ARTHEMIS

Black Society

2008 - Scarlet Records

A CURA DI
MAREK
27/05/2016
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

Anno domini 2008: periodo particolare e delicato per un certo tipo di Metal, ormai sempre più confinato nella "nicchia", spintonato dal "nuovo". Generi come il Metalcore cominciavano proprio in quel periodo a farla da padroni, monopolizzando le classifiche e segnando importanti record di vendite; per il "classico", sia esso Heavy o Thrash, non sembrava più esserci fin troppo posto. Se gli autentici pilastri degli '80s erano riusciti a resistere dapprima ai colpi del Nu Metal, ancora una volta dovevano ritrovarsi a fare i conti con un qualcosa di più "al passo coi tempi". Un qualcosa che rispecchiasse una società molto più complessa e profondamente mutata nel suo essere, figlia della frenesia e della smania di consumo, dell'annichilimento del singolo. Una società schiava del "produci-consuma-crepa", una realtà oramai fustigata dal proliferare di mode spessissimo lanciate con un semplice click. Inevitabilmente, anche la musica Metal dovette cercare di mantenere l'equilibrio, nonostante tutti questi scossoni. Di fatto, risentendone ampiamente a livello di immagini, suoni e tematiche. Pochi e fierissimi sostenitori della old school, però, erano ancora lì e pronti ad andare avanti comunque ed a prescindere, con la loro attitudine dura e pura; irremovibili e stoici nel loro essere, per nulla intenzionati a piegarsi alle logiche di mercato. Parliamo nella fattispecie di una realtà tutta italiana, di uno dei gruppi attualmente più rappresentativi di una certa scena "classic": gli Arthemis, che proprio nel 2008 giungevano alla pubblicazione del loro quinto full-length. Un disco importante, crocevia della loro intera carriera, il quale (come vedremo) segnò una decisiva svolta a livello di sonorità. Una "svolta" più orientata verso le mode del momento? Giammai! Come abbiamo avuto modo di affermare pocanzi, gli Arthemis erano ben intenzionati a rimanere saldi e fermi sulle loro posizioni, decidendo quindi di operare un leggero cambiamento ma sempre rimanendo fedeli alla vecchia guardia. Non c'è dunque da stupirsi del fatto che "Black Society" (questo il titolo della loro quinta fatica) rappresenti la volontà di Martongelli e co. di recuperare un'attitudine di stampo Thrash, tizzone rovente da stemperare sotto una cascata di purissimo Heavy Metal. Eco dei Megadeth facilissimamente distinguibili attraverso le melodie Heavy-Power con le quali gli Arthemis erano stati soliti incalzarci sino a quel momento, un turbine di rabbia e potenza ben incanalato ed indirizzato prepotentemente verso una società corrotta e malata, vera ispirazione di molti dei testi presenti e dell'attitudine mostrata in questo nuovo capitolo. Fu questo il modo, dunque, in cui il gruppo decise di reagire al "cambiamento": non certo piegandosi e cedendo alle mode, ma anzi irrobustendo la proposta e decidendo di pestare ancora più duro che prima. Un concept interessantissimo, quello di questo "Black Society", che oltre ad una musica dura e maggiormente violenta ci mostra anche dei testi diretti e maneschi; dalla descrizione nuda e cruda dei diversi tipi di dipendenza alle persone che vogliono opprimerci ad ogni costo, dalle truffe "digitali" all'Horror più grandguignolesco. Un vero e proprio viaggio nel cuore di una società disgustosamente marcia e noncurante dei problemi altrui, una volontà di ribellarsi a suon di Heavy-Thrash Old School, senza compromessi o fronzoli. Molte cose sono dunque cambiate, da album come "The Damned Ship" o "Back From the Heat", sia a livello sonoro sia a livello grafico. La copertina di "Black Society", difatti, è la prima in assoluto (in tutta la carriera degli Arthemis) a non mostrarci un immaginario epico-fantasy. Al contrario, i protagonisti di questo artwork sono colori cupi, oscuri e pesanti, capaci di trasmettere (nel loro insieme) un fortissimo senso di angoscia. Un cielo arrugginito si staglia su di un panorama desolante, ed in primo piano notiamo una mano intrisa di detriti e petrolio saltar fuori da una pozza di catrame, quasi anelando una salvezza impossibile da raggiungersi. Chiaro come le coordinate visive rimandino dunque al sound che qui verrà presentatoci, un sound anche sviluppato attraverso un rimaneggiamento della line-up. Gli Arthemis del 2008 dovettero, difatti, fare i conti con l'abbandono di Matteo Ballottari (seconda chitarra) il quale lasciò per motivi lavorativi e personali; il posto vacante venne presto occupato, comunque, da Alessio Garavello, il quale deciderà di imbracciare la sei corde pur rimanendo stabile nel suo ruolo di cantante. La formazione, per il resto, seguì le stesse coordinate di "Back From the Heat": troviamo quindi il sempiterno Andrea Martongelli nel ruolo di chitarra solista, Matteo Galbier al basso e Paolo Perazzani alla batteria. Un quartetto agguerrito e deciso a rilanciarsi in veste inedita, in quanto prima di allora gli Arthemis avevano sin da sempre suonato in cinque. Più "compatti" ed abrasivi, dunque, un espediente che suonava quasi come una sfida con loro stessi, che i Nostri erano (nemmeno a dirlo) dispostissimi a voler vincere, ad ogni costo. Passato e presente, dunque, si intersecano lungo i solchi di questo "Black Society"; dall'amore per l'Heavy Power alle giovanili pulsioni Thrash, un connubio di riscoperta e riproposizioni che andranno dunque ad esaltarci, a suon di riff possenti ed assoli al fulmicotone. Qualche nota "tecnico / aggiuntiva": il disco fu registrato ai "Remaster Studio" di Vicenza, e vide Nick Savio nel ruolo di sound engineer. Fu distribuito dalla "Scarlet Records", e venne promosso grazie ad un importante tour in terra nipponica. Il Giappone, e lo sappiamo sin dai tempi di "Church of the Holy Ghost", è sempre stato prodigo e benevolo nei riguardi di questi nostri Metalheads, i quali riuscirono presso il Sol Levante ad incrementare la loro fama a livello mondiale. Fatte le dovute premesse, non resta altro da fare, dunque, che cercare di raccogliere l'invito di quella mano sporca e disperata, quella che vediamo campeggiare in primo piano sull'artwork. Afferriamola e partiamo dunque alla scoperta di questa società nera.. Let's Play!

