AT THE GATES

Gardens of Grief

1991 - Independent

A CURA DI
EMANUELE RIVIERA
16/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Archiviata, (solo momentaneamente), la monografia relativa agli Insomnium, affrontato con entusiasmo il monumentale doppio cd live milanese dei Dark Tranquillity, è tempo per me di cominciare un nuovo, non meno affascinante, capitolo lavorativo, alla scoperta di un'altra formazione imprescindibile ed assolutamente fondamentale del cosiddetto melodic death metal svedese. Con tale espressione si fa riferimento a quel vivace e fervido movimento musicale, sorto tra la fine degli anni ottanta e l'inizio del decennio successivo nella Nazione scandinava, e più precisamente dalle parti della città di Gothenburg, grazie al quale alcune, seminali, entità artistiche, reinterpretarono, in maniera del tutto personale, il concetto di musica estrema. Erano quelli gli stessi anni in cui altrettanto importanti realtà quali Entombed, (già Nihilist), Dismember, Grave ed Unleashed stavano parallelamente muovendo i loro primi passi, esordi grazie ai quali la Svezia assurse, rapidamente, al ruolo di Paese guida del death metal, al pari degli Stati Uniti, sulla sponda opposta dell'Atlantico. Altre formazioni, invece, preferirono muoversi in un'altra direzione, maggiormente improntata alla melodia, sebbene altrettanto intrisa di rabbia, di imperante nichilismo e di sferzante odio verso tutto il genere umano. Chiunque di voi bazzichi, più o meno frequentemente, da queste parti, sarà certamente a conoscenza di quelli che sono considerati i pilastri della sacra triade del genere. Parliamo, quindi, di At The Gates, di Dark Tranquillity e di In Flames, tre gruppi i cui destini, almeno inizialmente, si mossero, in linea di massima, sui medesimi binari, costituiti da frequentazioni comuni, (con annesse allegre ed interminabili bevute in compagnia), di interscambi di membri tra una band e l'altra e di una fama internazionale crescente e sfavillante, fino a tutta la metà degli anni novanta. Fu anche per merito loro che il metal riuscì, non senza immani difficoltà, a sopravvivere alla debordante ondata grunge che, dalla natia Seattle, stava imperversando in tutto il mondo come conseguenza del travolgente e, per certi versi inspiegabile, boom fatto registrare da Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden su tutti. Sopravvivenza, dunque, ma anche trasformazione, dal momento che, proprio in quel periodo gli scenari del panorama a noi più caro stavano mutando in maniera assai drastica. Ormai assodato il declino del thrash, (senza, peraltro, tralasciare le dovute eccezioni ed eccellenze del caso), reminescenza vetusta del decennio precedente, pure il death stesso entrò in crisi, scavalcato di gran carriera dall'avanzata black e, guarda caso, messo in ombra pure dalla sua versione più edulcorata e melodica, perfetta per intercettare una più ampia fascia di popolazione ed ideale per gonfiare le tasche di astuti, (ed abili), produttori discografici, coraggiosi ed economicamente ben disposti a rischiare. Fiorirono, infatti, numerosissime realtà in ogni dove, i costi di produzione subirono un netto calo, produrre un cd divenne, sostanzialmente, alla portata di tutti, il death metal melodico dilagò in ogni angolo della Terra, al punto da divenire il più abusato ed imitato tra i sottogeneri. Ma torniamo a noi. Il presente episodio inaugurerà il formidabile viaggio alla scoperta proprio di quegli At The Gates, la cui prima, (e breve), parabola artistica culminerà con la realizzazione di un lavoro epocale, grandioso ed irrinunciabile quale fu Slaughter of The Soul, personalmente il miglior album di sempre per quel che concerne questo specifico settore. Come per i cugini ed affini Dark Tranquillity, il nucleo originario si formò sotto una differente denominazione. Siamo, dunque, nel lontano 1988 quando, l'allora sedicenne, Tomas Lindberg assolda accanto a sé altri quattro