ARCTURUS

La Masquerade Infernale

1997 - Music for Nations

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
25/07/2017
TEMPO DI LETTURA:
10

Introduzione Recensione

Cosa si può mai dire, in più di quanto già detto, degli Arcturus?
Tralasciando il fatto che siano oramai divenuti una band di fama mondiale, la cui musica si è affermata con estrema forza negli anni; un curriculum lunghissimo e di tutto (estremo) rispetto, il quale rende praticamente inutile l'atto di presentarli. Il punto della questione va dunque ricercato altrove: solo il voler parlare degli Arcturus è un'ardua impresa e non è un eufemismo giungere alla conclusone che di loro non c'è nulla in più da dire, se non fornire qualche nozione per dovere di cronaca. Una band il cui fulcro centrale, il nucleo che sostiene il tutto, è composto da Steinar "Sverd" Johnsen e da Jan Axel "HellHammer" Blomberg, i due principali compositori. Una band (ce lo ricordiamo bene, riallacciandoci al precedente articolo) che riscontrò una certa fatica a partire o anche solo a trovare una formazionestabile, partendo con altro nome e suonando un Death Metal senza infamia e senza lode, assolutamente anonimo. Questo gruppo disastrato e disgraziato si prese quindi una "pausa" (la quale in realtà ne decretò lo scioglimento) dopo il primo EP prodotto; proprio in concomitanza di questo stop, la Norvegia (e in particolare Oslo, dove vivevano Sverd ed HellHammer) venne investita da quel vento distruttore ed impietoso altrimenti noto con il nome di "prima ondata di Black Metal". Movimento che da allora avrebbe cominciato a scrivere la storia di un genere estremamente vasto e sorprendente, portatore di espressività nuova ed unica. Tornando ai due master mind; con la band sciolta, essi decisero quindi di buttarsi a capofitto in questo nuovo mondo, cominciando uno studio ossessivo della musica e del suo modo d'essere resa, suonata. A darci dentro fu soprattutto HellHammer, il quale si immerse completamente in questa scena diventandone quasi un simbolo, gettando le fondamenta più solide di quella che oggi è considerata la batteria nel Black Metal. I due, forti di idee sempre nuove, produssero insieme un singolo stavolta a nome Arcturus, "My Angel". Brano che fu capace di soddisfarli: continuarono così il loro studio della musica ancora per ben tre anni, passati in assoluto silenzio. Quando ebbero deciso cosa fare ecco il nuovo inizio, lo scrivere di nuova musica. Questa band rappresentò di fatto il lato più folle, bizzarro e sperimentatore dei due giovani, intenzionati in quel momento più che mai a lasciarsi alle spalle le banalità passate. Il gruppo venne quindi rinforzato dall'arrivo di Kristofer "Garm" Rygg, all'epoca anche lui esordiente con i suoi Ulver. Gli Arcturus rilasciarono dunque un primo album, "Aspera Hiems Symfonia", forte di tutte quelle sonorità tipiche del glaciale Black Metal norvegese nonché di espedienti che in questo campo sembravano all'epoca quasi nuovi. La totale ed assurda genialità Sverd si fece sentire forte, unita al talento, anche compositivo, di Garm. L'album ebbe un discreto successo, più artistico che commerciale, ma permise comunque al gruppo di ritagliarsi una certa fetta di pubblico, tanto da poter intraprendere una notevole attività live. Tutto quel che si può voler dire dei Nostri è qui: non ci sono storie troppo intriganti, lunghi periodi difficili o rapporti complicati (ad eccezione di HellHammer e il suo coinvolgimento nelle vicende riguardanti i Mayhem). Fatto stette che Sverd, principale creatore della musica degli Arcturus, si ritenne parzialmente insoddisfatto di quell' "Aspera Hiems Symfonia", come se esso non fosse riuscito a cogliere l'obiettivo prefissato della band; il vero "problema" (se così lo si può chiamare) risiedeva nella voglia di trascendere le proprie capacità, volendosi ancora superare. La voglia di dare il massimo, da parte Nostri. Mostrare di cosa fossero effettivamente in grado di fare, stupire ancora una volta. Era 1997, appena un anno dopo l'esordio, e già gli Arcturus presentavano un secondo disco. Un platter in cui Sverd lasciò libera la propria fantasia, lasciandola slegata nella maniera più totale possibile, volendo assolutamente creare qualcosa che prendesse, catturasse e conducesse nel mondo illogico e fuori di testa che c'era (e c'è) nella sua mente. L'intenzione di Sverd era quella di creare una musica che fosse rappresentazione pura di follia, di tormento, dolore e della vita di quella mente malata nella qual essa era rinchiusa. Fu per questo che, a seguito di un capolavoro, ne seguì a ruota un altro. Non fu certo da meno del precedente, questo "La Masquerade Infernale" (prodotto interamente da Garm), che con l'ausilio di numerosi strumenti, dal violoncello al flauto, al violino ed altri, donò di fatto un corpo alla follia più grande degli Arcturus, nonché la più rischiosa; perché sperimentare, si sa, è sempre un rischio, tanto ieri quanto oggi. A livello di line-up, non troviamo grandi stravolgimenti rispetto all'esordio: l'unico cambio si riscontra in sede di sei corde, dove il neo entrato Knut Magne Valle va a sostituire il dimissionario Tidemann.

