ARTHEMIS

Blood - Fury - Domination

2017 - Scarlet Records

A CURA DI
MICHELE ALLUIGI & MAREK
26/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Sono trascorsi ben cinque anni da quando gli Arthemis diedero alla luce "We Fight", il settimo full length della loro carriera; per smorzare l'attesa dei fan, i power thrashers veronesi pubblicarono nel mentre l'ottimo live album "Live From Hell", che riportava una quanto mai eloquente testimonianza della potenza della band dal vivo, ma ai loro seguaci comunque occorreva nuova linfa con cui poter nutrire le loro orecchie, ed ecco così vedere la luce il loro nuovo lavoro "Blood - Fury - Domination", disco dal cui titolo emergono simbolicamente le tre punte di diamante che costituiscono l'essenza del loro sound: il sangue, perché innanzitutto i quattro musicisti buttano tutto ciò che hanno per sfornare ad ogni uscita sempre il meglio della loro arte, e poi non si può certo dire che questi brani non ci colpiscano dritti al volto come un pugno, a seguito del quale è inevitabile il sanguinamento. La furia, perché con ogni loro traccia, Andrea Martongelli e soci sprigionano un uragano con cui devastare e spazzare via ogni impianto sul quale girano i loro dischi ed infine il dominio, il risultato finale, al quale gli Arthemis sono giunti dopo anni di carriera guadagnandosi sia il rispetto dei metallers italiani e non solo sia un posto d'onore nel panorama mondiale. Sembrerà un discorso trito e ritrito, ma ogni occasione è buona per rimarcare il fatto che la musica di qualità non è assolutamente un esclusiva dei gruppi esteri, anzi, anche in Italia possiamo vantare band la cui arte ha segnato e fatto la storia dell'Hard N'Heavy, venendo ricordata e seguita ancora oggi dopo anni di distanza e gli Arthemis, come molti altri gruppi (Strana Officina, Vanexa, Necrodeath, Sadist, Schizo e Bulldozer, giusto per citarne alcuni), ne sono un esempio lampante. L'avventura della band veneta ebbe inizio nel 1994 e fin dagli albori a caratterizzarla era il forte impatto live sia nell'esecuzione delle cover che dei brani propri; oltre ai cambi di formazione, anche il moiker subì diverse variazioni (da Laguna, passando poi per Anarchy Project e Nemhesis fino a quello attuale) ma attorno agli Arthemis si creò ben presto una solida fan base sia in patria che all'estero, grazie anche ad una intensa attività dal vivo. Il primo passo della loro discografia viene compiuto nel 1996, con un demo di cinque brani che però non vide mai ufficialmente la luce, lasciando che fosse l'attività on stage a dimostrare il potenziale del gruppo, per poi esordire nel 1999 con "Church Of The Holy Ghost". Il primo album ufficiale, pubblicato per l'etichetta Undeground Symphony, porta agli Arthemis numerosi consensi anche in Germania, Norvegia e Giappone, luogo quest'ultimo dove il Power Metal italiano ha sempre riscosso un grande successo di pubblica e critica. Con le successive pubblicazioni, "The Damned Ship" del 2001, "Golden Dawn" del 2003, "Back From The Heat" del 2005 e "Black Society" del 2008, la fama del quartetto veronese aumenta sempre di più, intensificando al massimo l'attività live che li porterà ad aprire a grossi nomi come Slayer, Hammerfall, Malmsteen e Within Temptation. Con gli album successivi "Heroes" (2010) e il succitato "We Fight", la rombante macchina da guerra veneta accelera ulteriormente compiendo una sontuosa impennata fino a giungere ai giorni nostri con la pubblicazione di "Blood-Fury- Domination", nel quale gli spunti compositivi si ampliano ed arricchiscono con virate anche verso il Thrash Metal più moderno. Il lavoro in questione ha richiesto un impegno particolarmente intenso ai quattro musicisti, le registrazioni spesso duravano fino a tarda notte, se non addirittura fino alle prime ore del mattino, ma questo è lo scotto da pagare se si vuole vedere la propria musica prendere forma nel miglior modo possibile. In queste lunghe sessioni in studio però si verificano sempre quegli episodi comici, che proprio per la loro particolarità restano impressi nella memoria e che strappano una risata ogni volta che vengono ricordati. Un esempio? Il cane del vocalist Fabio Dessi, il cui nome è Tommy ma che è presto diventato "Tommy Iommy", in onore del leggendario chitarrista dei Black Sabbath (del resto cos'altro ci si poteva aspettare da una band di metallari?) si è reso protagonista di uno spassoso aneddoto: mentre il suo padrone si accingeva a registrare le parti vocali, si sentiva continuamente un rumore di fondo nel segnale di ripresa; il suo verso infatti entrava nel microfono anche se l'animale era in un altra stanza dello studio, musicisti e fonico si sono scervellati a capire da che cosa fosse causato quel problema, un cavo difettoso? un problema elettrico? No, semplicemente Tommy che ha voluto fare la sua comparsa sull'album e in qualità di guest e ha dato il suo contributo abbaiando. Il Metal in fondo è anche questo, saper ridere ed entusiasmarsi anche nei momenti in cui il lavoro si fa più duro. Dal punto di vista grafico, lo stile delle copertine dei lavori degli Arthemis si è notevolmente evoluto, creando una sorta di concept grafico in continua evoluzione che passa attraverso diversi stili. Le prime quattro tavole raffiguranti altrettani dischi del gruppo infatti si caratterizzavano per uno stile quasi fumettistico, conformemente ai dettami della grande ondata power metal della seconda metà degli anni Novanta, dove i soggetti visionari ed onirici venivano raffigurati con un tratto morbido e decorati con colori fortemente accesi e saturi. Sarà con "Black Society" che le grafiche dei lavori degli Arthemis inizieranno a farsi più minimali: il disco del 2008 infatti si caratterizzava per un immagine a sfondo desolato e post apocalittico, tinta con colori prevalentemente freddi che impregnavano l'atmosfera di desolazione ed inesorabilità successiva ad un disastro nucleare; al centro di questa devastazione emergeva dal terreno una smorta mano grigiastra, la frattaglia cadaverica di una creatura sopravvissuta all'olocausto a costo di una orrenda sfigurazione. Da qui in poi, la semplicità diventa l'elemento essenziale delle immagini: se su "Heroes" compare giusto una foto della band, a spiccare sull'artwork del successivo "We Fight" è una stella di metallo in fiamme incastonata in un muro, una sorta di shuriken lanciato da un ninja che per la velocità e l'attrito con l'aria ha preso fuoco per poi conficcarsi nel cemento. "Blood - Fury - Domination" si colloca anch'esso su questo frangente, proponendoci un immagine "sterile" ma al tempo stesso particolarmente evocativa. Il campo cromatico è predominato dal bianco, rendendo subito il background gelido e desolato, al centro dell'immagine compaiono tre figure femminili, raffiguranti metaforicamente il sangue, la furia ed il dominio: la prima appare, non a caso, con la chioma rosso acceso, intenta ad avanzare con lo sguardo famelico e le fauci aperte per poter azzannare chiunque le capiti a tiro. Al centro troviamo invece la furia, disposta con il corpo a tre quarti ed avvolta da alcuni rami secchi e bianchi, modellati per rappresentare delle mani scheletriche culminanti in artigli; il suo sguardo è serio ed imparziale ma non pensiate che siano occhi bonari, perchè ella potrebbe esplodere da un momento all'altro. Infine troviamo la figura femminile del dominio: il cui volto è improntato totalmente al soggiogare gli avversari stringendo il pugno con fare di sfida, unito alla sicurezza di avere inoltre la vittoria in mano. Le tre dee sono pronte a trascinarci via, non ci resta che lanciarci nella mischia del nuovo lavoro degli Arthemis. 

