ARCTURUS

Aspera Hiems Symfonia

1996 - Ancient Lore Creations

A CURA DI
JONATHAN BONETTI
21/05/2017
TEMPO DI LETTURA:
9

Introduzione Recensione

La volontà creatrice di tre giovani ragazzi, assolutamente sconosciuti nel panorama musicale del 1989, li porta a voler scrivere musica insieme. Parliamo di Steinar "Sverd" Johnsen, Marius Vold e Jan Axel "Hellhammer" Blomerg. Ancora molto indecisi circa cosa (e come) esattamente creare, questi cominciano a formare un gruppo, il primo per tutti e tre, una nuova esperienza. Cominciano, riuniti sotto il nome di Mortem, a suonare un Death Metal molto semplice e di violentissimo impatto, fatto per colpire nell'immediato e lasciare il segno: un sound abbastanza tipico e non estremamente personale, così come i testi: tutti incentrati su tematiche macabre e oscenamente violente. Di questo primissimo gruppo formato da quei tre giovani possediamo soltanto una breve demo (sei pezzi in totale) per appena tredici minuti di musica. Una demo che, inutile dirlo, non ebbe molto successo. Nessuno volle produrre la neonata band Death Metal, tanto più che "Slow Death" (questo il titolo della release, divenuta oggetto di culto per via della copertina, curata nientemeno che da Per Yngve Ohlin, meglio conosciuto come Dead) non piacque troppo neanche agli stessi creatori. Le tensioni non tardarono ad arrivare, e subito vennero a crearsi conflitti interni basati sulla futura direzione della band nonché delle sue sonorità. Tutti vogliono evolvere e cambiare, ma non tutti son d'accordo sul come farlo. La band, dunque, si smembrò in fretta. Non svanì, però, la volontà di continuare a suonare: il batterista Hellhammer ed il chitarrista e bassista Sverd, decisero di riunirsi, cambiando nome, stile e l'attitudine stessa di tutto il gruppo, così che questo si conformasse maggiormente alle idee dei due giovani. Il nome scelto, non a caso, volle essere già un'anticipazione del sound che i due avevano intenzione di proporre al pubblico, qualcosa di assolutamente strano e quasi magico nella sua atmosfera folle: Arcturus, proprio come la stella di Arturo. Si raggiunse un accordo anche con Marius e da subito il gruppo tentò di scrivere materiale inedito, che suonasse diverso e molto meglio elaborato. Nel '91 venne dunque licenziato "My Angel", un singolo che oggi potremo definire storico, tutto ancora governato da un profondo marciume che richiamava vagamente a quel primo Death Metal dei Mortem; un lavoro sì immaturo ed ingenuo, molto rozzo nella fattura, ma sicuramente più personale di quanto fatto in precedenza. Conscio di essere sulla strada giusta, il gruppo decise subito dopo di prendersi una pausa così da poter decidere per bene cos'è che voleva effettivamente suonare, rimanendo fermo per ben tre anni. Nel frattempo, succede di tutto: ben sappiamo quanto i '90 siano stati a tutti gli effetti gli anni d'oro del Black Metal in Norvegia, paese d'origine degli Arcturus, nonché il periodo in cui assistiamo al totale dominio dell'oscurità, portato avanti da nomi quali Mayhem, Darkthrone, Immortal, Satyricon e altre band simili. Fra questi spiccò un nome che influenzò molto il sound degli Arcturus, anche per contatto diretto: gli Emperor, portavoce di un Black Metal particolarmente oscuro e maligno, dai toni glaciali e graffianti dove il sintetizzatore ha un peso enorme nella composizione di un brano, divenendone quasi lo scheletro. Oltre loro, un grande nome che entra in contatto diretto con questi primissimi Arcturus portando con sé numerose influenze è rappresentato dagli Ulver, ancora nella loro fase iniziale, più Black Metal. Persi in questa esplosione creativa che era divenuta la Norvegia, Sverd ed Hellhammer (che nel frattempo aveva cominciato a lavorare in altre band) decidono quale dovrà essere il loro sound e cominciano a comporre in pochissimo tempo un EP, "Constellation". Risulta assente Marius, il quale decise di uscire dal gruppo; troviamo dunque Samoth (dagli Emperor) a suonare chitarra e basso, Kristofer "Garm" Rigg (dagli Ulver) alla voce, Hellhammer alla batteria e Sverd, principale compositore degli Arcturus, alle tastiere. Le quali, così fu deciso, avrebbero dovuto essere il fulcro centrale della band. Col senno di poi, potremmo definire questa line up come un autentico dream team, poker d'assi del Black Metal. Tornando al contenuti più strettamente musicale, questo EP piacque molto e permise al gruppo di guadagnarsi una certa fama nella scena underground, cominciando ad esibirsi spesso, un po' in tutta la Norvegia. Nonostante il successo, tuttavia, furono necessari ben due anni agli Arcturus per poter scrivere e produrre un primo, vero full length. Periodo in cui Samoth decide di abbandonare il progetto, permettendo così l'ingaggio del chitarrista Carl August Tidemann, già axeman in un gruppo Power/Progressive il quale (per forza di cose) recò con sé influenze totalmente esterne al Black. Scrivendo l'album, gli Arcturus decisero man mano che questo gruppo avrebbe dovuto mostrare un approccio assai sperimentale, basato tutta sull'assurdo, sul caos e sul far ascoltare cose mai udite prima. Volevano che la loro musica divenisse lo sfogo della propria e comune follia, che non si conformasse con nulla. Infatti, sin dal principio la scrittura del disco prese comunque le dovute distanze da quel Black Metal rozzo e maligno tipico di quella scena spesso troppo simile a sé stessa, allontanandosi anche dal punto di vista tematiche, non richiamando mai satanismo e topic affini. Musica eccentrica nello stile, un laboratorio in cui creare e sperimentare con la fantasia, in nome della libertà più sfrenata. Con queste premesse, nel 1996, gli Arcturus rilasciano "Aspera Hiems Symfonia", per la "Ancient Lore Creations". Un disco che va ascoltato tutto d'un fiato, carico d'effetti particolari, straniante a dir poco. Un titolo che già lascia presagire abbastanza circa le tematiche: un'espressione latina che, in italiano, suona come segue: "La Sinfonia del Rigido Inverno"?.