Fright Train

A porgerci un clamoroso benvenuto è la open track "Fright Train (Il Treno della Paura)", introdotta dai rumori di un treno in corsa. Allo sferragliare del mezzo si aggiungono le sirene spiegate della polizia, finché arriva a far capolino un riff di chiara matrice speed, sommesso e minaccioso. Riusciamo a riscontrare in esso alcune eco dei Running Wild periodo "Branded and Exiled", ma il tutto viene disperso dal sormontare del riff portante, meravigliosamente potente e carico di un groove notevole. Il sound delle asce è pesante ed oscuro, ben sorretto da una ritmica carichissima di dinamica: ora tempi più chirurgici ora più forsennati, e si arriva dunque all'introduzione della prima strofa, la quale beneficia di tutta la carica Heavy che gli Arthemis riescono a profondere, all'interno di questi inizi. Una strofa che suona meravigliosamente old school ma al contempo massiccia, impreziosita dall'incredibile voce di Alessio, sugli scudi come non mai. Il vocalist è inoltre abilissimo nel destreggiarsi con la sua sei corde, riuscendo a dialogare in maniera magistrale con un Martongelli granitico e volenteroso di farci comprendere appieno la "nuova" natura del suo gruppo. Se da un lato riusciamo tranquillamente a riscontrare influenze che vanno dallo U.S. Power (Riot su tutti) ai Megadeth, dall'altro constatiamo quanto il connubio fra "forza muscolare" ed epicità Heavy riesca a dotare gli Arthemis di una marcia in più. Il fatto che i ragazzi riescano, dopo tutto, ad impreziosire il pezzo presentando un forte lato scorrevole e per certi versi "accattivante" è difatti sintomo di quanto si trovino a loro agio in questo contesto, e del fatto che sappiano esattamente cosa stiano facendo. Si arriva dunque ad un ritornello incredibilmente ben confezionato, introdotto da una fase più ritmicamente concitata ma in seguito destinato ad esplodere in un turbine di melodie Power Heavy. Con ottimi innesti di cori in sottofondo, per di più. Si continua alla grandissima con una nuova strofa, nella quale il cantante alza notevolmente l'asticella della qualità generale; di fatto la band lo segue, decidendo di rendere questo momento più "sentito" di quanto non fosse stato in precedenza. Andrea riesce a rimanere in bilico fra forza e melodia in maniera magistrale, mentre Matteo Paolo si dimostrano degli ottimi esecutori, poliedrici e mai banali. Le dinamiche ritmiche conferiscono grande varietà ad un brano sospeso in un piacevole limbo, capace di esaltare sia gli amanti di sonorità più classiche che aggressive. Notiamo come il ritornello venga presentato subito dopo la seconda strofa, saltando a piè pari la fase più concitata e roboante ascoltata in precedenza, ad esso antecedente. Poco male, perché il refrain ci offre di nuovo spunti epici ed affascinanti, trascinandoci in un vortice di melodia possente e maschia. Minuto 2:30, il contesto passa dalla melodia alla violenza sonora: su di un riffing work spiccatamente Thrash e di molto rallentato rispetto all'incedere generale (per risultare più minaccioso; missione compiuta, just for the record) udiamo un roboante assolo di Andrea, il quale comincia a scandire le prime note del "suo" momento. Subito dopo la sua comparsa, il ritmo torna più incalzante e regolare, presentandoci il rifferama tipico del brano. Un bel lavoro di ritmica à la Megadeth "Countdown.." Era; e così,con questo bel background a disposizione, Martongelli può sfogarsi a suon di Thrash n' Roll. Notiamo come l'ascia del nostro risenta del clima di pesantezza e sia volenterosa di donare la vita ad un qualcosa che suoni urticante e sferragliante, "acido" quasi, sfrigolante nel suo insieme. Un assolo che ben delinea la componente Thrash adottata dai Nostri, e ci traghetta dunque verso una nuova parentesi ancor più concitata, la quale serve di fatto a lanciare il ritornello. Quest'ultimo viene ripetuto e ci fornisce l'ultima botta di esaltazione, mostrandoci uno splendido contraltare fra la pesantezza generale delle chitarre e la voce cristallina di Alessio, il quale sul finire si improvvisa Eric Adams e si lascia andare ad un lunghissimo acuto, sormontato dal riff iniziale, ben stoico e corposo. Giungiamo così alla fine di un primo, ottimo pezzo. Se questo è il nuovo corso degli Arthemis, avremo di che divertirci. Sorretto da una metafora assai interessante, quella di un treno folle e sparato a tutta velocità, intento quasi a schiantarsi da qualche parte, questo inizio reca seco delle liriche assai pesanti ed anch'esse "oscure", come buona parte dell'impalcatura sonora. Un viaggio di sola andata per il mondo della perdizione, dello smarrimento umano, della follia. E da cosa è dato, tutto ciò? Naturalmente, da ogni tipo di dipendenza alla quale dobbiamo (spesso volenti, raramente nolenti) sottostare: alcool, droga, qualsiasi tipo di sostanza possa alterare i nostri sensi e condurci verso una desolata valle della morte, nella quale vagare perennemente come anime in pena. Si comincia sempre "per gioco", e senza accorgersene si arriva a non poter più fare a meno della bottiglia o della "striscia". Cominciamo ad intrattenere rapporti malsani e morbosi con la nostra ossessione / compulsione, divenendo di fatto suoi schiavi; privi di volontà, facilissimi da controllare e dunque in possesso di un fatidico biglietto: quello che ci permetterà di imbarcarci sul treno del terrore, ovvero il "mezzo" che rappresenta le paure e le angosce di chi realizza, in un determinato e preciso momento, cosa ormai sia rimasto della sua vita. Il nulla. Gli amici ci hanno abbandonati rassegnati, i genitori ci hanno lasciati in lacrime e consci di aver fallito.. e noi siamo lì, accasciati al suolo, realizzando quanto siamo soli e perduti. Eppure, contemporaneamente anelando un'altra dose, senza la quale non riusciamo nemmeno ad alzarci da terra. Il capostazione ride beffardo, il viaggio è ben lungi dal fermarsi o comunque diminuire la sua velocità di crociera. Il treno sfreccia sui binari in maniera irrefrenabile; potremmo anche piangere o gridare, chiamare la polizia, comunque il nostro destino è segnato. Una volta imbarcati sul treno del terrore, una sola è la meta.. ovvero, lo schianto finale. Un brano che, in maniera metaforica, descrive dunque un problema attuale nel 2008 quanto nel 2016, ovvero la dipendenza da alcool e droghe. Sempre più persone cercano di scacciare i propri problemi attaccandosi al collo di una bottiglia, o provando nuove droghe sintetiche da affiancare alle "classiche" eroina, ecstasy e cocaina. Ben lontani sono i tempi del joint innocente ed una tantum fra amici o dell'allegria da "eccesso" di birra: ormai il male del secolo è l'esagerazione ad ogni costo. Quella che ti porta a distruggere il tuo corpo ed il tuo fisico, che ti porta a rassomigliare ad uno zombie anziché ad un essere umano. Uno zombie in cerca di dosi, incapace di ragionare o di provare anche un minimo senso di empatia.

