ARCH ENEMY

Doomsday Machine

2005 - Century Media Records

A CURA DI
DAVIDE CANTELMI
21/09/2017
TEMPO DI LETTURA:
7,5

Introduzione Recensione

Dopo l'inno che ha preceduto la ribellione della gente oppressa contro le atrocità della vita, la battaglia si può dire cominciata. Gli umani potranno affrontare la vita? Saranno capaci di opporsi al loro miserabile destino che, in passato, è stato creato nient'altro che da loro stessi? Nel Giorno del Giudizio, quindi, si alza quella che sarà chiamata la "Doomsday Machine": la macchina dell'Apocalisse. E' proprio questo il titolo che gli svedesi Arch Enemy, capitanati dal glorificato Michael Amott, hanno voluto attribuire al loro sesto full length via "Century Media Records". E' un teschio grigio sormontato da un enorme collare metallico e robotico, ricco di spunzoni, il simbolo di tutto questo; l'elemento più di spicco, raffigurato sulla tetra copertina del platter: non ci sono colori netti, predomina il lato artificiale della morte, quello generato dalle macchine e dall'assenza di sentimenti. Una svolta quasi "cibernetica", artisticamente parlando, in linea con i temi delle liriche. Del resto, cosa comporterebbe un'Apocalisse se non l'annichilimento totale dell'umanità? La fine del mondo come oggi lo conosciamo? Macerie e desolazione, acciaio e ruggine, cieli plumbei, lande desolate... un insieme tragico ed al tempo stesso triste, madido di pioggia e lacrime amare. Un perfetto biglietto da visita, decisamente convincente e perché no, anche inquietante. Un disco si presenta graficamente in maniera decisamente particolare, e musicalmente come il naturale proseguimento di "Anthems of Rebellion", mantenendo intatte le coordinate già dettate due anni prima. Siamo nel 2005, la formazione è rimasta pressoché immutata: Angela Gossow alla voce, Michael e Christopher Amott alle chitarre, Sharlee D'Angelo al basso, Daniel Erlandsson alla batteria. Un combo che, si può dire in tempi relativamente brevi, è riuscito a licenziare il suddetto "Doomsday..." lavorando duro, per donare continuità al discorso iniziato con Angela nel 2001; un discorso decisamente differente se paragonato ai primi anni di carriera della band, quando a reggere il timone della nave era il bravo e sottovalutato Liiva. La realizzazione definitiva del platter è dunque avvenuta da Marzo a Maggio 2005 nello "Slaughterhouse studio" in Svezia, mentre la pubblicazione è da registrarsi, invece, quasi due mesi dopo: il 26 Luglio 2005 negli Stati Uniti (il 22 Agosto 2005 in Europa). Produzione affidata a Rickard Bengtsson, coadiuvato dall'onnipresente Andy Sneap, dal 2001 membro fisso del team work di casa Arch Enemy. L'album era atteso con ansia per comprendere se il gruppo svedese avesse continuato sulla nuova direzione intrapresa con l'assunzione di una cantante di sesso femminile che rivaleggiasse con i concorrenti maschili, non proponendo perciò nulla di troppo melodico o comunque "leggero"; anzi, sfruttando appieno le capacità "combattive" di una Gossow più dura ed intraprendente che mai. "Anthems of Rebellion" era stata una prova discreta e il pubblico si aspettava perciò un lavoro sicuramente più massiccio e concreto, superiore per certi versi al predecessore. Forti dunque di una frontwoman dimostratasi una vera e propria belva da palcoscenico, capace di intrattenere e di garantire ottime performance vocali, i Nostri erano più carichi e volenterosi che mai, decisi a battere il ferro finché esso si fosse dimostrato caldo. Inutile dire che da "Wages of Sin" gli Arch Enemy si distinguevano come una delle band principali ad avere una cantante donna, una "particolarità" da sfruttare a dovere. Facendo dunque finta di trovarci nel 2005, all'oscuro degli sviluppi più recenti: "Doomsday Machine" soddisferà le aspettative dei fan? E soprattutto: si porrà come un album capace di mantenere intatta la verve inventiva dell'ex membro dei Carcass, il tuttofare Amott? Le tracce sono undici: esse ruoteranno attorno al tema previsto dal disco: la prevaricazione del lato cinico delle macchine sul sentimento umano, l'Apocalisse generata da questo marchingegno mortale che porta distruzione, nulla totale. Un tema che non ci è affatto nuovo, insomma: una trama che sa - e sento di doverlo sottolineare per dovere di cronaca - di già sentito. Staremo dunque a vedere se i Nostri riusciranno a svilupparlo in maniera quanto meno originale, dopo averne già parlato in maniera abbastanza approfondita. Il rischio di risultare alquanto stantii, dopo un po', è paurosamente dietro l'angolo. Fermo restando e sottolineando il fatto che il tema scelto non è nemmeno (solamente) comune alla band ma ad altre migliaia di bands provenienti da tutto il mondo. Scommettere su di un pugno di argomenti già ampiamente discussi da troppi è sempre un rischio. Vedremo quindi quanto gli Arch Enemy siano stati bravi nell'intento di narrare una storia originale, capace di prenderci, di toccarci l'anima e perché no, anche di farci riflettere. Si parla della fine del mondo, dopo tutto, per riflettere su ciò che sarà... su cio che era, su cio che è. Indagando il corso della nostra vita, è forse possibile sapere già in anticipo cosa ci aspetterà, per sommi capi. 