Undead

L'album si apre con "Undead" ("Non Morti"), che immediatamente si presenta come il brano ideale per ricoprire il ruolo di opener: l'attacco infatti è subito deciso e travolgente, con gli strumenti che partono all'unisono per meglio travolgerci come un fiume in piena che sgorga dal nostro lettore.  A trascinare il tutto è la batteria esplosiva di Francesco Tresca, che dopo un brevissimo incipit di sintetizzatore inizia a mitragliare con una precisa e martellante sequenza sui fusti che sorregge perfettamente lo shredding infuocato dell'axemen Andrea Martongelli. Gli Arthemis mettono subito in chiaro le cose con un'introduzione rapidissima e a dir poco elettrica, prima di cambiare ritmo e dare avvio alla strofa con un mid tempo decisamente catchy e trascinante. Il vocalist  Fabio Dessi veste i panni di portavoce di un esercito di non morti, risputati sulla terra dalle più profonde viscere dell'Inferno per assumere il controllo del mondo terreno; immancabilmente la lirica si avvia con la presentazione di questa massa di creature, provenienti da un mondo silente e nascosto del quale sono i padroni indiscussi. Essi provano inoltre un odio viscerale per quella stessa realtà nella quale sono rinchiusi, ma presto ci accecheranno, uccidendo il nostro destino e conquistando definitivamente il nostro mondo. Dopo questa prima porzione, nella quale la sezione ritmica ha dato prova di tutta la sua tecnica con una avvincente sequenza in levare, la canzone si apre notevolmente per il pre ritornello: la batteria torna lineare, dilatando ulteriormente lo sviluppo del basso e voltando pagina su quello che è lo snodo tematico del testo. Siamo al momento in cui questi zombie ci dichiarano guerra e constatano sadicamente che per noi non vi è più alcuna speranza di salvezza, le loro carcasse strisciano sotto il vessillo dell'odio ed avanzano verso di noi che, inermi, non abbiamo via di scampo. Con questa traccia emerge pienamente l'influenza ispiratrice di grandissime band come Symphony X e Nevermore, artisti che nelle loro carriere hanno ampiamente dimostrato di saper mescolare in maniera egregia melodia e potenza, e così fanno gli Arthemis, che nel ritornello di questo brano ci regalano una piece orecchiabilissima, destinata ad imprimersi nelle nostre teste senza alcuna fatica. La voce di Fabio Dessi, potente e decisa, ci lancia ancora una volta l'urlo di guerra di queste carcasse malvage, loro sono i non morti, malvagi fino al midollo delle loro putrefatte ossa, il proiettile che ci spappolerà il cranio non appena verrà emessa la nostra sentenza capitale, ed in qualità di guerrieri del giorno del giudizio ci schiacceranno a terra fino a che non arriverà la fine del mondo. Conclusa questa prima metà di canzone, a dominare la scena ora è Andrea Martonegelli, che si lancia con la sua chitarra in una frenetica cascata solista di note; dopo averci shakerato le viscere con il suo shredding, perfettamente alleato con il basso monolitico di Giorgio Terenziani, è giunto il momento per il chitarrista veneto di dar prova della pulizia del suo tocco sul frangente melodico: se in precedenza la sua sei corde "ringhiava" solamente per degli incisi, ecco che ora, dopo uno splendido passaggio ritmico in breakdown, arriva una sfilza di note in puro stile speed metal. Le sue dita sono velocissime, sweep picking e bending sono gli ingredienti principali della sua performance, nella quale non possono non venirci in mente mostri sacri dello strumento come Michael Romeo, Jeff Loomis o Timo Tolki, che hanno letteralmente rivoluzionato il concetto di chitarra metal. Abbiamo avuto modo di apprezzare l'efficacia compositiva del ritornello, ed astutamente i metallers veneti puntano proprio su questo per trascinarci nuovamente nella mischia con una efficacissima ripresa. I non morti sono pronti a darci battaglia, le armi sono sguainate e sulla chiusura della frase "we will drag you down" ("vi schiacceremo a terra"), il pezzo riprende l'esplosiva struttura utilizzata in apertura, rendendo il finale della traccia ancora più incalzante e di forte impatto. Il tutto si chiude in maniera fulminea, come il fendente di una lama che passa, dilania e fugge lasciandoci a terra esanimi. 

Black Sun

Proseguiamo con "Black Sun" ("Sole Nero"), inaugurata dalla chitarra di Andrea Martongelli, che ci regala un avvio dal gusto barocco/neoclassico. Inizialmente il suono è volutamente ovattato, quasi come se il musicista avesse suonato dentro una cabina interrata e la registrazione uscisse da un grammofono, ma questo espediente è funzionale per dare una maggiore mina non appena si avvia la strofa con l'insieme degli altri strumenti. Il main riff resta inalterato e gradualmente si aggiungono gli altri musicisti per dare avvio ad una nuova ed intrepida cavalcata. Il cantato viene sorretto unicamente da Francesco Tresca, che con una doppia cassa serrata avanza impetuosamente, mentre Andrea Martongelli e Giorgio Terenziani intervengono con degli accenti serrati; la voce quindi viene spinta a colpi ripetuti per poi riallacciarsi agli altri strumentisti nel ritornello. Il tema della lirica ora è decisamente introspettivo ed esistenziale: Fabio Dessi, come un oscuro cantore, ci racconta in tutto e per tutto il suo senso di disorientamento, trovandosi in un posto nel quale gli sembra di essere già stato ma che non riconosce; ancora una volta i suoi ricordi sono cancellati e persi per sempre, quasi come se la sua mente fosse stata formattata, ed inevitabilmente non si può vivere senza i propri ricordi, il protagonista infatti si sente come se stesse precipitando all'interno della sua stessa tomba, ma il desiderio è quello di sottrarsi a questo oscuro destino e volare via. L'ulima frase viene recitata con un tono di voce calmo e lineare per poi farsi sempre più intenso, esprimendo tutto il pathos del vocalist prima che la struttura si allarghi in previsione del chorus. Il corpo del cantante ora è percorso da gelidi brividi lungo la sua schiena, che annientano i fantasmi nella sua mente e questo stesso gelo lo spazza via come una raffica di vento durante una tormenta. In questo continuo vortice di afflizione esistenziale, egli cerca disperatamente un modo per non gridare più, una sorta di autocensura attraverso la quale non dover più dover buttare fuori tutto il dolore ed il terrore che sente dentro di sé e chiede che qualcuno possa aiutarlo, ponendo fine alla guerra che ha dentro la sua testa. A rendere ancora più frenetica questa "caduta nell'abisso" è proprio la struttura musicale, sempre dinamica ed energica durante lo scorrimento del minutaggio ed inoltre particolarmente variegata da idee compositive sempre fresche che si concatenano l'una all'altra. Particolarmente d'effetto è poi lo sviluppo in pull off eseguito da Andrea Martongelli sul pre ritornello, questa particolare tecnica chitarristica infatti conferisce alle note un sound fluido e "liquido", oltre che veloce, il che ci consente di immaginare il corpo del protagonista precipitare in un baratro di tenebra. Ecco arrivare il ritornello, momento di massimo respiro compositivo dove la chitarra si distende su una serie di accordi, seguita da un basso avvolgente e da una batteria a doppia cassa spianata. Il frontman lancia all'umanità un interrogativo: c'è qualcuno in grado di dirgli che cosa abbia fatto per far sì che tutto andasse storto nella sua vita? Ed immediatamente sopraggiunge la richiesta di aiuto, salvatelo da se stesso e dai demoni che ne affliggono l'esistenza, illuminando quel sole nero che risiede nella sua anima. Sull'onda della musica sempre sostenutissima continua il racconto del protagonista, egli ora è intento a pregare per la salvezza della sua anima, mentre l'oscurità lo sta conducendo ad immergersi in unoceano di nera pece, ed ancora una volta precipiterà in quella che è la sua fossa, sempre sperando di poter comunque librarsi nel cielo e volare via, ottenendo la suprema salvezza. Il brano si chiude con un'ultima ripresa del pre ritornello e del ritornello, facendoci ancora fare headbanging su una soluzione stilistica che si è rivelata azzeccata dal primo all'ultimo secondo, fino ad arrivare all'epilogo con la rassegnazione del vocalist, che non è più in grado di vivere, se non illuminato dalla luce del sole nero.