Angels in Black

Si cambia decisamente rotta con il sopraggiungere di "Angels in Black (Angeli in Nero)", aperta da un effetto di "vuoto cosmico" presto squarciato da una chitarra misteriosa e serpeggiante. Il prorompere dell'inizio vero e proprio, comunque, è dietro l'angolo; a dare il via definito al brano è difatti un riffing work assai effettato ma oscuro nel suo dipanarsi, ben sostenuto da un ritmo essenziale ed efficace. Effetti assai '80s, in grado di richiamare per un certo verso le formazioni maggiormente "catchy" dell'epoca ma comunque non lesinando mai in quanto a pesantezza. La strofa, a sua volta, ci presenta un ulteriore cambio di immagine, ponendoci dinnanzi una formazione stranamente dedita ad una "sognante" musicalità: il grosso del lavoro è affidato alla voce del frontman, mentre il lavoro di chitarra è "ridotto" al minimo. L'ascia deve fungere più da "atmosfera", difatti il compito di creare le strutture portanti è affidato alla potente ugola di un Alessio comunque sul pezzo e per nulla deludente, la cui voce risulta ben stagliata sul solito tempo essenziale di batteria. Si prosegue dunque in tal guisa, e la prima impennata avviene definitivamente in fase di pre refrain e refrain, momento in cui le elettriche mostrano i muscoli e sfoderano un riffing rugginoso ma esplosivo, in grado di eguagliare la potenza del vocalist. Tornano anche gli effetti iniziali, ben amalgamati ad un contesto che vuole suonare duro e perentorio ma anche drammatico e sognante. L'ensemble si scatena, dunque, in questo frangente; il quale non tarda a presentarsi, dopo una ulteriore ma brevissima (ed eterea) strofa. Un ritornello davvero esaltante, che ricorda molto da vicino gli Europe ma al contempo mostra una robustezza abbastanza particolare. La produzione tende infatti ad esaltare comunque il lato pesante dei Nostri, i quali sono ben lungi dalla "perfezione da classifica" e suonano quindi splendidamente diretti, sinceri e partecipi,  anche nei brani più pacati e drammatici, come questa "Angels..". Per dirla in parole povere, non sembra di star ascoltando un qualsiasi brano d'impronta catchy, tutt'altro. Siamo dinnanzi ad un vero e proprio dramma ben gestito e recitato, nel quale gli Arthemis virano senza dubbio su soluzioni più orecchiabili, ma non snaturano la loro voglia di suonare comunque più robusti di un tempo. Si arriva quindi al minuto 2:37, momento in cui Andrea ci mostra il suo lato maggiormente Hard Rock, ricamando un breve assolo assai efficace ed orecchiabile, ben presto seguito da una bella parentesi pre-refrain.. la quale ci introduce una prima parte di ritornello cantata in maniera particolarissima. Pesanti effetti rendono quasi "robotica" la voce del cantante, il quale ha comunque modo di sfogarsi subito dopo, accompagnandoci di fatto alla conclusione con un altro bell'acuto. Il brano finisce dunque sfumando, portandoci al termine di un altro bel momento. Particolare e non dinamico come la open track, ma pur sempre un gioiello ben incastonato in una tracklist di grande rilevanza. Curiosità: fu proprio questo brano ad esser stato scelto, dagli Arthemis, per la realizzazione del loro primo videoclip ufficiale. Per quel che concerne l'apparato lirico, siamo dinnanzi ad un testo abbastanza differente da quello della open-track, ma parimenti drammatico e particolare. Chi sono, questi "Angeli In Nero"? Ad una prima lettura delle liriche, risultano le entità portatrici di disillusione e pessimismo, delle figure le quali hanno il compito di materializzarsi quando siamo chiamati a fare i conti con una situazione particolarmente grave e difficile. Ci sentiamo, in quei momenti, soli e smarriti: come se affogassimo in un mare nero, non avendo neanche un piccolo scoglio al quale poterci aggrappare. I nostri sogni, le nostre speranze, tutto sembra irrimediabilmente perduto in questo marasma; nel mentre siamo circondati da questi tristi messaggeri, i quali ci circondano con la loro presenza, ottenebrando ulteriormente la nostra esistenza. Il sole ormai rifiuta di brillare, e nulla può aiutarci. E' come se il mondo intero si fosse improvvisamente dimenticato di noi, lasciandoci soli al nostro destino. Preghiamo affinché possa esserci gettata una corda od un'ancora, per salvarci da una fine miserabile, anche se le speranze sembrano vane. Una situazione che ci sta trasportando verso la pazzia più atroce, proprio perché non riusciamo a gestire tutta questa serie di accadimenti. Un effetto domino che massacra la nostra anima, e ci rende dunque territorio fertile nel quale coltivare ogni tipo di pessimismo o sentimenti negativi in genere. Il tutto sembra scaturire, leggendo più attentamente la prima strofa, da una delusione personale. Il protagonista, infatti, sembra impegnato a parlare con una persona che improvvisamente lo ha abbandonato, adducendo come scusa quella di "esser ormai cambiato-a" e di "non esser più lo stesso / la stessa". Un amico che ci tradisce, la nostra compagna che ci pianta in asso.. il tutto, senza apparenti motivi. E' così che il nostro calvario ha inizio, realizzando quanto brucino determinate delusioni e quanto il Male esista. Un Male pronto a nutrirsi di noi ogni qual volta se ne presenti l'occasione.

Electri-Fire

Terzo brano del lotto, "Electri-Fireviene aperta da una batteria à la Rüdiger "AC" Dreffein, proprio perché nel suo incedere sembra ricordare il drum work che tanto rese celebre un capolavoro della portata di "Blazon Stone". In effetti, sembra proprio di trovarsi dinnanzi ad un brano di quei Running Wild, ma assai incattivito ed appesantito da chitarre di chiara matrice Thrash / Megadeth, potenti e violente nel loro ricamare riff abrasivi e distruttivi. Un bell'inizio incalzante, che spazza via le atmosfere sognanti di "Angels.." e ci riporta dunque verso lidi ben più estremi. Galoppata letale che conosce una piccola frenata prima dell'introduzione della strofa, frangente strumentale in cui possiamo udire dei bei virtuosismi di batteria ad opera di Paolo. Arriva dunque il momento per Alessio di fare la sua comparsa, e con la sua presenza il tutto diviene assai più scorrevole e trascinante, anche se lui ed Andrea decidono di non abbassare per nulla i toni, rimanendo ben sospesi fra Heavy e naturalmente Thrash. Una prima strofa che conosce una brevissima parentesi strumentale che di fatto la divide in due: un bell'espediente che ci accompagna quindi verso un refrain in cui la melodia la fa da padrona e ci richiama alla mente i fasti della N.W.O.B.H.M., con delle belle "esplosioni" sentite e drammatiche à la Tokyo Blade (alcune eco dell'album "Night of The Blade" facilmente riscontrabili: vedasi brani come "Lightning Strike" oppure "Rock me to The Limit"), sia vocali sia musicali. E' subito tempo per Martongelli di presentarsi al suo pubblico mediante un assolo di chiara fattura Heavy, ben sorretto da un riffing ritmico che mantiene la pesantezza generale ma di fatto funge da splendido contraltare per Andrea, il quale è intento a barcamenarsi fra soluzioni un po' rimandanti a Dave Mustaine, un po' a Rolf Kasparek. La batteria ed il basso continuano a compiere un lavoro splendido ed è quindi il momento, subito dopo l'assolo, di un ritornello ripetuto praticamente ad libitum, un momento del quale non ci stancheremmo mai e di fatto ci esalta, facendoci urlare un sincerissimo e proverbiale one more time. La conclusione è affidata agli stilemi iniziali, sempre richiamanti i Running Wild più concitati ed incalzanti, ma meravigliosamente uniti ad una pesantezza di base che di fatto "incorona" (e funge da apoteosi per) le influenze Power degli Arthemis. Si cambia registro lirico, questa volta l'ambientazione sembra esulare dai drammi umani per affondare le sue radici in un contesto assai più fantasioso e, perché no, fantascientifico. "Hangar 18", brano storico del combo di Dave Mustaine, sembra essere in questo senso l'ispirazione primaria degli Arthemis, i quali cercano di ricostruire un'ambientazione lirica che ricordi per sommi capi quella già costruita dai Megadeth. Battaglie a suon di armi futuristiche (l' "Electri-Fire" appunto, un potere eccezionale), intrighi, alieni, misteri e ribaltamenti di prospettiva sono alla base di queste parole, le quali sembrano letteralmente dipingere dinnanzi ai nostri occhi uno scenario degno del miglior numero di Nathan Never. Il protagonista è in lotta contro una minaccia aliena, la battaglia imperversa, egli si ritrova immerso in un tripudio di esplosioni e fiamme. Tutti cercano di scappare, anche se gli invasori sembrano disposti a compiere un vero e proprio massacro, attuando un piano di distruzione ad amplissimo raggio. Un piano che - forse - prevede anche il possedere le menti umane per rimpinguare le proprie schiere, visto che il protagonista si ritrova, assai spaventato, a constatare quanto la malvagità sia presente negli occhi di una persona che proprio in quel momento lo sta fissando. Una malvagità che potrà essere scardinata unicamente mediante l'Electri-Fire, un'arma potentissima che è in grado di estirpare il male alla radice. Una sorta di "raggio", di fiamma fulminea, la quale non lascia scampo e riesce a divorare ogni briciolo di negatività, consumando i corpi degli invasori e dei parassiti abitanti dei corpi umani. L'eroe, comunque, sente sulle sue spalle il peso di una battaglia sanguinosa e violenta, in quanto preferirebbe di gran lunga cercarsi un riparo, che combattere. Vorrebbe che la guerra finisse.. ma evitando lo scontro, non si farebbe altro che lasciare campo libero agli extraterrestri, di fatto condannando la Terra ad una schiavitù perpetua. O peggio, all'annichilimento totale. 

