ARCTURUS

The Sham Mirrors

2002 - Ad Astra Enterprises

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
12/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
9,5

Introduzione Recensione

E così, il viaggio degli Arcturus verso gli astri continua; ancora ed ancora, senza conoscere battute d'arresto. Il gruppo Norvegese torna sulle scene musicali dopo aver affermato la propria supremazia nel campo della musica d'avanguardia, aggiungendo un nuovo tassello ad una discografia complessa e variegata. Parliamo ovviamente del periodo pre-duemila, ben piazzatosi su due solidi pilastri: dapprima il debutto "Aspera Hiems Symfonia", generato da una formazione a dir poco leggendaria (o almeno così ci vien da definirla, col senno di poi) che vedeva fra le sue schiere talenti di proporzioni disumane quali Hellhammer, Garm e Sverd, forse uno dei migliori tastieristi e compositori nel mondo del metal. Quel primo disco, seppur imperfetto ed immaturo per via di alcuni aspetti (ben esplicati nel mio articolo dedicato al suddetto lavoro), sconvolse il mondo della musica ed oggi può considerarsi un gioiello raro, giudicato unanimemente se non come un capolavoro, comunque come un qualcosa che si avvicina moltissimo a tale definizione. Dopo appena un anno ecco il loro attesissimo ritorno, capace di sconvolgere chiunque: la band aveva cambiato etichetta, le venne data una maggior libertà... tutti attendevano di perdersi nuovamente fra le costellazioni, grazie alla loro musica. Se per delusione o per meraviglia sarà il lettore a decidere in base ai propri gusti: ma fatto sta che anche quel "La Masquerade Infernale", nel 1997, sconvolse il mondo della musica, questa volta in generale. Un qualcosa di definibile neanche nella maniera più vaga in assoluto come "normale" o "piatto". Il gruppo si allontanò radicalmente dalla stessa musica che aveva abbracciato in precedenza e decise di non abbracciare nessuno stile, nessun genere: gli Arcturus non volevano rifarsi a nessuno, volevano essere gli Arcturus e basta. Fu così "La Masquerade Infernale" risultò un disco totalmente folle, assurdo, fuori dagli schemi ed imprevedibile nell'estrema accezione del termine. Le tematiche trattate erano più oscure: non vorrei dire, dopo tutto, che si "oscillava" fra una cosa ed un'altra. L'oscillare è un movimento armonico, fin troppo dolce... le tematiche invece erano dure, crudeli, oscure e si dipingevano fra tormenti, follia, lotte interiore, satana inteso come ulteriore tormentatore dell'anima, odio, misantropia ed astio verso un se stessi che lentamente si sbriciolava in una follia mortale. Dal punto di vista musicale il disco era avanti anni luce e divenne un faro per tutto il metal d'avanguardia. S'era posto su di un piedistallo con forza ed aveva meritato di star lì: spesso la proposta non aveva nulla a che fare col metal, c'erano veri e propri deliri musicali, derive verso melodie studiatissime, rimandi al jazz e forse anche pallide ombre di black metal. Si ascolta (tutt'oggi!) qualcosa che strizza l'occhio alla musica classica e contemporaneamente ammiccamenti elettronici. Insomma, gli Arcturus avevano affermato la propria personalità ignorando tutto e tutti. Ciò portò all'ovvia conseguenza che chi aveva amato alla follia il debut non ebbe il disco che si aspettava, rendendo quel "La Masquerade Infernale", almeno per i primi tempi, un prodotto anticommerciale (cosa che non piacque alla "Music For Nations"): è facile quindi comprendere chi dal disco rimase deluso, definendo questo secondo lavoro un qualcosa di inutilmente pomposo, esagerato, finto e senza ispirazione, nato con la sola volontà di strafare. Non condivido, come dico nella recensione dell'album alla quale vi rimando, ma sono comunque critiche comprensibili. In ogni caso gli Arcturus cominciarono un tour che li portò ad una certa fama, promuovendo alla grande il secondo disco, tour condiviso con altre importanti band norvegesi principalmente Black Metal. Da lì a due anni uscì anche uno split chiamato, in inglese, "I Veri Re Della Norvegia", forse uno degli split dai nomi più imponenti mai esistiti: Emperor, Dimmu Borgir, Immortal, Arcturus, Ancient. Raramente si son viste così tante leggende collaborare in un solo disco, e nonostante gli Arcturus avessero proposto solo brani delle loro origini (improntate sul maligno black metal) il risultato fu eccezionale. Ecco quindi che solo nel 2002, a ben quattro anni dal loro ultimo LP in studio, gli Arcturus tornarono a far parlare di sé con un nuovo disco: "The Sham Mirrors". Fin da subito la band mise in chiaro le proprie intenzioni: se "La Masquerade..." rischiò d'essere un flop perché per il pubblico i cambiamenti erano e sono difficili da accettare, beh... la band cambiò ancora e neanche per un attimo lasciava credere che volessero rimanere così come si erano affermati nell'ultimo lavoro. Questo disco venne addirittura autoprodotto, grazie all'appoggio di una casa discografica fondata dalla band proprio per quest'album, così da avere la più estrema libertà nel proporre le proprie composizioni. Gli amanti dell'avant-garde capirono immediatamente quanto questa avesse potuto essere una bella notizia: un gruppo che punta alla sperimentazione cerca sempre la maggior libertà... e di solito, quando la si raggiunge, il prodotto è sempre qualcosa di folle, assurdo ed unico. I fan di "La Masquerade Infernale", consci di un cambiamento in vista (ed amanti a loro volta del cambiamento delle band) accolsero molto bene "The Sham Mirrors". La band tralasciò l'oscura follia di una mente tormentata e repressa, preferendo concentrarsi su di un'ambientazione "fantascientifica" e spaziale pregna di significati che spaziano al filosofico, più la forte volontà di raccontare storie narrate grazie ad una musica altrettanto suggestiva. L'atmosfera di "Sham..." è un qualcosa di unico e meraviglioso: viaggia dal Trip Hop al black metal, si creano melodie che tolgono il respiro e momenti estranianti fuori dal comune. Quel che rimane da fare è ascoltare questo lavoro di questa talentuosissima band, e lasciarsi portare via da questi suoni ammalianti.

