ANTROPOFAGUS

M.O.R.T.E. - Methods of Resurrection Through Evisceration

2017 - Comatose Music

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
04/10/2017
TEMPO DI LETTURA:
8,5

Introduzione Recensione

Risulta estremamente gratificante, per il sottoscritto, scrivere una recensione sull'ultimo album dei nostrani Antropofagus, un gruppo che negli anni ha saputo imporsi con il suo brutal death non solo a livello nazionale, ma riuscendo a farsi apprezzare anche fuori dalla nostra penisola. Questo grazie a due full lengths davvero riusciti ("No Waste Of Flesh", del 1999 e "Architecture Of Lust", del 2012, inframezzati da un ep e uno split album), dei quali il nuovo album, M.O.R.T.E. - Metods Of Resurrection Through Evisceration (2017, edito dalla Comatose Music), il disco che analizzerò oggi, rappresenta la degna continuazione, con poche variazioni e una certa dose di maturazione stilistica in più. Ho esordito con una certa schiettezza asserendo che è sicuramente gratificante parlare di un gruppo di tale grandezza e del loro ultimo album, ma aggiungerei quanto sia al contempo "difficile", considerando appunto la portata di tale gruppo e l'attenzione data ad esso da parte dei fans e della stampa specializzata: in molti aspettavano l'uscita di questo nuovo disco, me compreso, che avrebbe determinato una possibile riconferma del fattore ispirazione dopo il precedente, riuscitissimo Architecture Of Lust, disco dato alla luce dopo uno scioglimento durato parecchi anni, ossia successivamente all'ep del 2001 ("Alive Is Good...Dead Is Better") sino al 2009: un disco che ha segnato non solo il cambio di etichetta dalla Beyond Production alla Comatose Music, ma ha visto una piccola rivoluzione interna alla line up con l'avvicendamento del vocalist Argento (ex Spite Extreme Wing), del bassista Void e del batterista Rigel con il vocalist Ty (rimpiazzato recentemente da Paolo Chiti), il bassista Jacopo Rossi e il batterista Davide "Brutal Dave" Billia. Unico elemento stabile rimane il chitarrista Meatgrinder, al secolo Francesco Montesanti, vero deus ex machina di tutto il progetto, pilastro fermo in tutti i vari avvicendamenti insiti in seno alla band. E nell'effettivo, si chiederanno in molti, questa "riconferma" c'è stata? Insomma, i nostri, dopo aver sfornato due dischi di caratura eccellente in cui era evidente una graduale crescita, sono riusciti a proseguire per la giusta strada confezionando un disco degno della loro nomea? Assolutamente sì. Il disco in questione è, senza mezzi termini, davvero ottimo, e nonostante conservi in calce il loro trademark, riesce ad evolvere addirittura un suono che già con il precedente disco non suonava assolutamente acerbo o da migliorare. Mentre il primo si fondava su di una brutalità priva di compromessi, e il secondo si dotava di un vago olezzo più moderno" con una ulteriore estremizzazione della proposta, in questo terzo parto discografico - pur in un contesto brutal death - si evincono evidenti richiami al death più canonico, in primis ai maestri Morbid Angel, i quali emergono a più riprese in strutture più "calcolate", nelle quali si evidenzia più un senso di magnificenza abissale che di devastazione fine a se stessa. Inutile sottolineare, date queste parole, che a parere del sottoscritto questo terzo disco sia al momento una totale coronazione di tutti i loro sforzi: un'opera che riesce a fondere il più "becero" brutal death ad elementi di matrice più classica, dimostrando come si possa creare un parto terremotante e feroce pur senza tenere ad oltranza il piede sull'acceleratore. A onor del vero ci sarebbe poco da stupirsi, considerando, in primo luogo, che i nostri hanno sempre dimostrato di saper maneggiare con stupefacente maestria un genere in cui molti altri "arrancano" (e si parla poi di un genere al giorno d'oggi forse un pizzico inflazionato, nel quale si cimentano tra l'altro miriadi di gruppetti che producono al massimo dischetti discreti), e in secondo luogo che la "fucina genovese" ha sempre, o quasi, riservato elementi ottimi o addirittura sorprendenti (oltre ai nostri e ai maestri Sadist e Necrodeath mi viene da citare gli altrettanto grandi Abysmal Grief, i Barbekütioner, gli Absolute, gli Acrophobia, gli Ad Metalla, i Before The Dawn...). Da menzionare anche l'ottima cover art usata per il disco, raffigurante una figura dalle fattezze tripartite: sorta di anacronistico Ermete Trismegisto immortalato nell'atto di alzare le