Enter the Machine

Com' è successo con lo scorso lavoro, la prima traccia rappresenterà una introduzione: gli umani si avvicineranno alla macchina della morte... vedremo, una volta nei suoi pressi, cosa essa rappresenti veramente. "Enter the Machine (Entrando nella macchina)" è proprio ciò che ci introduce al disco: è una intro completamente strumentale con una batteria che picchia incessantemente durante i primi istanti del pezzo. E' Amott poi a levare il suo grido: la sua chitarra parla per lui, è un continuo ed instancabile susseguirsi di riff melodici che, in una struttura a climax, salgono di intensità fino a portarci agli istanti finali in tremolo picking, come se gli umani avessero scoperto l'atrocità all'interno del macchinario. La dissolvenza, dunque, ci conduce alla seconda traccia.

Taking Back my Soul

"Taking Back my Soul (Riportando indietro la mia anima)" è un brano dall'inizio frenetico e determinato. La chitarra stride incessantemente con note veloci e grintose, mentre la batteria è protagonista di questi primi istanti, facendosi ascoltare in maniera prepotente e roboante. Dopodiché, Angela si afferma subitaneamente nei momenti successivi: il suo impatto vocale è lo stesso dello scorso lavoro, basando il suo timbro su un ibrido di growl e scream, urla ferine, una cantante decisamente sugli scudi. Da ciò che scaturisce una timbrica acida ma accattivante, capace di introdurci al meglio nel triste cuore del racconto; le macchine, gli esseri artificiali, hanno iniziato a prendere possesso delle anime degli umani. Queste domandano vendetta: l'anima che è stata rubata deve risiedere solamente nei cuori degli uomini, dato che quella deve essere la sua casa. La canzone è un grido determinato di rivalsa, un preambolo a una battaglia annunciata che si sviluppa nell'aggressività dei riff; un lato vagamente catchy è (per dovere di cronaca) presente nel sound generale della proposta, anche se quest'ultima preferisce porgere il fianco ad una forte influenza Thrash Metal. I virtuosismi di Amott si affermano più che mai all'interno di uno dei pezzi, probabilmente, migliori della discografia degli Arch Enemy. Come inizio il platter si dimostra valido e coinvolgente: la dicotomia tra la melodia e la cattiveria di batteria e chitarra ritmica, uniti alla voce della Gossow, ci mostrano un brano apocalittico con un refrain anch'esso accattivante. "Taking Back My Soul" è ciò che noi vorremmo sempre, dagli Arch Enemy: un brano capace di appassionare i fan di Liiva e quelli della Gossow, un perfetto connubio tra inventiva ed esposizione sonora. E' un brano volto a scongiurare le menzogne e le illusioni della società che, a parere degli Arch Enemy, è rappresentata proprio da questa macchina artificiale. Dobbiamo ribellarci a questo sistema, riprendendoci assolutamente ciò che è nostro. L'anima non si può vendere, non si può regalare... non possiamo rinunciarvi, per nessun motivo. Non importa quanto le macchine possano risultare forti, non dovranno mai neppure azzardarsi a violare i nostri spazi, le nostre vite.