Kinetic

"Benvenuto | Questa trasmissione | E' da una stella morta".
Forse questi versi riescono a sintetizzare alla perfezione l'esperienza dell'ascolto di questo "Kinetic (Cinetico)", primo brano di quest'album. Una trasmissione che viaggia lontano nello spazio, e giunge a noi miliardi d'anni dopo che chi l'ha inviata ha cessato d'esistere: a noi spetta la memoria di ciò, il suo ricordo, la sua eredità. Con una chitarra potente e molto distorta, più una trama di batteria subito presentataci, siamo quindi introdotti all'ascolto, ancora ignari dell'atmosfera cupa nascosta in questo brano. La melodia si disegna con calma davanti a noi, una voce la canticchia sullo sfondo. Poi, tutto subisce una trasformazione, tratto tipico dei brani degli Arcturus, ancora una volta intenti a presentarsi fortemente instabili. La chitarra cambia totalmente stile e la voce di Garm fa il suo esordio con un cantato appena percettibile, distorto e distante: egli pronuncia le parole riportate sopra e ci introduce al contenuto di un messaggio lontano e dimenticato da tutti. La chitarra procede sulla propria strada ipnotica finché il brano non subisce una nuova metamorfosi, stavolta radicale. La chitarra svanisce e lascia il posto ad un'atmosfera cupa e strana, basata su suoni molto più elettronici, tant'è che la stessa voce ha un ché di robotico. Tutto è sempre più distorto e le parole di Garm sono difficili da comprendere. Ci viene mostrata solo la scena d'una "stella nera" da cui è partita l'ultima luce. Neanche il tempo di rendercene conto che i sintetizzatori di Sverd si trasformano dando un tono sì futuristico, ma d'un sapore diverso seppur la musica sia altrettanto ipnotica. Il rumore del disturbo d'una trasmissione si percepisce mentre il sintetizzatore gelido e graffiante danza senza sosta... e poi tutto esplode in un metal in pieno stile Arcturus, con melodie ipnotiche ed incantevoli intrecciate alla perfezione con il caos che permea la proposta musicale qui introdotta: il virtuosissimo pianoforte di Sverd va a combattere contro le chitarre eccentriche e possenti di Valle per la supremazia sul brano, lotte le quali durano per sempre così che mai nessuno ne esca vincitore. La voce pulita di Garm risulta differente rispetto ai dischi precedenti, ma nonostante ciò sfiora quasi la perfezione dal punto di vista tecnico. Egli ci canta, col suo particolare timbro vocale, di uno scenario fantascientifico (tema cardine in questo disco) che si trova fra l'orrendo / terrificante ed il meraviglioso / incantevole. Un'impresa andata a buon fine, probabilmente lo spostamento dell'intera civiltà su altri pianeti alla ricerca di nuove mete: una civiltà nella quale tutti hanno deciso d'esser orbi poiché ciò sarebbe stato bene per la collettività (e qui è facile pensare a questa figura come un'immagine del comportamento da "gregge" di cieca fiducia). "La distanza è troppo grande | affinché voi ascoltiate le nostre grida"; la musica dopo la strofa diventa al tempo stesso più martellante e più melodica per qualche secondo prima di lasciarci stupefatti come solo i Nostri sanno fare. Si cambia ancora, stravolgendo il tutto in maniera totale, con un taglio netto realizzato con tanta perfezione che quasi non ce ne si accorge. L'atmosfera è regnata dal sound che sembra provenire direttamente da "La Masquerade Infernale"... ad esso però il sintetizzatore contribuisce a dare al tutto un'atmosfera sì distorta, ma più consona allo stile pregno d'atmosfere spaziali e desolate di quest'album. L'incedere sarà estremamente e volutamente monotono con effetti sonori in punti giusti, che danno l'idea di star ascoltando un loop infinito. E poi, ancora una volta, ecco che la musica si ritrasforma e torna ad essere quella ascoltata nelle due strofe precedenti, con essa torna poi anche la voce di Garm coi suoi falsetti ed il suo incedere potente. Il mistero diviene più fitto: dapprima sembra quasi si tratti di un rimpianto, il non esser stati capaci d'imparare di più prima di svanire per sempre. I protagonisti delle liriche son fuggiti nello spazio e le loro navi, la loro nave madre, è "piena d'idioti" che probabilmente hanno recluso nell'oblio eterno la storia di quel che son stati prima della scomparsa, prima che fossero costretti ad andar via o a perire. Il canto di Garm ci trascina via lasciandoci solo quando l'assolo della chitarra, breve ma molto intenso, ci trasporta con sé. E poi, ancora, il buio, stavolta con solo il pianoforte e il suono di archi che danzano insieme e insieme alla voce dolce del cantante."E se tu stai ascoltando | Ti prego, dicci | dove e quando noi esistiamo | non più | Così che quando andrai | noi veniamo con te | attraverso wormholes". Eccoci giunti al dolce finale di questo brano che ci lascia con un semplice quanto fondamentale interrogativo: chi sono costoro? E chi lo riceve, questo messaggio? E se questi personaggi, costretti ad andar via, abbiano viaggiato più velocemente del loro stesso messaggio (con tecnologie così avanzate da violare le stesse leggi basilari dell'universo), se si fossero stabiliti su un nuovo pianeta a centinaia o forse migliaia, milioni o miliardi di anni luce e ora fossero essi stessi a ricevere quel loro stesso messaggio, costretti però a non riconoscersi in esso perché oramai la loro memoria è nell'oblio delle menti di infiniti idioti? E infine, ipotesi non trascurabile: se fossimo noi quella civiltà che sta ricevendo il messaggio e di conseguenza siam stati gli stessi ad inviarlo per poi dimenticarcene?