Master Of Disguise

"Master Of Disguise (Maestro Del Travestimento)", il brano iniziale di questo "La Masquerade Infernale", vuole aprire le danze di questa macabra mascherata mostrando da subito una forte volontà di distaccarsi dal precedente album, e quindi una volontà di sperimentare / giocare con la musica. La prima cosa che possiamo ascoltare è soltanto un grave suono, quasi un disturbo e nient'altro, molto cupo ma avanzante seguendo un tempo ben definito. Questo durerà circa un secondo, dopodiché le magnifiche composizioni tastieristiche di Sverd cominceranno a farsi strada, divenendo le uniche protagoniste. Il suono del sintetizzatore vuol muoversi come uno strumento ad arco, oscillando e danzando in quei toni oscuri che qui la fanno da padrone. Nell'atmosfera diabolica e soffusa, tutta l'abilità degli Arcturus di creare un qualcosa di criptico e misterioso si rivela all'interno del testo: la musica ha un ché d'elegante e raffinato, la voce è distante ed acuta, quasi difficile da udire, eppure comprenderemo bene che si narra di un certo "Egli" (il "chi", effettivamente, non vien meglio specificato durante tutto il brano) il quale per la propria causa, per la quale si batte con impeto ed entusiasmo, vien visto da occhi altrui come un male. La batteria esplode tutta d'improvviso, permettendo al brano di sfoderare tutta l'energia latente sino a quel momento ben serbate "dentro". Le abilità canore di Garm, che in questa occasione canta completamente in voce pulita, emergono mediante un forte impatto: la voce che ascoltiamo, in questo folle delirio di batteria e tastiere, con le chitarre in secondo piano, s'è ora sdoppiata mostrando quasi una doppia personalità, due facce della stessa medaglia. Una di queste due voci procede calma, col solito tono tipico di Garm, un'altra invece percorre gli stessi passi della prima dicendo esattamente le stesse parole nello stesso istante; però sembrando quasi un lamento disperato, a tratti straziante, muovendosi al ritmo della musica. Cominciamo quindi a capire quanto malato sia effettivamente questo brano, che già nel primo minuto ci ha mostrato una follia estraniante ed insperata: "Egli, l'incarnazione del male | Si trasforma irriconoscibile anche all'occhio esperto": quell'egli di cui si parlava ha capacità estremamente camaleontiche, un essere a dir poco impercettibile. Un qualcuno che nessuno riesce a scorgere per bene, a decifrare - più che altro - . Ingannatore, fine mentitore, abile nel travestimento... il riferimento al biblico "falso profeta" è forte, ma non del Diavolo parliamo, a mio avviso. Che il testo non descriva, dopo tutto, la pazza creatura degli Arcturus stessi? Una musica vista come "malvagia" dai puristi, perché troppo sperimentale, ma intrinsecamente unica, grandiosa? Ai posteri l'ardua sentenza. Ancora una volta , questa musica muta in maniera improvvisa, immediata e radicale, per diventare qualcosa di assurdo ed impossibile da descrivere. A farla da padrone in questo passaggio è un basso estremamente cupo, oppure le tastiere che riproducono suoni inquietanti nello sfondo, o ancora le voci che vanno da un sommesso sussurro tremendamente oscuro ad urla che si perdono nel vuoto. A farla da padrone forse è proprio questo senso di vuoto che si percepisce or ora, più forte che mai. Al suono di un pianoforte e della voce di Garm, ora una e non doppia, il brano sembra improvvisamente trovare la strada smarrita; e mentre una melodia si disegna nello sfondo, abbiamo la tetra visione della follia che continua a farci perseverare nella ricerca di "egli", in maniera illogica ed irrazionale, una vera e propria ossessione. Così facendo non ci rendiamo conto, però, che "egli" viene per annichilire ogni persona ed ogni situazione, senza occhi di riguardo per nessuno. Siamo soli col pianoforte di Sverd che ci accompagna quasi dolcemente, una dolcezza inquietante per quanto oscura e fuori luogo, in questo antro di malvagità e follia. Presto veniamo indirizzati verso una nuova strofa caratterizzata dal fatto di essere in lenta ma costante trasformazione. Con le tastiere che continuano a farla da padroni, in un ambiente che va costantemente da un tetro gotico ad un danzare barocco, la parte più razionale di noi vuol ancora tentare di farci comprendere quanto sia male cercare di comprendere "Egli" e soprattutto quanto convenga evitarlo: "Egli sembra amico tuo, ma | il Santo nasconde molti Satani". Egli è sprezzante, e sotto sotto siamo suoi oggetti di derisione. Non lo capiamo e lui gode di tutto ciò, in una maniera incredibile. La musica continua ad evolversi verso dopo verso fino a che non sembra crollare tutta d'improvviso, per lasciar modo al basso di muoversi libero emettendo un suono pesantemente distorto e disturbato. La chitarra stride e prova a farsi sentire, suoni inquietanti ancora una volta si propagano da ogni dove. La voce di Garm, ancora una volta, ci introduce in una nuova fase del brano, quella che più sembra vagamente ricordare qualcosa del precedente "Aspera Hiems Symfonia". La danza procede, ed ora tentiamo di capire come Egli sia solo un menzognere, non dobbiamo fidarci di lui in nessun modo. Potrebbe sembrare un escluso, lontano e deriso, ma in realtà Egli si crogiola nel suo stato facendo festa, tramando loschi piani. Fidarci risulterebbe mortale. Un lungo assolo di chitarra, che sembra quasi ripetersi sempre uguale fin all'ossessione, si forma con estrema rapidità e con altrettanta rapidità muta in una sei corde che stride... ed infine tutto collassa in una strana melodia. Sembra esser cambiato di colpo l'intero genere del brano, il quale si sposta ora in tutt'altra direzione per poi tornar subito ad un Metal articolato e complesso, così via lasciandoci sempre più confusi e perduti nella struttura astratta di questo brano. Una nuova strofa ci mostra le innumerevoli follie che compie "Egli", il pericolo che rappresenta... e la musica ha poi un'improvvisa accelerata frenetica all'ultimo verso: "Egli è il maestro del travestimento"; un'ultima strofa ci mostra e ci sottolinea quanto appena detto, senza approfondire ulteriormente. Una bizzarra deriva della musica, assolutamente eclettica ed assurda, ci conduce alla fine di questo brano fra scream, chitarre violente, cambi di tempo, sintetizzatori al limite dell'immaginabile e una musica memorabile a dir poco.