To Thou Who Dwellest In The Night

Quasi a voler dimostrare da subito d'esser degni del nome che portano, il quale fa riferimento ad uno degli astri più lucenti e visibili dell'emisfero nord, la band apre questo primo album presentandoci un brano completamente dedicato a chi nella notte svolge la sua esistenza, a coloro i quali si rifugiano nell'oscurità, protetti dagli astri e dai bagliori lontani: "To Thou Who Dwellest In The Night (A Coloro I Quali Dimorano Nella Notte)". Il pezzo parte subito spedito con un blast beat rapidissimo, tipico del Black Metal, ed un sound governato contemporaneamente da una tastiera graffiante che conferisce al tutto un'immediata grande personalità e lo discosta, almeno nel sound, dagli stilemi tipici dell'allora Black norvegese. Un sound sì frenetico, ma molto debitore al metal più sinfonico, dalle atmosfere teatrali e surreali. Uno spettacolo melodioso che vuole toccare da subito la nostra fantasia, questo è la bellissima intro di "To Thou Who Dwellest In The Night". Con la chitarra "zanzarosa" difficilmente ascoltabile in mezzo al caos e un sintetizzatore eccellente, dal sound graffiante architettato alla perfezione da Steinar Johnsen AKA Sverd, il brano muta nuovamente con un declino, gestito sì da quel sound teatrale e molto governato dalla tastiera, ma molto più tendente all'aggressività cruda e cupa del Black. Siamo a soli trenta secondi, appena l'inizio del brano, è passata una sola strofa di appena due versi e siamo già paralizzati per quanto tutto sia ipnotico e stupefacente. Questa prima strofa, tanto è stata semplice e di fortissimo impatto musicalmente, così è anche dal punto di vista dello scream agghiacciante di Kristofer Rygg AKA Garm che qui ci mostra crudeltà e malvagità mediante il suono della sua voce. Le parole sono semplicissime e non fanno che enunciarci l'ambiente desolato e morto, buio, nel quale ci troviamo: ambiente ove ogni parola è assente. Ovviamente, dove noi siamo è la notte. Il mondo è nero ed il nero è l'unico colore della nostra anima. Il tutto prosegue e dopo una strofa dove siamo ancora aggrediti alla stessa maniera ecco che, mentre la furia della batteria di HellHammer si scatena sullo sfondo finalmente la chitarra sembrerà esser un po' più protagonista, cominciando a suonare una melodia tutta sua, quasi a volersi discostare dalla pesantezza della voce di Garm e dall'atmosfera cupa creata da Sverd. Le tastiere sono potenti, barocche e inquietanti e la loro nuova melodia ci spinge avanti con nuova energia e rinnovata furia, lo scream si fa più acido e il testo cambia direzione, cessando di descrivere un paesaggio dove la notte regna sovrana. L'anima del protagonista viene quindi fusa al paesaggio circostante, rappresentando una landa desolata e battuta da un perenne inverno. Spine perforano le sue carni, spine di ghiaccio; brezze furiose cariche di pungente freddo congelano il suo cuore, rendendolo solo ed abbandonato in un mondo scuro e privo di punti di riferimento. A metà della strofa la musica prende il sopravvento e una chitarra ci introdurrà prima ad una melodia accompagnata dalle tastiere sempre presenti, e poi tutto subirà una metamorfosi improvvisa, lasciandoci spiazzati. Un istante nel silenzio, ed a tutto il caos precedente si contrappone la quiete di una melodia dal sapore magico, tutta suonata magistralmente dalle tastiere di Sverd, con l'intento di simulare un qualche sound vagamente sinfonico ed onirico. Lentamente sentiamo sullo sfondo una chitarra acustica farsi largo, accompagnando le tastiere; raggiungiamo un'improvvisa esplosione sonora, ma non violenta, ed un coro di voci ci accompagna in quella melodia nella quale prende sempre più piede l'acustica precedentemente udita, aumentando di molto la sensazione mistica che ci avvicina, vagamente, verso lidi pagan. La chitarra elettrica spunta d'improvviso senza interrompere l'atmosfera e la voce di Garm è solo un sussurro lontano. "Io ascolto la voce dei suoi venti | Essi sono il più triste dei tuoi suoni": che ciò si riferisca alla notte è palese, se invece si vuol intendere anche la voce di una donna, questo non possiamo dirlo. Il connubio fra elettrica ed acustica raggiunge un fascino inarrivabile, o almeno così crediamo, dato che questo fascino viene subito superato dall'assolo di chitarra, rapidissimo e di rara bellezza, ad opera di Tidemann. Una melodia ci trascina, una seconda chitarra si unisce, il caos è ordinato e preciso, affascinante, e non possiamo non amarlo. Quando meno ce lo aspettiamo ecco giungere con violenza il sound graffiante delle tastiere e il suono acido della voce di Garm, il quale con veleno emette quelle ultime parole che ancor più aumentano il dubbio: questa "notte", è da intendersi in senso letterario? oppure no? "Mi hai mai desiderato? | Io non ricevo risposta, lo lasci passare in silenzio". La chitarra è incalzante così come le tastiere, il ritmo ossessivo, e a tutto si aggiunge una voce pulita che contribuisce sia all'atmosfera che all'inquietudine. Uno scream finale di Garm e lo spettacolo si conclude, spettro questo pezzo di ciò che gli Arcturus saranno in futuro.