Nightmare Heaven

La rappresentazione di quel che di peggio in assoluto possa mai capitare ad un'anima, un incubo costante e che continuerà a vivere in perpetuo: l'essere in un paradiso. "Nightmare Heaven (Paradiso Da Incubo)" si apre direttamente con un riff molto pesante dove, fra la chitarra e le tastiere, si creerà un'atmosfera decisamente distorta. Incantati dal bel riff iniziale veniamo assaliti dalla potenza vocale di Garm che, con una voce pressoché perfetta, ci ipnotizzerà col suo incedere potente. Una strofa che con estrema rapidità ci introduce in un sogno che non vuole avere niente di umano. Da subito il tutto sembra velatamente etereo, in una situazione dove tutti i volti dei protagonisti sorridono. Un giorno risvegliarono sodomia, la morte, il ridere e il fumo. Tutto per ora non sembra esser chiaro. La musica prosegue sulla propria strada rimanendo inalterata per alcuni secondi per poi prendere a trasformarsi con rapidità fulminea nel perfetto stile eclettico della band. Su di una nuova strada, completamente diversa, riappare la voce che sembra aver acquistato ancor a più energia così da risaltare molto sulla musica, la quale sembra esser diventata meno intensa. Se la musica si fa meno intensa per lasciar un maggiore spazio alla voce ecco allora che vediamo Garm dare uno sfoggio incredibile delle sue abilità, e man mano che la strofa avanza la voce s'innalza sempre più fino a giungere al bellissimo finale... ed è qui che cominciamo a comprendere, forse, qualcosa delle parole che vengono cantate. Si parla, ora, di questi protagonisti del sogno accennato in precedenza e del luogo in cui vivono. Un "regno negativo", orribile, un luogo intollerabile per chiunque. Quale sia questo luogo ci è chiaro quando capiamo che chi vi è costretto a starci consiste nella figura degli angeli, anche se la visione angelica qui non ha nulla di meraviglioso. Il testo è estremamente chiaro in questo senso e non lascia spazio a fraintendimenti: questi angeli non vogliono stare in quel luogo, quell'esistenza (sempre che la si possa definire tale) li sta consumando e le loro anime vorrebbero contorcersi dal dolore senza poterlo fare. In questo luogo, infatti, la neve ricopre ogni cosa, non ci son tracce e tutto è perfettamente uguale a tutto, per sempre. Gli angeli stessi son come una moltitudine di statue, lì, immobili e senza la possibilità di far nulla. Essi sono bloccati nell'eternità che è statica, inutile; ma soprattutto, il peggiore dei mali di questa eternità sofferente... essa è eterna. Gli angeli non hanno mai chiesto di esistere né di rimanere l'eternità nelle sfere celesti in una staticità totale, passando gli anni della loro infinita esistenza ad osservare un mondo che scorre intorno a loro senza mai scorrere realmente. Il finale di questa strofa non fa nient'altro che comunicarci l'unica speranza di questi angeli: essi sperano, e lo faranno in eterno, che qualcuno o qualcosa possa salvarli da quell'oblio infinito quale è il semplice fatto di esistere in eterno, esistenza eterna che annulla così il concetto di esistenza stessa. Siamo a solo un minuto e venti secondi del brano, il canto cessa e si dà spazio alla parte strumentale cominciando da un pianoforte dall'immensa bellezza gelida, che danza freneticamente. Tutto scompare presto e la musica prende una nuova svolta, stavolta radicale: un beat dal sound molto futuristico e distorto ci accompagna attraverso un'atmosfera isolata e glaciale data dagli effetti del sintetizzatore. Se l'intenzione della musica era qui di rappresentare quel vuoto oblio eterno che gli angeli son costretti a subire,  allora l'obiettivo è stato raggiunto alla perfezione; tanto che, quando riascoltiamo la chitarra elettrica che costruisce una melodia, questa sarà la nostra salvezza. Il sound è ancora ipnotico e diviene sempre più straniante. Tutto continua a ripetersi sempre uguale, tanto che ci abituiamo anche alla chitarra, ed il senso di smarrimento cresce. Una svolta la si ha dopo quasi tre minuti dove la musica, dopo un solo istante di silenzio, si trasforma aumentando però la sua bizzarria. Tutto esplode d'improvviso, dopo delle parole appena mormorate e impossibili da comprendere, e la voce di Garm torna a sorprenderci mostrandoci però una verità tragica: il cambiamento della musica non fa che mostrarci l'illusione infranta, poiché nessun cambiamento è avvenuto. "Il miracolo è che | niente è accaduto | niente ha una storia | o un nome". Come già detto, la neve ricopre tutto in perpetuo... e se nulla lascia una traccia allora nulla esiste, e l'esistenza non è che un'illusione alla quale aggrappare le nostre ultime speranze. Da questo punto di vista l'intero brano sembra esser una metafora della stessa nostra vita nella quale il fatto di esistere ci fa sperare di poterlo fare come mai nessuno prima, ci fa credere che davvero esista un libro di storia nel quale possiamo lasciare traccia. Non svaniremo come tutti gli uomini svaniscono, sempre, prima o poi. E qui arriva la disillusione, poiché nulla lascia davvero tracce... e se le cose non lasciano tracce allora si può dire che esse esistano? La folle musica esplode in un'incontenibile creatività dirompente fra assoli, la voce di Garm e riff pesantissimi seguiti poi dalle tastiere ipnotiche e magiche di Sverd. La voce distorta continua a ripetere due versi, assordandoci: "solo la voce | della neve che cade". Il brano si conclude e ci lascia così, con più di qualche dubbio.

