono in agguato, l'artiglio di colui che non appartiene al cielo è pronto a ghermire la sua preda, il nostro diritto di respirare, pesino quello di sanguinare sono stati negati per sempre. C'è qualcosa che passa in rassegna minuziosamente gli abissi dell'ignoto, esso è celato solo parzialmente e si aggira alle nostre spalle, tuttavia non necessita di essere cercato a lungo. La verità di ciò che noi siamo realmente, andiamo, facciamolo a pezzi! Ogni giorno un circolo febbrile, l'esistenza ti osserva dall'alto con sdegno, sei biechi artigli che emergono dalle tenebre per lacerare e strappare con forza la tua pelle dalle ossa. Non è, tuttavia, il caso di fare drammi eccessivi, siamo, probabilmente, al cospetto del solo passaggio a vuoto della band nel corso dei primi cinque anni di carriera.

The Beautiful Wound

La tracklist "effettiva" dell'album si conclude con la valida "The Beautiful Wound (La splendida ferita)", altra canzone che, dal punto di vista lirico, è connotata da una inguaribile tormento che dimora stabilmente nel profondo dell'animo di ognuno. Viene, inoltre, lambito, lo spinoso tema del consumo di droga, grazie al quale si rafforza in noi la convinzione della totale drammaticità insita in qualsiasi esistenza umana. Le mie vene sono state aperte e rese gonfie, mentre le tue attendono di essere saturate, la gagliarda fiera dei miei peccati, la bestia imponente che mi ha condotto sulla via della perdizione, non è assolutamente facile da domare, né tantomeno da uccidere. Per colpa di un rancore corrotto, mai rimarginato e totalmente incapaci di distruggerlo, noi ci assopiamo in notti differenti, deformi in viso e narcotizzati nel corpo, anneghiamo nell'amore perduto, depravati sino al midollo. Raccapriccianti, drogati e febbricitanti a causa di esso, la tua beltà irrompe nelle mie vene e mi dichiara guerra, mi rende schiavo. Il mio vincolo intellettuale, la mia volontà resa monca, avverto questa piccola e dolce necessità, la tua necessità di essere odiato. Ora che sono anestetizzato e sfigurato, conficchi in me le tue tenebre acuminate, solo io sono in grado di scorgere una verità a te sconosciuta. Sento che la mia pelle, già delicata, sta andando a fuoco, mi trovo dinanzi alla grandiosa porta della misericordia, dietro alla quale si celano tutte le deliranti pulsioni di cui soffro, tu hai assunto i connotati della mia grandiosa pira funeraria, una splendida ferita che incide il mio corpo, ormai, quasi del tutto, irriconoscibile. Per quel che concerne l'aspetto musicale, la traccia torna ad assestarsi su tempistiche decisamente più serrate e frenetiche. Uno degli aspetti certamente più interessanti e meritevoli di essa è costituito dall'interessante lavoro in doppia cassa da parte di Adrian Erlandsson, riscontrabile soprattutto nell'efficace ritornello centrale, (lo incontriamo, per la prima volta, al minuto 01:04). E' questo un pezzo decisamente più canonico per gli standard del gruppo, in cui torna a brillare di luce propria pure il cantato di un convincente Tomas Lindberg, nuovamente in grado di graffiare con la sua caratteristica timbrica vocale, elevata e raschiata. Le due chitarre, dal canto loro, tratteggiano una consistente melodia di base, di evidente ispirazione heavy, solitamente cupa e circoscritta, ma che sa anche essere impetuosa e spigliata, grazie, soprattutto, a frequenti e risoluti scatti verso l'alto. Pregevole è anche il passaggio ritmico che incontriamo al minuto 02:06, giusto un attimo dopo la seconda ripetizione dello spedito refrain portante, grazie al quale la traccia si arricchisce di un elegante groove ad effetto e si proietta nel migliore dei modi verso la sua seconda metà. L'urlo a squarciagola di Tompa del minuto 03:21, reiterato, in una sua versione leggermente meno intensa, solo qualche istante dopo, è l'inevitabile preludio della fine, che giunge, puntuale, appena una trentina di secondi più tardi. In totale sono passati appena ventidue minuti dal momento in cui abbiamo premuto il tasto play sul nostro lettore stereo, ma l'intensità, il pathos ed il coinvolgimento emozionale che abbiamo avvertito nel corso di essi trovavano, (allora), e trovano, (anche tutt'oggi), pochi eguali nello sconfinato panorama della musica estrema.