Medal of Honor

Arriva il momento di "Medal of Honor (Medaglia D'Onore)", introdotta da un incedere possente ma anche assai epico: tempi solenni e ben scanditi, quasi militareschi, i quali procedono marziali e compatti a suon di epos a profusione. La band si lancia in cori quasi manowariani, e ben presto giunge il momento di una prima strofa; la quale, notiamo, vuole preservare il clima di imponenza anche a suon di rullate militaresche e grazie all'ugola del vocalist, sempre ottimo interprete. Le chitarre hanno quindi il compito di dipanare un brano che deve suonare quasi rasentante l'Epic Metal, riprendendo a piene mani dalla nobile tradizione a stelle e strisce. Siamo al cospetto di un momento assai sentito e particolare, il quale si nutre di esperienze U.S. Epic ed al contempo non indugia a riproporci qualche slancio vitale tipicamente europeo (vaghissime eco del Kai Hansen più espressivo e pacato). Brevissimo frangente in cui Alessio declama il titolo della canzone e ritornano i cori manowariani già uditi, i quali sembrano veramente volerci unire in coorte con gli Arthemis, preparandoci ad una imminente quanto decisiva battaglia. La strofa successiva al refrain ci mostra giochi melodici più articolati: la chitarra solista riesce ad esprimersi in maniera molto più preponderante e decisa, arricchendo il brano di trame assai emozionali e particolarissime, aiutando lo scenario generale a risultare ancora più convincente nel suo ruolo di "pezzo epico". Giunge il momento di un efficacissimo refrain, carico di picchi di pathos mai uditi prima d'ora nel corso dell'ascolto e di fatto terminante in una parentesi in cui il vocalist sorregge da solo l'intera impalcatura del segmento. Udiamo in sottofondo un rumore simile al rombo di aerei da guerra, pronti al decollo, ed arriva per Martongelli il momento di esibirsi in un momento solista che ha del malmsteeniano, tendente ad un neoclassicismo velato dietro i colpi dell'Epic sempre presente. Il tutto si risolve quindi nella riproposizione del refrain, che ci mostra un bel gioco di massicci riff ritmici ben sormontati da una melodia serpeggiante. La fine è affidata ai cori e all'Epica "americana", sembriamo quasi catapultati al cospetto di Joey DeMaio e soci e ben ci beiamo, dunque, di una conclusione imperiale quanto il brano tutto. Esattamente, "imperiale". Non ci sarebbe altro modo, altrimenti, per descrivere un brano di tale fattura. Si ritorna a parlare di attualità e problematiche comuni a molte persone: come già intuibile dal titolo, "Medal of Honor" possiede un testo incentrato su vicende e tematiche belliche, tuttavia non sviluppate mediante la volontà di esaltare / condannare alcunché. Quella che gli Arthemis ci presentano, di contro, è un'amarissima quanto oggettiva riflessione circa un tema scomodo; sul quale la gente ama confrontarsi, ma spesso e volentieri urlando slogan fini a loro stessi. Chi è, un soldato? Per molti un assassino, per altri un eroe. Ma chi è, veramente? Una persona che, per tutta una serie di motivi, si trova sul campo di battaglia, pronta a rischiare la propria vita. Le motivazioni, gli schieramenti e la politica non dovrebbero interessarci più di troppo, visto che - ogni anno - centinaia di ragazzi e padri di famiglia rischiano la vita, lì fuori, sotto una pioggia di bombe e raffiche di mitra. Mestiere ingrato, quello del militare. Un mestiere che attira le antipatie di molti e le simpatie di molti altri, che quasi mai viene valutato nella sua oggettività, mettendo sullo stesso piano sia i pro sia i contro. La mancanza di umanità di molte persone fa si che molto spesso ci si scordi di quanto quella vita sia dura. Di quanto sia difficile addormentarsi alla sera non sapendo se la mattina successiva ci si potrà svegliare ancora su questa terra. Di quanto sia frustrante sentirsi sfruttati da un sistema, che molto spesso non riconosce l'eroismo e lo spirito di sacrificio.. ma anzi, condanna alla povertà centinaia di veterani, dimenticati nonostante gli importanti servigi prestati al proprio Stato di appartenenza. Cose che tanti giovinastri - contestatori della domenica nemmeno immaginano, abituati come sono a sputare sentenze mediante i loro costosi pc, ben sormontati da quattro comode mura. Nonostante tutto, i soldati sono lì sul campo. Sfruttati da un gioco perverso che fa della guerra un'arma da adoperarsi quasi come fosse un giocattolo. Guerre per interesse, guerre per le risorse, guerre politiche.. a rimetterci la vita sono sempre loro, i soldati. Innocenti quanto i civili, anch'essi ingiustamente privati della loro vita. Se proprio si dovesse muovere un'accusa, questa dovrebbe essere rivolta all'interventismo sfrenato di alcune Nazioni, e non certo ad un uomo che sta semplicemente svolgendo il suo lavoro, per quanto ingrato esso possa essere. L'umanità non va mai dimenticata. Mai. 