Ad Absurdum

"Ad Absurdum (Verso l'assurdo)" si apre con un'esplosione musicale in perfetto stile Arcturus, dominata dal suono graffiante del sintetizzatore che crea un vero e proprio vortice. Bastano pochi istanti, questo ciclone sparisce e si viene a creare un riff di chitarra molto particolare, dalla costruzione abbastanza lontana dai tipici canoni del Metal. Il sintetizzatore rimane onnipresente e il basso si mostra sullo sfondo, contribuendo tantissimo all'atmosfera. La voce ci catapulta nella prima, delirante, strofa. La musica continua la propria danza e la voce, che oscilla dall'essere dura ad improvvisi falsetti, non fa altro che aprirci uno scenario forse surreale, vuol mostrarci una situazione. Un'orchestra "morta" che suona incessantemente incastrata fra "le fibre della mia mente". Capiamo sin da subito che ancora una volta gli Arcturus puntano al raggiungimento di quella follia che sta divorando un uomo. Col basso che si mostra ora ancor più presente, nella marcia infinita di questo riff torna ad inserirsi quasi subito la voce che continua a render tutto sempre più folle: scheletri danzano al ritmo di quella musica, danzano senza alcuna ragione e senza mai fermarsi. "Ma io son ancora carne | e non vi servirò | voi stupidi vampiri". Il testo diventa più confuso e più difficile da interpretare, dandoci solo a capire che quest'uomo non ha intenzione di piegarsi, che il male sia reale o solo nella propria mente; egli non si piegherà a questo male. La musica subisce una trasformazione subito dopo questa strofa, chiusa da un nuovo falsetto improvviso di Garm, facendosi di stampo decisamente più metal pur essendo meno pesante della precedente. Un'atmosfera eclettica, non si prende mai una pausa e continua a modificarsi tirando fuori note su note, scoordinate o incredibilmente precise. Le chitarre s'intrecciano con la folle furia tipica della band e ci conducono verso una nuova trasformazione del riff. Quei vampiri sembra si avventino su noi come animali, lasciandoci vuoti e senz'anima... "ma stanotte | sono Houdini | uccido la mia ombra | penetro nel tuo Sanctum". Il brano continua a trasformarsi costantemente fra le chitarre e le tastiere che con calma riprendono il controllo di tutto. Chitarre esplodono, tastiere s'innalzano, le strofe si susseguono lasciandoci estremamente confusi. E' difficile comprendere cosa il brano voglia dirci, delirante com'è. Fatto sta che sul finale stiamo a guardare la sconfitta negli occhi di chi abbiam di fronte, in lui vediamo la sua volontà di morire e la desolazione che si porta dentro. Fino ad ora abbiamo ignorato che tutto ciò avveniva, probabilmente, nella nostra mente; potremo guardare quel desiderio dritto nei nostri occhi, mentre viviamo questo folle delirio. E' difficile descrivere con parole un testo così folle e bizzarro, impossibile invece descrivere il sound degli Arcturus, ma farò comunque un tentativo per dare un'idea di cosa succeda. La musica sembra esser terminata con un'eco della chitarra e siamo nel silenzio alcuni istanti. Ecco che si riparte con un suono lento e solenne, con atmosfere quasi futuristiche che vanno a mescolarsi a malati giri di chitarra. Le tastiere combattono contro le chitarre volendo l'assoluto dominio, quando a tutto ciò si va ad aggiungere anche la voce che, senza parole, crea una melodia che va a far concorrenza agli strumenti. Le chitarre son malinconiche ed oscure, la tastiera, che cambia spesso suono, continua a ripetersi sempre uguale mentre la voce vi si intreccia creando una particolare bellezza armonica. Questa seconda metà del brano non contiene parole, ma solo una strumentale che si porta avanti quasi con dolcezza e con dolcezza scompare concludendo, stavolta per davvero, la canzone.