Blood Red Sky

Prende avvio la successiva "Blood Red Sky" ("Cielo Rosso Sangue"), con la quale l'atmosfera si tinge di un acceso color porpora. Ad aprire le danze è ora un campionamento elettronico, un suono effettato con un flanger per rendere il tutto ancora più "cibernetico"; immediatamente sentiamo una sirena di allarme in lontananza, una oscura premonizione che ci avvisa che qualcosa di devastante si abbatterà presto su di noi, e questo qualcosa è proprio lo start del pezzo. Alla mente ora ci tornano i Fear Factory, grazie sopratttutto all'utilizzo di elementi industrial in questo passaggio, ma a livello strutturale si nota un provvisorio rallentamento da parte dei quattro. Il brano prosegue infatti con i bpm leggermente rallentati ma tuttavia l'adrenalina resta altissima: Francesco Tresca infatti punta tutto sul tiro ritmico creato attraverso un drumming potente ma lineare, che utilizza giusto la cassa ed il rullante facendo di ogni colpo una vera e propria martellata sullo strumento, mentre a spingere ulteriormente sopraggiunge la chitarra di Andrea Martongelli, con un riff meno elaborato a livello tecnico ma altresì deciso e penetrante, una sequenza di note in puro stile thrash vecchia scuola, il cui tiro è dato dalle pennate a senso unico, con il plettro che piove sulle corde dall'alto verso il basso regalandoci una resa decisamente più "dura", tanto che lo stesso axemen del gruppo, parlando della registrazione di questo riff, lo ha descritto come "un incontro di pugilato con la chitarra", quasi come se si stesse picchiando con la sua sei corde. I metallers veneti ora vestono i panni dei quattro giudici supremi incaricati di giudicare la condizione umana a fronte dell'autodistruzione che essa stessa ha scelto. La struttura ritmica accentata fa sì che i quattro accentuino ulteriormente determinate parole del testo, in modo non solo da conferirvi il giusto risalto ma anche rendendo così più immediato il contrasto tematico necessario per l'espressione di particolari costrutti simbolici. Innanzitutto, ad essere evidenziata nella prima strofa è la parola "we" ("noi"), un taglio netto che separa quindi i cantori del testo (Fabio Dessi in particolar modo e i restanti membri della band) dalla restante massa di esseri umani; abbiamo infatti detto che loro sono la giuria e noi siamo i condannati rimandati a giudizio, loro hanno il potere di decidere il nostro futuro e possono concederci la grazia oppure trasformarci in polvere in un batter d'occhio, la nostra vita o la nostra morte dipendernno dunque unicamente da ciò che sentenzierà il loro martello.  Essi quindi sono giudice, giuria e boia ma al contempo sono anche quell'immenso vortice di rabbia e terrore che infestano l'animo umano, quell'imponente ciclone che spazzerà via le nostre anime condannandoci ad un oblio eterno. Con lo sviluppo graduale della traccia, ad essere rimarcati dagli accenti ritmici sono ora gli imperativi con cui gli Arthemis ci incalzano: "repent!" ("pentitevi") poiché non possiamo far altro, dato che il mondo intero è ormai avvelenato dall'ipocrisia che noi stessi abbiamo diffuso come dei parassiti; abbiamo inquinato talmente tanto il pianeta che ci ospita da farlo diventare una sola ed unica nube di tenebre, nella quale i nostri occhi accecati non vedono più nulla e noi, come delle larve putride, non facciamo altro che strisciare in mezzo al fango, illuminati unicamente dal rosso sangue acceso di cui si è tinto il cielo. Il secondo ordine che ci viene dato e quello di alzarci, come dei criminali ai quali sono stati letti i vari capi d'accusa, per poi essere invitati ad aprire gli occhi e guardare come sarebbe stato il mondo se l'umanità non avesse inquinato tutto con il proprio egoismo. Il dado è tratto, sarebbe stata una realtà favolosa se noi esseri umani avessi rigato dritto, ma non c'è nulla da fare, la sentenza di morte è stata eseguita e non ci resta che avviarci al patibolo. Quando tutto sarà finito, giustizia sarà fatta solo in parte, dato che in un mondo continuamente sul baratro della miseria i cancelli dell'inferno sono sempre pronti ad accogliere nuovi dannati. Il pezzo si conclude con un quadro a dir poco apocalittico: la bramosia degli umani ha fatto sì che si generasse il caos; un insieme di testate nucleari esplode, le armi si ricaricano e continuano a cantare mentre ci si uccide avvicenda e mentre le larve continuano a strisciare nel fango, sotto un cielo rosso e grondante sangue. 