Wintry Grey

Con una vena vagamente epica, frenetica sin da subito, si apre "Wintry Grey (Grigio Invernale)". Dopo aver velocemente delineato un riff che si dipana sotto l'incessante pioggia di blast beat, gli Arcturus cominciano ad assecondare delle voglie di Atmospheric Black Metal. Ascoltando la voce di Garm, noteremo infatti quanto essa ricordi effettivamente e molto da vicino le parti vocali di "Bergtatt" degli Ulver, uscito solo un anno prima di "Aspera?". Un modo di cantare che di certo non stona con questo Black Metal molto particolare e naturalmente punta a creare un'atmosfera particolare, mostrandosi quest'ultima assai gelida, trasportandoci fra lande desolate e fredde, divorate dai venti, le quali si immagina siano presenti appena sotto il cielo dominato dall'aurora, immortalato nella copertina di quest'album. Dopo una prima strofa semplicissima e immediata, dove ci viene appunto mostrato un paesaggio plumbeo e dominato da nebbia e foschia, la musica subisce una variazione. Il riff portante  comincia a diventare più "saltellante", alternando ossessivamente toni alti e bassi, accompagnato dal suono dell'organo riprodotto dalle tastiere di Sverd. Siamo travolti dallo scream glaciale e maligno di Garm che si dispera incastrato chirurgicamente in una complessa struttura data dall'intrecciarsi della chitarra, delle tastiere e della batteria; componenti che sembrano lottare fra di loro per trovare un vincitore, anziché collaborare, cercando al contempo di contrastare la voce di Garm la quale non fatica però ad emergere. Ancora una volta vediamo la nebbia che turbina e domina in quello che è il suo paesaggio, ciò che gli appartiene. Il suono d'un piatto di batteria ci conduce al silenzio, dopo di esso udiamo innalzarsi un suono di tamburi lontani, sempre più vicini, tutto accompagnato da una chitarra che stride nello sfondo contribuendo ad una malsana atmosfera sulfurea. Siamo ad appena un minuto di canzone. I tamburi continuano incessanti, mentre le tastiere suonano, distanti, melodie spesso indefinibili e dalle tinte epiche. Tutto crea atmosfera e questa diviene ogni istante più forte. Esplode fragorosa la batteria di Hellhammer con un blast beat glorioso, accompagnata da una lamentosa chitarra che non lascia scampo: il tempo del silenzio è passato. "Ancora passammo attraverso i boschi ed il grigio invernale", ancora una volta (grazie alle clean vocals di Garm) il testo sembra mostrare qualcosa che ci rimanda direttamente ai Summoning, che hanno ricorrente il tema del viaggio attraverso lande desolate. Al termine della strofa la musica subisce una nuova variazione: il blast beat si fa meno presente lasciando il posto ad una chitarra incessante che diviene sempre più cupa, e al suono di campanelli (che per quanto possano sembrare fuori luogo in un album di Black Metal non fanno che mostrare sin da subito le doti eclettiche del gruppo, aumentando poi la sensazione di gelo trasmessa dalla musica) la voce di garm diviene solo un sussurro appena udibile, nascosto dalla forza degli altri strumenti. Proprio quando il riff si fa più presente ecco uno scream acidissimo e straziante di Garm, che ci introduce alla parte finale del brano. Le ultime parole che ascoltiamo: "Casa attraverso i boschi dove l'inverno giace". Un verso carico di impatto, mostrante il paesaggio invernale come unica e sola dimora per le anime in pena. Il blast beat è cupo e le tastiere ci mostrano il lato più melodico degli Arcturus, tentando di inserirsi a forza fra un riff ed un altro, facendosi spazio fra il blast beat ma non trovando un posto confortevole. Quando meno ce lo aspettiamo la musica si fa di nuovo silente, lasciandoci ancora una volta con la sola chitarra che si dispera in lontananza ed i tamburi dal forte riverbero che infuriano proprio accanto a noi. Ciò non fa che condurci verso un finale inaspettato, dove le tastiere acquisiscono sempre maggiore importanza, risultando il miglior punto di riferimento in tutta la desolazione mostrataci dalla band.