braccia, quasi fuso con una stella che con neanche troppa fantasia rimanda immediatamente a tematiche occultiste. Tre occhi sono posti attorno alla figura (due nascondono le mani e uno è posto appena sotto la barba), e un uroboro si cinge a circondare il tutto. Una bella copertina, che già funge da ottimo biglietto da visita per un disco che non mancherà di appassionare. Tra l'altro, sempre a proposito del disco, è d'obbligo menzionare che è stato presentato in parte (insieme a pezzi tratti dagli altri due dischi) alla terza edizione del Breaking Sound Metal Fest, il 17 Agosto 2017, concerto che ha visto i nostri dividere il palco con altre glorie del metal come i leggendari Sinister, i The Ossuary, gli Essenza, i Septem. Detto questo, è necessario fornire ai lettori uno spaccato biografico sui nostri, "introduttivo" per chi si avvicinasse ora alla band e di "riepilogo" per gli altri. "Gli Antropofagus nascono nel 1998 da un'idea del chitarrista Francesco (Meatgrinder). La band inizia immediatamente a scrivere brutal death metal complesso e tritaossa, ricevendo un mucchio di proposte da etichette underground. Nel 1999 la band mostra una buona maturazione musicale, e il primo CD demo raggiunge un ottimo successo: due canzoni prese da esso sono state incluse su Neuralcollapse, una compilation brutal con alcune band underground tipo Deeds of Flesh e Sepsism. Gli Antropofagus firmano un accordo con l'etichetta italiana Beyond Productions - oggi conosciuta come Masterpiece Distribution - e nel dicembre 1999 la band pubblica il suo primo full length, No Waste of Flesh, fortemente ispirato dai maestri americani della brutalità come Suffucation, Cannibal Corpse e Deeds of Flesh.Alcuni problemi e incomprensioni personali tra i membri del gruppo hanno influenzato la line up della band: nel 2002 Argento e Void pubblicarono il mini-CD Alive is Good? Dead is Better - provando  a realizzare qualcosa di più estremo, in particolare nel drumming e nelle vocals; ma ci fu qualche problema nell'organizzazione della band: la line up  era incompleta, Argento iniziò la sua attività con Spite Extreme Wing, così il monicker di Antropofagus cominciò a stagnare in una sorta di limbo per diverso tempo. Nel 2010 gli Antropofagus fecero ritorno: Meatgrinder (tradotto: Tritacarne) decise di contattare Argento per diffondere di nuovo un po' di sana brutalità. Mike (bassista) e Max (percussioni) si unirono ben presto alla band e, nell'ottobre 2009, il gruppo iniziò ufficialmente a scrivere nuovo materiale. Sfortunatamente, Argento decise tristemente di lasciare la band a causa di ragioni personali: così, al momento, il chitarrista Meatgrinder è l'unico membro fondatore degli Antropofagus; dopo alcune ricerche, la nuova line up è completata dal nuovo singer, Tya. Nel 2010 la band firma un accordo discografico con l'etichetta americana Comatose Music. Nel 2011, per soddisfare le aspettative del nuovo album, fu rilasciato il CD Split Torso Trauma con Putridity, Mass Infaction, Prion e Infected Flesh. Finalmente, gli Antropofagus trovano una perfetta line up con Jacopo (Nerve) e Davide Brutal Dave Billia, anche batterista dei Septycal Gorge e dei Putridity. Il 17 aprile 2012 gli Antropofagus rilasciano il nuovo full length: Architecture of Lust, un orribile trip mentale ispirato dai lavori di Clive Barker e Benjamin Christensen. È un notevole album technical brutal death metal, ed ha ricevuto ottime recensioni in tutto il mondo (Terrorizer, Metal Hammer, Legacy, Rock Hard Magazine e altri). Architecture of Lust vende 1000 copie in soli quattro mesi dopo la pubblicazione, la band suona inoltre con Behemoth, Marduk, Immolation, Carcass, Deicide, In Flames, Belphegor, Testament, Antrax, Pestilence, Gojira, Obscura e molti altri. Il 2012 finì con l'ingresso di Architecture of Lust nella Sick Drummer Magazine, nella top 15 dei Drumming Albums. Il 2013 inizia con nuovi concerti-spalla per rinnovare la band nel mondo, un tour in Russia e la partecipazione al Brutal Assault (Repubblica Ceca). In ottobre gli Antropofagus si vedono ingaggiati in un mini-tour in Belgio. Il 2014 inizia con nuovi concerti-spalla al SWR Barroselas Metalfest (Portogallo), e il Neurotic Deathfest (Olanda) e a maggio 2017 esce il nuovo album, chiamato M.O.R.T.E., per la Comatose Records.". Detto questo, e non avendo ancora molto da aggiungere (tranne pochi appunti alla fine di questa recensione) direi di passare alla track-by-track del disco.