All Life Ends (live)

L'incendiario trittico di canzoni registrate live, con il quale la band intese rimpinguare la stringata tracklist, si apre con l'inquietante ed imperturbabile "All Life Ends (Tutta l'esistenza termina)". Ricordiamo, brevemente, il contesto storico entro cui ci troviamo. Siamo nella natia città di Gothenburg, in data 6 febbraio del 1994, all'interno degli angusti locali Magasinet. A far da spalla agli At The Gates si esibirono, guarda caso, i Carcass, leggendaria formazione britannica dal destino, per certi versi, assimilabile a quello dei nostri, (anche il combo di Jeff Walker e di Bill Steer si sciolse, infatti, all'apice del successo, sebbene lo split up avvenne, in quel caso, all'indomani di un lavoro controverso ed ondivago come "Swansong", prima di dare vita ad una reunion in grande stile, dopo oltre 15 anni di inattività, corroborata, però, da risultati ben superiori rispetto a quelli conseguiti da Tompa e soci). Va detto anche che tale operazione fu vista da alcuni come una sorta di ripicca da parte della band svedese nei confronti di Peaceville Records, incapace, secondo questa teoria, di promuovere a dovere, (e/o di retribuire degnamente), "Terminal Spirit Disease". Inserire tre canzoni extra, sostanzialmente fuori dalla supervisione della label britannica, fu il primo passo sulla via che avrebbe condotto l'ensemble dei gemelli Bjorler a firmare per la più agiata Earache Records. Come ci ricorda un Tomas Lindberg visibilmente su di giri, (pare che, all'epoca, egli avesse il vizio di alzare un po' troppo il gomito), la canzone è estratta dal demo "Gardens Of Grief". Ecco che ricompaiono, dunque, quei riff lentissimi ed oscuri, praticamente sempre i medesimi, che avevano caratterizzato il primo, anomalo, vagito della formazione scandinava. La qualità globale del suono è discreta, quella tipica di un piccolo locale brulicante di gente, probabilmente non esattamente abituato ad ospitare questo tipo di sonorità. Ad essere maggiormente penalizzata, nel dettaglio, è la batteria che tende, progressivamente, a scomparire sotto all'incessante e pachidermico avanzare delle due chitarre. L'allora ventiduenne singer conferma di possedere doti da vero e proprio animale da palcoscenico, (che siano questi i benefici legati ad una buona bevuta pre-concerto?), e schiuma rabbia con grande trasporto ed intensità, senza disdegnare, però di conferire una discreta profondità al suo cantato, maggiormente riscontrabile nelle porzioni più ritmate, decantate in maniera quasi teatrale, facendo ricorso a registri davvero profondi e molto baritonali. Il quadro che ci viene dipinto è quanto di più desolante e di più cupo si possa immaginare. Si vive, ormai, solo di sbiaditi ricordi, le illusioni svaniscono inesorabilmente, portandosi via, a poco a poco, anche la stessa esistenza dell'uomo. Proprio uno di questi flashback mi sovviene alla memoria in questo momento. Un periodo di grande caos e di profonde rivoluzioni in atto, le guerre intestine non avevano mai termine, fu allora che l'essere umano iniziò a vedere i suoi stessi simili come nemici da eliminare, nient'altro che carne nutriente di cui cibarsi avidamente. Allora un gracile uomo anziano, agonizzante ed in punto di morte, afferrò con forza il mio polso. Egli mi parlò di come ogni esistenza, non solo la sua, stesse volgendo al termine, descrisse la morte come una potente folgore, un accecante e sfuggente balenio di luce sopra i più antichi ed irrisolti misteri del vivere. I suoi occhi vitrei erano rivolti al cielo, allorquando esalò l'ultimo, faticoso, respirò, io lo potei avvertire chiaramente, egli si spense proprio al mio fianco. Di fronte a me solo lande desolate e brulle, anche gli ultimi animali che erano rimasti sono, infine, scappati lontano, carcasse umane ed animali emettono un cattivo odore, segno evidente di un avanzato stato di decomposizione. La bufera non accenna a placarsi, la pioggia, ancora, scroscia copiosa ed annebbia la mia mente. Mi rifugio, quasi esanime, nei pressi di una ripida scogliera, il corpo è ormai del tutto insensibile al gelo, sempre più intenso, gli astri del cielo invocano il mio nome, i raggi del sole non sono più in grado di squarciare l'oscurità che mi avvolge. Sono rimasto, troppo a lungo, imprigionato da un incantesimo del quale ho cercato, vanamente, la soluzione, è ora giunto il tempo, anche per me, di andare, di cavalcare la gagliarda brezza che non ha nome. Così, vado alla deriva, portato dal flebile vento che soffia alle mie spalle, non ho alcun motivo di rimanere. Tutta l'esistenza si estingue.