Collapse Generation

Un brano dai toni estremamente vari, insomma ancor più vari di come son solitamente gli Arcturus, è questo "Collapse Generation (Generazione Del Collasso)" dove il testo è ridotto all'osso così da lasciare estrema libertà alla musica di esprimersi in tutti i modi possibili; riuscendo, a volte, a toccare l'epico, altre volte ancora il gotico, poi riportando in auge la distorta atmosfera futuristica di questo "The Sham Mirrors". Un sintetizzatore dai forti toni orchestrali comincia col disegnare un vero e proprio riff, molto potente: dei colpi di batteria ed ecco che la musica ci travolge senza pietà. Un Blast Beat rapidissimo e che esalta la musica ad ogni colpo di rullante ci accompagna sullo sfondo mentre una chitarra elettrica comincia, dando una sensazione quasi i caos, con l'intrecciarsi alle tastiere che continueranno sulla propria strada senza badare a nulla. La strumentale è distorta e furiosa, arriva in una profonda oscurità di stampo metal estremo, e poi viene invece innalzata da una nuova melodia delle tastiere d Sverd. Queste tastiere governano ora la musica seguendo il caos che s'ascolta nello sfondo. Ancora una volta il tutto si trasforma ed un pianoforte arriva veloce e forte. Le note di questo saranno in costante trasformazione, facendo diventare il background sempre più misterioso, non accennando a fermarsi o rallentare. Gli strumenti si susseguono al comando del brano, alternandosi: nessuno vuol lasciare spazio agli altri e combattono per essere sempre i più assurdi e forti possibile. Quando finalmente questo intricato intreccio si ferma, scompare il blast beat, rimangono solo la chitarra ed il sintetizzatore: svanisce infine anche la chitarra lasciandoci brevemente alla sola melodia di Sverd. Udiamo per la prima volta, oltre la metà del brano, la voce di Garm pronunciare una sola parola: "Time", il tempo. Subentra una nuova fase del brano assolutamente distante da quanto ascoltato finora. Un intermezzo dall'aria oscura ed inquieta sembra avvolgerci nel silenzio. Siam lieti di sentire la musica riaffiorare con forza, le chitarre nevrotiche e le tastiere megalomani. A ciò si accompagna la voce di Garm, quasi completamente in falsetto, per recitare pochi versi. Quei suoi pochi versi sono una mostra di "fantascientifico" totalmente astratto nei quali si parla del tempo come se fosse un qualcosa che giunge alla fine dei nostri giorni. Il brevissimo testo non lascia che l'ascoltatore comprenda troppo, egli è lasciato solo alla fantasia ed al dubbio. Sul finale, mentre Garm mostra il suo falsetto senza prender mai fiato, il blast beat emerge con estrema potenza riaccompagnato dalle melodie di Sverd in conflitto fra loro stesse e con la chitarra ossessiva sullo sfondo. Tutto diviene sempre più caotico, sempre più frenetico e in questo violento miscuglio di metal e chissà cos'altro abbia inventato la mente malata di questo gruppo, il brano finisce d'improvviso, esaurendosi senza che si pensasse potesse succedere.

Star-Crossed

Con un elegantissimo pianoforte a creare un'atmosfera quasi eterea si apre "Star-Crossed", quello che è forse il brano più semplice di questo "Sham Mirrors", il brano il cui ascolto scivola via trasportandoci e finendo prima che possiamo rendercene conto. Un brano da ascoltare più e più volte. Per un minuto e mezzo non avremo altro che il pianoforte, danzante sulla maestria di Sverd attraverso melodie, giri, atmosfere e suoni ammalianti, sostenuto nell'atmosfera che tenta di creare da un sintetizzatore appena percettibile, il quale riproduce il suono di un vento forte. Il paesaggio evocato sembra esser sempre più desolato e silenzioso, morto. In un solo istante entrano nella musica sia la chitarra elettrica che la batteria, accompagnate dalla cupissima voce di Garm. La terra è "dissolta", e la nostra progenie è in navi siderali che vagano da una stella all'altra. Un breve falsetto di Garm ci introduce alla strofa successiva mentre il pianoforte sembra essere esaltato dalla sua voce quasi effimera ed incorporea. La totale atmosfera creata fin ora lascia il posto ad una maggior energia. Gli uomini sono come rocce in un deserto, un deserto nel quale vagheranno per sempre, finché esisterà il tempo. Mentre la musica diveniva sempre più ipnotica ecco che tutto scompare; un istante di silenzio e poi siamo ancora una volta soli con il pianoforte e la batteria che però sembrano voler continuare ad ipnotizzarci con quelle poche note che si ripetono ossessivamente, sempre uguali. Questa nuova trasformazione del brano rende il tutto estremamente più cupo e nuovamente etereo, e tutto solo per mostrarci, in un viaggio nel passato, quelle tracce lasciate dagli uomini che ne mostrano le loro origini e la loro esistenza, tracce oramai (forse) inesistenti. La musica esplode di nuovo e ascoltiamo Garm che stavolta sembra voler arrivare ad una conclusione: "Tutti i sogni finiscono qui | Dove le nostre grida cominciano". Tutta la storia che fu è solo un sogno, qualcosa che si può immaginare. Ormai l'uomo non ha più una patria, non ha più un luogo d'origine. Si può solo gridare, piangere, ma nulla ci farà tornare indietro. Il mondo è finito ed è finito solo a causa nostra, che lo credevamo infinito. La chitarra ci trascina via con un assolo quasi assordante per poi tornare ad essere di una cupezza unica: la musica acquisisce un ché di elettronico, l'intero sapore del brano cambia. Delle grida lontane si fanno sentire in sottofondo ed apprendiamo di non essere altro che come la luce di una supernova, una stella esplodente, morta: di questa vediamo l'immensa luce della sua esplosione... ma essa è oramai morta e non brillerà mai più, non può altro che attendere di spegnersi. Un buco nero di "non conoscenza" e tutto muore. Si cade nel silenzio totale per qualche secondo, poi un colpo di rullante ci catapulta nel delirio del pianoforte, sempre più folle e sempre più eclettico accompagnato dalla chitarra anch'essa instabile e bizzarra. Dopo pochi secondi tutto svanisce nel nulla, e così si conclude questo brano.