Nemesis

"Nemesis (Nemesi)" è un brano che, parlando a posteriori, ha decisamente conquistato i cuori dei fan: si tratta di uno dei pezzi più famosi degli Arch Enemy e, forse, di quello più rappresentativo dell'era Gossow. Molti ascoltatori della band, infatti, si sono avvicinati a loro proprio grazie a questo pezzo. In sintesi non è molto discostante da ciò che abbiamo ascoltato in precedenza: la differenza risiede moltissimo nella sua seconda parte, nella quale vi è un breakdown davvero mozzafiato, con un riff granitico che saprà scatenare l'headbanging anche dei più schivi e tranquilli metalhead. Per questo brano è stato anche realizzato un video ufficiale, tanto fu il successo che esso scatenò; dotarlo quindi di un videoclip fu una scelta obbligata, rendendolo ancora più accattivante e soprattutto memorizzabile. Un vero e proprio regalo per i fan dai loro beniamini. L'interpretazione della Gossow è davvero magistrale, specialmente durante il suo urlare quell'anthemico "We Are Nemesis!", più che un verso, un vero e proprio manifesto ideologico del brano. Amott è frenetico, divide con sagacia le strutture ritmiche fornendo al tutto una identità ben definita. Il refrain è un altro punto di forza del pezzo: tutti i fan della band ricorderanno il "One for All, All for One, We are Strong, We are One, Nemesis!" urlato almeno una volta durante un concerto, poco da aggiungere o da dire! Gli assoli di Amott sono la ciliegina sulla torta per un brano pressoché perfetto in tutte le sue sfaccettature, un inno potente contro la macchina, contro il cinismo del lato non umano delle cose. E' un invito allo stringersi a coorte, combattendo uniti e compatti proprio perché "l'unione fa la forza"; l'essere la "nemesi" del sistema, il suo più acerrimo nemico. Questi umani che si uniscono per combattere per la libertà sono esortati a un'unione talmente forte che il loro sangue riesce scorrere all'unisono: una febbre maliziosa e battagliera li pervade, un desiderio di vendetta incontrastabile che li porterà sicuramente alla vittoria. Le note rispecchiano questo sentimento: il chorus è quasi un inno a vincere senza pensare alla propria vita, abbandonando ogni timore o paura. I sacrifici saranno necessari per ottenere il premio e gli Arch Enemy vogliono esprimere proprio questo concetto, mediante l'instaurarsi di un'atmosfera bellicosa e cinica che si sta sviluppando all'interno dell'album.

My Apocalypse

"My Apocalypse (La mia apocalisse)" è un brano dai toni meno sostenuti. I riff sono sinistri, cupi e abbastanza malinconici, la voce della Gossow è sempre in growl anche se quest'ultimo risulta meno grintoso rispetto alle precedenti tracce. Si tratta di una canzone molto meno carismatica rispetto alla precedente, seppur anche da questa sia stato tratto un videoclip ufficiale, puntando la band sulle sue potenzialità. Un pezzo il quale, in maniera non certo velata o nascosta, punta molto sull'impatto dei riff sia nel ritornello che nelle strofe. Inoltre, è uno dei pochi pezzi degli Arch Enemy a non recare in sé una componente estremamente melodica all'interno del ritornello. In generale, in nessuna sezione della prima parte della canzone si avverte una spiccata dose di melodia. Essa emerge sicuramente nella seconda con un assolo delicato e ben ragionato da parte di Amott, maestro nell'eseguirlo. In effetti, la scelta pare giustificatas: si tratta sostanzialmente di una track che riflette sulla fine della vita, sull'avvertimento della morte e sui sentimenti che questa "apocalisse" stia provocando nell'uomo. E' come se, all'interno della battaglia, alcuni si rendessero conto che la "Doomsday Machine" mieterà parecchie vite e che la guerra risulterà per questo più difficile del previsto, quasi impossibile da vincere se non a carissimo prezzo. Si è passati dai cuori colmi di fiducia, i protagonisti di "Nemesis", ad una riflessione sulla fine del'uomo, sull'ecatombe d'anime che di lì a poco si consumerà. Anche l'atmosfera è ricca di sussurri e avvenimenti evanescenti: l'uomo sente la propria esistenza sfumare via senza possibilità di ritorno. L'unica luce che brilla è quella dell'illusione, forte ma, al tempo stesso, vana. E' un vero e proprio ossimoro tematico quello che gli Arch Enemy ci hanno proposto: un passaggio tra la fiducia e la rassegnazione, tra la vita e la morte, dall'essere tutti per uno all'esser nessuno. Due tracce decisamente antitetiche, le quali cercano quindi di sposarsi, unendosi in maniera simbiotica ma al tempo stesso "strana". L'una non può certo vivere senza l'altra, nonostante le profonde differenze... proprio perché l'animo umano riflette questi contrasti: siamo capaci di passare dalla gioia alla tristezza con poco, entrambi sono sentimenti che sin dall'alba dei tempi caratterizzano le nostre anime, sentimenti ai quali mai potremo rinunciare. 