Ad Astra

Mi vien da immaginare che Sverd, il principale compositore degli Arcturus, abbia qui deciso di mostrare (nel caso non fosse sembrato abbastanza chiaro, col primo brano dell'album) quanto egli abbia una seria volontà di sperimentare ed innovare il suo sound con cambi radicali volti ad una musica che possa esprimersi al massimo delle proprie possibilità, senza dover essere racchiusa in nessun genere che la limiterebbe. E' la musica l'unica protagonista nella mente di Sverd, la musica che come un essere vivente si muove e diventa ciò che vuole, in maniera costante. "Ad Astra (Verso Gli Astri)" è quel brano che vuole colpire, vuol dimostrare fin quanto in là possa spingersi il compositore con la sua fantasia, dimostrare di non aver limiti e di voler essere un qualcosa in più di una semplice "canzone". Un qualcosa di spiazzante che nessuno si aspetterebbe: vuol essere quel brano che da solo vale l'intero album, il brano dove di più si scatena la follia creatrice di Sverd. E' un arduo compito parlare di "Ad Astra"; cominciamo col dire che in questo contesto coesistono e coabitano violini, viole, violoncelli, contrabbasso, chitarre, un flauto e tutto ciò è stato utilizzato da master mind per comporre questo pezzo, il quale parte da subito proprio con gli archi che cominciano a danzare quella "Masquerade Infernale", oscura e diabolica quanto affascinante e meravigliosa. Una melodia lenta, accompagnata da una batteria che scandisce il tempo; un flauto appena udibile che si muove tu tutt'altra strada, andando ad aggiungere una bizzarra malinconia al tutto. La musica s'innalza lentamente, ripetendosi con calma ma portandoci sempre più in su. La batteria comincia ad accompagnare il tutto ora anche col rullante e gli strumenti acquisiscono forza, cominciano ad accarezzarci con dolcezza. Proprio mentre siamo tranquilli e delicatamente sfiorati da quella musica quasi magica ecco che tutto subisce una drammatica deviazione. Gli archi ci aggrediscono con violenza portandoci da un abisso all'altro, lontani da quel suono celestiale; la chitarra è acuta ed accompagna a malapena il tutto, qui sempre più bizzarro e dall'atmosfera oscura. Poi, tutto diviene proprio come prima, la musica vuole ancora esser dolce. Gli Arcturus ci accompagnaon con calma fra violini e la viola, instaurando una placida calma soffusa e confusa, che riesce facilmente a trasportare. Arriviamo a quasi metà del brano e veniamo quindi aggrediti per la seconda volta dagli archi, che si ripetono uguali e creano una confusione misteriosa, impossibile non esserne attratti. Oramai completamente coinvolti e rapiti da quest'ascolto, gli archi (accompagnati dalla chitarre e da un rullante) ci conducono lentamente verso un istante quasi di silenzio. Un pianoforte comincerà anch'esso a danzare, permettendo ai cordofoni di ritornare ricreando una magica melodia, adesso esente da quei toni oscuri e malinconici ascoltati finora. Il pianoforte trasmette un vago sapore gotico, i violini conducono la melodia con sempre più forza finché si ha una nuova svolta anch'essa con l'obiettivo di lasciarci confusi ed incerti. La batteria di HellHammer, con uno stacco rapidissimo, ci introduce dunque la voce quasi disumanizzata di Garm: il quale, con fare apatico, comincia a mostrarci un pensiero quasi agghiacciante, molto confuso ed incerto; sembra stia infatti parlando di suicidio, della ferma volontà di togliersi la vita, nonostante il tutto non riesca pienamente a risultare comprensibile. La ricerca della morte potrebbe essere dunque la chiave di volta per una totale comprensione del testo, astruso e particolarmente criptico sotto molti punti di vista. La chitarra acquisisce più importanza, tutto sembra virare verso un caos instaurato proprio dalla chitarra e dagli archi. "Ovunque ho cercato | Da nessuna parte ho trovato"; la ricerca umana, d'una qualunque cosa o sentimento, appare vana e priva di significato. Ed è una volta compreso questo triste fatto, che si compie quell'atto di disperazione ed abbandono della vita, "confidando nel dolore più profondo". Va detto necessariamente che il titolo del brano omette volutamente o meno una parte della locuzione a cui fa riferimento. Ovviamente, parliamo del "Per aspera", la parte del detto latino la quale risulta mancanrte: Attraverso le asperità sino alle stelle. Ora è appunto descritta quell'asperità, la difficoltà, la montagna da scalare per arrivare sino al cielo. La chitarra prende il controllo, in un assolo che si fonde lentamente con il violino per poi distaccarsene nuovamente. La musica si fa quasi aggressiva, furiosa e perde tutto quel lato oscuro conquistato fin ora. La voce risulta quasi eterea e quel che ci comunica sembra quasi incomprensibile, bisogna aguzzare non poco l'udito per poterci arrivare. "I corpi scintillanti dei cieli infiniti | Hanno per il mio spirito | Il freddo fascino | Degli accoglienti occhi della morte". Quelle stelle in cui ci ritroviamo, lontane e apparentemente gelide, sembrano esser per noi quel che volevamo. Un viaggio attraverso l'infinito, dato dall'abbandono della vita terrena. Non ci è dato sapere altro, sembra proprio che il protagonista si sia perduto fra esse e smarrito nella dimensione cosmica. Tutto ciò che voleva è lì, senza più nessuna riserva o privazione. La chitarra ci accompagna con frenesia verso la fine del brano... e si, Sverd con questo "Ad Astra" è riuscito nell'intento di realizzare quel pezzo che da solo varrebbe anche tutto il disco. Davvero un episodio trascendentale, in grado di andare ben oltre ogni umana concezione.