Radical Cut

Energiche rimanenze dei primi Arcturus, quelli che vivevano immersi nella terra del Black Metal, emergono nella penultima traccia di questo "Sham Mirrors", "Radical Cut (Taglio Radicale)". Qui vediamo infatti alla voce niente poco di meno ché Ihsahn il quale anche lui all'epoca s'immergeva sempre di più nell'ambiente sperimentale e avanguardistico (basti pensare che aveva già rilasciato i primi lavori del progetto Peccatum). Dei colpi di batteria, quello che sembra un basso molto distorto, e siamo subito investiti da un potentissimo muro sonoro che si sprigiona nella sua più totale forza distruttiva. Le tastiere creano un sottofondo potente, qualcosa di quasi "epico" ed esagerato. Il blast beat colpisce senza pietà mentre la chitarra procede per la propria strada in un vero e proprio sentiero black metal. lo scream improvviso dell' "imperatore" ci introduce alla prima, frenetica strofa tutta a base di black che forse serba in sé anche qualcosa in comune proprio con gli Emperor. Da questa prima strofa capiamo la vera natura e la vera intenzione del brano e cioè rendersi impossibile da comprendere, non farci capire cosa vuol comunicarci. Abbiamo insulti e volgarità che quasi sembra rischino di sfociare anche in oscenità: è difficile riuscire a dare un senso a ciò, ma senza dubbio il tutto trasmette irrequietezza, disagio e molto odio. Dopo la prima strofa lo stile degli Arcturus riprende il sopravvento. La chitarra si carica e con furia prevale su tutto con un nuovo riff per poi svanire ed essere sottomessa al volere onnipotente del pianoforte di Sverd, che qui comincia a tingersi di follia e assurdo, marchi distintivi degli Arcturus. E' un intermezzo velocissimo, questo, in cui domina il pianoforte che combatte con forza contro la chitarra la quale tenta costantemente di emergere: è un intermezzo velocissimo ma che lascia enormemente stupiti. Il sintetizzatore sullo sfondo esplode di nuovo nella sua oscura malvagità e siamo catapultati nella seconda strofa, carica il doppio rispetto alla prima. La voce di Ihsahn è maligna e perfetta in ogni verso. Un sintetizzatore, alla fine della strofa, prende, dopo neanche un minuto e mezzo dall'inizio del brano, le distanze dal Black Metal coi suoi suoni elettronici atti a creare una qualche atmosfera più spaziale e futuristica. Il fascino del brano, che fino ad ora è stato a dir poco ipnotico, aumenta esponenzialmente e se prima eravamo mesmerizzati oramai siamo totalmente rapiti. Un nuovo intermezzo, stavolta dal sound sinfonico, interrompe la musica martellandoci con un'atmosfera dal gusto drammatico. D'improvviso ecco che ricompare la voce stridente di Ihsahn che stavolta si muove in una melodia degna degli Arcturus e molto più in linea con lo stile dell'album. A lui s'intreccia in punti strategici la voce in falsetto di Garm. Il testo non sembra cambiare di molto: continua a creare disagio con forti figure descritte molto approssimativamente ad eccezione di un verso; l'ultimo di questa penultima strofa che sembra volerci mostrare qualcosa in più. "La voce è bianca | sta cancellando la mia", sembra si voglia mostrare forse un tormento, uno di quelli che appunto portano odio e portano all'ideazione di un testo così distorto e crudo. La musica è ormai un costante delirio guidato dal Blast Beat perpetuo ed in costante evoluzione. A dominare a volte sarà la tastiera, altre volte le chitarre o magari la voce, e dopo quest'altra strofa abbiamo un nuovo intermezzo, più lento, ritmato e martellante. Qui le chitarre continueranno le loro melodie sempre più astrali, la voce ci assalirà d'improvviso mentre il brano è i piena trasformazione. L'influenza più sinfonica di questo pezzo lascia stupefatti, poco da dire. Dopo un lungo scream di Ihsahn ecco un assolo, dai toni gloriosi e altezzosi, che si fa strada squarciando la musica magistralmente e conducendoci verso una fine inaspettata.