Blistering Eyes

Si passa ora a "Blistering Eyes" ("Occhi Infuocati"), con cui gli Arthemis riaccelerano nuovamente facendo salire di giri il tachimetro del loro motore. A dettare il tempo dell'introduzione è la batteria di Francesco Tresca: che con la grancassa ed il charleston scandisce le plettrate possenti del basso di Giorgio Terenziani, le cui note profonde sono mescolate con un atmosferico tappeto di accordi di tastiere. La chitarra di Andrea Martongelli invece sfodera un dinamico riff in palm muting eseguito sulle note alte e grazie a questo espediente si crea così un efficace crescendo che subito ci mette in allerta, preparandoci alla partenza esplosiva che si verificherà di lì a poco. Dopo uno slide del plettro sulle corde, ecco infatti partire uno sviluppo avvincente che ci porta alla mente le grandi cavalcate power metal di band come Stratovarius e Sonata Arctica, ma con l'ingresso del cantato il tutto si arresta provvisoriamente: la voce di Fabio Dessi, per le prime frasi, è sostenuta unicamente dalla cassa della batteria e dal main riff che torna in palm muting per poi riaprirsi successivamente, creando così il giusto impatto che si espanderà sempre di più fino al ritornello. Il vocalist del gruppo si trasforma ora in un romantico salvatore, che con il suo sacrificio cerca di salvarci dal nostro inesorabile destino. Egli infatti inizia il suo dialogo con noi avvertendoci che ha qualcosa da dirci è che quel qualcosa è proprio il pericolo dal quale sta cercando di salvarci, ma esso è imminente e subito egli inizia a sanguinare e non ha più modo di darci ulteriori spiegazioni. Sul modello di una trama cinematografica, mentre la struttura del pezzo ha assunto sempre più corpo, la lirica resta sempre criptica ed oscura: misteriose voci da un mondo nascosto ci dicono di salvarci l'anima ma dobbiamo fermare questa illusione. Per sconfiggere questo male, il frontman deve rinunciare a tutte le cose che ama, come in un romanzo d'avventura, gettandosi in uno sconforto che lo fa sentire come se stesse annegando, ammirando le cicatrici che si formano sulla sua pelle, dilaniata dagli artigli di quel mostro che dall'interno sta divorando la sua anima. Giungiamo così al ritornello: dopo un azzeccatissimo break, posto proprio al punto giusto, ecco il pezzo ampliarsi ulteriormente, con la batteria che avanza su un tempo lineare sostenendo il lavoro ritmico del basso ed una nuova evoluzione della parte di chitarra, che adesso è diventata particolamente fluida. Il protagonista lancia un grido di aiuto, egli infatti si sente male e viene attanagliato da questo mostro che vive dentro di lui; la sua mente diventa sempre più densa, sciolta e liquefatta dalla serie di visioni orripilanti che ormai lo accecano logorandogli gli occhi, che subito si incendiano, completando così la possessione dello sventturato, per poi arrivare al momento di massima disperazione, in cui si chiede perchè egli dovrebbe credere a quel mostro che lo sta martoriando dal profondo. Passato questo primo blocco di ritornello prende avvio una travolgente suite strumentale, dove Francesco Tresca e Giorgio Terenziani possono dar prova di tutta la loro maestria a livello ritmico. Dopo un inciso di chitarra infatti, la batteria inizia a condire il proprio tempo con delle mitragliate di doppia cassa, mentre il basso continua ad avanzare senza sosta sorreggendo tutte le varianti stilistiche della chitarra di Andrea Martongelli, il quale, ancora una volta dà prova di tutto il suo talento eseguendo prima delle interessantissime trame ritmiche per poi lanciarsi in una avvincente parte solista, sempre al limite delle possibilità umane in fatto di velocità. Il pezzo è architettato quindi su una prima parte che pone l'accento sul testo per poi dare voce agli strumentisti, la sezione conclusiva vede invece un'ultima ripresa del ritornello, in cui la supplica del vocalist si chiude ora con il suo urlo di guerra lanciato attraverso la visione di un mondo tramite degli occhi infuocati di un indemoniato, che vede il creato intorno a sè solo ed unicamente come suprema forma di malvagità, per poi chiudersi su una travolgente sferzata finale incentrata sugli stop and go. Un finale volutamente zoppicante dunque, con il quale gli Arthemis ci colpiscono ripetutamente nei denti accento dopo accento per poi restare a guardarci mentre restiamo a terra, letteralmente messi ko dalle sferzate ritmiche appena concluse.

If I Fall

Arrivando a metà della tracklist troviamo una spledida ballad ricca di pathos, "If I Fall" ("Se Dovessi Cadere"), una canzone dal tono romantico ed evocativo che lascia al centro della scena il vocalist Fabio Dessi in qualità di protagonista assoluto, accompagnato dalla chitarra di Andrea Martongelli in una piece acustica che ricorda vagamente la splendida "The Bard's Song" dei Blind Guardian. L'atmosfera è ricreata dalla tastiera e dalla sei corde per l'appunto, il tutto si tinge di una vena malinconica particolarmente intensa, che subito ci mette davanti agli occhi l'immagine di un eroe caduto sul campo di battaglia, un guerriero che dopo l'estremo sforzo è riuscito a salvare la sua patria con il sacrificio del suo sangue, che copiosamente sgorga dal suo addome trafitto. Sono ormai gli ultimi momenti di vita su questa terra ed egli subito pensa alla sua amata, alla quale lascia questa splendida dedica, che proprio per la forza del sentimento merita di essere raccontata con l'utilizzo della prima persona: "Ora che sto lasciando questo mondo, non ho nulla di cui pentirmi, dato che ho speso la mia vita con la certezza che l'amore per te non avrà mai fine. Guadando i giorni trascorrere so che non potrò più confidare in te, non me lo ha detto nessuno, ma non mi interessa." Ad accompagnare l'eccellente performance del vocalist è una linea corale in sottofondo, la cui fluidità contrasta perfettamente con il tocco pizzicato delle dita di Andrea Martongelli sulle corde del proprio strumento, facendo scorrere la canzone in maniera scorrevole e morbida. Con l'arrivo del ritornello, l'amore prende il sopravvento sull'ineluttabile, il protagonista sente che la fine è vicina, ma tutto sommato si comporta come se i suoi occhi non si dovessero mai chiudere: "Ora che ti sento quando sei per conto tuo, ora che ho bisogno di te perchè l'eternità che mi attende è ignota e ora che il mondo mi darà una ragione per credere non importerà più niente, se dovessi cadere". In questo passaggio, l'intensità vocale si alza particolarmente, con il diaframma del cantante del gruppo che spinge fuori la voce con tutta la sua intensità per poi tornare ad essere delicato ed etereo nella strofa successiva. Su questa composizione, il ritmo è scandito dalla chitarra e da qualche incisivo passaggio di percussioni, al fine di lasciare che sia la melodia dell'arrangiamento la padrona indiscussa della scena. Con l'inizio della nuova strofa l'atmosfera torna a calmarsi: "Ho pensato che potrò amarti ancora, se non avrai altro posto dove andare, mi sarai amica quando anche tu passerai la soglia di quella porta" e qui arriva una nota particolarmente toccante, in cui il protagonista si lascia prendere dallo sconforto: "Dio non posso pregare ancora, ormai sono perso e così solo, che una volta che me ne sarò andato per sempre nessuno mai lo saprà". Ma con il nuovo ritornello tornano a predominare l'amore e la speranza; la struttura si amplia nuovamente, e alla chitarra si aggiungono i cori ad accompagnare Fabio Dessi nella sua ammirevole esecuzione. Il pensiero dell'amata è così vicino al protagonista che nessun altra preoccupazione lo attanaglia e anche se la fine è vicina ormai non importa più nulla, lciò che conta per lui è sapere che il ricordo del suo amore vivrà per sempre in lui ovunque vada il suo spirito: che vi sia la gloria eterna o il buio completo nell'aldilà,. Il testo si chiude con un'ultimo richiesta del protagonista, un ultimo desiderio, prima che un nuovo ritornello ci avvolga ancora una volta e ci accompagni verso la fine di questa ballad riuscitissima sotto tutti gli aspetti: "dimmi solo che potrò volare sulle ali del sole, se dovessi cadere", accompagnata da uno splendido assolo di Andrea Martonegelli, il quale, dimostra tutta l'intensità del suo tocco con un assolo di poche e semplici note ma incisive quanto occorre. Un ultimo ritornello appunto, un ultimo sprazzo di vitalità ed onore eroico prima che la musica vada a chiudersi in fade out, quasi come se fossero le palpebre dell'eroe morente che si chiudono una volta per tutte, una volta esalato l'ultimo respiro. 