The Chaos Path

"The Chaos Path (Il Sentiero del Caos)" è un brano folle e frenetico, un costante avanzare sperduti nelle menti che l'hanno scritto, circondati da un tutto estraniante ed assurdo. Questo sentiero immerso nel caos comincia con un riff di chitarra forte e granitico, abbinato ai sintetizzatori di Sverd i quali creano una melodia che ha del grottesco. Tutto procede incessante per qualche secondo, senza lasciarci respiro, con la musica che lentamente subisce trasformazioni. Le tastiere bizzarre, con dei suoni quasi circensi e non appartenenti al Metal, controllano improvvisamente la scena sovrastando di molto la chitarra. Ad esse si unisce anche la voce sopra le righe di Garm, caratterizzata da un velato tormento; in questo modo, il singer tenta di raccontare in vano una storia, quella del suo gruppo. Questa voce sembra infatti la rappresentazione della follia nella musica degli Arcturus; estremamente instabile, oscillando fra toni cupissimi  della durata di un solo istante nonché fra piccoli falsetti o grida capaci di avvolgerci. Il caos è folle ed in costante movimento, il caos non ha forma o colore. Muta sempre, senza mai fermarsi, assumendo ogni volta una forma differente, per meglio trarci in inganno. Proprio come il testo di questo pezzo, estremamente criptico e di difficile interpretazione, anzi: forse d'impossibile interpretazione. Esso vuol forse rappresentare infiniti scenari, i quali ci si paiono dinnanzi mediante l'utilizzo di numerose figure retoriche, sfruttate al meglio per rappresentare cose o pensieri. Tutto viene proclamato quasi come se fosse un proverbio senza senso, o una poesia stramba. Gli unici versi che sembrano avere un senso molto più forte sono paradossalmente gli ultimi due: "un mare intergalattico di dolore | oblio solenne con te". Fra strane rime, metafore incomprensibili e quant'altro, riusciamo quindi a comprendere quanto sia assurdo anche solo pensare di concepire un testo / brano del genere. Non abbiamo punti di riferimento, non abbiamo chiavi di volta. Tutto è lasciato alla follia pura, alla stramberia, all'insana capacità del folle di narrarci una storia priva di senso. Il canto si ferma, un pianoforte ci accompagna dolcemente, nonostante la musica continui a risultare sempre più assurda. Siamo ben consapevoli che quest'istante di pace è fittizio, poiché le tastiere tornano presto a stridere, mentre le chitarre intessono semplici trame intrecciandosi. Tutto diviene cupo d'improvviso, la chitarra sovrasta gli altri strumenti con aggressività, la voce di Garm che subentra quasi subito è sempre più eccentrica e possente. Il testo criptico comincia a parlarci di quello che sembra essere l'occhio della mente (o magari dell'anima), il quale si perde fra le vaste distese del passato prima di noi, illusorio, e il pensiero dell'eternità lo acceca. La chitarra rimane sola per alcuni secondi continuando a spargere oscurità, ancora non siamo arrivati alla metà del brano (un brano assolutamente non lungo, intorno ai cinque minuti) che tutto subisce una nuova, totale variazione. Tornano alla ribalta le tastiere, la chitarra svanisce. Tastiere e batteria s'intrecciano e ad esse s'unisce la voce ultraespressiva di Garm, divenuta ora quasi lamentosa e senza energie. "Le maledizioni cantano | abbraccia questo abbandonato stato di caos". A metà della strofa, in questo caos sembra voler giungere (per mettere ordine) il violino. "Apri il tuo cuore e lascia andare | Oh svanisci! Divina infinità". Questo caos che ci avvolge è sempre più simile ad una dannazione perfettamente orchestrata dai violini, quasi malvagi e rabbiosi. Disperata, la voce di Garm continua a trascinarsi avanti quasi a fatica, sofferente e confusa. Questa voce danza con la musica, sempre più folle, come sempre più folle diviene l'intero brano, in continua mutazione. Fra tastiere altalenanti, questa storia assurda e macabra inizia ad assomigliare sempre più ad un inno in onore della morte, un pensiero di vuoto infinito e senza  coscienza. Solo provare ad immaginarlo ci conduce ad una "risata folle". Che sia tutto ciò, sofferenza eterna, vuoto cosmico, ora tutto è divenuto il nulla; disperso negli eoni del tempo e delle illusioni. Rimangono unicamente la paura e disperazione, aggrovigliate fra loro in nodi eterni. Ancora una volta udremo il pianoforte, ora molto più bello di quanto non lo fosse stato prima... poi ancora una chitarra cupa ci avvolge, anche se non per molto. La musica cambia ancora, presentandoci  poco prima del finale un beat in uno stile assolutamente estraneo a quanto ascoltato fin ora. La corsa verso la fine è frenetica e sempre più bizzarra. "Fra le frecce del tempo soffro eternamente".Con una chitarra caotica si conclude dunque il brano.

La Masquerade Infernale

A dividere a metà l'ascolto di quest'album ritroviamo la title track "La Masquerade Infernale (La Mascherata Infernale)" la quale prosegue il sound oscuro e tetro che la band ha approfondito in quest'album. Questo brano risulta particolarmente inquietante, si ha la costante sensazione che qualcosa non stia funzionando a dovere e ciò procura un forte senso d'angoscia quasi soffocante. Tutto il pezzo è costruito su un loop ripetitivo e continuo di pianoforte, che durante tutto l'ascolto (di appena due minuti esatti) subisce pochissime variazioni. All'inizio potremo vagamente ascoltare una voce nel vuoto, la quale però non sembra dir nulla di sensato: anzi sembra addirittura che questa voce parli al contrario, difficile a dirsi tanto l'effetto risulta particolarissimo e quasi totalmente indecifrabile. Questo intermezzo strumentale è tanto piccolo quanto di grande fascino, forse davvero in grado di contenere in sé l'essenza di quella danza macabra ed infernale che l'album vuole in qualche modo disegnare nelle nostre menti, per indurle a frantumarsi e renderle così in grado di assaporare il vero lato della pazzia. Quella che non si può comprendere approcciandovisi mediante un modo di fare "sano" e volenteroso di comprendere. Non voler capire l'incomprensibile, solo così possiamo sperare di captare appieno l'essenza del caos.