Whence & Whither Goest the Wind

Una canzone indescrivibile, eterogenea, mostrantesi come una costante trasformazione nella quale possiamo già ritrovare alcune sonorità, soprattutto da parte delle tastiere, degli Arcturus che verranno in futuro. Insomma, un microcosmo immenso ed estraniante che pure si riesce ad esprimere alla perfezione senza bisogno di parole, o meglio, senza usarle in maniera comprensibile. Questo è "Whence & Whither Goest the Wind (Da Dove e Dove Va il Vento)", brano nel quale il testo è cantato al contrario rendendo il tutto ancor più estraniante e sperimentale, nonché completamente incentrato sulla musica e sulla relazione fra la musica e il cantato, senza quasi dar peso alle parole che vengono celate. Una intro breve e veloce viene scandita dalla batteria che ci  prepara a quel che (dopo soli cinque secondi) ci investe. La chitarra è semplice, quasi fosse relegata al ruolo di scandire il tempo assieme alla batteria, cercando di mantenere però un tono incalzante. Le tastiere si ergono dunque a protagoniste assolute, gestendo una melodia forte e prepotente con un'eleganza fino ad ora inaspettata. Tutta la musica non fa che puntare verso l'alto, salire sempre più e raggiunge l'apice, con uno scream improvviso che ferma quest'ascesa lasciandoci con la sola melodia tagliente del sintetizzatore di Sverd e un blast beat che s'intreccia con una cupa chitarra elettrica. Creano profonda inquietudine le voci appena subentrate, entrambe appartenenti a Garm: una pulita, che parla, e l'altra dedita ad uno scream disperato. Due voci che si accompagnano senza mai sovrastarsi. I suoni barocchi delle tastiere rievocano un'atmosfera magica e colorata, la melodia sembra quasi richiamarci ad una danza frenetica, mista ad una chitarra che praticamente è pura distruzione. Rimaniamo nuovamente a bocca aperta (la prima volta lo siamo stati all'inizio del brano) quando la musica subisce uno stacco improvviso, nel quale un rullante dal ritmo possente (quasi una marcia) è l'unico dominatore. La chitarra elettrica torna in un riff ipnotico e reiterato, dai toni stranamente epici, che si ripete ancora ed ancora, fino all'ossessione, senza mai stancare: l'apice lo raggiungiamo ancora con le tastiere che si sovrappongono al riff creando suoni estremamente trionfanti e dalle ritmiche martellanti, i quali vanno a loro volta a mescolarsi con una voce ancor più inquietante, nella quale è ora estremamente percepibile l'effetto backwards. Si crea un ambiente ovattato, inesistente, onirico; sembra di entrare in una trance mentre la forza della musica ci travolge in un'armonia perfetta. Sverd mostra tutto il suo talento con scale di meravigliosa bellezza, che si disegneranno solo sullo sfondo mentre noi veniamo ancora travolti dai suoni delle chitarre ossessive. Il brano è divenuto ora un costante declino, rapido ed inesorabile, che ci conduce ad un nuovo stacco improvviso e ad un nuovo mutamento del tutto. Un pezzo il quale risulta sempre più ricco e complesso da descrivere, con tastiere che si complicano, sussurri lontani, la batteria che scatena l'inferno o procede in maniera estremamente cauta e le chitarre molto instabili. Un trionfo di suoni dai mille colori, assolutamente esagerati, ma dall'immensa bellezza. Così si conclude questo brano. Per i più curiosi che avessero voglia di ascoltare il brano all'inverso, tentando di comprenderlo, si troverebbero comunque dinnanzi ad un qualcosa di incomprensibile e misterioso. Grosso modo, riusciamo a comprendere quanto il tempo ed il suo incedere siano protagonisti assoluti delle liriche. Siamo imprigionati in questo vento indipendentemente che noi lo vogliamo o meno, siamo condannati ad esso ed esso soffierà sempre e per sempre. Il testo criptico non fa che aumentare il mistero e la bellezza di questo brano che vuole mostrarci l'incertezza di un futuro. Come detto anche nel titolo, non sappiamo da dove il vento venga né dove esso vada. Il tempo fugge, e non si arresta un'ora.

Raudt Og Svart

Con un riff dall'andatura incerta, violenta ma elegante, stagliandosi come sempre sulle tastiere chirurgicamente curate di Sverd, si apre "Raudt Og Svart", primo brano di "Aspera Hiems Symfonia" completamente in norvegese. La danza iniziale continua con i suoi suoni ossessivi per ben trenta secondi, dopo i quali siamo travolti dalla voce maligna di Garm. Le chitarre si fanno poderose, le tastiere acquistano forza ogni volta che la voce lascia spazio e la danza continua incessante, un valzer infinito nella follia degli Arcturus. La voce pulita, dai toni misteriosi, di Garm torna ad immergerci in quella foresta magica che tanto ci ricorda ancora il disco nel quale Rygg ha già prestato la voce in passato, altro disco storico e fondamentale: il già citato "Bergtatt" degli Ulver. La voce lo chiama in causa, ma lo stile è assolutamente differente; dato che il cantato risulta sì misterioso e cupo, ma la raffinatezza e la ricerca musicale è tutt'altra e punta in tutt'altra direzione. Ancora una volta, il merito risiede nelle capacità assurde del tastierista, capace di lanciarci in vortici infiniti di melodie tanto assordanti quanto meravigliose. Il blast beat divorato dal riverbero accompagna gli scream di Garm, una danza macabra ne segue le parti in pulito. A metà del brano ascoltiamo una decelerata, il riff diviene più lento ma al contempo più pesante ed incessante, tutto il brano sembra danzare ora in questa nuova direzione molto più cupa e malvagia, che ci conduce lentamente al all'assolo di Tidemann, melodico e coinvolgente. A tutto segue uno scream agghiacciante, sofferto, con le tastiere che accompagnano assieme alla batteria, alle quali si aggiungerà una chitarra molto distorta. La musica sembra trascinarsi avanti con fatica e dolore, come se non riuscisse a scavarsi un posto fra il silenzio di queste fasi finali del brano. Un nuovo riff tinge una nuova melodia appena udibile nel caos, e con la voce pulita di Garm il brano si conclude.