Warcry

Successivamente troviamo "Warcry" ("Urlo Di Guerra"), introdotta da una serie di accordi aperti che immediatamente rendono l'atmosfera solenne in vista della battaglia imminente. I powerchord di chitarra infatti si distendono sugli accendi della batteria, ma dopo questa apertura iniziale ecco partire uno sviluppo da mosh pit garantito: Francesco Tresca si lancia infatti in un tupa tupa che farà venire l'acquolina in bocca a tutti i thrasher ed è qui che il basso di Giorgio Terenziani ci bombarda con una linea dal tiro maideniano affiancata dal riff speed metal di Andrea Martongelli, che su uno shredding graffiante inserisce delle fluidissime note in pull off per rendere ancora più schizofrenica e soffocante l'avanzata imponente del brano. L'ambientazione è appunto quella immediatamente precedente ad una battaglia, con i due eserciti intenti a correre per serrre i ranghi in attesa che venga dato l'ordine d'attacco, le armi sono cariche e ovunque si diffonde il rombo dei motori dei mezzi pesanti anch'essi pronti a dar fuoco alle polveri. L'inquadratura ora si sposta su un soldato, che rapidamente raccoglie i pensieri prima di gettarsi nella mischia: "presto ci lanceremo tutti all'attacco la fuori - pensa - ma dentro di me sto morendo e mi sto lasciando la vita alle spalle per la guerra". Sotto queste due porzioni di testo i quattro passano dal tempo lineare al dimezzato, conferendo all'insieme un dinamismo sorprendente per poi ripartire in quarta sul ritornello, uno sviluppo brevissimo e travolgente, dove l'urlo di guerra del protagonista diventa una metafora esistenziale: è proprio con un grido proveniente dalle nostre viscere che siamo in grado di affrontare le nostre paure ed i demoni che abbiamo creato in noi, l'urlo di guerra quindi è l'unica via di sopravvivenza che abbiamo. A rendere particolarmente interessante questa canzone è la sua vena di Thrash moderno, che dalla lezione della vecchia scuola evolve i dettami del genere e li rielabora in maniera da renderli attuali ai giorni nostri: immaginate quindi che il verbo di gruppi come Testament ed Exodus venga preso e rivisitato con la pulizia esecutiva di quattro musicisti eccelsi ed i mezzi di post produzione disponibili oggi; il risultato è una traccia che ci travolge con una pacca imponente essendo al tempo stesso pulita e nitida in ogni sua parte. A mantenere sempre alta la nostra attenzione inoltre, sopraggiungono le diverse idee compositive che si susseguono ad ogni secondo; dopo il primo ritornello infatti la struttura giunge ad una esitation, dove la batteria tiene il tempo con la cassa e gli accenti sono fedelmente seguiti dal basso, mentre la chitarra esegue un riff in palm muting la cui contrattura lascia lo spazio perfetto alla distensione vocale di Fabio Dessi. Il cantante si rivolge ora a noi, intimandoci di ricordarci sempre chi siamo e di guarire al più presto le ferite che riportiamo in quella sequenza di battaglie che è la nostra quotidianità, nella quale dobbiamo sempre correre per cercare di sopravvivere e dove ogni secondo sentiamo le pistole e le mitragliatrici echeggiare nella nostra testa. Le difficoltà che ognuno di noi incontra nel quotidiano sono quindi rese attraverso una metafora bellica: ogni giorno sul lavoro incontriamo mille ostacoli e mille pericoli così come un soldato rischia sempre la pelle ad ogni uscita dalla trincea e l'unico modo che ha per affrontare è tutto questo è urlare, di gridare a squarciagola, facendo sentire al nemico tutta la furia che ha dentro dandosi la carica per il prossimo attacco. Sarà proprio il nostro urlo di battaglia a spaventare ed intimorire i nemici, e qualora non bastasse ci lanceremo all'assalto con le armi spianate, affrontano ogni ostacolo a muso duro fino a quando i nostri problemi e i nostri demoni interni non saranno definitivamente battuti. L'energia di questa canzone deve quindi accompagnarci in questo scendere i campo che sono le giornate della nostra esistenza e quando tutto questo sarà finito ed il nostro turno sarà arrivato al termine ecco che ci viene posto un determinato quesito: "Can you feel it burning to the ground?" ovvero "Riuscite a sentire (i corpi dei vostri nemici) bruciare sul terreno?" Solo se la risposta sarà affermativa potremmo ritenerci davvero dei vincitori ed il nostro urlo di guerra avrà compiuto il suo dovere.

Into The Arena

Di gran carriera proseguiamo con il settimo brano, "Into The Arena (Nell'Arena)". Solenni tamburi di gusto tribale ci danno il benvenuto all'interno di un brano-marcia, dal piglio militaresco ed ineluttabile. Come se i fusti del destino scuotessero per noi le proprie pelli, alti ierofanti d'ogni nostro pesante passo, mosso dai sotterranei sino al raggiungimento del campo di battaglia. Percepiamo, come novelli Massimo Decimo Meridio, il clamore della folla: un pubblico strepitante ed urlante, linfa vitale per ogni combattente che si rispetti. Ed è proprio il solenne snodarsi dei riff della chitarra di Andrea, accompagnato dalla squillante voce di Fabio nonché dal sopracitato (e da manuale) comparto ritmico, l'elemento cardine capace di delineare dinnanzi ai nostri occhi uno scenario eroico e sanguinario. "Siamo gli Dei Del Tuono" - "Sono lì, nel bel mezzo dell'arena, dove la gloria eternatrice vive da sempre": versi che non lasciano spazio ad interpretazioni eccessivamente elaborate, mettendo subito in chiaro il carattere guerresco di un brano muscoloso e diretto. Una marcia inarrestabile, ricca di particolari cadenze, inno degno d'un gladiatore posto faccia a faccia con il suo destino. Il suo avversario è lì che lo attende, le spade cozzeranno producendo piogge di scintille e rugiada cremisi. Di quando in quando troviamo delle aperture melodiche notevoli, soprattutto in occasione dell'ottimo refrain, capace di trascinare con la forza di un torrente in piena, gravido di pioggia. Sgomitano nell'economia del brano cavalcate degne della migliore scuola power, ben dividendosi fra novità e tradizione. Si fanno largo eco delle band più moderne (qualche riecheggiare di stilemi molto cari ai Sabaton) unite ad un gusto senza dubbio più tradizionalista, vicino per sommi capi a gruppi quali Masterplan  ed affini. Degno di nota, grande protagonista, risulta l'assolo del master mind Martongelli. Elegante e raffinato, eppure impattante e muscoloso; una pioggia di melodie e note sferraglianti, capaci di tagliare con la perizia e la precisione tipiche di un Ninja impugnante una katana. Il tema del guerriero ritorna, così come quello del ludus gladiatorius, ben esplicato in un testo che sembra direttamente provenire dalla fucina De Maio. Si esalta il culto del combattimento, dell'onorevole confronto fra eroi parimenti grandiosi. Gli scudi, le lame, gli elmi... il pubblico è in visibilio, pronto ad eleggere il suo campione, il più grande combattente mai esistito. Uomini e semidei, impegnati in una tortuosa scalata verso l'Olimpo dei più grandi. Una storia confezionata divinamente, scandita da melodie oscure, celebranti, capaci di distendersi giusto quel po' che serve... per portare luce ed uno scampolo di speranza nella vita dei guerrieri. Si vive per morire, si vive per la gloria. Forse l'acuminata scimitarra dell'avversario trapasserà le nostre carni, ma una cosa è certa: non ci arrenderemo senza combattere. Continueremo sino allo stremo, finché il sangue che sgorgherà dalle nostre ferite non sarà quello di un Re. Siamo nel mezzo dell'arena, a noi la scelta. Vincere, risultando i più forti... o perdere miseramente, costretti e confinati nell'ombra del disonore.