Alone

Ad aprire la seconda metà del disco, dopo la title track strumentale che funge quasi da divisore, c'è "Alone (Solo)" il cui testo è una poesia di Edgar Allan Poe. Un suono carico di mistero apre il brano, e subito dopo viene sovrastato dalla furia improvvisa della chitarra e della batteria, le quali creano in ensemble un riff di forte impatto ed una violenza finora insperata. Un sound acuto e rabbioso, quasi uno stridere perpetuo. La voce di Garm comincia a farsi sentire, interrompendo il riff che viene sostituito dalla musica meno aggressiva delle tastiere, accompagnate sempre dalla batteria. Il cantato trasportante ci mostra, da parte di Poe, nonché dei nostri, com'è sentirsi sostanzialmente diversi, il sapersi differenti sin da bambini. Ci mostra quel che si prova quando da sempre sai che il tuo modo di vedere il mondo, il tuo modo di percepirlo e il tuo modo di essere sono estremamente diversi da quelli di tutti gli altri. Alla musica, che diviene meno pomposa di colpo, tagliando quasi via la chitarra, s'aggiunge un pianoforte semplice che ad un ascolto distratto sembrerebbe compiere delle scale, anche se non è così. Dal canto loro, i versi espliciti di Poe ci mostrano l'incapacità del provare emozioni, almeno così come l'intendono tutti; la consapevolezza d'avere un dolore perenne che ci affligge, ma neanche questo dolore ha nulla da dividere con tutte le altre persone, è qualcosa proveniente da una sorgente diversa, ha un'origine assolutamente personale. La musica è sempre più nelle mani del pianoforte, il quale sembra acquisire costantemente una maggiore complessità e bellezza. Tutto sembra voler deviare verso una musica sempre più dolce quando siamo assaliti, senza alcun preavviso, dal riff furioso che abbiamo ascoltato all'inizio. Il quale, però, svanisce e ci lascia alla musica più eccentrica nello stile degli Arcturus di quest'album. Solo ora Garm ricomincerà a cantare insieme ad una seconda voce, sempre sua e più acuta, che scandirà con più forza delle frasi. Il cantato è quasi ipnotico, quasi a volerci mostrare definitivamente cosa si provi ad essere soli, totalmente soli contro il mondo: "Tutto ciò che ho amato, l'ho amato da solo". Quel che si nasconde dietro questo dolore che quasi soffoca la vita è una profonda solitudine senza speranza. I suoni quasi vittoriosi e gloriosi della tastiera, abbastanza in contrasto con quanto viene detto nel testo, compaiono mentre Garm non canta, quasi a voler continuare quella strofa... ma queste tastiere sono solo in funzione di un riff nuovo che giunge dal nulla con un impatto oscuro ed affascinante, un riff da maestro costruito alla perfezione che s'incastrerà subitissimo nella nostra memoria, dimorandovi a lungo. "Da ogni profondità del bene e del male | Il Mistero che ancora mi vincola"; la vita è sempre stata tormentosa e quasi asfissiante, in quella solitudine. Il subisce quindi una nuova trasformazione adoperata questa volta dal basso, che con un suono quasi sordo diviene quasi il protagonista, sovrastando spesso anche la chitarra la quale si lamenta su quello sfondo sempre più oscuro. La musica procede sempre con maggiore lentezza, entrano violini anch'essi dal suono cupo e diabolico, la chitarra sembra voler lentamente esplodere mostrandoci sempre più tutta la sua potenza nascosta. La natura diviene ora la principale protagonista in tutte le sue forme, dal torrente, al sole, ai colori aurei dell'autunno, alle maestose scogliere di un'altura. Si descrive la natura dicendoci, quasi come a voler concludere il discorso, che tutto quanto possiamo provare, pensare o percepire non sarà mai come lo è per gli altri. Essi attingono da una loro fonte comune, al contrario di noi, che (nella nostra solitudine) scrutiamo attentamente tutto quel che si nasconde nella nostra anima, direttamente osservando natura che si manifesta in infiniti modi tutti ricolmi di una bellezza quasi estatica, e fuori dalla natura stessa. Ricompaiono con forza i violini rimasti nascosti, i quali ora conducono loro il brano acquistando una forza crescente, che però non resiste al cantato della strofa successiva: alla voce di Garm i violini scompaiono lasciandoci in preda ad un riff potente della chitarra atto ad accompagnare il cantato studiato e preciso, vero protagonista di questa poesia. "E la nuvola prende la forma | (Quando il resto del cielo era blu) | Di un demone alla mia vista"; così si conclude questo brano, con la musica che si spegne d'improvviso e l'ultima frase, "...Of A Demon in My View", ripetuta con forza nel silenzio. La natura, che fino ad ora era rimasta neutrale, ci vuol mostrare quei demoni che abbiam dentro e che non possiamo non scorgere ovunque. Essi ci affiggono dall'interno, in realtà loro non sono presenti al di fuori: siamo noi che, tormentati, continuiamo a vederli ovunque, sempre pronti a farsi ricordare, un dolore instancabile; siamo noi che quasi vogliamo incolpare la natura per averci mostrato cose che non esistono, se non dentro di noi.