The Burning Darkness (live)

Secondo brano riproposto in chiave live, nel corso di quella storica esibizione svedese, è il breve "The Burning Darkness (L'ardente oscurità)", in quella che fu una versione non pienamente convincente di un pezzo, comunque, non tra i più semplici da interpretare on stage. Anche in questo caso un indemoniato Tomas ha il compito di scaldare a dovere la folla presente annunciando, in pompa magna, il titolo della traccia che ci apprestiamo ad ascoltare. Più martellante e sostenuto si fa l'incedere della sezione ritmica e semplicemente memorabile è il "Forever burn" gridato a gran voce con cui prende il via la succinta narrazione lirica. Una semplice espressione di due termini, entrambi altamente evocativi, che intendeva racchiudere al proprio interno tutta l'essenza della prima parte di carriera degli At The Gates, una sorta di epitaffio funebre da far incidere sulla lapide della band nordeuropea nel breve volgere di un anno. Una piccola scintilla di fuoco, materialmente destinata ad estinguersi rapidamente, che, viceversa, è sfuggita di mano, si è ribellata ad un destino che pareva già scritto ed è divenuta in grado di bruciare in eterno. Quasi in lontananza, con formale e glaciale distacco, ecco le prime, grandiose, stanze della canzone. Al fine di individuare una cavità nei tuoi occhi, essi rovinano fragorosamente a terra, lacerando i miei neri orizzonti. Con sopraggiunto timore io bacio l'ardente oscurità, essa brucia senza sosta, in eterno. Ti supplico di non abbandonarmi, ma se proprio devi lasciarmi da solo, ti chiedo di non farlo solo per accrescere la soddisfazione in te, ma piuttosto per punirmi di quei pensieri insani e scabrosi che ho elaborato nella mente in tutti questi anni. Ciò che inficia maggiormente sulla riuscita complessiva della traccia è, soprattutto, la scarsa nitidezza delle registrazioni, persino il cantato di un autentico "strillone" come Tompa fatica ad emergere per lunghi tratti e solo nel finale le cose migliorano un filo. Le chitarre, d'altro canto, assai ribassate nelle accordature e non particolarmente veloci quanto a esecuzione, sono ancora una volta pregne di una oscurità fitta e compatta che chiama in causa persino le tenebrose contaminazioni doom dei formidabili Celtic Frost di Tom G. "Warrior" Fischer. Comunque apprezzabile è il main riff del brano, davvero catacombale e lugubre, sino al punto di assumere i connotati di una triste marcia funebre di commiato. Detto di un pregevole finale, anch'esso ben orchestrato dalla pimpante batteria di Erlandsson, senza ombra di dubbio l'aspetto migliore di questa concisa canzone, non resta molto altro da aggiungere in sede di giudizio finale, in buona sostanza si tratta di due minuti e sedici secondi che hanno il merito principale di irrobustire (leggermente) il minutaggio globale dell'album e di prepararci a dovere al gran finale che ci sta per travolgere.

Kingdom Gone (live)