imberbi coetanei, dando il via al progetto Grotesque. L'idea di fondo è quella di creare un gruppo che sia in grado di coniugare le violente ed epiche strutture ritmiche tipiche del death metal con le atmosfere lugubri e sinistre caratteristiche del black norvegese, il tutto da mixare ulteriormente con una giovanile attitudine battagliera e sfrontata, propria del movimento hardcore. Lindberg, a quel tempo, si fa chiamare con il poco rassicurante pseudonimo di Goatspell, ed anche i nomignoli degli altri la dicono tutta sulla natura inquietante ed oscura dei seminali Grotesque. I due posti di chitarristi sono occupati, rispettivamente, da Johan Osterberg, ("Insulter"), e da Kristian Wåhlin, per gli amici Necrolord. Al basso troviamo, poi, Virgintaker, all'anagrafe Per Nordgren, mentre il ruolo di batterista venne affidato all'occhialuto Tomas "Offensor" Eriksson. Il fato non riservò particolare gloria agli ultimi due ragazzi citati, destinati, quasi subito, a perdersi nell'oblio con la fine dell'esperienza nei Grotesque, mentre i due chitarristi poc'anzi menzionati meritano, senza dubbio, alcune considerazioni aggiuntive. Una volta naufragati i Grotesque, Osterberg e Wåhlin ci riprovarono nei Liers In Wait, con i quali diedero, però, vita ad un solo ep, peraltro discretamente interessante dal punto di vista musicale, Spiritually Uncrontrolled Art del 1992. Il tandem così composto, ancora non si perse d'animo e tentò una terza via verso la gloria allestendo i Diabolique, entità maggiormente incline ad implementare sonorità doom e gotiche, di cui si ricordano tre ameni album incisi tra il 1997 ed il 2001, prima di cadere, anch'essa, in una lunga pausa artistica che si protrae, senza sosta, sino ai giorni nostri. Tuttavia, i più attenti di voi, avranno sicuramente già compreso che l'approfondimento maggiore lo merita proprio Kristian Wåhlin. Evidentemente dotato di doti artistiche fuori dal comune, egli aveva, probabilmente, la necessità di capire in che modo indirizzarle al meglio. Detto che fu proprio lui a cimentarsi in qualità di vocalist, (oltre che come chitarrista), nei suddetti tre lp dei Diabolique, fu nel campo della pittura che Necrolord riuscì a sfondare, facendo tesoro del talento superiore di cui Madre Natura lo aveva dotato. Con il trascorrere degli anni, egli è divenuto, infatti, uno degli artisti di riferimento per quel che concerne gli artwork dedicati al mondo della musica metal, (nonché il mio preferito in assoluto): basti pensare a copertine storiche come quelle di Sumerian Cry, (probabilmente la prima in assoluto da lui realizzata), e Wildhoney dei Tiamat, In The Nightside Eclipse degli Emperor, The Gallery dei Dark Tranquillity, Far Away From The Sun dei compianti Sacramentum o la stessa Slaughter Of The Soul degli At The Gates, solo per citarne alcune. Si potrebbe, addirittura dire, che non vi sia stata band, svedese e non, che non si sia, nel corso degli anni, affidata alle stupende pennellate, corpose ed incredibilmente materiche, di Kristian. Sotto il moniker di Grotesque, ad ogni modo, vennero registrati i canonici tre demo promozionali, oltre ad un buon ep, intitolato Incantation, tutti editi tra il 1988 ed il 1990. Evidentemente desideroso di conseguire una fama che tardava ad arrivare, Lindberg decise, però, di sciogliere il gruppo, di cui si ricorderanno, pure una compilation postuma ed una breve reunion live datata 2007. Furono due fratelli gemelli a venire in soccorso del talentuoso, ma ancora acerbo, Tomas: l'incontro con Anders e Jonas Bjorler era tutto quello di cui egli aveva bisogno, una sorta di salvifica manna dal cielo, in seguito alla quale qualsiasi libro di musica metal che si rispetti non possa prescindere dal dedicare, al proprio interno, almeno un capitolo consistente al nome degli At The Gates. La scintilla tra i tre scattò quasi subito, nonostante la giovane età essi si resero, immediatamente, conto che l'alchimia e la