Carry the Cross

"Carry the Cross (Porta la croce)" continua sull'onda della drammaticità. Continuano nel divenir sempre più vane ed effimere le speranze che emergevano dalla potenza di "Nemesis", in favore di una consapevolezza alquanto sinistra: il karma continua sempre a girare... ma dalla parte sbagliata, rendendo gli oppressi ancor più oppressi! Un riff in tremolo picking molto solenne ci introduce a un riff pesante, dai vaghissimi sapori Doom (ricordiamo che anche in questo genere la tradizione Svedese è molto forte). Con il pieno rispetto della tradizione cristiana, gli Arch Enemy paragonano la nostra scalata alla vita come quella di Gesù verso il luogo della sua esecuzione. Tutti i suoi sentimenti sembrano rivivere in noi: il timore in attesa di essere giustiziato, la consapevolezza di non potersi opporre a quanto gli accade, la fredda stoicità che lo porta dunque ad accettare la sua morte, la sua drammatica processione, nonché - prima - la pena dei flagelli. "Porta la croce sulle tue spalle", un verso carico di significato, proprio un riferimento al racconto della Bibbia che vede il Cristo giustiziato sul Golgota, costretto a portare il palo di tortura sulla sua spalla per un lungo ed interminabile tragitto. La salita di Gesù verso il Golgota è rappresentata dalla presenza di persone di tutte le età che lo denigrarono di essere blasfemo. Insulti, sputi, percosse furono normali per la scalata di Cristo e i due ladroni. Il riferimento degli Arch Enemy alla vicenda è palese poiché "migliaia di occhi" guardano la scena. Quando la croce delle nostre sofferenze sarà troppo pesante, gli altri se ne andranno ridendo, mentre noi saremo schiacciati da essa. Il brano è molto semplice: punta molto sulle atmosfere a discapito della parte inventiva. Le sensazioni scaturite dalla canzone sono tutte affidate alla chitarra di Amott mentre la Gossow passa un pochino in sordina, ma non eccessivamente da intaccare in modo irreparabile la qualità del tutto. Il dolore, però, diventa la propria fonte di forza: così come il ritornello che, a discapito del resto, rappresenta la vera gemma della track. Si tratta di una canzone sofferta, dall'incedere trattenuto che rivela una certa malinconia nelle scelte musicali. Amott ha compiuto un buon lavoro con la corrispondenza tra musica e tematica.