For To End Yet Again

Come in ogni album, la volontà degli Arcturus di "esagerare", di fare qualcosa di immenso, fin troppo grosso e fuori dagli schemi, ma che comunque risulti un enorme monolito di assoluta bellezza; ecco che anche in questo "Sham Mirrors", posto a conclusione dell'album, abbiamo quel pezzo "abnorme". "For To End Yet Again (Per Porvi Ancora Fine)" si apre in perfetto stile Arcturus con un motivetto iniziale molto lontano dal Metal e che comincia a vivere di vita propria da subito. Quest'ultimo, piano piano, con minuscole variazioni, senza che ce ne accorgiamo, va cambiando nel tempo restando però quasi sempre uguale nella sostanza. Un istante in cui la musica sembra prendere la carica ed ecco l'esplosione di follia Arturiana così come la band norvegese ci ha abituati. Il riff possente procede sulla falsa riga del motivetto ascoltato in precedenza e ad esso si accompagna una voce distorta di Garm, una voce che sembra uscire da un megafono. Segue poi una nuova strofa, identica alla prima, nella quale è difficile riuscire a collegare le frasi apparentemente sconnesse ed illogiche del singer. Ad un primo impatto verrebbe da pensare che si stia descrivendo una specie di viaggio, un viaggio tanto reale quanto mentale, nell'assurdo più astratto e in lande infinite e sconosciute. Ci muoveremo fra le ragioni della nostra vita, le vite che abbiamo evitato, i pensieri più arretrati e un "deserto di sabbia". La voce, durante un intermezzo fra una strofa e l'altra, si mostra mutata, più melodica. Qui ci viene cantato il titolo del brano, che si ripete e si ripete. Tutto ciò che facciamo è guidato dallo scopo di "porre fine" a tale cosa? Quindi ogni cosa che facciamo è fine a sé stessa e riconduce sempre a sé stessa, così come fa anche quel "viaggio mentale" atto a dare uno scopo, un fine, a tutto? Ritorna il riff ipnotico quanto semplice e ritorna anche la voce distorta del vocalist. "Tamburi e fiamme | I nostri corpi in rovina | Ed io dico il mio nome | Senza la mia voce". La voce comincia a subire una metamorfosi e dopo poche parole diventa sempre più malata, incerta, soffocata quasi. Questo viaggio che procede ci fa perdere noi stessi, ma non ci si può fermare, anzi, non si ha per nulla il controllo; e quando lo si aveva, il tutto era solo illusorio. La velocità aumenta spropositatamente, il vento rotea con forza e viene a strappar via l'ordine. Dopo tutto ciò siamo ancora a due minuti della canzone,certe volte gli Arcturus lasciano a bocca aperta per la loro capacità di rendere estremamente densi i loro brani. Un sintetizzatore diventa re della scena e la chitarra è ora solo coprotagonista. Lentamente, dal caos, emerge un pianoforte che tenta di farsi spazio in tutta quella musica; esso non s'impone con la forza, non cerca di prevalere: semplicemente la musica si zittisce e lo lascia libero di agire indisturbato. Questo comincia a disegnare le sue trame d'una eleganza raffinata, che non ci si aspetta: fino ad ora il brano voleva esser tutto tranne che elegante. Si presentava invece più sporco, quasi aggressivo e distorto, un brano che sembrava voler procedere per lidi incerti ed instabili. Invece ora tutto si tinge di quest'aura magica e precisa che ci avvolge senza preavviso trasportandoci via con l'enorme maestria di Sverd, sempre capace di mostrare il suo talento. Il sintetizzatore rende ancor più estraniante l'atmosfera, con pochi suoni nello sfondo che vanno ad accompagnarsi al pianoforte e che ci preannunciano un aumento di quella che è la "fantascienza" in quanto stiamo ascoltando. Dopo un po' infatti, ecco che il pianoforte scompare quasi senza che ce ne accorgiamo e il sintetizzatore regna sovrano sfiorando ora lidi più vicini all'elettronica e all'ambient che a qualunque altra cosa. L'atmosfera ci culla, che questo viaggio abbia raggiunto la fine? Che abbiam trovato una reale conclusione oltre la quale non dobbiamo più tormentarci? La musica procede con la sua dolcezza, instabile ed in continua trasformazione mostrandoci prima luoghi tenebrosi, poi magici, per poi lanciarci ancora nel più tetro e spettrale degli ambienti e così via. Dei suoni incalzanti, perfettamente incastrati con tutto il resto, sono da preludio ad una nuova, improvvisa, esplosione musicale. Ritorna una chitarra dal tono cupo che accompagna il sintetizzatore graffiante e gelido, facendosi sentire precisamente una volta ad ogni battuta. La musica acquista pesantezza. Il riff è magistralmente disegnato, molto più bello di quello ascoltato nelle prime strofe; il sintetizzatore, dal suono di archi, squarcia la mente e ci prepara all'incertezza che sta per arrivare. Il testo è ancor più insensato, la voce di Garm sembra puntare più in alto ad ogni verso pronunciato, la musica cresce d'intensità esponenzialmente senza lasciarci tempo per riprender fiato. Poi d'improvviso si spezza, udiamo il parlato di Garm, tutto incalza ancora per poi spezzarsi e cambiare quasi completamente. Dal sintetizzatore emergono strumenti a fiato, archi e quant'altro, a donare estrema epicità al momento. Poi tutto subisce una nuova metamorfosi, si devia nuovamente verso quel sound futuristico. Un vero e proprio assolo folle delle tastiere ci farà sprofondare nell'oblio di questa mente malata che sta lentamente perdendo sé stessa. Proprio su questi virtuosismi di Sverd la musica viene brutalmente spezzata e cade nel silenzio. Il silenzio di una mente perduta, senza più sé stessa e senza più un sole al quale rivolgersi. Non ci son più punti fissi se non quel vecchio sole oramai morto, il "sole nero" che ci ha rubato la vita. Il silenzio e così si conclude il brano e con esso l'album.