chimica di squadra erano quelle giuste per mettere in piedi un progetto musicale serio e concreto, vennero scritturati, a tal fine, il valido batterista Adrian Erlandsson, (fratello maggiore di Daniel poi negli Arch Enemy), ed Alf Svensson nelle vesti di secondo chitarrista. Anders prese, invece, possesso della chitarra guida, mentre il gemello Jonas imbracciò il basso elettrico, Tomas, dal canto suo, "si limitò" a sbraitare selvaggiamente tutta la sua rabbia ed il suo rancore dietro il microfono. Mancava ancora una cosa da fare, dare un nome alla nuova band così composta. At The Gates fu la proposta giunta per bocca dello stesso Lindberg ed accettata di buon grado dai restanti componenti. Il desiderio più impellente era quello di darci dentro con la musica e con il death metal. Avete capito (e letto) bene, metallo della morte perché il cammino dei nostri prese il via con l'immancabile tape promozionale indipendente di quattro canzoni, caratterizzato da un grezzo e ruvido death, assai rallentato nelle cadenze, oscuro e sinistro che, in più di una circostanza, parve flirtare dappresso con il black. Parleremo, quindi, nel presente episodio, dell'importante lavoro intitolato "Gardens of Grief (I giardini del dolore)", uscito originariamente, nell'ormai desueto ma tanto nostalgico formato audiocassetta, nel 1991, e pubblicato in seguito su cd, prima nel 1995 per la svedese Black Sun Records ed in seguito, nove anni dopo, per la britannica Blackend Records, entrambe etichette ormai chiuse da tempo. Esistono, inoltre, diverse versioni su vinile, la prima stampata sotto l'egida di Dolores Records, (la futura Black Sun), e l'ultima risalente al 2015 ed altre copie su cd, più meno autorizzate, per quello che non si può certo definire come un oggetto facilmente reperibile sul mercato, (i prezzi, tuttavia, non sono esorbitanti, a patto che non siate ossessionati dalla ricerca della quasi introvabile first press, il sottoscritto, ad esempio, è venuto in possesso della suddetta ristampa del 2004 curiosando tra i banchi di una locale e piccola fiera dell'antiquariato per la modica cifra di 5 euro). Più nello specifico, le registrazioni avvennero durante il mese di febbraio nei Sunlight Studios di Stoccolma, un nome una garanzia assoluta per il death metal svedese. In genere, altrove, si tende a cominciare l'analisi della discografia degli At The Gates con il primo full length, dell'anno seguente, ma in questo caso si è preferito partire da questo mini cd proprio per meglio comprendere e valutare l'evoluzione stilistica e musicale di cui il gruppo svedese si rese protagonista in un così breve arco di tempo, (tralasciando, per il momento, la postuma, scontata e, francamente discutibile, reunion successiva dettata, principalmente, da fini commerciali). Del resto, chi si dovesse avvicinare per la prima volta al gruppo capitanato dalla folgorante ugola di "Tompa" stenterebbe parecchio a riconoscere, in questo prodotto, la medesima band autrice di un autentico masterpiece come "Slaughter of The Soul", così articolato e pregno di sfumature del tutto peculiari. Nel corso dei venti minuti scarsi che ci apprestiamo ad analizzare saranno ben pochi, infatti, i riferimenti melodici in cui avremo il piacere di imbatterci, quegli stessi accenni ariosi e melliflui che, in seguito, saranno implementati con maggiore frequenza e definiti in maniera splendida e, pressoché unica, dal gruppo scandinavo. A riprova di quanto poc'anzi detto, peraltro, sarebbe sufficiente dare una rapida occhiata alla copertina che fu proposta per la prima versione in cd. L'immagine in cui ci imbattiamo non è certo il prototipo della felicità e della luminosità, (si nota, infatti, la torva figura di un religioso, con indosso un pesante saio marrone, che si aggira tra le rovine di un imponente edificio, in passato, probabilmente, adibito a luogo di culto, ed ora ormai abbandonato all'incuria e dominato dalle tenebre perenni).