The Bodkin & the Quietus (...to Reach the Stars)

"The Bodkin & the Quietus (...to Reach the Stars)" si apre con una melodia definibile come "spaziale", mostrandosi leggermente diversa da quanto ascoltato fino ad ora. L'incedere lento della musica rimanda a tastiere che riproducono vagamente strumenti folk ed inconsueti per quest'attitudine space. Il tutto procede con quest'atmosfera luccicante ed estremamente misteriosa, che crea torpore nel suo incedere rilassato. E' fortissima la sensazione d'estraniazione che si prova quando veniamo travolti dal forte scream di Garm, accompagnato dalla chitarra elettrica che comincia a delineare un delirio folle e cupo col suo riff semplice ma d'impatto, il quale ancora una volta crea affascinanti atmosfere cariche d'energia ed originalità, grazie all'aiuto delle tastiere usate in maniera geniale. Cominciamo così con il contemplare il bagliore delle stelle e delle costellazioni lontane nei cieli. Il momento più importante lo si ha quando la parola "memories" viene pronunciata, sicuramente lasciando trapelare un qualcosa di misterioso, ricordi persi nei cieli stellati. E' l'esatto istante in cui un enigmatico suono di un pianoforte si unisce a tutto il resto, e cominciamo a comprendere quanto quelle stelle non rievochino solamente ricordi: lontane, lì dove sono ed irraggiungibili, sono esse stesse memorie che brillano nell'oscurità della nostra mente, dando un senso ad ogni notte solitaria. Recanti un qualcosa di malinconico e triste, quelle stelle (oltre ad essere inarrivabili e quindi quasi irreali) continuano ad allontanarsi sempre più fino a che un giorno spariranno tutte, una ad una, senza che mai ce ne accorgeremo. Il riff di chitarra è potente e cresce sempre più, sembra quasi punti alle stelle, così come il suono del sintetizzatore che sembra imitare un violino, insinuandosi fra la prima e la seconda strofa. La voce pulita e distante di Garm accompagna il suo scream con una melodia molto semplice che precede un appesantimento improvviso della musica con l'ingresso di violenti blast beat. "Nella mia sete di conoscenza | Sorse un nuovo tipo di pensiero | Mi ha arricchito | Il loro peso sarà sempre fardello in me". Si parla di spirito faustiano e di quanto sia impossibile purtroppo liberarsi dal peso delle stelle / ricordi che incombono su tutti, stelle d'ogni sorta. La strofa continua a procedere sempre per la stessa strada fino ad arrivare al punto finale, quello dove si comprende che quella stessa sete di conoscenza che ci costringe a guardare le stelle può anche permetterci di volare. La musica subisce una nuova variazione dopo un istante di silenzio, e tutto torna com'era nell'intro. Voliamo, letteralmente, tutto è un ambiente spaziale, immersi fra le stelle. Ancora una volta siamo investiti dallo scream assordante di Garm e dal riff nero che delinea un'atmosfera decadente. Quel deserto di stelle che si para nel cielo rappresenta tutti i ricordi di chiunque. La conoscenza che permea quelle stelle, che riesce ad arrivare oltre i ricordi, permette di arrivare ben oltre l'uomo e il ricordo della conoscenza da cui essa attinge pare esser sconosciuto ed alimentare la nostra sete di sapere. Con un brevissimo assolo di chitarra estremamente distorto il brano si trascina lentamente verso la fine tentando di ricostruire quell'atmosfera spaziale e assurda che s'è creata.