Escape

Giro di boa raggiunto con il quinto brano del lotto, "Escape (Scappa)", bel brano che subito comincia mostrandoci l'amore che gli Arthemis dovevano allora (e debbono ancora!) provare nei riguardi di "Rust in Peace", dato che in questo riffing work iniziale possiamo tranquillamente constatare quanto la longa manus dei Megadeth del loro periodo d'oro sia presente e preponderante. Al solito, ad una bella irruenza Thrash si mescola un'elegante melodia Heavy che stempera il pezzo rendendolo più sinuoso e scorrevole. Un lato old school che sembra richiamare diversi episodi dell'Ozzy solista, Zakk Wylde era. La voce del cantante è al solito una nota piacevolmente particolare e ben inserita in un contesto che suona sì duro ma non vuole dimenticarsi la sua anima più melodica e particolareggiata. Una prima strofa che fila via alla velocità della luce, che ci incalza e ci delizia a suon di Thrash / Power, un ibrido apparentemente impossibile da realizzarsi ma di fatto perfettamente incarnato dalle note di questo splendido brano. Le forze maggiori si concentrano per il ritornello, ed ecco quindi che il suo momento giunge tosto e prepotente, recando seco il "classico" bagaglio di drammatica melodia. Ottimo uso dei cori, ottimo lavoro di chitarre e ritmica in incredibile spolvero, anche quando arriva per Andrea il momento per esibirsi in un assolo che sembra un vero e proprio tributo a mr. Dave Mustaine, tanto il buon Martongelli è eccelso nel richiamare le gesta del suo nobile maestro. Un assolo breve ed intenso, che reca colore al pezzo tutto e ci presenta dunque un'altra strofa magnificamente eseguita. Si continua a ricalcare le orme di un "Rust in Peace" particolarmente "heavyzzato", sino a sfociare in un nuovo, grandioso ritornello, fiore all'occhiello di un brano pressappoco perfetto. Dalla chitarra ritmica alla solista, in perenne dialogo ed abilissime a sorreggersi l'una con l'altra; senza scordarsi di una coppia basso e batteria decisamente sul pezzo ed in grado di sfoggiare una dinamica più unica che rara. Il refrain si ripete in climax sino a raggiungere il suo acme, ed è dunque tempo per il riff iniziale di chiudere un episodio splendido, classicissimo nel suo ensemble ma distruttivo ed esaltante. Autentica gemma di Thrash / Heavy / Power, che sfugge ad ogni catalogazione pur mostrando chiare e nitide le sue rimembranze. Il testo di "Escape" sembra riprendere, in un certo senso, le tematiche già trattate in "Fright Train", visto che ritorna in pompa magna l'argomento "velocità folle", rapportata in qualche modo ad una condizione di profondo disagio o disillusione. Apprendiamo come il protagonista sia intento a guidare velocissimo, sfidando ogni limite e non curandosi di quanto la sua andatura possa essere pericolosa; per sé stesso e per gli altri. Sulle prime, sembra quasi un'esaltazione "figlia" della stessa provata dal pilota di "Highway Star".. eppure, proseguendo nella lettura ci accorgiamo come il protagonista stia spingendo al massimo perché confuso ed amareggiato da una vicissitudine occorsagli. Sta pensando a qualcuno che evidentemente non è più con lui, forse dopo un litigio grave. Quasi sicuramente una delusione amorosa, la quale viene in qualche modo stemperata dalla voglia di esagerare, di premere follemente il pedale per provare l'ebbrezza della velocità. La testa dell'uomo è già più leggera, nel mentre che percepisce l'asfalto scorrere sotto le sue ruote: un percorso già scritto ed intrapreso per scappare da tutto e tutti. Le colpe, l'angoscia, le sofferenze, le rotture. Tutto deve essere dimenticato, e questa notte dovrà essere LA notte. Una febbricitante voglia di cambiar vita a suon di contachilometri esplosi, a suon di pneumatici consumati. Qual è la meta? Impossibile saperlo.. anche se, da quel che se ne deduce, sembra proprio che lo schianto finale sia imminente. Questo mondo è troppo pieno di negatività, affrontarla sembra impossibile.. e dunque, l'unica soluzione è forse quella di farla finita. L'uomo ci invita a guardarlo negli occhi, ci invita a capire qual è il vero senso della vita. Una volta compreso, chiunque avrà voglia di scappare, di evadere.. in un modo o nell'altro.

Black Society

Il "lato B" viene dunque aperto dalla titletrack, "Black Society (Società Oscura)"il brano più lungo del lotto, dall'alto dei suoi (quasi) otto minuti di durata. Si comincia con dei precisi colpi di batteria, presto alternati ad un riff che sembra richiamare quello di "Hell's Bells" degli AC/DC, solamente reso più massiccio e volendo ancora più inquietante e devastante. Si prosegue in tal guisa finché le chitarre decidono di optare per un rifferama più massiccio ed incalzante, sul quale ben si staglia la voce di Alessio, sormontata a sua volta da un nuovo cambio di registro. Le asce divengono infatti nuovamente (ed incredibilmente) melodiche, continuando a proporci un qualcosa à la "Hell's Bells", finché non si esplode per un preciso frangente, momento in cui le asce si irrobustiscono mostrandoci la loro prepotente natura di chitarre elettriche. Fra melodie oscure, carrilon infernali ed esplosioni elettriche giungiamo dunque ad un ritornello che nuovamente ci presenta un irrobustimento del sound. Estremamente ben eseguito, denso di pathos e capace di conferire al pezzo una notevole carica ansiogena. Una nuova strofa è dunque dietro l'angolo, le chitarre tornano oscuramente melodiche sino a trasportarci nella consueta "esplosione" che ci conduce dritta dritta verso un nuovo, appassionante ritornello. Siamo ormai giunti a metà brano: il riff à la "Hell's Bells" torna a far capolino e ci introduce ad una parentesi strumentale capace di recare seco un'incredibile carica di devastazione e desolazione. Come se fossimo abbandonati in un deserto buio e freddo, dal quale risulta impossibile scappare. L'ambiente viene comunque squarciato da un significativo cambio di tempo, il quale è propedeutico all'introduzione di un bell'assolo ad opera di Andrea, capace di porta una nota di "allegria", facendoci per un attimo dimenticare il clima oppressivo ascoltato pocanzi. Heavy Power a profusione, finché le ultime battute non coincidono con un sostanziale rallentamento dei tempi, che ci mostra degli Arthemis quasi "sludge" se vogliamo, intenti a sperimentare situazioni quasi rimandanti al sound di gruppi come Down Crowbar. Parentesi presto spazzata via da una vincente accoppiata di pre-refrain e refrain, i quali giungono a dipingere il tutto di pathos e di intensità, aumentando la carica oscura ben rappresentata dagli scambi ritmici di solista e ritmica, le quali si trovano a meraviglia, rendendo il contesto pesante e melodico al contempo. Acuto devastante del cantante verso la fine, e le campane dell'inferno tornano dunque a suonare, accompagnandoci ad un finale in cui i suoni sembrano sciogliersi e fondersi l'uno con l'altro, in un unicum nero e denso come il catrame dal quale la mano della copertina emerge, chiedendo aiuto. Proprio come la musica, il testo: le liriche di questa titletrack sono infatti incentrate su quanto di marcio ed orrido esista in questa società, falsa, bugiarda, meschina e corrotta sino al midollo. Un'entità con la quale dobbiamo rapportarci, con la quale dobbiamo competere ogni giorno della nostra vita. Ogni momento, ogni attimo.. dalla sveglia del mattino sino all'assopimento notturno. Tutto comincia dal mattino, quando ci alziamo dal letto e subito veniamo assaliti dalla sensazione di essere estranei in una Terra che comunque ci è famigliare. Vediamo le persone attorno a noi, circondarci ed urlare il nostro nome. Chi per un motivo, chi per un altro, tutti sembrano conoscerci alla perfezione.. mentre siamo noi gli unici a non sapere chi siamo. Partiamo alla ricerca della nostra identità, ma sembra impossibile giungere a risposte certe, o comunque ad un traguardo soddisfacente. Gli urli della folla, di contro, riempiono il nostro cuore e la nostra anima, conducendoci alla follia. Realizziamo così di vivere in una società oscura, nera, crudele: una società che annulla l'individuo in favore di una massa informe, una società che ci priva dei nostri tratti peculiari per metterci dinnanzi ad una triste prospettiva, ovvero quella di essere parte di un ingranaggio. "Produci-consuma-crepa", questo è il motto, e guai a contravvenire. Gli ingranaggi difettosi sono destinati al cestinamento immediato, sostituiti da altri ben più adatti. Ci sentiamo usati e scartati, privi di spessore, incapaci di lasciare il segno in un mondo che mal tollera l'indipendenza e la voglia di emergere. Torniamo a dormire, ogni sera, ma il riposo non ci reca sollievo. Lo stress, la smania di produrre, la smania di assolvere i propri doveri, mai seguiti da alcun diritto. Chiediamo aiuto a Dio, ma è tutto inutile. Viviamo nella società oscura.. la quale ci fagocita imperterrita, come quel mare di catrame che vediamo in copertina. Il fatto ancor più inquietante è simboleggiato dal fatto che, quella mano, potrebbe addirittura essere la nostra. 