I am Legend / Out for Blood

"I am Legend / Out for Blood (Sono una leggenda / A caccia di Sangue)" è la sesta traccia di "Doomsday Machine". Si tratta di un brano abbastanza anonimo, il cui inizio viene scandito con un riff chiaramente Arch Enemy style. La prima parte, rappresentata da "I am Legend" è strumentale la quale si protrae discretamente a lungo; fino a che ha ufficialmente inizio, dopo un buon minuto e mezzo di "attesa", la sezione dal gusto Thrash Metal denominata "Out for Blood", chiaramente ispirata a quelle ritmiche forsennate dei gruppi anni '80, i veri ed autentici pilastri del genere. L'unica discriminante con un tipico gruppo Thrash Metal è la voce comunque death di Angela Gossow, la quale spezza totalmente i riferimenti ricordandoci di che tipo di band stiamo effettivamente disquisendo. Per il resto, si tratta di una canzone piuttosto atipica per il gruppo svedese: proprio nella seconda tranche, dopo una sezione chiaramente ispirata al Thrash (ed anche al) Death primordiale di Possessed, Entombed ecc.., si passa alla parte melodica più canonica per il combo svedese. L'assolo di Amott, però, è abbastanza notevole e rappresenta un punto di forza significativo per il brano. Dopodiché si riparte subito la riproposizione del refrain che conclude il brano. L'influenza Thrash Metal / Death più grezzo e primordiale del pezzo è dovuta proprio all'impatto violento del testo, il quale raffigura un cacciatore in attesa della sua preda. Probabilmente si tratta di uno degli esseri bionici in attesa degli umani, poiché si fa riferimento al suo essere "più duro dell'acciaio". Non sembra, infatti, avere sentimenti chiaramente umani in quanto vuole derubare la preda anche della propria anima; è un chiaro riferimento alla lotta intrapresa nei primi brani contro esseri che vogliono distruggere l'anima altrui. Gli ultimi versi sono chiaramente sintomo della psicopatia di quest'essere: egli può sentire l'odore del sangue, può ascoltare le paure delle prede e, quindi, brutalmente ucciderle. Egli è a caccia di carne umana, trae piacere nell'uccidere chi, come lui, non è fatto d'acciaio. Un cacciatore, un killer spietato, un freddo calcolatore incapace di distinguere il bene dal male. Per lui conta solo una causa: la sua. Tutto ciò che si frappone fra di lui ed i suoi obbiettivi è semplicemente un ostacolo da eliminare, indiscriminatamente, senza sé o ma.

Skeleton Dance

Il settimo brano è "Skeleton Dance (La Danza dello Scheletro)". Si tratta di una canzone abbastanza anonima poiché non mostra alla sua base un'inventiva particolarmente coinvolgente, o magari delle strutture in grado di distinguersi dagli altri brani. Vi sono, però, degli istanti notevoli, i quali riescono a spiccare nell'insieme, risultando assai più particolari di quei riff dal sapore Thrash ai quali gli svedesi ci stanno abituando all'interno di questo "Doomsday Machine". Primo su tutti è l'interpretazione vocale di Angela, probabilmente filtrata e, perciò, risultante quasi "sinistra", inquietante per certi versi. La frontwoman si muove più sullo scream che sul growl, questa volta donandoci degli attimi di pura malvagità sonora, la quale viene per l'appunto aumentata ed amplificata grazie a queste trovate se non altro ricercate, particolarissime, capaci di rendere il pezzo di per sé non del tutto bypassabile. In sostanza si può anche affermare quanto segue: "Skeleton Dance", nel suo complesso, ricorda un pochino le atmosfere di "Leader of the Rats" della precedente release, allacciando con essa un sottile quanto ideale filo conduttore. Amott in sottofondo si destreggia con i suoi virtuosismi, coadiuvato dal fratello Christopher, sfoggi di tecnica i quali ci conducono verso una seconda parte a dir poco notevole: melodica e particolareggiata, soprattutto nei fraseggi sinistri e cupi. Il perché di questa scelta musicale è presto detto: la figura trattata è quella di un morto che, all'interno della sua tomba, assiste inerme allo spettacolo di devastazione della terra. Gli scheletri danzano intorno alla sua lapide, in quanto essi sono in realtà i cadaveri distrutti e smembrati dalla guerra. Il protagonista ode delle voci in lontananza che rimarcano il suo non esser più parte del mondo terreno, il suo essere ormai transitato verso una nuova dimensione. Per quel che riguarda particolarmente questo concetto, è proprio la seconda sezione quella che più esprime la malinconia generale delle liriche; mediante un fare melodico assai accentuato anche grazie al riuscito assolo che, seppur non molto virtuoso, riesce ad accattivare quanto basta. Un brano che si salva in corner, una danza macabra riuscita a metà. Gli scheletri danzano e disprezzano i vivi, decisamente in guai più seri di loro. Meglio dunque essere morti, che essere vivi? 