Du Nordavind

Un valzer ossessivo, elegante e pomposo che punta al surreale, con l'obiettivo preciso di mostrarci qualcosa d'altrettanto surreale. Questo è "Du Nordavind (Tu Vento Nordico)". Quell'amore impossibile che sembra non si possa condividere con il "nordavind", il vento del nord che rapido sembra sempre tentar di fuggire; ad esso dedichiamo una magica melodia, che anima una danza solitaria. Un vento, insomma, irraggiungibile. Aprono il brano in perfetta armonia la chitarra, il pianoforte ed il sintetizzatore, che tutti insieme si muovono andando a creare una sola melodia, melodia che per quanto elegante ancora non è un valzer nella sua struttura, melodia che continua ad evolversi battuta dopo battuta. Con un incupimento improvviso della musica ci ritroviamo al cospetto della voce possente di Garm, il quale canta strettamente in norvegese e ci mostra un cielo notturno, la quiete di una notte, la solitudine che questa può suscitare ed infine il desiderio che si può provare nei confronti di questa notte dal cielo stellato. La voglia di unirsi ad essa, di diventare un tutt'uno con gli astri, in una sorta di panismo a tratti spaziale. La musica procede incessante ed alla fine della prima strofa tutto sembra tornare proprio come all'inizio del brano, salvo solo per il fatto che udiremo la voce pulita di Garm intonare con fare altisonante un motivetto di quelli memorabili, che all'interno del brano non si ripresenterà più. Capiamo qui l'essenza di quell'amore agognato verso quel lontano vento: "Tu vento nordico, io cerco vicino e lontano | Tornerai ancora dal deserto dove non c'è nessuno?" E' qui che per la prima volta capiamo quanto questo desiderio sia fortemente ricercato e quanto sia anche fortemente sofferto. Come segno distintivo di questi neonati Arcturus (segno distintivo che porteranno avanti con assoluta maestria negli anni), siamo solo nel primo minuti di brano e già c'è arrivata addosso una varietà musicale disarmante, ma ancor più disarmante è la capacità della band di stupire e non esser prevedibile. Infatti, dopo quel breve intermezzo dominato dalla voce pulita di Garm, succederà un qualcosa che assolutamente non ci saremmo mai aspettati, arrivati a questo punto dell'album. Ovvero, la musica continua a ripetersi alla stessa maniera della prima strofa con un incupimento improvviso governato dalle chitarre e dal Black Metal più malsano che la band riuscisse a creare. Comprendiamo quanto la sofferenza dovuta all'assenza di quest'amore divenga ossessione in grado di impedire una vita normale. Siam disposti a donare il nostro sangue gelido e morto, la nostra anima non si darà pace e volgerà sempre e per sempre lo sguardo al nord dove spera un giorno di poter veder arrivare quel tanto agognato vento. La vita sulla terra diviene solo una mera illusione, un passaggio durante un'attesa infinita. Siamo coccolati dal suono di un pianoforte che dona pace ai nostri timpani distrutti dalla voce gelida di Garm. Il brano, da ora, non sarà più lo stesso. L'incedere procede sotto il suono d'infinita bellezza del pianoforte, pesante e continuo, non ci darà tregua fino a che tutto svanirà in un silenzio che dura un intero secondo o forse più e ci anticipa la seconda metà del brano. Ancora una volta notiamo la tendenza più "folk" della band, con quel che sembra essere uno strumento a fiato innalzarsi lentamente, accompagnato solo dal pianoforte distante. Uno stacco di batteria ed inizia quel valzer d'estrema bellezza che comincia già a condurci lentamente verso il termine del pezzo, in un declino costante, con la voce di Garm che abbandona lo scream per concentrarsi su una calda voce parlata. La musica esplode e s'innalza forte fino ad arrivare ad un punto dove avremo un brevissimo assolo di chitarra e la voce, fattasi oramai completamente di stampo melodico, ci lascia intuire il fatto che il nostro amore non cesserà mai, seppur corrisposto solo a tratti e malamente. Per quanto possiamo gridare ai venti, ai cieli e al mondo intero, il Nordavind sarà muto e non arriverà mai, e ciò rende la vita come un'eterna dannazione. Sulle ultime parole di Garm, incastrate nelle chitarre di Tidemann, si conclude "Du Nordavind", capolavoro di rara bellezza.