Dark Fire

Brano numero otto, "Dark Fire (Fuoco Nero)" non disperde neanche un po' della carica solenne presentataci dal pezzo precedente, anzi amplificandola, facendone gran tesoro. E' un coro di voci "sacre" ad aprire le danze, scandendo pochi ma significativi versi: "Illuminati vivant, Supremazia divina, Beyond the light we go!". Latino e lingua d'Albione ben si fondono per dare vita ad un momento a cappella di pura magia, a metà fra i Queen di "Bohemian Rhapsody" ed i Death SS di "Baphomet" ("veni domine liberator...", per intenderci); un connubio mistico, sacerdotale eppure guerresco, degno introduttore d'un brano tirato e decisamente strutturato su stilemi più arrembanti e veloci. La "marcia" tipica del pezzo precedente viene infatti dispersa per favorire un lavoro ritmico e chitarristico ben più lineare e scorrevole, d'impatto. Andrea si diverte ad affettare ogni ostacolo a suon di riff corrosivi, colpi di lama scoccati con maestria e notevole tecnica esecutiva. Gli fanno eco i suoi compagni di battaglia, ed ecco Fabio sfoggiare le sue incredibili doti canore, le quali raggiungeranno il proprio apogeo durante l'ottimo refrain. Un po' Running Wild e molto Rhapsody of Fire, ecco i nostri Arthemis inneggiare il fuoco nero, l'oscura fiamma discendente dai cieli. Come un drago dalle sinuose ma letali movenze, l'ardente scintilla solca la volta celeste dividendo le nuvole, dal deserto alle più alte montagne, infondendo coraggio in tutti coloro i quali decideranno di abbeverarsi alla sua fonte. Perché arrendersi, perché darla vinta al male? Facciamo scuotere i nostri corpi da cotanto calore, cavalchiamo il drago, rendiamoci in grado di affrontare qualsiasi avversità. Proprio come Orlando anela la sua Durlendana, ecco gli Arthemis glorificare questo "Dark Fire", celebrandolo più che degnamente, considerandolo l'arma più potente, la fonte di energia più preziosa mai esistita. Eroi e campioni non ambiscono ad altro, nella loro vita. "Illuminati", non nell'odierna e negativa accezione. Niente sette o teorie del complotto: illuminato è chi ha permesso al suo cuore di abbracciare la fiamma nera, beandosi del suo caldo e possente pneuma. Il refrain si aggiudica a mani basse il titolo di miglior momento del pezzo, anche se come al solito è Andrea a recitare la parte del leone, lanciandosi in un assolo virtuoso e sempre sugli scudi. Un Martongelli desideroso di mostrarsi al gran completo, sfoggiando ogni tratto saliente del suo vasto repertorio: dalle velleità più Power all'aggressività tipica del suo background più Thrash Oriented, non tralasciando comunque una venatura neoclassical ben evidenziata in alcuni passaggi, tributo al maestro Malmsteen. Il connubio chitarristico del bravo musicista risulta dunque d'altissimo livello, soprattutto quando c'è da rendere il brano più pomposo ed imperiale, aiutando quindi Fabio; sfoggiante, dal canto suo, delle linee vocali sempre molto colorate e vibranti, non certo passive o comunque noiose. Si riaffaccia il coro iniziale, la marcia degli eletti può dunque avere inizio. Non sarebbe sbagliato immaginare un manipolo di soldati in armatura, tronfiamente schierati in assetto bellico. Corazze lucenti, elmi calati sugli occhi, lance alla mano e spade nelle fodere. I destrieri scalpitano, nel mentre i cavalieri guardano il cielo venir scosso dalla nera fiamma. Essa scenderà presto sulle loro teste, rendendoli invincibili. Non avranno mai paura del nemico, non avranno mai il timore di non farcela. Un vulcano arde nei loro cuori, eruttando, gettando lapilli in ogni dove. Combatteranno e vinceranno, senza possibilità di fallire. Dei fra gli uomini, illuminati. Essi vivranno, nell'eterna e luminosa gloria.