Il solito urlo di Tompa si fa addirittura inumano per annunciare la terza ed ultima canzone proposta in quel memorabile 6 febbraio del 1994. "Kingdom Gone (Il regno perduto)" si configura, fin da subito, come un vero e proprio assalto sonoro, grazie al poderoso muro sonoro eretto dalle due chitarre, abilmente e sinuosamente intrecciate l'una attorno all'altra da parte dei virtuosi Anders Bjorler e Martin Larsson.  Le tematiche affrontate dal gruppo sono chiare sin da principio. Dio, sei tu il creatore, tu l'ingannatore e tu il peccatore. I primi versi, scanditi con meccanica brutalità da parte del singer, sono, in assoluto, tra i più famosi dell'intera produzione discografica dei nostri, soprattutto per quel che concerne la straordinaria forza impressa dallo stesso Tomas in ottica live. La batteria si appoggia splendidamente al lavoro delle sei corde, in un continuo e furibondo crescendo di tono, durante il quale, mostra, in lontananza, anche lievi contaminazioni di natura progressiva, da sempre una delle sfere di influenza privilegiate per quel che concerne Adrian Erlandsson. Non si ha un attimo di tregua, lo stentoreo atto di accusa dei cinque svedesi nei confronti della cristianità intera prosegue senza sosta, al calor bianco. Io ti scaravento giù dal tuo fastoso trono di ipocrisie, ti accuso di un migliaio di peccati almeno. Io, che sono perito tra le alte vampe dell'inferno da te generate, proclamo, con aulica solennità, che il tuo regno menzognero è estinto per sempre. L'invasione di un migliaio di colori si espande in ogni direzione, tutti leggermente differenti, ma incredibilmente oscuri, impenetrabili. Un sole nero come la pece sta sorgendo, proprio in questo momento, la realtà delle cose si sta riscrivendo sotto i tuoi occhi in lacrime. Il tuo regno cristiano è perduto. Io guido la grandiosa insurrezione che si va compiendo contro il tuo autoproclamato spirito assoluto, siamo serpenti pericolosi, da te stesso lautamente muniti di un veleno letale. E ci si spinge persino oltre. Io sono il nuovo messia, ti battezzerò nella colpa e nel peccato, noi bramiamo di poter prendere parte alla tua creazione universale, sebbene tu ti ostini a non volerci fare entrare. Con una sola, languida, carezza io estraggo la vita dalla tua carne a brandelli, un solo tocco mi è sufficiente per ridurre le tue ossa in polvere. Al bagliore di un nuovo e grandioso sole nero una nuova dimensione è sorta, gli oceani della carestia dilagante iniziano a ribollire di rabbia, noi moriamo, impariamo dai nostri sbagli e risorgiamo a nuova vita. Siamo figli della maledizione di Dio, tutti i bugiardi si stanno destando dal loro atavico torpore, la nostra esistenza scorre al contrario, dalla morte sino alla (ri)nascita. Troppo a lungo ci hai punito grandemente per i nostri peccati, anche per quelli veniali, ci hai resi tuoi servili succubi, all'interno di un presunto progetto divino a cui noi non abbiamo mai creduto realmente. I cancelli neri sono, ora, chiusi per sempre, il tuo maledetto regno è perduto, siamo stati noi a farlo crollare al suolo. Come avrete potuto constatare, l'elemento cromatico ha una valenza importante nel corso della narrazione lirica. Il colore nero, a fianco del quale vi è anche l'utilizzo dell'aggettivo oscuro, viene reiterato diverse volte, (in senso positivo per descrivere un nuovo sole che sorge, con valenza negativa, viceversa, per connotare i chiusi cancelli del paradiso cristiano). Tornando ad affrontare il discorso relativo alla sezione strumentale, è possibile riscontrare, verso la metà del pezzo, anche una piacevole sezione più atmosferica, una sorta di gustoso bridge di transizione in cui fa, ancora una volta, bella mostra di sé la batteria, decisamente più a suo agio in chiave live piuttosto che in studio di registrazione. Improvvisi e repentini stop and go, ripartenze brucianti in grado di incenerire ogni cosa, ricami melodici assolutamente meritevoli, continue variazioni di ritmo, talvolta sorprendenti al punto tale da apparire non volute, sono gli ulteriori elementi che completano il quadro generale all'interno di quello che è, certamente, uno dei pezzi migliori di sempre degli At The Gates.