Hybrids of Steel

L'ottava traccia è la strumentale "Hybrids of Steel (Ibridi d'acciaio)" dalla durata di ben quasi quattro minuti. Si tratta, probabilmente, della traccia non cantata più lunga mai composta dalla band, fungente da preambolo per "Mechanic God Creation". Gli Arch Enemy dunque, visto l'importante minutaggio, decidono di cdarci dentro e di dare vita a ben più di una "semplice" intro: notiamo dunque i Nostri sbizzarrisi in un buon connubio di chitarra e batteria, premendo sull'acceleratore senza dimostrare paura o voglia di rimanere in sordina. Amott si esprime al meglio, mostrando in alcune sezioni anche un po' di gusto Hard Rock, sfoggiando la sua incredibile poliedricità. Le strutture maggiormente utilizzate sono però quelle ultra-melodiche presenti nei ritornelli dei brani non strumentali, mostranti la voglia da parte del gruppo di non snaturarsi e di mostrarsi sempre e comunque in un determinato modo, rimandante al trademark ormai consolidato. E non potrebbe essere altrimenti, visto che gli Arch Enemy anche in questo caso suonano come... gli Arch Enemy, essendo famosi nel panorama per l'utilizzo di innesti molto melodici all'interno di ritmiche più aggressive. Il pezzo dovrebbe presentare atmosfericamente gli esseri generati dalla "Doomsday Machine". Ma chi è che ha costruito questa macchina della morte? Tutto ci sarà chiarito nella successiva traccia.

Mechanic God Creation

"Mechanic God Creation (La meccanica costruzione di Dio)" si rivela dunque la chiave di volta, l'ultimo tassello del puzzle, l'elemento utile a capire in toto l'essenza delle tematiche rinchiuse all'interno di "Doomsday Machine". La potremmo quasi definire la sua titletrack, non avendone l'album una effettiva. Il brano non è molto movimentato, l'andamento del cantato di Angela Gossow è quasi singhiozzante: ella sembra sillabare ogni parola, quasi come a dar loro un'impronta meccanica, fredda, robotica. Si tratta di un brano abbastanza inespressivo nei fraseggi mentre il ritornello mostra, come di consueto, la vena melodica e più riflessiva, intimistica dei nostri svedesi. Amott continua sempre a giocare su questa dicotomia tra le tematiche apocalittiche e la dolcezza della sua chitarra, creando un connubio certo funzionale ma comunque bizzarro, per un ascoltatore colto alla sprovvista. La traccia ci rivela come in realtà gli esseri bionici siano gli umani stessi che hanno perso la loro identità poiché generati da una divinità sadica e non curante del destino dell'umanità. Per questo motivo essi sono entrati in conflitto tra di loro e hanno creato la macchina di distruzione, la loro stessa brama di sangue e potere. Gli umani furono rifiutati dal cielo poiché ancorati ad una parte terrena ben definita la quale, secondo la divinità, rappresenterebbe un surplus non necessario ed anzi fastidioso. Il brano, con i suoi sei minuti, è il più lungo della release. Nonostante questo, però, non si lascia andare in istanti spettacolari e, alla lunga, risulta alquanto prolisso. Gli umani sono obsoleti, così come, sinistra e cinica è l'atmosfera del brano, che descrive tutto il sentimento che questi esseri provano. Degna di nota, però, è la seconda sezione dai sapori leggermente doom, dai ritmi sostenuti, che presenta un degno assolo del più famoso degli Amott. Gli istanti finali ripetono il fraseggio pre-ritornello aggiungendone un secondo assolo frenetico che rappresenta una, tutto sommato, bella chiusura. Insomma, siamo noi la nostra stessa rovina. Noi, che siamo stati creati imperfetti da chi, paradossalmente, è perfetto. Un dio che ci disprezza perché non siamo alla sua altezza, nonostante siamo obbligati a seguire le sue regole ed a disprezzare tutto ciò che egli disprezzi. Prima ci slegheremo da questo gioco al massacro, prima la macchina dell'Apocalisse imploderà su se stessa; questo dovrebbe essere il nostro credo, la nostra unica vera fede.