Fall Of Man

Il pianoforte domina l'oscura intro di "Fall Of Man (La caduta dell'uomo)" forse il brano più famoso di questo "Aspera Hiems Symfonia", insieme a "Du Nordavind". "Una danza elegante e malata", questa pare essere la definizione migliore per descrivere appieno la musica di questi primissimi Arcturus, perfettamente accostabile anche al resto del brano; Arcturus ancora agli esordi e "innocenti", alle prese con l'accenno di quelle che si evolveranno nelle sperimentazioni più avanguardistiche e fuori di testa che saranno poi in grado di creare. Una danza elegante, dal ritmo incessante ed ossessivo, ci introduce a questo brano di stampo fiabesco che, proprio come favola, sembra scintillare di quel vago bagliore magico e distante così come nel contempo marcire in quella crudeltà maligna, aura oscura e malvagia altrettanto tipica di una saga nordica. Il pianoforte iniziale, quasi dolce, si trasformerà presto in un qualcosa di più freddo e tagliente, più simile ad un organo, che sarà poi affiancato dalle potenti chitarre perfettamente amalgamate al tutto le quali, ora meglio che mai, sembrano voler rievocare quel che è possibile vedere sulla copertina dell'album: il suono sinfonico di un'aurora che si perde sopra i boschi. La musica è completa, tutti gli strumenti sono in posizione, il brano può realmente dirsi iniziato? e da ora non avremo un solo istante di tregua: gli Arcturus vogliono trasportarci nella loro follia più elegante, riuscendoci. Questo brano, rispetto ad altri dello stesso album nei quali ad un solo minuto d'ascolto pareva di aver sentito decine di pezzi differenti, ha un evolversi più lento e meno eclettico, almeno all'apparenza, tanto che la musica rimarrà stabile su quanto ascoltato per il primo minuto e mezzo dove avremo la voce graffiante di Garm ad attaccare tutto con crudezza, mostrandoci proprio l'origine di una fiaba. Ma non una qualunque fiaba, bensì La, quella fiaba che è tutta la storia dell'uomo, forse la fiaba più grande che mai sia potuta esistere poiché comune a tutti noi, senza distinzioni. Un racconto che si dipana di anno in anno, senza quasi che ce ne rendiamo conto. Da qui in avanti la musica, soprattutto nelle tastiere mediante le quali Sverd ci propina con pomposa genialità e sfarzosa superbia il suo talento con raffiche di note, subirà leggere ma continue metamorfosi che la trasformeranno sempre più nel suo incedere, lasciandola però sempre melodiosa e ricca di un sapore magico. Un dolce caos creato dai tasti bianchi e neri, i quali creano mille suoni tutti tendenti al sinfonico. A loro volta volta, all'amalgama si uniscono il caos creato dalla chitarra elettrica, energica e nascosta, e quello creato dalla batteria di Hellhammer, che è protagonista col suono di un rullante potente e ripetitivo in grado di conferire maggior solennità al tutto. Le parole in questo brano sono pochissime, non vediamo che il semplice esistere di questa storia dell'umanità, l'esistere della più grande fiaba di tutte. Umanità assolutamente normale: donne, uomini, bambini, terre gelide e un mondo misterioso. Nel testo non ci viene detto altro, tutto è lasciato all'ascoltatore ed alla sua libera interpretazione, o, credo sia meglio dire, alla sua immaginazione, perché essa vaghi libera. Creare un immaginario che sia forte e libero, questo è il fine ultimo di quanto si ascolta. Il testo vuole solo accompagnare la musica potente ed evocativa quasi come quella tipica di un brano atmosferico, al fine di poter creare un piccolo, ma potenzialmente sconfinato, mondo in cui chi ascolta possa perdersi "a volontà", scoprirlo ogni volta ad ogni ascolto e, ad ogni ascolto, scoprirlo completamente nuovo ed in maniera diversa. Un mondo che si crea e si ricrea, che prende forma e vita in chi sa ascoltarlo. La musica procede inarrestabile per il suo ritmo già ben stabilito e le sue melodie coinvolgenti. Stiamo ascoltando praticamente un brano strumentale e, come tale, la cura nei minimi dettagli è maniacale; saremo sorpresi da svariate piccole orchestrazioni posizionate in punti perfetti e che svaniranno rapidamente per non tornare più, dalla musica che cambia in continuazione e, ancora una volta, dalle tastiere che sembrano esser scritte direttamente da un dio. Ed anche le chitarre ci sorprenderanno con innumerevoli innesti, i quali sembrano voler preannunciare una sua esplosione. E' proprio un assolo di chitarra molto lungo nella parte finale a riassumere l'intero brano, riuscendone a raccogliere l'intera essenza ed accompagnandoci ad una fine lenta, coadiuvata dal pianoforte e dalle sue melodie danzanti, le quali sembrano essere le uniche vere protagoniste di questo magico mondo lontano, che tramite questo brano arriva a risplendere fino a noi.

Naar Kulda Tar (frostnettenes prolog)

Con epici suoni che s'innalzano, ricordando ancora una volta alcuni fra gli oscuri passaggi creati dai Summoning, veniamo introdotti con brevi orchestrazioni (sintetizzate dalle tastiere di Sverd) al brano conclusivo (stranamente non segnato nella tracklist della prima stampa) di quello che è l'esordio degli Arcturus: "Naar Kulda Tar (frostnettenes prolog) Quando il Freddo Prende (frostnettenes prolog)". La musica è sempre più colorata di tinte epiche ed altisonanti fino all'esplodere della chitarra elettrica che col suo incedere pesante sottolinea le parole della voce pulita e potente di Garm, ancora una volta esclusivamente in norvegese come tutti i testi dell'album più vicini alla tradizione nordica. La difficoltà, come in una poesia, ci viene mostrata attraverso la natura: quel male di vivere che affligge l'uomo e gli si rivela in ciò che lo circonda, dove tutto vien divorato dall'inverno crudele ed i laghi, neri della notte, ingurgitano le nostre anime. Laghi senza vita, rocce crepate e distrutte sotto le urla del vento incessante e freddo, amaro, dell'inverno. Tutto questo paesaggio si crea rapidamente sotto la voce di Garm e le tastiere stridenti di Sverd, gelide. Un intermezzo folle e martellante dopo il quale la batteria assume un ruolo fondamentale, le tastiere subiscono pesanti variazioni nelle loro melodie, e la voce di Garm da che era possente e pulita si tramuta in uno scream stridulo e maligno. Si raggiunge la coscienza di dove ci si trova e mentre la neve s'infittisce comprendiamo dove questa storia stia effettivamente vertendo: "Soffia forte, noi morremo | Purtroppo (tristemente) siamo decaduti". La vita dell'uomo finisce qui, col vento, in questa stagione amara dove il freddo regna solitario. Lo scream continua ad imperversare incessante mentre le chitarre si fanno sentire sempre più presenti e sempre più forti. Alla fine della strofa la musica sarà tutta un delirio governato dalle tastiere, un delirio atto solo a congiungerci con la parte finale di questo brano in cui udiamo un bellissimo assolo delle tastiere che ci rimanda ancora alle atmosfere spaziali ed assurde appartenenti alla band. Le ultime parole di Garm sono ben rappresentano un finale carico di malinconia, un addio che conclude definitivamente la vicenda. Dalle pianure lontane, ai laghi imperituri, lì l'anima forse vagherà, mentre ora c'è solo un angoscioso addio: quel "Farvel", in norvegese, reso ancor più angoscioso dalla voce straziata di Garm e dalla musica che non lascia respiro nelle sue infinite note. Questo delirio musicale continua da solo, senza la voce, per almeno altri dieci secondi, per poi abbandonarci al silenzio più assoluto. Dopodiché riabbiamo un'atmosfera distante ed epica, gelida e sovrastata dal suono del vento che si sente sullo sfondo, sempre più forte. Le tastiere, uniche vere protagoniste, non concludono questo brano. L'onore è lasciato ad un colpo di rullante che ci abbandona al silenzio di quel triste addio nordico.