Firetribe

Traccia numero nove, "Firetribe (La tribù delle fiamme)" si apre velocissima e serrata, sfoggiando un comparto sonoro squisitamente tribale. Tamburi e chitarre si uniscono nella delineazione di un discorso quasi "da giungla", catapultandoci nella foresta più fitta. Tenue fiamme illuminano il paesaggio circostante, siamo persi in un ambiente ostile, dominato da chissà quali pericoli; un inizio a dir poco incalzante ed assai ben congeniato, il quale si dipana successivamente in un proseguo dal sapore decisamente coinvolgente. Ritmiche mantenute su velocità importanti, eppure serbanti in sé un groove capace di catturare, molto particolare e decisamente orecchiabile. Un giusto mix di pesantezza e scorrevolezza, per quello che risulta un brano sicuramente creato per la dimensione live ; non sono affatto in disaccordo circa la possibilità di considerare "Firetribe" come un animale da palcoscenico, in quanto il brano in questione riesce decisamente a coinvolgere, anche più dei precedenti due pezzi. Possenti, certo, ma forse più magniloquenti e per questo meno capaci di unire in coorte, facendo venir voglia ai metallari di gettarsi in un po' di sano mosh pit. Notevole il lavoro del basso e della batteria, uniti alla chitarra di Andrea ed alla sempre versatilissima voce di un Fabio sugli scudi. Ritornello trascinante come pochi, il quale ci racconta meglio una storia mai troppo vecchia per poter essere dimenticata. La tribù del fuoco, legittimi abitanti d'una terra loro usurpata, dall'uomo "civile" o "portatore di pace". Eccidi sanguinosi e popolazioni decimate, autentici giochi al massacro compiuti dal volere di speculatori e disonesti privi di scrupoli. Correre, correre lontano da tutto quel sangue, per poter un giorno tornare a combattere, reclamando ciò che spetta di diritto a chi lo possiede. Gli Dei del fuoco saranno testimoni: per ogni indigeno massacrato, per ogni nativo volgarmente scacciato dalla sua casa... ognuno pagherà il giusto prezzo. Popolazioni autoctone sempre fedeli ai loro Dei, per nulla interessate alla vita occidentale, agli sviluppi della tecnologia. Il loro unico e vero scopo, quello di vivere in pace con la natura; scopo nettamente impeditogli di perseguire, considerato troppo "animalesco", di per certo non tipico di chi dovrebbe ambire a tutt'altro tenore di vita. Si giunge ben presto all'assolo di Andrea, decisamente di gusto Heavy, nel mentre le ritmiche rallentano notevolmente, presentandoci un background sonoro decisamente più duro e massiccio. Si riprende ad accelerare solo in prossimità dell'ultimo, splendido refrain. Compattiamoci in schiera e cantiamolo fieri, prima di giungere ad una conclusione caratterizzata da versi ripetuti sì velocemente, sovrapposti ed effettati. Un effetto confusione, proprio come lo sgomento provato dagli indigeni dinnanzi alle prevaricazioni subite. Non dovranno arrendersi: il grande spirito guerriero non ha ancora sopito i suoi istinti guerreschi, bisognerà combattere per poi giungere assieme in una terra promessa. Là, dove osano le aquile. Combattere sino all'ultimo, giurando eterna fedeltà agli Dei del fuoco. Correre, correre sempre più forte, non fermandosi mai. Lance alla mano e scudi non propriamente robusti... ma in grado di divenire armi leggendarie, se impugnate dal campione giusto. 

Inner-Fury Unleashed

Penultima track del lotto, "Inner-Fury Unleashed (Furia Esplosiva)" inizia delineandosi in guisa di brano Hard n' Heavy dal vago sapore Alternative, riportando alla mente qualche stilema molto vicino a gruppi quali Charm City Devils, pur presentandoci il tutto in salsa più massiccia e manesca. Gli Arthemis picchiano duro, immergendo il pezzo in un groove spiccatamente catchy, strizzando l'occhio alla modernità. Dicevamo, però, di una componente più pesante del comparto Alternative: una componente ben sottolineata da una batteria pulsante e da un'ascia decisamente orientata verso il "classico pesante", tuttavia ben calata nei panni dell'ultima decade, avendone assorbito alla perfezione i tratti salienti. Altra dimostrazione circa l'estrema versatilità di un chitarrista come Martongelli, in grado di spaziare come pochi saprebbero fare; conservando intatta la sua maestria, il suo tocco, la sua capacità di infondere grinta e classe ad un brano se vogliamo "semplice", ma di sicuro impatto. Una hit che potrebbe tranquillamente venir lanciata a mo' di singolo, data la sua intrinseca capacità di suscitare interesse già dal primo ascolto. Una struttura non troppo imprevedibile, posta in netta antitesi con un testo invece oscuramente criptico e decisamente di difficile comprensione. Possiamo ben affermare che il topic portante consista in una sorta di fine del mondo. Una fine, l'Armageddon definitivo, che tutti sembriamo ormai aver accolto nelle nostre vite. L'aspettiamo, ogni anno veniamo messi al corrente di nuove teorie, nuove concione circa l'estremo saluto da porgere al nostro pianeta. "Stiamo ancora aspettando la fine del mondo? Ancora ci nascondiamo dalla luce del sole?", versi eloquenti in grado di farci capire quanto le nostre vite siano assuefatte al concerto di morte, e proprio per questo indirizzate verso un tacito accettare l'incapacità tutta umana di resistere alla ribellione naturale. Il caos governa la terra, nubi di fuoco si disperdono nell'aere, generate da sinistri crepacci. Gli oceani evaporano, l'asfalto si sgretola: "Rivoluzione, spargimenti di sangue... l'esecuzione del Mondo!". Un pianeta che quindi decide di scuotersi e lasciare che giunga l'infernale capolinea, lasciandoci con un pugno di mosche. "Scaglia la furia dritta sui loro volti!", parole chiave dell'intero racconto; un invito posto agli operatori di distruzione? Molto probabile che, in fin dei conti, sia così. Una rabbia repressa e conservata sotto strati di frustrazione, la quale - a mo' di geyser - si libera eruttando, lanciando contro il cielo i propri lapilli incandescenti. E' la furia, la dominatrice di questa fine del mondo. Un pandemonio in grado di creare non pochi problemi, di lasciarsi dietro non poca terra bruciata. Un mondo ormai saturo di sentimenti negativi, giunto a collassare su se stesso. E' l'Inferno in terra, cari ascoltatori: nessuno si salverà.

Rituals

Arriviamo alla fine di questo splendido viaggio in compagnia degli Arthemis con l'appropinquarsi dell'ultima traccia, l'undicesima "Rituals (Rituali)". E' Fabio a compiere il lavoro di gran cerimoniere, introducendoci un brano per certi versi "pantereggiante", fortemente debitore nei confronti delle ritmiche e dei groove tipici dei fratelli Abbott. Le linee vocali del frontman tuttavia ben differiscono dall'usuale asprezza di Phil Anselmo, andando ad intersecarsi in maniera mirabile attraverso soluzioni certamente ritmate ma comunque pesanti, in grado di picchiare e di rendere il tutto assai pesante. Sanguinolento ed oscuro come le liriche a supporto del background musicale, incentrate su di una strana forma di ritualismo, decisamente cruenta. "Hey! Stai uccidendo per compiere i rituali... stai sanguinando, per i rituali! Il diavolo è tornato per prendersi qualcos'altro!"; parole dure eppure non perfettamente comprensibili, soprattutto se escludiamo la pista più papabile, ovvero quella del rituale esoterico. Non parliamo certo di una setta o comunque di un gruppo di esagitati, tutt'altro. Ad essere avvezzi a queste pratiche così estreme sembrano proprio tutti gli umani, avendo noi stessi stretto un patto con l'oscurità. Ogni giorno, violenze d'ogni tipo dilagano in maniera preoccupante, rendendo le nostre case non più sicure come un tempo; proprio come se l'uomo avesse stretto un patto, e consumasse violenza perché obbligato da un contratto firmato con il sangue. Continuano i flavours più moderni a farsi largo, ottimi gli stacchi ritmici posti nell'abbondante seconda metà del brano, momento in cui cori e voce principale risultano "impastati" per un buon effetto confusione. Subito dopo questo momento, si perde ogni voglia di cadenza per sfociare nella velocità Thrash senza quartiere, macinando km a suon di plettrate. Martongelli si esalta, tutta la band lo segue: stiamo pur sempre parlando dell'esagitazione tipica dei celebranti rituali. Un perverso gioco di guerra portato avanti per puro masochismo, se proprio dobbiamo incolpare qualcuno... ebbene, quel qualcuno dovremmo essere esattamente noi stessi. Questo è il rituale, seduti attorno al fuoco vediamo  il sangue disegnare a terra la parola "violenza". Il mantra del nuovo millennio, la voglia dell'uomo moderno di sfogare la sua rabbia sui propri simili, distruggendone l'esistenza. Chi pagherà lo scotto maggiore? Ovviamente, i più innocenti. Bambini sacrificati in nome di non si sa ben cosa, costretti a sottomettersi alla furia del rito. Quando mai cesseranno, tali escalation d'odio così grezzo e gratuito? Quando potremo finalmente dirci liberi dal patto stretto? Forse mai, conoscendo la nostra indole. L'umano, dopo tutto, è l'unico animale che uccide per divertimento. Siamo condannati a causa della nostra intrinseca capacità di farci del male quanto del bene, ormai esiliati nelle oscure lande dell'odio.