The Throne Of Tragedy

Il suono di un'onda ci introduce al brano "The Throne Of Tragedy (Il Trono Della Tragedia)" e da subito il sintetizzatore di Sverd comincia a suonare nel suo sinistro incedere. L'atmosfera è cupa ed angosciante, in sottofondo si sentono quelle che sembrano corde pizzicate. La voce pesantemente distorta di Garm, con un effetto quasi da megafono, c'introduce alla prima strofa che vuol essere rappresentazione della fine d'ogni speranza. Le altezze di Horeb, il "monte di dio", sono infrante ed il mare è sulfureo. Tutto è quasi glaciale anche nel sound. La seconda strofa procede, in parte, proprio come la prima, volendo mostrarci da subito la "Blasfemia": il paradiso sembra vivere un momento particolare, dove tutte le anime fuggono... e proprio lì ecco che scorgiamo il trono bianco, questa volta nero, sporco del sangue sacro, quel sangue che inspiegabilmente deve grondare per purificare l'umanità. La musica esplode d'improvviso con estrema forza, sfruttando la voce particolare di Garm. Un blast beat s'infuria per poi svanire, la chitarra ci accompagna rapida e dopo uno stacco violento eccoci immersi in un caos assurdo, stavolta con la musica più accesa che mai. Un riff di chitarra continua semplice per la sua strada e tutto il brano comincia ad orbitargli intorno, compresa la voce confusa e distorta che adesso parrà non pronunciare più parole comprensibili. La chitarra subisce una lenta e progressiva metamorfosi continuando però a condurre il brano, essendone la protagonista, con le tastiere in grado di supportarla in maniera eccezionale, qualche volta anche rubandole la scena. La voce comincia a creare una nuova strofa muovendosi su di un motivetto altalenante ed ipnotico, volendo quasi realizzare quella blasfemia nominata in precedenza senza mai farlo effettivamente. "E questo è tutto | Menzogna senza nome | Chi, mio dio, | sono io?". Dopo gli sconvolgimenti nelle volte celesti, dopo una mattanza d'anime candide volta a redimere l'umanità, la quale può inspiegabilmente essere salvata solo dagli eccessi di violenza di Dio... ecco che nella confusione ci chiediamo esattamente chi sia Dio, chi siamo noi... il perché d'ogni cosa. Una bugia, forse? Tutto quel che abbiamo vissuto fa forse parte di un immenso piano menzognero, volto a consegnarci le chiavi dell'assurdità? In antitesi con tutto ciò, la musica sembra esser divenuta più eterea, quasi come circondata da uno strano alone di silenzio ipnotico, danzandoci attorno in maniera ipnotica. Finito di cantare, la chitarra si fa sentire sola per alcuni secondi... poi ecco ancora questo canto senza pace, che continua a tormentarsi da solo cercando di districarsi fra dio e ciò che non è dio, come successe a lucifero prima. Forse, in virtù del nostro essergli affini, pensiamo che quel lucifero è l'unico che sia mai stato veramente considerato dio. Mentre noi, all'ascolto, siamo sempre più confusi, ecco che la musica torna alla ribalta esplodendo con la stessa energia di prima: ci rendiamo conto che non ci siamo mai accorti del momento in cui questa musica pareva essersi acquietata, tanto è stato fugace. La chitarra è ora più complessa, elaborata e veloce, creando un vortice di suoni sempre più caotico, mentre ricompare ancora una volta quella voce quasi triste e quasi disumana di Garm. Portiamo la nostra corona dinnanzi al "suo" trono, quello di Dio. Eppure le nostre speranze tornano a morire di fronte alla realtà, alle bugie delle quali ci rendiamo conto. Quel dolore che proviamo non cesserà mai, siamo quasi condannati a portarlo con noi per sempre. "Qui è dove la mia sofferenza dovrebbe cessare | ma ahimè; io sono incoronato | del dolore inascoltato". Ancora una volta il brano cambia e la musica diviene sempre più eccentrica, il sintetizzatore sembrerà voler ricreare un sassofono, tutto è molto ovattato e la voce in tutto ciò appare quasi solenne mentre, rendendosi conto d'essere abbandonata e sola per sempre, l'anima comincia ad implorare perché non sia lasciata lì nella polvere della morte, dove mai nessuno ricorderà neanche il nostro nome. Tornano alla ribalta le bellissime tastiere di Sverd che stavolta governano da sole la musica, sovrastando il tutto. L'atmosfera diviene sempre più inquieta e ad un certo punto la chitarra vuol prendersi la rivincita in questo intrecciarsi continuo di musica diversa: così la chitarra emerge con forza e supportata, ancora una volta, da un blast beat che rapidamente, dopo due versi, si evolve e ancora. Soluzione strana ed imprevedibile. La tragedia diventa sempre più implacabile ed impossibile da evitare, e proprio in tragedia finisce il brano, con la speranza di un uomo abbandonata e cestinata nel vuoto dell'eterna sofferenza. "Senza Nome | e solo | figli senza padre". Siamo lasciati poi ad un lento finale, dove tutto svanisce lasciandoci, appunto, soli.