Conclusioni

E' difficile parlare di questo "Aspera Hiems Symfonia", poiché è difficile anche solo capire esattamente cosa quest'album sia in realtà. Questo primo full length degli Arcturus sembra essere una summa della follia avanguardistica e dell'immensa vena sperimentale che (col senno di poi) li contraddistingue da sempre; eppure sembra mostrare una distanza enorme da quelli che sono gli Arcturus così come li conosceremo, rendendo tutto molto difficile da assimilare. Quindi, ovviamente, per poter parlare adeguatamente di questo platter mi limiterò a fingere che tutto l'eclettico futuro di questo gruppo non sia ancora mai esistito e che io mi ritrovi, nel 1996, con in mano questo disco, da ascoltare; mentre alle mie spalle si scatena la furia nonché il periodo d'oro del Black Metal più puro e maligno. Non sono mai esistite le deliranti melodie rockeggianti e malsane provenienti dallo spazio profondo di album quali "Sideshow Symphonies", così come non esiste la carnevalesca follia che arde negli occhi demoniaci e stellari di questo gruppo, così come l'abbiamo conosciuta in quei colossi che rispondono ai nomi di "La Masquerade Infernale" (monumentale lavoro d'eleganza che seguirà questo) o "Arcturian", frenetico e furioso nei suoi mille colori sfarzosi e ricchi di barocco. C'è bisogno, per un attimo, di ignorare l'avvenire della band. Ignorare totalmente. Così facendo, scopriamo che questo "Aspera Hiems Symfonia" si colloca proprio nell'ondata di quel Black Metal sinfonicheggiante, furioso ed estremo, molto cupo e dalle atmosfere malsane come già detto in precedenza. Nonostante ciò, la band decide di non cavalcare l'onda, anzi preferisce dirigersi per strade proprie e mai seguite da nessuno, in precedenza. Questi primi Arcturus attingono a piene mani dalla scena del momento modellandola però a proprio piacimento, creando qualcosa che trasudi black metal puro da ogni singola nota, ma che allo stesso tempo spiazzi il purista di turno, presentando variazioni ed innesti particolarissimi. Insomma un disco quasi contraddittorio, proprio come l'attitudine della band, che vive di forti contrasti. Un lavoro che va ascoltato con forte propensione alla sperimentazione. Se vediamo quindi di buon occhio le varie sperimentazioni e di conseguenza chi decide di possedere i generi a proprio piacimento, ecco che avremo pane per i nostri denti. Ovviamente, dal punto di vista tecnico, l'album è impeccabile (anche per la produzione, fatta abbastanza bene per gli standard norvegesi dell'epoca) ed avremo di che divertirci gustando ed esplorando l'immenso lavoro di Sverd, il quale risulta l'unico vero protagonista indiscusso, supremo regnante di queste lande gelate perfettamente ricreate tramite suoni cupi, glaciali, eleganti e continue melodie d'una eleganza assolutamente introvabile altrove. Se il lavoro di Sverd sembra tanto imponente quanto maestoso e perfetto in ogni aspetto, anche quello di Garm è davvero eccellente. Note di merito vanno anche alle chitarre, che non mostrano assolutamente nessuna sbavatura, mostrando invece la loro onnipotenza soprattutto nei pochi ma efficaci assoli. Menzione d'onore, infine, per la batteria di Hellhammer che intesserà complesse trame sempre precise e perfette col sound del momento. Il genio c'è, indiscutibile che ci sia, come anche la voglia di creare e sperimentare ed anche l'abilità e la bravura nel farlo. L'unica piccola pecca di "Aspera Hiems Symfonia" è forse riscontrabile in un problema di "calibrazione" tipico di ogni brano: nei momenti in cui sembra si stia sfociando in mera malvagità di purissimo Black Metal, questa sembra non esplodere mai, dando vagamente l'impressione che il puro comparto black più aggressivo risulti fiacco. Allo stesso modo potrebbe capitare di ascoltare un'eccessiva violenza quando non sembra ce ne sia il bisogno. Questioni di poco conto, tuttavia, imputabili all'inesperienza. Ci troviamo dinnanzi ad un album bellissimo ed affascinante, da ascoltare assolutamente anche se non si è avvezzi al Black Metal: dato che questo disco non è semplice Black Metal, va molto oltre e ci riesce creando una bellezza surreale ed inimmaginabile, carica di follia. Forse si può ascoltare qualche ingenuità, come anche la voce pulita di Garm che spesso pare non troppo adatta al contesto, sicuramente adatta per un qualcosa di più fokeggiante quale poteva essere quel capolavoro di "Bergtatt". Ma nonostante tutto l'album si lascia amare, senza alcun dubbio, e merita d'esser scolpito nella storia del metal.

1) To Thou Who Dwellest In The Night
2) Wintry Grey
3) Whence & Whither Goest the Wind
4) Raudt Og Svart
5) The Bodkin & the Quietus (...to Reach the Stars)
6) Du Nordavind
7) Fall Of Man
8) Naar Kulda Tar (frostnettenes prolog)
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