Mechanical Plague

Avanti tutta con il brano numero sette, "Mechanical Plague (Peste Meccanica)", aperto da effetti quasi cibernetici e "spaziali", il quale prorompe definitivamente, in seguito, sfruttando un riffing work tipico dei Megadeth di brani come "Hangar 18". Il solito elemento di distacco consta naturalmente nella maggiore attitudine Heavy melodica, ben rappresentata dalla chitarra di Andrea, la quale sfoggia suoni "differenti" ma ben amalgamati ed alternati, ben sposandosi con una ritmica più aggressiva. Come già successo nel corso dell'ascolto, ci troviamo al cospetto di un brano veloce e scorrevole, accattivante ed incalzante. Le strofe ed i ritornelli ben si avvicendano in un bel turbine di emozioni e velocità Thrash / Power, ed è (di quando in quando) singolarmente piacevole udire la chitarra solista cercar di ricamare note che suonino quasi "cibernetiche", "digitali", dando il via di fatto ad uno stilema riproposto "in sordina" ma per diversi punti del pezzo, fra cui il ritornello. La voce di Alessio, neanche a dirlo, è perfetta ed espressiva, meravigliosamente sorretta dai cori, quando è il momento anche per il resto della band di farsi udire al microfono; nel mentre, il lavoro di Paolo Matteo rasenta la perfezione. Del resto, per star dietro ad un mostro di espressività come Martongelli servono grinta e notevoli capacità ritmico-musicali, entrambe cose che la coppia basso e batteria dimostra di avere. Due musicisti e non due semplici picchiatori, insomma, capaci di inculcare notevole musicalità alle loro linee e di barcamenarsi lungo dinamiche complesse e ben calibrate. In sostanza, un unicum che ci sta mostrando delle potenzialità enormi, sotto ogni punto di vista. Si arriva dunque all'assolo, il quale fa capolino verso il minuto 2:10. Dapprima partendo in sordina ma in seguito ben sorretto da un prorompere deciso e prepotente dell'intero ensemble, massiccio e roccioso quant'altri mai. La foga del resto degli strumentisti ben si sposa dunque con un momento solista che richiama sotto alcuni aspetti gli Stratovarius del periodo d'oro e si dipana lungo soluzioni melodiche incredibilmente ben congeniate ed eseguite. Arriva il momento di un ultimo refrain, concluso da un riffing work a dir poco megadethiano, che con la sua irruenza chiude un altro bellissimo episodio di rabbia Thrash ed eleganza Power / Heavy. Altro testo, altra piaga sociale messa in luce dagli Arthemis: questa volta, il gruppo sembra indagare un fenomeno che già nel 2008 era assai problematico, ma che in questo 2016 è divenuto irrimediabilmente cancerogeno. Stiamo parlando dello strapotere di Internet e del mondo virtuale in generale. Un mondo parallelo, virtuale, che reca con esso molti pregi ma anche molti difetti. Oggettivamente, sarebbe stupido condannare l'invenzione in sé. Proprio perché, grazie ad Internet, possiamo diffondere conoscenze ed informarci in tempo reale su qualsiasi cosa, apprendere ed acquistare oggetti altrimenti introvabili nei negozi. Conoscere persone, socializzare.. ergo, avrete capito che il ragionamento di base è il classico, buon vecchio "l'importante è l'uso che se ne fa". Un uso che non sembra affatto giudizioso o comunque positivo, visto che la maggior parte degli internauti preferiscono insultarsi a vicenda o mettere in atto vere e proprie truffe atte a fregare il prossimo in maniera a dir poco becera. Purtroppo, vincono i lati negativi, i quali sembrano i più sfruttati. Grazie ad Internet, oggigiorno, la gente può addirittura comprare armi ed assoldare sicari. Insomma, il gruppo spara a zero contro tutto ciò che è "meccanico" e dunque negativo. Pc, cellulari ecc. che ci garantiscono un accesso ad Internet, un portale dal quale potremmo apprendere tantissimo, con il quale potremmo veramente fare grandi cose.. invece, ci limitiamo ad esserne schiavi, assecondando ogni nostra meschinità. Ormai, la gente sembra addirittura preferire il "cyber sesso" anziché il sesso vero. Dove ci porterà, dunque, tutto questo? Verso una nuova epidemia di peste, la quale non colpirà i nostri corpi ma le nostre menti. Siamo ormai soggiogati da certe dinamiche, resi schiavi da macchine che pensano per noi e parlano per noi. La nostra individualità è bella che soppressa, e qualora dovesse riemergere, ci penserà il potere dei media ad occultarla definitivamente.

Let It Roll

Terzultimo brano del lotto, "Let It Rollsi annuncia in maniera maschia e prepotente, a suon di riff di grande impatto e ben presto sostenuti da una ritmica roboante e precisa. Il battere è incalzante e perfetto per sostenere quello che, a tutti gli effetti, si mostra come un brano Thrash n' Roll d'alta scuola. La scuola dei Megadeth di "Countdown To Extinction", quella che di fatto fa sì che questo episodio avesse potuto prendere forma definitivamente. Il riffing è pesante ma venato di striature Rock n' Roll, ed anche la melodia sembra ridotta al minimo, lasciata per un refrain ispirato e di fatto più "arioso" del contesto tutto, il quale vuole invece giocare su stilemi più incalzanti che densi di pathos. Il lavoro qui compiuto dalle chitarre è difatti più essenziale che in altri punti, ma non per questo meno valido: abbiamo un brano senza pretesa alcuna se non quella di farci divertire, appassionare, scuotere la testa a ritmo di musica. Un brano viscerale e tuttavia splendido nella sua semplicità. Forse il meno articolato dell'intero platter, ma di fatto uno dei più "in your face". Suonato con il cuore e le viscere, scorrevole e sentito, capace di aizzarci e farci scattare in piedi, mollando un calcio alle sedie ed agli sgabelli. L'inno del divertimento Thrash n' Roll che si rifà a quei determinati Megadeth tuttavia privandoli della loro componente oscura e disincantata; di contro, viene notevolmente alzata l'asticella del coinvolgimento, dandoci in pasto un episodio incredibilmente valido ed al contempo capace di scatenare i nostri più reconditi istinti da Metalhead. Anche l'assolo di Andrea risulta magnificamente carico di pathos, da un lato debitore al maestro Mustaine ma da un altro non lesinante in quanto ad ispirazioni e melodie powereggianti. Un assolo dalla buona durata e magnificamente eseguito, sospeso a metà fra i Megadeth ed i Gamma Ray, che di fatto termina catapultandoci all'interno di un altro splendido refrain, spazzato in seguito via da un riff incalzante e potente di ritmica, ben sorretto da una sinistra melodia ricamata da Andrea. Stilemi iniziali ripresi in toto, e dunque il pezzo può definitivamente chiudersi in maniera "circolare", così com'era cominciato. Dopo tanta "negatività" testuale, gli Arthemis vogliono spezzare il continuum dandoci in pasto a delle liriche emozionanti e particolarmente positive, le quali rappresentano una scintilla in un mare di petrolio e detriti. "Let It Roll" non rappresenta altro che la pura e semplice esaltazione donata dal Metal ai suoi seguaci, siano essi musicisti o semplici spettatori. L'elettricità è nell'aria e riusciamo a percepirla distintamente: le urla della folla, gli amplificatori che iniziano ad emettere i primi suoni, lo stridere delle chitarre ed i primi colpi di batteria. Tutto è pronto per il divertimento ultimo e folle, quello inebriante, possente, capace di possederci e di donarci tanta energia da poter spostare un camion con una sola mano. Come dei celebranti di Dioniso ci prepariamo dunque a vivere il nostro Baccanale, a ritmo di puro e "semplice" Rock n' Roll. Gridare a squarciagola, bere birra, pogare.. quel che ci serve è solo questo. In un'ambientazione alla "Whiplash" (noto brano dei Metallica), quindi, il gruppo ci racconta quanto è bello essere dei Metalheads. Quanto è gasante stare su di un palcoscenico, quanto è imponente percepire l'adrenalina, riversarla sui propri strumenti; quanto riescono a fomentare le urla di una folla emozionata quanto loro. Sensazioni che un "esterno" non potrebbe capire mai. L'unica maniera per capire un metallaro è essere un metallaro, poco da fare. Il concerto è il nostro novello sabba, e noi tutti siamo stregoni.