Painting My Horror

Qualora volessimo scegliere il brano maggiormente emblematico della follia creatrice e più bizzarro in assoluto di questi primi Arcturus sarebbe "Painting My Horror (Dipingendo Il Mio Orrore)". Questo brano è probabilmente quello che più delira, creando una grottesca confusione: le danze si aprono con una semplice batteria accompagnata da un basso il quale svanirà dopo aver scandito il tempo, rigorosamente in 4/4 per tutto il brano, quasi come se i Nostri volessero darci l'illusione di trovarci d'innanzi un brano più semplice rispetto agli altri. Al beat iniziale succede un'improvvisa esplosione di una chitarra quasi dalle tinte psichedeliche, la tastiere possenti ed originali come sempre in pieno stile di Sverd, ed infine la voce di Garm qui assolutamente sopra le righe, ancor di più che in tutto il disco. L'oscurità nella musica, che dà l'illusione di voler esser colorata quando invece è carica di un denso nero, è percepibile ovunque: dalle chitarre potenti e cupe alle tastiere grottesche e fuori di testa, fin anche alla batteria che accompagna il tutto in maniera pressoché incessante. Dopo la prima, brevissima strofa, che senza troppi fronzoli ci introduce all'oscurità di una notte, udiamo la voce ipnotica, quasi impercettibile per quanto sembra distante, di Garm: "Quando nel sogno sveglio, | Vorrei dipingere. | Subconscio, vidi la distesa". La ferrea volontà di rappresentare su carta quello che è il mondo onirico, il mondo del subconscio. Quelle immagini che scorgiamo nitide nel sogno, destinate a scomparire per sempre al nostro risveglio. Vorremmo fermarle mediante uno strambo potere, bloccarle per poterle poi rappresentare, dipingerle, osservarle. Sarebbe quel che tutti vorrebbero fare, rivedere il proprio sogno come se quest'ultimo fosse un quadro, un dipinto dalle mille sfumature, tutte da analizzare e scrutare, passo dopo passo. Dopo un breve intermezzo, nel quale la musica procede nel suo cammino incessante, ritorna la voce di Garm sempre più strana ed instabile, a volte lamentosa, a volte rabbiosa; a volte debole, altre volte carica d'energia. Qui il brano diventa sempre più misterioso e quasi magico, con un testo criptico e, appunto, delirante. Un violino confuso nel caos generale compare dal nulla ed al suo nuovo ritmo Garm comincia a cantare, risultando ancor più fuori di testa: subentra anche un pianoforte quasi fuori luogo per quanta eleganza vuole mostrare. Ci viene narrato come abbiamo visto noi e solo noi cose d'inenarrabile follia, in questa cosiddetta "terribile mascherata" che mai si fermerà ed anzi pare continuare in perpetuo nonostante sembra non sia mai cominciata. Essa avviene tutta nella nostra mente, con la sua pazzia, le sue stranezze e tutto quanto di più terrificante possa assalirci in un ballo forsennato ed asfissiante di puro terrore mascherato. Siamo soltanto ad un minuto e mezzo dall'inizio del brano e non siamo neanche ad un terzo di esso. Il violino comincia ad acquistare forza e divenire man mano il protagonista, senza che noi ce ne accorgiamo, e dopo una sola parola di Garm ecco che anche il pianoforte torna con nuova forza. Tutto però non è destinato a durare e viene divorato da un possente ed eclettico riff di chitarra che conferisce nuove tinte metal al brano, il quale assume un sapore quasi vagamente industrial. Questo riff durerà poco ed ecco che la musica si trasforma ancora grazie alla chitarra, la quale si lancia in un assolo dalle vaghe sonorità mediorientali, sempre più possente man mano che procede, sostenuto dai sintetizzatori. Tre versi cantati continuano la narrazione, aggiungendo soltanto che ci siamo abbandonati "al loro mondo" ed abbiam perduto la volontà di combatterlo. La pazzia è ormai parte di noi. La musica cade in un profondo silenzio, della durata solamente di alcuni secondi. Tutto ritorna profondamente cambiato e molto distante dal metal, sembra anzi avvicinarsi più a qualcosa fra il Dark Cabaret e qualcos'altro, un mix negli anni divenuto molto caro a tutto l'avant-garde metal. Tutto è ora molto più teatrale, come dimostrato dalla voce molto stramba, capace ancor di più di rappresentare una qualche follia: "Non son più lo stesso da quando | ho preso la professione del diavolo". Questo vortice di pazzia è diventato ormai inevitabile, e da esso non si potrà uscire mai più. Le tastiere continuano la loro lenta trasformazione e ad esse si aggiunge anche la chitarra, per svanire quasi subito; tutto torna in quel ritmo saltellante e il falsetto che accompagna la voce di Garm è sempre più inquietante: "Puro io vivo in blasfemia [?] Peccato tu non sia qui a partecipare al mio strano orrore". Se qualcuno avesse mai voluto sapere che suono faccia quel delirio che perseguita la mente d'un folle... allora in questo brano può trovar risposta. La musica cambia ancora, stavolta leggermente, per diventare ancor più cupa; la voce, ancora una volta distorta ed in un tono estremamente grave, crea un finale tanto tragico quanto vittorioso. Questo nostro strano orrore, generato e fondato proprio sulla sofferenza, ormai è diventato la nostra ragione di vivere e non possiamo non desiderarlo. Le nostre strade con chiunque altro, uomini ciechi, si dividono, perché noi possiamo andare a fondo di questo orrore che altro non è se non la nostra stessa mente. E quindi... perché non amarlo? Finita la parte cantata, quella che è forse la strofa più breve e bella di tutte si ripete un'ultima volta: "Quando nel sogno sveglio, | Vorrei dipingere. | Subconscio, vidi la distesa". La chitarra diventa protagonista indiscussa di questa parte finale, la quale non sembra voler cessare con le con l'avanzata del nuovo ed anzi, forse risulta il frangente più eccentrico dell'intero brano. Il quale, dunque, si conclude d'improvviso lasciandoci a bocca aperta.

Of Nails And Sinners

Il violoncello, emergendo dal silenzio, ci introduce all'ultimo brano di quest'album... il quale risulta anche il brano dotato di una maggiore carica blasfema seppur vagamente velata (neanche tanto). "Of Nails And Sinners (Di Chiodi E Peccatori)" parte sfruttando un espediente quasi gotico, gestito dalle tastiere che cominceranno da subito la loro costante trasformazione diventando, prima che possiamo accorgercene, quel che è un vero pianoforte; accompagnato da una chitarra, con la quale s'intreccia. Tutto in quest'intro raggiungerà il suo apice e svanirà quando comincerà il cantato di Garm, con un sottofondo della tastiera imitante quel che sembra essere il suono di un organo. La batteria è, insieme alla voce, un protagonista di questa prima strofa: con fare solenne, l'ensemble ci mostra un non precisato peccatore il quale si trova lontano in eterno dalla grazia di un dio quasi dissacrato, al quale tutti i peccatori implorano perdono e pietà. Un peccatore che si trova negli inferi e sa che rimarrà lì per sempre. La musica sembra avere una svolta totale, la chitarra acquista forza e il cantato di Garm è più potente ed espressivo. Molto affascinante è l'effetto che si viene a creare fra l'intrecciarsi delle chitarre, del sintetizzatore stridente e delle trame della batteria. Qui il testo procede con una vera e propria dichiarazione blasfema, guidata dall'odio: "Io, degradato portatore della tua luce sacra | Alla quale non mi piegherò mai più | Quando m'innalzo per vendicarmi con l'oscurità | La rabbia dei dannati scorre". Queste parole si commentano quasi da sole, non v'è più nulla di sacro se non l'odio proprio per quel che dovrebbe essere sacro. Come se Lucifero in persona o comunque un angelo caduto, peccatore, si stia ribellando in ultimo a Dio, non accettando i castighi degli inferi ma anzi cercando in ogni modo di amicarsi il Male, per poterlo sfruttare a sui vantaggio. Quasi subito comincia la strofa successiva, con la voce molto alterata di Garm, narrando quello che quasi potrebbe essere considerato un colpo di scena. Non è un qualunque dannato, che odia dio, l'essere di cui parliamo: chi parla ci dice d'esser stato cacciato via dal corteo degli angeli più deboli, chi parla è un angelo caduto negli inferi più profondi. E' Satana stesso, e non un comune "tale". Un velocissimo stacco della batteria e la musica sembra venir spezzata dal pianoforte che compare all'improvviso. Tutto sembra esser diventato armonioso... e quando si aggiungono le tastiere, la bellezza creata non può che aumentare. Infine giunge una chitarra elettrica, districandosi un lunghissimo quanto gran bell'assolo, decisamente ben costruito: ci ritroviamo di fronte ad uno scream e qui la musica subisce una nuova variazione. La chitarra diventa frenetica, crea un motivetto ipnotico quanto veloce capace di rapirci da subito, fondendosi alla perfezione con le tastiere ed una batteria sempre più aggressiva e forsennata. Dopo due versi rieccoci di fronte ad uno scream ed eccoci nuovamente investiti da quella chitarra quasi aggressiva. La musica riceve un breve rallentamento solo nel momento in cui udremo di nuovo la voce di Garm, dove ad aggredirci saranno, però le tastiere. "Con i chiodi nelle mie mani | Essi crescono appassionati su di una menzogna | ma tu sai che il verace ero io": il brano diventa sempre più assurdo e criptico, quasi come se volesse non farci capire a pieno quel che vuole esprimere. Una metafora forse indicante la sofferenza di Cristo, vista come menzognera e per nulla reale. Il più vero era lui, Lucifero, che non ha mai accettato castighi od altro, anzi ha trovato la forza di ribellarsi. Tutto il brano da ora è un deliro: parte un pesante assolo sostenuto da una potentissima batteria, numerose chitarre appariranno e spariranno solo per dire la propria con fare sveltissimo. L'ultima strofa si ripete in un tono molto più oscuro e misterioso ed il brano  si conclude con un sussurro che s'allontana sempre più. Così si conclude quest'album, con un ultimo pezzo denso di mistero e maligno fino al midollo. L'addio perfetto per "La Masquerade Infernale".