Souls of the Evil Departed

La prima testimonianza sonora degli At The Gates è affidata alla sulfurea e granitica "Souls Of The Evil Departed (Le anime estinte del male)", di gran lunga la più breve delle quattro canzoni qui contenute, con i suoi tre minuti e trentatre secondi di durata complessiva, (nonché, globalmente, la meno riuscita). Una brevissima e lugubre introduzione lascia, ben presto, spazio ad una impressionante sequela di riff chitarristici, acerbi e grezzi nei lineamenti, ma serrati e taglienti come solo le lame più affilate sono in grado di essere. Le tonalità delle due sei corde sono davvero ribassate ed oscure, quasi impenetrabili nella loro spessa coltre di nera oscurità, sebbene adornate da un ancora poco definito ed assai sfumato orientamento di natura progressiva. Echeggiano pure evidenti richiami al doom metal, tale e tanta è la pacatezza e la gravosità degli accordi sopra ai quali il pezzo avanza, a fatica. Lindberg inizia la narrazione lirica appoggiandosi su di un tappeto ritmico perfettamente rientrante negli stilemi classici di quel death metal che i gruppi più sopra menzionati stavano contribuendo a delineare nelle fattezze fondamentali, (un nome su tutti che possiamo fare è quello dei Grave di Ola Lindgren, tra i massimi paladini di un death metal molto cadenzato). Il suo è un cantato profondo e baritonale, prevalentemente impostato in growl, che però non disdegna il ricorso a vocalizzi più acuti e lancinanti, una miscela perfetta per evocare le atmosfere apocalittiche e drammatiche che il gruppo andava ricercando a quel tempo. Unico momento leggermente meno indiavolato lo si registra attorno al minuto e ventisei, quando le tempistiche rallentano, ma solo per qualche istante. Notevole è pure il sontuoso breakdown del minuto 01:49, ulteriore testimonianza di trovarsi di fronte ad una band di levatura superiore, benché ancora ad uno stato embrionale e poco evoluto. La batteria di Erlandsson tempesta il tutto con un incedere sicuro, volutamente essenziale e minimalista, per quanto comunque discretamente fornito quanto a tecnica di base. Il basso di Jonas Bjorler, sebbene fosse strumento assolutamente congegnale per cesellare scenari simili, viene penalizzato, (al solito), da una produzione il più possibile low cost ed incentrata in gran parte sulle sezioni chitarristiche e sul comparto vocale. Se da un punto di vista ritmico possiamo affermare di non essere al cospetto della migliore canzone del lotto, davvero ottimo è, viceversa, il corredo lirico che andremo ad analizzare ora, molto più maturo e ricercato di quanto la giovanissima età dei membri del gruppo potesse lasciare presagire. Galleggiando all'interno di sogni più grandi di me, la mia anima ha abbandonato le alte e nobili sfere dell'uomo, per l'eternità. Ciò che resta di me, gli arti fratturati e le fragili ossa, dimorano, ora, all'interno del sacro giardino del dolore, mentre la mente è, ormai irrimediabilmente, alla deriva sui mari tempestosi della carestia e della miseria. Alle orecchie giungono sinistri sussurri di morte, la lapide con il mio nome impresso a fuoco è già stata aperta ed aspetta, impaziente, il mio arrivo. Con grande fatica e debolmente, però, ricordo di non essere ancora perito, per il semplice fatto di essere io stesso parte fondante della morte, legato a doppio ad essa da tutta una serie di ragioni che mi furono svelate tempo addietro. Per questo vi porgo il mio saluto, vi do il benvenuto nel mondo del male defunto, dinanzi ai vostri occhi si allarga il paesaggio infinito della dannazione perenne, i semi della blasfemia che abbiamo, lautamente, seminato, sono ora consumati dalla ardente fiamma dell'immortalità. Qui giace un gran numero di anime del male, trapassate, estinte, il loro ricordo spazza via anche l'ultima briciola della mia sanità mentale. In questo vuoto cosmico, fatto di individui smarriti per sempre, la follia regna incontrastata, anche l'ultimo e più umile desiderio di vita è svanito, la mia stessa esistenza è una beffa continua. 