Conclusioni

Come si possono tirare le somme circa quanto ascoltato? Come si può descrivere in maniera totale un disco così, incredibilmente ricco di sensazioni, sfumature, ombre? Un caleidoscopio d'immense sfaccettature, innumerevoli ed inclassificabili. Questo è "Sham Mirrors", un disco che come il suo predecessore riesce a distruggere ogni certezza, ogni punto di riferimento in noi instillatosi solamente quattro anni prima. Dal '97 al 2002 il passo non è poi così ampio, da compiersi. Eppure, gli Arcturus sono riusciti nuovamente a rimescolare le carte in tavola, a cambiare, a risultare ancor più eclettici e decisamente spiazzanti. In maniera quasi sfacciata e prepotente, come a dire: "siamo quel che siamo, indipendentemente che a voi stia bene o no".  Scrivendo quest'articolo, fino alla fine, ho cambiato idea decine di volte ed ancora ora sono incerto, circa le effettive parole da spendersi e la valutazione finale da assegnare. La seconda fatica "avant-garde" della band norvegese è indiscutibilmente un disco dalla realizzazione tecnica impeccabile, ai limiti del perfetto. E' quasi impossibile trovare in questi specchi di finzione, finzione di una società che lentamente va alla deriva in uno spazio vuoto ed immenso, dei veri e propri errori. L'album è solidissimo, nonostante le numerosissime influenze qui presenti, dall'elettronica al trip hop al black metal e alla musica classica da pianoforte, spesso sostenuta da meravigliose melodie e atmosfere. Il lavoro di Sverd fra le tastiere ed il piano, come quello relativo ai testi ed al fatto di essere il principale compositore, il master mind del gruppo, è un qualcosa di veramente eccezionale: un vero e proprio manuale del perfetto musicista. Inutile dire che anche il livello della batteria precisissima di Hellhammer è ad altezze sovrumane, così come la chitarra, seppur un po' carente di creatività. Spesso si ha l'impressione di ascoltare un riff o dei suoni già sentiti, in questo senso si poteva osare di più con la sei corde, rendendola decisamente più eclettica e magari meno "impaurita" dalla varietà musicale che alcune volte arriva a sovrastarla. Di contro, l'ascia è troppo spesso vittima di questa strana ripetitività, il che non costituisce certo un difetto grave ma nemmeno un tratto da ignorare in toto. Tutto sta nel dare il giusto peso alle varie situazioni, siano esse positive o negative. Se proprio ci può essere qualcosa di definibile come errore, esso emerge, probabilmente, nel totale del disco e non nei singoli brani: a volte sembra che le linee vocali si assomigliano troppo in alcuni punti, rafforzando la "monotematicità" sporadica della chitarra, pocanzi descritta. Oltre a ciò, almeno per quel che mi riguarda, è davvero impossibile trovare altre imperfezioni. Brani che emergono un po' più di altri, abbiamo senza dubbio la traccia finale dove si può ascoltare il pianoforte più bello dell'intera discografia dei nostri, poi anche "Nightmare Heaven", "Collapse Generation"... ma in generale tutte le canzoni sono a modo loro poste in cima a livelli altissimi. Un disco di rara bellezza che in nessun modo vuol essere quell'elegante-oscuro dell'album precedente. Punta ad essere al tempo stesso qualcosa di pomposo ed asettico, riportando un risultato degno di nota. Probabilmente non saremo a livelli di perfezione assoluti come in "La Masquerade Infernale" (anche se questa mia affermazione dipende moltissimo dai gusti personali), ma come detto siamo comunque molto, sinceramente molto al di sopra della media. Abbiamo fra le mani, quindi, un prodotto squisitamente pazzo ed estroverso; un disco che va ascoltato tutto d'un fiato, riascoltato e riascoltato ancora, finché esso non riesca ad entrare definitivamente nella nostra testa, entrando a far parte di noi, noi che non siam altro che informazioni, un messaggio vagante nel nulla. Una volta compreso questo triste messaggio, una volta fatto nostro questo "spaziale" nichilismo, ecco che ameremo alla follia il disco più estraniante di questa band che vola fra le stelle, puntando direttamente verso Arturo. Il loro nume tutelare, la loro musa ispiratrice, forse la meta definitiva di un viaggio infinito, privo di itinerario ed anche di tempo.

1) Kinetic
2) Nightmare Heaven
3) Ad Absurdum
4) Collapse Generation
5) Star-Crossed
6) Radical Cut
7) For To End Yet Again
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