Conclusioni

Riascoltare oggi il secondo album degli Arcturus è come attingere a piene mani da quello che ormai è diventato un vero e proprio pozzo di storia. Enorme, monumentale, profondissimo e ricolmo di idee tutte da sfruttare ed - in alcuni casi - persino rubare. Inutile sostenere quanto segue... ma voglio comunque farlo: "La Masquerade Infernale" è un vero e proprio pilastro del Metal per così dire "avanguardistico", un disco che da solo riesce a teorizzare nella sua follia un vero e proprio genere divenuto nel corso degli anni famoso ed assai suonato. Anche grazie agli Arcturus, sperimentatori decisamente sugli scudi, indomabili,sfuggenti ed inarrivabili. Questo disco non è solamente "un disco", per l'appunto. E' da considerarsi in maniera oggettiva un gigantesco pezzo di storia imperante su tutto il Metal così come, ormai ben vent'anni dopo, lo conosciamo e lo amiamo. Sembra che in quest'album ci sia tutto e che la sua influenza sia stata immensa: ancora oggi la musica di innumerevoli gruppi continua ad essere influenzata da questo secondo lavoro degli Arcturus. E' grazie ad esso, dunque, che tanti hanno potuto codificare il loro stile. Ascoltandolo per vene riusciamo a percepire, in un modo o nell'altro, quelle che poi saranno band come gli Unexpect, portatori di questo connubio di follia ed eleganza, mescolato al metal di forti tendenze estreme, a livelli ancor più estremi e personali; oppure band come i Dodehimsgard che, a partire dall'album "666 International" ci hanno mostrato di aver imparato moltissimo dalle lezioni folli degli Arcturus; portando quella pazzia nella musica ad un livello esasperatissimo e spesso quasi insostenibile, grazie a tutto ciò divenendo una delle band più solide e geniali degli ultimi anni. Diciamolo pure, le band che attingono liberamente da questa nuova luce degli Arcturus sono innumerevoli: dai Transcending Bizarre?, ancor più schizzati e molto più estremi, sino ad arrivare forse addirittura a band come gli A Forest Of Stars e gli Aberrant Vascular, in cui quelle atmosfere cupe e diaboliche, tetre come poche, che abbiamo ascoltato in "La Masquerade Infernale", sono presenti costantemente e sono più personali e forti che mai (e sarebbero da citare anche i mastodontici Devil Doll, a cui gli stessi Arcturus si sono certamente ispirati, in un gioco di rimandi reciproci). Tutte le influenze derivanti da questo album sono successivamente diramate in infinite direzioni, con numerosissimi gruppi dalla genialità esplosiva che negli anni hanno costruito una scena Avant-Garde Metal vastissima e di tutto rispetto. Fino ad ora, in questa conclusione, non ho parlato che del valore storico di quest'album e non dell'album stesso. Ciò perché è praticamente impossibile riuscire ad esprimersi in parole di fronte a tanto genio perfettamente riuscito. L'ascolto fila via liscio, tutto d'un fiato, nulla è mai ripetitivo (se non di proposito, per creare una cupa sensazione ossessiva e morbosa), banale o scontato. Forse parole come morboso, oscuro, malvagio, eccentrico, folle, astruso, particolare, sui generis, incredibile, geniale, istrionico, trascendentale... forse questi sono i termini migliori, atti descrivere, o almeno provare a descrivere, un disco che per tutti gli amanti di musica avanguardistica non può che essere una tappa obbligatoria, da tutti (nessuno escluso) amato alla follia. Amanti di musica complessa, assurda, fuori dal comune, come me, non potranno mai essere imparziali di fronte ad un disco come questo, figuriamoci se invece si parla proprio de "La Masquerade Infernale". Qui c'è ben poco da dire: il disco è assolutamente da ascoltare fino ad impararlo a memoria, un disco che rasenta la perfezione sotto ogni punto segnando anche un punto di svolta per questo gruppo, che dunque dimostrò con questo platter l'intenzione di andare avanti e continuare ad immergersi in quella follia musicale ancora per tanto tempo. Che la follia vinca, dunque, e che l'infernale mascherata prosegua nella sua folle corsa. Un ballo mai iniziato eppure eterno, infinito e conclusosi all'improvviso, al contempo. Non cercate di capire gli Arcturus con fare scientifico: siate folli anche voi, comprendete i deliri del pazzo scoprendo e liberando la pazzia che - sicuramente - alberga dentro di voi, aspettando solo che le porte della percezione si spalanchino.

1) Master Of Disguise
2) Ad Astra
3) The Chaos Path
4) La Masquerade Infernale
5) Alone
6) The Throne Of Tragedy
7) Painting My Horror
8) Of Nails And Sinners
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