At the Gates

In seconda posizione troviamo il pezzo che si intitola come la band stessa. "At The Gates (Alle porte)" mostra un gruppo in grado di diluire le proprie bizzarre ed incoerenti partiture all'interno di un minutaggio più consistente, (siamo oltre i cinque minuti), per quanto l'impianto di base resti, fondamentalmente, il medesimo della canzone precedente. Questa volta la funerea e diabolica introduzione si protrae per oltre quaranta secondi e pare provenire direttamente dall'oltretomba, dal regno dei morti. Le chitarre acquisiscono uno spessore significativo quando siamo poco sotto allo scoccare del primo munto, l'urlo disperato e terribile di "Tompa" ci scaraventa in un vortice di dolore e sofferenze senza precedenti. Il binomio composto da Anders Bjorler e da Alf Svensson aumenta le proprie inflessioni di derivazione black, proponendo un suono quanto più possibile inquietante e minaccioso, non consigliabile ai deboli di cuore, perfetto invece per gli amanti della letteratura noir ed horror. Imperscrutabile è pure l'accompagnamento assicurato dalla massiccia batteria, sempre in grado di scandire i tempi con nordica puntualità e di saturare con insospettabile maestria i pochi interstizi lasciati vuoti dalle stesse chitarre. Il fenomenale vocalist, dal canto suo, lascia intravvedere di avere un potenziale notevole a propria disposizione, accostandosi più da vicino ad uno screaming alienante ed insano, comprensibilmente da smussare negli angoli ancora troppo vivi. Per quanto stiamo parlando di un demotape, gli arrangiamenti proposti sono, nel complesso, abbastanza articolati, arzigogolati nella loro non lineare ricercatezza, anche da ciò capiamo come la band non sia semplicemente alla ricerca di una violenza spietata e sanguinaria fine a sé stessa, vi è del costrutto di base non indifferente nella giovanile inesperienza di Tomas e compagni. Il brano scorre in maniera tutt'altro che anthemica, il suo non è un ascolto facile ed immediato, ma mostra già un deciso passo in avanti rispetto a quanto proposto in precedenza, sebbene, il piccolo "Gardens Of Grief" riservi il meglio di sé nella seconda metà. Nello scarno booklet interno di entrambe le versioni ufficiali in cd troviamo la appassionata e sentita dedica fatta dallo stesso Lindberg al compianto Per Yngve Ohlin, in arte Dead, morto suicida nell'aprile del 1991. Qui fuori è freddo, solitario è il mio viaggio angoscioso, lungo il triste cammino delle anime distrutte. Sto affrontando il percorso più oscuro, attraverso l'infinito misterioso. Sento che il mio corpo deperisce, dall'interno, passo dopo passo, avverto dolori atroci dappertutto. Signore, io ti invoco di lasciarmi transitare oltre le tue porte sacre, lasciami riposare laddove più profondo e confortevole potrebbe essere il mio sonno. Attraverso di esse, il mio viaggio potrà proseguire indisturbato, le angosce ed i patimenti saranno leniti, una volta entrato nel regno di cui tu sei dominatore incontrastato e rispettato, il mio destino sarà compiuto, l'anima verrà resa immortale. Tutto quello che più desidero è di chiudere per sempre gli occhi, la corona di spine che porto sul capo ha già sanguinato troppo a lungo ed io non sono più in grado di far cicatrizzare le numerose ferite che ho accumulato sinora. Attendo impaziente che tu inserisca le chiavi all'interno dei cancelli, non aspetto altro, ormai giunto a questo grado di tormento, tu che governi e che reggi la maestosa dimensione del caos, non impedire che io vada oltre, anche io bramo di essere parte dell'eternità di cui solo chi muore a questa vita può beneficiare.

All Life Ends

Lo slot numero tre è occupato, invece, dal brano che è considerato a tutti gli effetti, come il primo grande classico inciso dalla band. "All Life Ends (Tutta l'esistenza termina)", è un pezzo in grado di catturare l'attenzione fin dal primissimo impatto, soprattutto grazie alle sue ritmiche incredibilmente apatiche, schizofreniche ed ossessive ed alla sua stupenda e fittissima sezione lirica. Non deve stupire, dunque, se la traccia entrerà, quasi subito, nelle setlist live del gruppo e se, da allora, non vi sia più uscita, facendo entusiasmare i fan di tutto il mondo, prima nei piccoli circoli underground locali, poi negli oceanici festival internazionali dedicati alla musica metal. Forti dei riscontri positivi ovunque registrati, gli At The Gates inseriranno, inoltre, una versione live, registrata nella natia città di Gothenburg, in coda alla concisa scaletta del loro terzo full length, "Terminal Spirit Disease".  