Machtkampf

La decima traccia è "Machtkampf (Lotta per il potere)" e rappresenta uno dei brani più sottovalutati della discografia degli Arch Enemy. Già il primo istante risulta, passatemi il termine, da capogiro: si parte subito con una batteria violentissima seguita da un riff frenetico e stridente, preceduto dall'urlo della Gossow. E' un brano senza alcuni fronzoli che ci porta verso una vera e propria "lotta per il potere" (questa è la traduzione del tedesco "Machtkampf"). Si tratta di un brano molto semplice dal punto di vista strutturale, ma che nasconde un forte lato catchy, abbastanza accentuato da poterci permettere di apprezzare quanto stiamo ascoltando, facendo nascere in noi la voglia di risentirlo più e più volte. Come qualità ed estro compositivo siamo a livelli inferiori rispetto alle precedenti tracce, ma parliamo di una canzone da valorizzare all'interno di un disco ottimo e talvolta altalenante: dinnanzi ai momenti meno riusciti, la concretezza e la schiettezza di "Machtkampf" giungono come una manna dal cielo, a dimostrazione del fatto che per comporre un bel brano non serve per forza perdersi in strutture certo monolitiche ma a lungo andare strascicanti e stancanti, troppo arzigogolate magari, o pretestuose. La seconda sezione del pezzo è maggiormente affidata alla parte melodica e all'assolo mirabolante di Amott. Il tutto, però, riparte con il ritornello alzato di tonalità. La struttura classica e lineare fa da padrona "Machtkampf" poiché anche i versi rivelano proprio la medesima atmosfera: nuda e pura rabbia tramutata in vendetta. E' l'immagine degli angeli dell'Apcalisse ad aprire il brano. In un mondo dominato dalle macchine, il protagonista demanda vendetta verso coloro che "Prendono" e "Hanno preso" senza mai "ridare nulla indietro". Per questo egli decide di rompere l'eterno cerchio di dannazione e comprende che la vendetta può donargli nuova forza. Da eterna vittima che ha percorso strade senza uscita, egli si trasforma in un dominatore della propria esistenza, avendo compreso sia i suoi limiti che le proprie potenzialità. Consapevole delle sue forze, ritrovando vigore, non ha dunque paura a farsi valere in maniera più che mai decisa, sfidando le leggi dell'universo e dunque dichiarando guerra ai signori onnipotenti, alle presunte divinità che hanno costretto l'uomo a millenni e millenni di schiavitù.

Slaves of Yesterday

"Slaves of Yesterday (Gli Schiavi di Ieri)" è la traccia finale di "Doomsday Machine", una canzone dall'andamento galoppante che inizia con il ruggito della chitarra di Amott. Per parte degli istanti iniziali la Gossow rimane nel silenzio per poi emergere prepotentemente, mostrando fieramente la sua attitudine leonina. Il brano, però, non decolla, risultando alquanto insipido sia nella struttura generale sia nella scelta di riff scontati e canonici, terribilmente "in linea" con troppi meccanismi già ascoltati non solo in questo disco, ma anzi in tutta la discografia fino ad ora approfondita dell'era Gossow. Tutta la canzone si regge su un palm muting ossessivo e ripetuto, sino a che non arriva la seconda parte in cui Amott si destreggia in pregevoli innesti melodici; non abbastanza, comunque, da salvare il tutto. La batteria, d'altra parte, strumento che potrebbe donare all'insieme una notevole dinamica, viene abbastanza in sordina. Possiamo definirla come la track meno ispirata dell'album poiché davvero non aggiunge nulla a quanto ascoltato. Neanche l'assolo, per quanto cerchi di essere fuori i canoni tradizionali, risulta del tutto convincente: fin troppo lento e privo di verve, discretamente piatto. La struttura lineare non tiene conto degli oltre cinque minuti del brano, risultando prolissa e scontata. D'altra parte, dal punto di vista tematico, assistiamo all'epilogo del disco: le persone hanno perso definitivamente la loro identità, sono veri e propri schiavi che vagano alla ricerca di una meta. Sono completamente assuefatti dal passato e non riescono a staccarsene. Il tragico epilogo della distruzione perpetrata dalla "Doomsday Machine" è quello di un posto senza alcuna anima viva, dove i corpi vuoti vagano alla ricerca di un'identità che non sembra arrivare mai. Chi siamo, dove andiamo, che cosa facciamo? A quanto sembra, il rimanere tragicamente ancorati al passato ha fatto sì che niente e nessuno possa mai rispondere a determinati quesiti. Abbiamo smesso di cercare e di vivere: ridotti a pezzi di carne che camminano senza scopi lungo il nostro pianeta, non possiamo fare altro che trascinarci un po' dovunque, appartenendo al tutto ed al nulla contemporaneamente.