Conclusioni

L'album meno celebrato e meno osannato della prima parte di carriera degli At The Gates conferma in toto il talento cristallino dei cinque di Gothenburg. Nonostante la dipartita artistica di un personaggio di spicco quale Alf Svensson, in poco più di venti minuti Tompa e compagni riescono a confezionare un prodotto incredibilmente organico ed omogeneo, sebbene non privo di quella multidimensionalità da sempre marchio di fabbrica dell'ensemble svedese. Alle sole sei tracce che compongono la tracklist effettiva del platter è affidato l'incarico, impegnativo e gravoso al punto tale da apparire quasi improbo, di esternare tutta la sofferenza e tutte le angosce insite, da sempre, nel profondo dell'animo umano. Nonostante sia, probabilmente, questo il lavoro meno pesante e maggiormente incline a strizzare l'occhio alla componente melodica, (vedi la soffusa traccia strumentale "And The World Returned"), il suo ascolto non è assolutamente agevole né tantomeno istantaneo, come da noi, peraltro, anticipato nell'introduzione. Gli At The Gates vissero infatti, (volenti o nolenti), una delicata fase di transizione artistica che li portò a diminuire drasticamente le influenze primigenie del black e del folk metal per abbracciare con sempre maggiore convinzione le sfumature tipiche del thrash e del death, sebbene esso sia stato declinato in una sua forma più sfumata e tenue. La palma di miglior brano del lotto va, indiscutibilmente, a "Forever Blind", rappresentazione più fulgida ed ancora attuale di quel particolare periodo di evoluzione stilistica che la formazione scandinava stava vivendo all'epoca, ma merita di essere ricordata pure l'indovinata accoppiata iniziale formata da "The Swarm" con la sua insolita e meravigliosa ouverture affidata agli strumenti ad arco e dalla titletrack "Terminal Spirit Disease", che, per quanto più aggressiva e tirata, ne rappresenta la sua naturale evoluzione. La produzione dell'album, affidata per la prima volta a Peaceville Records, non sfigura nel complesso, anche se risulta essere un filo carente quanto a profondità e a dinamismo, probabilmente perché non pienamente in sintonia con le mutate esigenze musicali richieste da un più maturo Anders Bjorler e dai suoi compagni di ventura. Tompa Lindberg, dal canto suo, sciorina una prestazione canora globalmente accettabile, anche se non sempre performante al massimo, in alcuni frangenti, più nel dettaglio, egli sembra mostrare il fianco, palesando di essere un filo a corto di energie, (fuor di metafora, i suoi proverbiali eccessi con l'alcool un qualche peso specifico devono pur averlo avuto). Splendidi, per quanto fugaci, sono gli assoli che ci regala il lead guitarrist, debitamente supportato dalla brava new entry Martin Larsson. Più in generale, le due chitarre, i cui riff solo sporadicamente saranno indirizzati verso la componente thrash tipica di "SOTS", allungheranno notevolmente le proprie partiture, caricandosi, così, di una solenne pesantezza di fondo, a tratti insospettabile. Non sempre memorabile, invece, risulta essere il contributo offerto dalla sezione ritmica, in cui il basso è praticamente inesistente dall'inizio alla fine e la batteria, ricorrendo molto spesso all'uso della doppia cassa, confermerà qualche titubanza di troppo, pur essendo in grado di regalare momenti di altissima levatura tecnica, chiaramente influenzati dal progressive e, perché no, pure dal jazz. Un altro elemento di parziale criticità, (oltre alla fiacca "The Fevered Circle"), e già più volte ribadito nel corso della presente disquisizione, è rappresentato da una tracklist davvero troppo esigua, sintomo questo che, evidentemente, le idee non erano moltissime, sebbene, fortunatamente per noi, tutt'altro che confuse. Le tre tracce aggiuntive, incise live, ribadiscono con forza che è proprio quella on stage la dimensione giusta per esaltare il sound grezzo e sfrontato dei nostri, grazie all'inconfondibile cantato di Lindberg, sempre abrasivo e ficcante, all'incessante martellare delle due chitarre e ad una batteria che, proprio in simili frangenti, sa garantire la spinta in più necessaria ad elevare su di un livello superiore la musica dei nostri. Perdutosi, troppo presto, tra le pieghe di un mercato discografico che, proprio in quell'epoca, stava mostrando un interesse sempre maggiore verso ben altro tipo di sonorità, (l'esplosione su scala mondiale del black metal), "Terminal Spirit Disease" non riscosse particolare successo né interesse nel periodo immediatamente successivo al suo lancio sul mercato, assurgendo allo scomodo ruolo di oggetto di culto. Tra le numerose ristampe successivamente messe in commercio, ci permettiamo di segnalare quella del 2003, sempre per Peaceville Records, meritevole di attenzione grazie ad una brillante opera integrale di rimasterizzazione digitale e per l'inserimento di ulteriori tre tracce live registrate a Nottingham nel 1993 per il glorioso programma di MTV Headbangers Ball. Per chiudere, il breve capitolo che precedette l'opera omnia di tutto il melodeath metal mondiale mostrò, una volta di più, la straordinaria forza e la potenza di fuoco degli At The Gates, una band decisamente non convenzionale e sopra la media di cui è giusto, oltre che assolutamente doveroso, (ri)apprezzare e celebrare la terza, (quarta se consideriamo anche il primo demotape), opera di livello assoluto.

1) The Swarm
2) Terminal Spirit Disease
3) And the World Returned
4) Forever Blind
5) The Fevered Circle
6) The Beautiful Wound
7) All Life Ends (live)
8) The Burning Darkness (live)
9) Kingdom Gone (live)
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