Il singer ci accoglie con la sua cavernosa voce parlata, potente e stentoreo Tomas stronca subito ogni qualsivoglia illusione di rivedere un pallido spiraglio di luce. La mia esistenza svanisce, i miraggi si affievoliscono, la sola cosa che rimane sono i ricordi. Queste sono le premesse sopra alla quali siamo in grado di udire i primi, lentissimi giri da parte delle chitarre. Io ricordo un'epoca di caos, un tempo di guerre infinite, allorquando gli uomini iniziarono a nutrirsi dei propri simili, solo il saprofago fu in grado di sopravvivere. Ora, invece, anche lo spazzino se ne è andato, cacciato per ragioni troppo a lungo dimenticate. Indi scaturì un grandioso incendio che inghiottì tutti quanti, un ardente monsone di paura e di terrore. La risposta è incisa sulle loro ossa, tutta l'esistenza viene meno, la vita si esaurisce. Da un punto di vista delle ambientazioni ritmiche, la similitudine più prossima che ci sentiamo di chiamare in causa è quella con i Darkthrone di "Soulside Journey", non a caso l'unico lavoro death metal del binomio Fenriz - Nocturno Culto. Un continuo ed opprimente senso di claustrofobia pervade il lavoro della sezione ritmica, in più di una circostanza abbiamo la netta sensazione di essere in apnea, incapaci di far pervenire la giusta e necessaria quantità di ossigeno ai nostri polmoni. Le tinte che si stagliano sopra alle nostre teste sono quanto più possibile plumbee, nere come la pece, Lindberg non fa altro che aumentare questa sensazione di profondo disagio affidandosi ad un rantolo sinistro, assai poco rassicurante. La produzione cruda, appositamente ineducata e sporca, rende, inoltre, poco leggibile la narrazione lirica. E ancora. Rimembro anche di un vecchio uomo: egli mi afferrò il polso con presa forte e decisa, era prossimo alla morte ed in palese stato di agonia. Immagina, mi disse, le crepitanti fiamme dell'inferno, il ruggito della loro potenza, il cui flebile eco si disperderà nei corridoi del tempo. I suoi occhi erano rivolti al cielo, a mirare il solo astro visibile, con un filo di voce mi sussurrò all'orecchio: "Tutta la vita si conclude". I riff non cambiano, praticamente, mai, sebbene non si corra certo il rischio di annoiarsi, la tensione in noi, viceversa, è costantemente sopra ai livelli di guardia, i nervi sono a fior di pelle, soltanto l'adrenalina, che scorre a fiumi, ci consente di andare oltre. Egli proseguì nel suo racconto. La morte è come una folgore saettante, una luce passeggera gettata sopra ad ogni atavico arcano, dura solo un istante, sino a quando anche l'ultima scintilla di vita sbiadisce e tutto si adombra dell'oscurità. Quindi spirò il suo ultimo respiro, direttamente nel mio orecchio, il suo sguardo era ormai perso per sempre tra le stelle. Poco dopo il secondo minuto, le chitarre lasciano spazio, per qualche istante, all'incedere marziale della batteria. Nei pressi delle rovine del passato, io cerco rifugio dalla tormenta che fuori imperversa, la mia mente si è raggrinzita a causa della lunga solitudine patita, non trovo conforto alcuno nemmeno nella pioggia che scroscia incessante. Questo, che un tempo era luogo ameno e rilassante, ora ha l'agro sapore della desolazione. Qui germogliavano piante e splendidi fiori, cervi e scoiattoli avevano la loro confortevole casa, mentre ora ne posso ammirare le putrida ossa, in avanzato stato di decomposizione. Qui, dove acque tumultuose sconquassano giorno e notte una terra arida, non più fertile, io vado a terminare i miei giorni, la culla della vita dovrà, questa volta, osservare la fatale estinzione. Il sole è calato per sempre ed ordina al nostro tempo di cessare, abisso, buio e tenebre hanno spogliato completamente il cielo di qualsiasi parvenza di vita. Le strazianti grida del singer segnalano il fatto che siamo giunti alla metà esatta della canzone. Senza sosta, la corposa narrazione prosegue subito dopo, il nostro penoso viaggio all'inferno è ancora lungi dall'essere terminato. Per quanto stanco ed esanime possa essere, non temo il gelo che incombe sopra di me, i raggi si ammantano di un' ombra fredda, io dico addio, me ne sto andando, il corpo esausto e indolenzito, si e fatto simile ad un involucro vuoto e rigido. Quasi ridotto ad un cadavere, trovo ristoro, per qualche momento, sotto un'alta scogliera. Sento la flebile voce degli astri che mi chiamano, preso dal vento vado alla deriva, niente mi invita a rimanere. Sto cavalcando la brezza che non ha nome, un fuoco che brucia senza anima, imprigionato da un incantesimo di cui non conosco la soluzione, tutta la vita si estingue. Dopo il quarto minuto, se possibile i ritmi si fanno ancora più lenti, la salita si fa più ripida, quasi impossibile da scalare. Una tragica cavalcata funebre di cui finalmente, intravvediamo, l'ultimo agognato chilometro. I rintocchi della batteria acquisiscono maggiore forza, gli ultimi cinquanta secondi sono scanditi da pallidi suoni che, a poco a poco, si fanno sempre più lontani e da una indefinita voce in lontananza che sembra avere, per noi, il significato di una sentenza capitale. Eccolo, quindi, il primo capolavoro firmato dagli At The Gates. Dentro angosce di ogni sorta difficilmente narrabili, nel tormento senza fine tutto, per certi versi, ha avuto inizio.