Zombie Eater

 Nona traccia, arriva dunque il tempo per "Zombie Eater (Lo Zombie Divoratore)" di palesarsi in tutta la sua sinistra essenza, portando in auge un riff a dir poco Sabbathiano nel suo incedere. I ritmi sono quelli sulfurei della band di Tony Iommi, un guitar work oscuro, lento, opprimente. Il quale gode comunque di una massiccia dose "metallica", tanto da risultare non poco affine a sonorità doom e sludge. I già citati Crowbar Down vengono quindi e nuovamente tirati in ballo, in un inizio incredibilmente "inedito" e sui generis. Con l'inizio "ufficiale" della strofa i tempi tornano comunque più concitati e meno oppressivi, con il vocalist intento a stemperare cotanta coltre oscura, squarciando il tutto con le sue note chiare e limpide. Il guitar work rimane comunque fedele ai dettami di Iommi Windstein, ritornando di quando in quando ai tempi più lenti e sulfurei, alternandoli a ritmiche più sostenute. Arriviamo dunque al ritornello, altro momento a dir poco particolarissimo, il quale non solo rende il sound dei nostri squisitamente sludge / doom ma addirittura ci presenta un Alessio dalla voce profondamente effettata, resa simile a quella dell'Ozzy Osbourne dei '70s. Tutti ricorderemo il celeberrimo verso "i am Iron Man!"; esattamente, lo stesso effetto ci viene qui presentato, tanto che sembra quasi di sentire il Fratello Maggiore dell'Heavy Metal operare un piccolo cameo all'interno di un refrain lento e misterioso, uscito direttamente da "Master of Reality" o "Paranoid". Se ci aggiungiamo la componente più moderna, poi, il risultato non può che essere uber-soddisfacente! A stemperare l'atmosfera pesante giunge lesto Andrea, il quale ci propone un assolo particolarmente melodico che di fatto trascina seco tutta la band, cambiando registro e rendendo il tutto più Heavy. Un momento ispirato, arioso, brioso se vogliamo, che fa dell'intensità il suo punto di forza. Al termine dell'espressione solista assistiamo dunque ad un bell'acuto del vocalist, il quale introduce un'altra bella e sostenuta strofa, sempre giocata sulla cupezza delle asce ed il brio della voce. Non passa molto tempo prima di incappare in un nuovo, infernale ritornello, il quale sembra urlare "Black Sabbath!! Black Sabbath!!" da ogni dove. Un tributo eccezionale che non scade nella copia e mostra comunque una notevole capacità di adattare un contesto ad un altro. Un refrain che gode in questo frangente di una ritmica più incalzante e serrata che prima, la quale va a coadiuvare magnificamente il lavoro svolto in fase solistica. Proprio il fattore assolo torna prepotente in auge, visto che negli ultimi frangenti Andrea si lancia in un momento incredibilmente effettato, misterioso e lisergico, ed in conclusione il cantante viene lasciato libero di deliziarci con un nuovo acuto alla Rob Halford. In linea diretta con la musica presentataci, il testo di "Zombie Eater" sembra riprendere degli espedienti horror per narrarci un qualcosa di assai simile a quanto già letto nelle liriche di "Black Society". Un testo solo apparentemente orrorifico, in quanto la componente "zombie" non viene sfruttata a mo' di pellicola cinematografica ma anzi inserita in un contesto di desolazione ed alienazione. Gli zombie che osserviamo, infatti, non siamo altro che noi stessi. Vaghiamo per la terra senza meta, nell'oscurità più profonda, persi in un mondo che ormai non riconosciamo più. Cerchiamo cibo, qualcuno da divorare, finendo col mangiarci gli uni con gli altri, in un 'orgia di cannibalica tristezza. Come mai, tutto questo? Da cosa è dipeso? Dal semplice fatto che la società oscura ha vinto, ed è riuscita a soggiogarci, rendendoci suoi schiavi. Mostri senza cervello od umanità, senza più un briciolo di sentimento. L'unico nostro intento è cibarsi del prossimo, intento comune a tutti gli umani. I vincoli di parentela e di amicizia, ed anche amorosi, vengono dunque piegati e definitivamente spezzati. Ogni gerarchia / concetto d'ordine viene totalmente a mancare, siamo quindi costretti a bagnarci in questa malsana oscurità, la quale ci piove addosso in maniera orribilmente fustigante, senza lasciarci neanche un minuto di tempo per respirare. C'è qualcuno, inoltre, che descrive la scena con fare soddisfatto, guardandoci divertito e compiacendosi di ciò che vede. Che sia il Male supremo? Probabilissimo, visto che lo scenario sembra anche dominato da fiamme perpetue ed anch'esse oscure, le quali sembrano in effetti "arredare" meravigliosamente la probabile casa dell'Arcidemone. Abbiamo ceduto al Male ed egli ci ha quindi schiacciati. Dapprima ci ha lusingato con favori e doni generosi, subito dopo ci ha schiacciati in maniera decisa e netta. Una strategia mirabilmente studiata ed attuata: farci abbassare la guardia con della finta benevolenza, salvo poi ghermirci quando meno ce lo saremmo mai aspettati.