Conclusioni

Cala il sipario sulla nuova fatica degli Arthemis, sempre vivaci e frizzanti, pur sapendo anch'esser oscuri e stoici, quando a richiederlo è il volgere di strani eoni. Eoni nemmeno troppo bizzarri, a dire il vero: il moniker Arthemis è ormai sinonimo di qualità e versatilità da anni ed anni, sin dal debutto "Church of the Holy Ghost", datato 1999. Due pregi, quelli pocanzi citati, che sentiamo di dover sottolineare, in fase di conclusione, proprio perché tratti distintivi di una formazione ormai ritenuta - giustamente, per meriti assoluti! - fra le punte di diamante del Metal nostrano. Come si scala, l'Olimpo? Come si può arrivare a far parte di un'élite importante, prestigiosa? Semplicemente, lavorando sodo. E proprio parlando di lavoro e sacrifici, i Nostri hanno di certo dimostrato (lungo tutto l'arco della propria carriera) di non esser secondi a nessuno. Semplicemente, dicevamo; sbagliando, col senno di poi. Certo, saper lavorare è importante, se non vitale. Sapersi impegnare e mettersi costantemente in discussione, alzarsi ben su le maniche e stringere i pugni, scalando e scalando, cercando gli appigli, tenendosi ben stretti ad una salda fune. Eppure, non è sufficiente. Un altro aspetto, un'altra peculiarità conviene nominare. La più importante di tutte, quella senza la quale si potrebbe a malapena aspirare ad un posticino discretamente illuminato, ma mai alla calda luce d'un sole divino. Personalità, amici lettori. Personalità. Il sapersi distinguere dalla massa, il riuscire a proporre un qualcosa che suoni proprio al 100%, e non troppo derivativo o comunque "di chiara origine". Sia chiaro: non che i Nostri, in questo "Bloody - Fury - Domination" non abbiano ampiamente mostrato le loro ispirazioni; è fatto noto ed arcinoto quanto gli Arthemis (come tutti del resto) possano avere anch'essi dei numi tutelari, riconducibili ad uno zoccolo duro di grandi classici come ad un focolaio di bands più recenti e di maggiore appeal, sui metallari di oggi. Diversi gruppi molto dissimili fra loro (Masterplan fra i sopracitati, ma l'elenco è stato ampiamente snocciolato), sensazioni e sfumature differenti di quando in quando fanno capolino affacciandosi oltre l'uscio, facendosi notare in maniera netta. Non certo sfacciata, eppure netta. Lo stile assai classicheggiante di Andrea Martongelli, meravigliosamente perso fra dialoghi in stile Tipton - Downing a fraseggi neoclassici di pura scuola Malmsteen; un comparto ritmico, quello affidato a Francesco Tresca e Giorgio Terenziani, che spazia fra il roboante tipico Manowariano ed il più "bisturico" e tagliente Thrash made in U.S.A. Come dimenticarsi poi della potente quanto limpida voce di Fabio Dessi, degno custode della fiamma teutonica quanto italica, rimembrando lo stile di diversi cantanti Power nostrani come Lione od il blasonatissimo Tiranti? Amalgama splendidamente riuscita, non c'è che dire. Tornando però al discorso della personalità, nonostante le influenze si vedano e percepiscano... ecco, gli Arthemis riescono a non cadere nel tranello del "già sentito", confezionando in maniera intelligente undici track sempre ispirate e divertenti, coinvolgenti e dinamiche, colorate. Ora dense di pathos ora dedite a sfuriate Power, ora più massicce e cariche di groove. Una traccia, un'avventura. Lo scorrere del minutaggio riesce a passare del tutto inosservato; un disco, "Bloody...", capace di trascinare. Di non sedare la fiamma più classica ma neanche di allungarla con carburante di seconda mano, anzi fornendone nuova linfa. Ogni Arthemis riesce a farsi riconoscere ad orecchio nudo. Uniti, i nostri quattro metalheads riescono quindi a dimostrare una personalità fuori dal comune. Giocando con il pentagramma, con l'ascia ed i tamburi, i veronesi mettono a segno un altro gran bel disco, denso di personalità, dovuta proprio al loro approccio puro e semplice. Un gruppo che non vuol certo dimostrarsi ad ogni costo superiore né tanto meno volenteroso di strafare. Potete star certi, i Nostri sanno come divertirsi e soprattutto far divertire, mostrando un approccio metallico incontaminato e disinteressato. Ancora grezzo ed adamitico se vogliamo, fortunatamente molto lontano, anni luce, da ingerenze esterne e dalla voglia di suonare qualcosa che risulti "per forza" sopra le righe o complesso, in maniera beceramente fine a sé stessa. Un disco che dunque consiglieremmo a tutti i "metallari della cameretta", a chi ancora oggi crede nel forte valore emozionale del Metal più diretto e senza fronzoli. Quel modus suonandi forse oggi considerato dai più, demodé... eppure, rimasto l'unico scoglio, l'unico appiglio dei più nostalgici, da adoperarsi come preziosa fonte di ossigeno. Un modo di intendere e suonare la musica più dura al mondo, una maniera di fruirla e proporla che gli Arthemis hanno dimostrato di saper padroneggiare alla grande. Del resto, sono rimasti gli stessi ragazzi che nel 1999 davano alle stampe il loro primo album. In loro, e soprattutto nel loro leader Andrea Martongelli, nulla è poi troppo cambiato. Questo è il Metal, signori. Quella musica che, se hai dimenticato come divertirti, non potrai mai più suonare. Mai più. Acquistate la vostra copia di "Blood - Fury - Domination", immergetela nel vostro impianto stereo, fatela suonare come se non ci fosse un domani. Divertitevi, come non avete mai fatto in vita vostra. E ve lo assicuriamo, non ve ne pentirete assolutamente! Dopo tutto, c'è tempo e luogo per l'avanguardia. Così come deve - necessariamente - esserci tempo e luogo per la scuola più diretta, quella delle nocche dure, tirate dritte sul volto di chi è pronto a farsi male, a farsi sconvolgere da una meravigliosa pioggia di decibel. Alzate il volume!!

1) Undead
2) Black Sun
3) Blood Red Sky
4) Blistering Eyes
5) If I Fall
6) Warcry
7) Into The Arena
8) Dark Fire
9) Firetribe
10) Inner-Fury Unleashed
11) Rituals
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