City of Screaming Statues

L'ep si chiude in grande stile con un altro pezzo da novanta: "City Of Screaming Statues (La città delle statue urlanti)" troverà, infatti, posto, dopo le dovute correzioni del caso, nella decima e ultima casella dell'album "The Red In The Sky Is Ours" dell'anno seguente. Incipit classico, in funzione di quanto abbiamo imparato a conoscere sinora, con le chitarre impegnate a sciorinare riff dall'impatto garantito e la batteria che, dal canto suo, trova modo di farsi sentire con violente sciabolate di rullante. Il singer declama a voce il titolo stesso della canzone, quando non sono ancora scoccati i primi dieci secondi. Qualche sprazzo per una maggiore ricerca della melodia, declinata in una versione caliginosa e pungente, in perfetto stile At The Gates, è concesso nel corso dei primi sessanta secondi, e si protrarrà, tra alti e bassi, per tutta la durata della traccia medesima. Siamo qui alle prese con tempistiche, in linea di massima, più briose ed andanti rispetto a quanto ascoltato in precedenza, abbiamo, inoltre, modo di percepire con maggior nitidezza il preciso lavoro del basso, in grado di alternarsi alle percussioni, al fine di creare pregevoli linee armoniche di supporto. Elegante  e raffinata, in tal senso, è la breve transizione del minuto 01:23, contenente al suo interno pure reminescenze gotiche di assoluto spessore. Possiamo parlare di una sorta di una sorta di primitiva, ma non per questo non evoluta, forma di death and roll, usando un'espressione la cui paternità sarà da ascrivere in toto ai connazionali Entombed a partire dal prodigioso album "Wolverine Blues". Il vocione cavernoso e profondo di Tomas conferisce la necessaria profondità tridimensionale all'intrigante comparto lirico, l'esempio più lampante e genuino lo riscontriamo al minuto 03:40, quando egli si esibisce nell'ennesimo urlo belluino che pare in grado di squarciare anche la notte più tenebrosa. Da un punto di vista ritmico è questo il brano più spiccatamente di derivazione progressiva, quello più articolato ed improntato ad una tecnica di base davvero ragguardevole con il suo epico crescendo centrale ed il solenne finale, nuovamente improntato alla più torva oscurità ed alla malvagità diabolica. La tua anima germinerà all'interno della città delle statue urlanti, è necessario che tu comprenda a pieno la particolare natura di questo luogo, dovrai metterti in cammino, non sarà per nulla facile. Hai oltrepassato i cancelli della città, i grandiosi templi, al cui interno è racchiusa la conoscenza, ti sussurrano parole ancora poco decifrabili. Insegui i tuoi miraggi, opprimi i timori, ciò che smuove la verità è solamente l'eco dei tuoi pensieri. Urla! La lotta dell'anima dipende dalla tua forza di volontà, tra gli spiriti tormentati, dentro di te, scoverai il tuo talento, la tua genialità fiorirà. In questa triste città, le statue urlano per conferire concretezza alla sola verità possibile, qui i sogni e le visioni possono diventare tutto quello che desideri. Volta, quindi, le spalle al mondo, ergiti a protagonista indiscusso e lascia che i sogni prendano il sopravvento. Il silenzio più autentico, quello intimo e segreto dell'animo è ciò di cui hai bisogno. La risposta che vai cercando giace nei meandri della metropoli luminosa, il tempo è la chiave di volta per comprendere. Insorgi ancora una volta, abbatti gli alti cancelli che ostacolano il tuo transito, fatti largo nella città delle statue urlanti, qui dove la morte non è la fine ultima delle cose. Ascoltane la dolce melodia, osservane lo sfolgorante balenio nel cielo.