Conclusioni

Abbiamo assistito quindi alla lotta tra anima e corpo. Una divinità malefica che cerca di strappare l'essenza, l'anima, lo spirito agli esseri umani, accusati d'esagerata immanenza, non degni d'alcun trattamento o dimensione spirituale. Troppo "umani", poco Dei: questa è la nostra condanna. Non paghi del trattamento ricevuto da chi adoriamo, iniziamo a farci la guerra fra di noi, corrompendo ogni buon sentimento tipico del nostro esseri umani, creando la "Doomsday Machine" per terminare l'esistenza altrui, credendo di far valere la propria interiorità su quella degli altri. Ciò, però, non accade; veniamo traghettati verso un finale ancor più inquietante, nel quale veniamo sopraffatti da esseri bionici che rispecchiano quanto più possibile il disegno divino. Per questo il panorama del Mondo, l'ambientazione generale (ora come ora) è ricca di "scheletri danzanti" e anime erranti senza uno scopo ben preciso. "Doomsday Machine" è un album che continua la strada intrapresa da "Anthems of Rebellion" ma che soffre di un tremendo difetto: è completamente diviso in due, spaccato letteralmente a metà; due porzioni non del tutto combacianti e coesistenti fra di loro, per un motivo molto semplice: la prima parte ci ha donato attimi davvero di grande rilievo, mentre la seconda metà del disco sembra perdersi nel vuoto, abbandonando la verve in precedenza udita, risultando carente di incisività. Una stanchezza evidente e purtroppo sotto gli occhi di tutti, un calo di tensione abbastanza brusco, come e quanto un improvviso blackout, più tutti i disagi che un disservizio del genere può comportare. Come un sogno interrotto sul più bello, come un improvviso guaio giunto nel bel mezzo del divertimento più spensierato e scatenato. La struttura melodica tanto cara agli Arch Enemy comincia a subire i primi acciacchi, in sostanza... e nemmeno possiamo parlare di un "caso isolato", in quanto proprio questo disco coincide con l'avvento di un continuo peggioramento stilistico da parte degli svedesi. Climax discendente che li porterà, pian piano, ad essere sempre più scontati e poco originali. Il full appena ascoltato non stravolge le idee partorite da Amott ma anzi le impone con forza, con tanta veemenza da farle sembrare, talvolta, molto estenuanti e ripetitive. Siamo di fronte, però, a un disco che possiede degli ottimi punti positivi e che si colloca tra i più incisivi dell'era Gossow. Rispetto a "Anthems of Rebellion" abbiamo una minore presenza di tracce filler a discapito di una forte disomogeneità tra la prima e la seconda parte. La batteria è un tasto dolente: spesso il suo suono non risulta settato a dovere e viene perciò sopraffatto dagli altri strumenti; seppur, in realtà compia un buon lavoro. Questo, però, non viene valorizzato completamente da evidenti e cattive scelte in fatto di mixing. La Gossow, d'altra parte, è sempre stata coerente e incisiva in quasi tutte le sezioni del disco. Fermo restando che Michael Amott continua ad essere il fulcro indispensabile dal punto di vista melodico. Riguardo al basso esso non è chiaramente distinguibile, spesso si perde nel vuoto e nel marasma della restante strumentazione. Christopher Amott, invece, è completamente surclassato dal fratello, salvo alcuni riff di pregiata caratura che possono dar lustro a un nome estremamente sottovalutato del panorama metal mondiale. Le liriche sono esposte in modo cristallino seppur risultino abbastanza banali e prive di quello spessore che ci hanno sicuramente donato dischi "Stigmata" o "Black Earth". Come per gran parte delle band Melodic Death Metal svedesi, cominciamo dunque ad avvertire una certa prolissità nei temi trattati, andando troppo ad esaminare il degrado umano e la sua apocalisse. In ultima battuta, gli Arch Enemy ci hanno donato un disco sostanzialmente buono, capace di appassionare e coinvolgere. Se ci fossimo fermati alla prima parte avremmo avuto sicuramente un capolavoro ma, purtroppo, così non è stato. L'eccessivo ammorbare delle fasi finali ha contribuito a una discesa drastica del voto. Per questi motivi, "Doomsday Machine" passa agli archivi con un 7,5, in attesa che i "Nemici Giurati" possano regalarci qualcosa di ancor più incisivo. Ma, a quanto dice la storia, ciò non si ripeterà più... almeno non per ora.

1) Enter the Machine
2) Taking Back my Soul
3) Nemesis
4) My Apocalypse
5) Carry the Cross
6) I am Legend / Out for Blood
7) Skeleton Dance
8) Hybrids of Steel
9) Mechanic God Creation
10) Machtkampf
11) Slaves of Yesterday
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