Mr. Evil

Si chiude dunque in bellezza con l'ultimo brano, "Mr. Evil (Signor Malvagio)", il quale ha sin da subito il merito di mostrarci un riff work crudele ben unito ad un basso perfettamente udibile ed in grande spolvero. Altro brano assai megadethiano  nel suo dipanarsi, anche e soprattutto per quel che riguarda la voce di Alessio, il quale cerca di essere il Dave Mustaine della situazione pur adoperando un cantato assai più completo e variegato di quello tipico del frontman dei Megadeth. Dopo la parentesi Doom, era senza dubbio d'uopo presentare un brano di tal guisa: un pezzo energico, melodico ma che predilige un'andatura n' roll niente male, un incedere potente e particolarmente aggressivo. Strofe e ritornelli si alternano magnificamente, sino a che non arriva il momento per Andrea di deliziarci con un bell'assolo che, ancora una volta, rimane sospeso in due mondi, anche se questa volta l'axeman sembra prediligere la sana e robusta "massicceria" Thrash; un peso non indifferente, che permette al brano di stagliarsi meravigliosamente lungo linee melodiche abrasive ed urticanti, un pezzo che sembra fondere il tiro dei Judas Priest con l'esperienza anni '90 dei Megadeth. Una prova suprema, la quale chiude degnamente un disco a dir poco perfetto, da inizio a fine. Un brano che, come già accaduto con "Let It Roll", ci mostra gli Arthemis più semplici e "di pancia", dimostrandoci di conseguenza quanto il gruppo voglia certo optare per una sostanziale varietà stilistica / tecnica esecutiva, ma non rinunci certo alla sua naturale potenza e "prepotenza". Dopo tutto, stiamo parlando di un gruppo Metal. E qual è la componente ultima del Metal? L'ispirazione. Come direbbe il buon Delarge"i cervelluti si affidano all'ispirazione". E di ispirazione, signori, gli Arthemis ne hanno da vendere, prestare e noleggiare. Basta udire per intero questo disco, per rendersene conto. "Mr. Evil" è dunque il coronamento dei discorsi più "diretti", l'apoteosi della schiettezza, l'apice della rabbia Metal espressa in tutto il suo splendore. Senza freni, fronzoli o accorgimenti di troppo. Ultimo testo, ultima invettiva lanciata dagli Arthemis contro un altro protagonista della terribile società nera. Questa volta parliamo del "Signor Malvagio", ovvero quella presenza con la quale tutti noi abbiamo purtroppo avuto a che fare. Egli può essere chiunque: un compagno di scuola, un parente, il nostro capo, il vicino di casa.. in generale, parliamo di chiunque voglia sottometterci per il puro gusto di farlo, per via di un'innata antipatia / invidia nei nostri riguardi. Generalmente, noi ci teniamo ben alla larga da chi consideriamo stupido o comunque evitabile, proprio per evitare di inacidirci e farci rodere lo stomaco. Molti, purtroppo, non sono del nostro stesso avviso.. ed ecco che dunque cominciano a ronzarci attorno per provocarci, per fare in modo che la nostra pazienza superi il limite. Un malsano spronarci a "reagire", per far passare noi dalla parte del torto. Chi "mena", si sa, è sempre in difetto. Ed allora dobbiamo mantenere la calma e lasciare che le cornacchie starnazzino, non dando peso alle loro stupidaggini ma anzi cercando di far finta di nulla. E' difficile, ma per il quieto vivere e per la nostra serenità è assolutamente necessario. Questo brano è dunque un prezioso inno allo sfogo, un mezzo per poter urlare tutta la nostra rabbia verso quei serpenti che cercano di strisciare sui nostri successi, per poterli avvelenare con i loro denti e le loro lingue. Essi credono fermamente che le loro concione ed i loro sberleffi possano avere effetto sui sottoscritti, si credono capaci di rovinare una nostra giornata con una semplice presa in giro; ecco perché abbiam da essere stoici ed andare avanti, rispondendo con un sonoro "vaffa", continuando a fare ciò che stiamo facendo, senza cedere a delle stupide provocazioni. E' solo così che sconfigeremo "Mr. Evil"rivelandolo per quel che realmente è: un insetto insignificante, facilissimo da schiacciare.

Conclusioni

Giunti dunque alla fine di questo percorso, siamo chiamati a valutare in toto un disco che non ha mostrato punti deboli praticamente in nessuna sezione. Iniziamo per gradi: la scelta di ridurre il combo da quintetto a quartetto sarebbe potuta risultare forse troppo coraggiosa; in effetti, l'uomo in meno pesa sempre, soprattutto dopo tanti anni di formule brevettate. Chiaro che optare per una soluzione diversa avrebbe comportato l'arrivo di nuovi pregi ma anche nuovi difetti. Difetti che, a parer mio, non hanno avuto modo di palesarsi, grazie all'abilità che Alessio è riuscito a dimostrare. Si dice, molto spesso, che "a far troppo, si faccia quasi sempre male". Non è il caso del bravo vocalist, che non solo ci incanta mostrando un'ugola d'acciaio inox, ma al contempo riesce a supportare - chitarristicamente parlando - Andrea, il quale si dimostra senza troppi filtri come un chitarrista geniale ed istrionico, ben difficile dunque da sorreggere. Una mente brillante, un conducente senza eguali, capace di trasportare i propri compagni lungo i sentieri di questo "nuovo" viaggio. A condire ulteriormente il tutto vi è poi una sezione ritmica a dir poco magistrale, capace di operare in maniera perfetta sotto tutti i punti di vista. Paolo Matteo, come già detto, non sono solo due picchiatori. Frastornare il basso e percuotere una batteria è appannaggio di chiunque, SUONARLI è per pochi. Ebbene, i nostri due, suonano; eccome, se suonano! Dinamiche perfette, musicalità profusa in maniera intelligente e precisa, gusto per la cesellatura degno di un professionista navigato. Ingredienti che, sommati, riescono a farci capire da dove Andrea ed Alessio possano attingere tutta la loro sicurezza e solidità esecutiva. Con un background del genere, dopo tutto, c'è di che esaltarsi, se si è a propria volta propensi a premere sull'acceleratore. Risultato, gli Arthemis attuano il cambiamento definitivo del loro sound, partorendo un disco prefetto da inizio a fine. Un album che sulla carta si preannunciava "monocorde": un "indurimento" del suono e nulla più.. ma che, a conti fatti, rivela un'anima ben più complessa di quanto si creda. Brani epici, rallentamenti sabbathiani, melodia "catchy", Power Metal.. tutti elementi che compaiono una o più volte ma che, nel loro piccolo e presi singolarmente, riescono a rendere "Black Society" un disco in grado di non annoiare, ed anzi di coinvolgere sempre e comunque. Senza mai farci gridare alla noia, o senza mai far nascere in noi la volontà di andare oltre, skippando miseramente qualche canzone. Persino i brani più "semplici" e diretti sembrano avanti luce a tanti pezzi più "complessi", da altri composti. Un gruppo, gli Arthemis, che in questo loro quinto disco hanno il merito di mostrarci un'incredibile maturazione ma al contempo la propria e ferrea volontà di rimanere per sempre fedeli alla linea. Cioè, non scordarsi mai d'esser prima di tutto METALLARI. Amanti di questa musica che stanno suonando, che ancora oggi gli dona spinta ed energie per andare avanti, per superare ogni ostacolo. Il fatto che i Nostri abbiano voluto profondere in "Black Society" un bel po' di sana "veracità", dunque, è stato il tassello definitivo a farmi personalmente optare per un voto rasentante la perfezione assoluta. Cosa mi frenerebbe, dunque, dall'affibbiare un 10 pieno al suddetto platter? La volontà di assistere ad una loro ulteriore evoluzione, andando avanti nel loro percorso e valutando come questi dettami verranno in seguito sviluppati. Nel bene e nel male. In definitiva, stra-consiglio a chiunque l'acquisto di questo "Black Society": un disco ad alto tasso tecnico ed adrenalinico, ma anche vero, sincero e schietto come ogni album Metal (ed anche ogni band..) dovrebbe essere.

1) Fright Train
2) Angels in Black
3) Electri-Fire
4) Medal of Honor
5) Escape
6) Black Society
7) Mechanical Plague
8) Let It Roll
9) Zombie Eater
10) Mr. Evil
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