Conclusioni

Se vi dicessimo che, all'interno di "Gardens Of Grief", primo, straziante, vagito rilasciato dai giovanissimi At The Gates, vi siano contenuti tutti i prodromi compositivi del monumentale "Slaughter Of The Soul" vi racconteremmo un'inesattezza. Qualche sparuto spunto melodico, qualche fraseggio, solo parzialmente armonico, lo troviamo, in vero, nelle ultime due canzoni che compongono questo mini cd, non a caso, a nostro avviso, le composizioni migliori del lotto, ma la realtà è che siamo alle prese con un prodotto la cui impronta stilistica fondamentale è impressa a fuoco in quello swedish death metal che, proprio ad inizio anni novanta, stava demolendo pietra su pietra tutte quelle che erano state le tendenze imperanti e dominanti del decennio precedente in ambito estremo, (heavy metal e thrash metal in primis). Basici e medesimi giri di chitarre diluiti all'infinito, ritmiche lente ed opprimenti fino alla claustrofobia, un cantato lancinante, luciferino, pregno di tutte le sofferenze possibili ed immaginabili dell'animo umano, una produzione, compatibilmente con le poche risorse economiche a disposizione, volutamente grezza ed ulteriormente ribassata nelle tonalità, tinte di fondo che, sostanzialmente, non si schiodano mai dal nero più oscuro ed impenetrabile nel corso di tutti i venti minuti di cui l'ep si compone. Sono questi gli elementi principali di cui il demotape oggetto della presente recensione è costituito. Ma attenzione a bollare il debutto di "Tompa" e soci come un lavoro privo di tecnica, improntato solo sulla ricerca di un impatto acustico quanto più possibile granitico e poderoso. Tutt'altro. Il contributo, sempre incalzante e mai domo, seppur declinato in una versione minimalista e quasi scolastica, svolto dalle due chitarre assicura un discreto tasso qualitativo a tutti i quattro i brani che abbiamo poc'anzi analizzato, la sezione ritmica, ad opera dell'ottimo Adrian Erlandsson, garantisce il necessario supporto di accompagnamento, soprattutto grazie al ricorso a frequenti rullate maschie e vigorose, il basso, pur se penalizzato dalle solite, discutibili, scelte strategiche attuate in fase di missaggio, trova terreno fertile in cui incunearsi, di tanto in tanto, all'interno di scenari apocalittici, dominati dalla disperazione più totale e da irrefrenabili aneliti di morte. Il comparto lirico, poi, è assolutamente brillante, maturo e, per quanto non originale quanto ad argomenti trattati, evidenzia un processo di songwriting di assoluto livello, quasi sorprendente per ragazzi in così tenera età. Tempistiche che, in più di una circostanza, arrivano persino a lambire territori doom, la suddetta, incrollabile, visione pessimistica circa l'andamento dell'intero Universo e le tematiche costantemente incentrate sulla morte e sull'annientamento di sé stessi, tipici cavalli di battaglia dell'ondata black che si stava diffondendo nella confinante Norvegia, la già citata sfrontatezza giovanile, il desiderio di uscire fuori da schemi precostruiti a tavolino e la voglia di emergere ad ogni costo sono ulteriori tasselli che ci consentono di etichettare questo "Gardens Of Grief" come un articolo dinamico, multidimensionale e dall'importanza storica davvero notevole. Non vi basterà un solo ascolto, di questo siatene certi, per digerire una pillola tanto pesante e così pungente. Saranno necessari, viceversa, diversi passaggi dal vostro lettore stereo per poterne cogliere ogni sfaccettatura, per potere apprezzare a dovere persino il più piccolo dei dettagli, verrete scaraventati nell'occhio di un formidabile ciclone fatto di inquietudini, sofferenze ed incubi spaventosi, sarete costretti a rimanere in apnea per quasi venti minuti. La strada verso "La carneficina dell'anima" è ancora lunga, descrivervi i passi attraverso cui gli At The Gates vi giungeranno, nel breve volgere di quattro anni, sarà l'arduo, ma incredibilmente stimolante, compito a noi riservato nei prossimi episodi. Nel frattempo, se ci riuscite, "godetevi" il fascino cupo, sgraziato e decadente di "Gardens Of Grief".

1) Souls of the Evil Departed
2) At the Gates
3) All Life Ends
4) City of Screaming Statues
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