Whirlwind of Initiation

Si inizia con Whirlwind of Initiation (Mulinello dell'Iniziazione), prima traccia introduttiva tutta basata sulla ricerca di atmosfere, inquietanti e ancestrali, perfette come "biglietto da visita" per quanto sta per accadere. Si inizia in fade, e dopo pochissimi secondi siamo già trasportati in un intarsio strumentale decisamente evocativo (con tanto di crepitii in sottofondo) che ci trasporta verso visioni arcane, misteriose. L'atmosfera è sempre e comunque brumosa, e sembra quasi di essere fagocitati dalle nebbie di mondi perduti e desolati, senza bagliori luminosi a indicarci la via. Si finisce trascinati in un gorgo ipnotico e narcotizzante, che pur non lasciando presagire molto di quanto deve ancora avvenire, ci inghiotte e ci paralizza, portandoci dopo un minuto e mezzo alla belluina violenza della track successiva.

Spawn Of Chaos

La seconda traccia, Spawn Of Chaos (Nascita del Caos), è, esattamente come accennato in precedenza, una traccia ferale, violenta, la quale ci distacca in maniera totale dal gorgo tossico della prima parentesi introduttiva per darci in pasto alla più becera violenza tritaossa. L'inizio è tutto incentrato sui blast beat soffocanti di Brutal Dave, che pesta come se non ci fosse un domani. La batteria in breve lascia spazio a pochi, essenziali accenni di "melodia", dove con questo termine si intendono pochi, concisi intarsi di chitarra. Certo è solo un attimo, dato che in breve Brutal Dave torna protagonista con un'altra gragnola terremotante di colpi, presto raggiunti dal vocione ultra-tombale di Tya, che dopo un mugugno bestiale inizia a "declamare" in tutta la sua ferocia la parte testuale. L'argomento è tutto incentrato su visioni infernali in cui si erge a protagonista una figura infera, abbietta, o comunque ancestrale: si può trattare tranquillamente del re degli Inferi come di Leviathan, Astaroth, Baal-Zebub o di qualche sommo esponente della "cacarchia" infernale (il termine gerarchia nel mondo degli inferi è sovente espresso con questi termini), oppure di dei ancestrali come Apsu o Tiamat, o ancora di qualche elemento del pantheon Lovecraftiano, o dei Grandi Antichi (Cxaxukluth, Dagon) o degli Dei Esterni (Azathoth, Shub Niggurat), anche se la parentesi in cui viene declamato "Ingannano loro stessi circondati da fiamme" ci porta a far pensare che proprio del Diavolo in persona si stia parlando. L'intero brano si regge sull'evocazione di immagini di dannati che roteano, vorticano, mulinano attorno al Signore del Male, mentre questi si esprime con asserzioni laconiche quali "Io Trasformo - Io Comando - Io sono uno Stregone - Io Distruggo - Io Creo - Io sono l'Arcano", e la frase "io sono uno stregone" potrebbe indicarci che la forma del Signore delle Tenebre sia incarnata in un essere immanente (ma è solo un'ipotesi). Il secondo atto del brano risulta invece incentrato sull'invocazione del Demonio da parte delle anime dannate ("Proseguiamo il nostro viaggio tormentato nell'oscurità / Il nostro destino è confinato in un sogno infinito.../...e il tempo ci divora! / Nascita del Chaos / Noi Ti Evochiamo! / Nascita del Chaos"). Tornando al lato musicale, conseguentemente all'ingresso della voce i ritmi sembrano non fare una piega, con una batteria a mitraglia pronta sempre a dettare i tempi - estremamente veloci - gemellata da un riffing ferale e atonale ad adornare tale mattatoio sonico. Il pezzo prosegue sparato, scortato da parti di batteria quantomeno variegate che dimostrano quanto il lavoro al drum kit non sia un "semplice picchiare alla cieca": la velocità, sfruttata largamente, risulta comunque calcolata, e l'uso dei blast beat risulta sempre e comunque perfettamente contestualizzato. Vi sono accenni di "melodia" qua e là, dove non volendo fraintendere il termine melodia (niente melo-death, tranquilli) lo si può usare per parti sapientemente gestite in cui risulta riconoscibile un "motivo di fondo". E in questo senso il qui presente disco riesce, evolvendo il sound dei nostri, a proporre un sound meno asfissiante che in passato.

Chants for Abyzou

si continua con la terza traccia, Chants for Abyzou (Canti per Abyzou), brano che come accennato nel titolo fa riferimento alla figura mitologica di Abyzou: tale personaggio, presente nella mitologia del vicino oriente, sarebbe un demone femminile che, nel Testamento di Salomone, viene descritto come una donna dai capelli serpentiformi e il volto verdastro. Nei miti ebraici rimanderebbe al dybbuq o dibbuk (uno spirito maligno o un'anima in grado di possedere gli esseri viventi). In questo caso si parla di una sorta di spettro a cui è precluso l'ingresso nel mondo dei morti, (lo Sheol) di una donna etichettata come "ladra di bambini" spinta dall'invidia per le donne che partorivano, essendo lei sterile. E in effetti, ascoltando i primi passi del brano (o leggendo il testo) ogni parola pronunciata ha a che fare con quanto ruota attorno a questa malefica figura ("Nel nome del bambino non-nato / Nel nome di una progenie negata / Nel nome dei miei dodici nomi... / Io posso creare invidia tra gli uomini / Io mi approprio di ciò che non sarà mai per me / Nell'universo infinito... / Procreare non ha fine..."). Quindi, quanto viene offerto è null'altro che uno spaccato su questa abominevole figura, che sentenzia parole infere nei confronti degli ignari umani. Incidentalmente viene citata anche la figura di Absu, chiamata anche Apsû, quando Abyzou viene definita "la sua bestia (di Absu) incatenata a questo fato". Nella mitologia Mesopotamica, Absu (la cui etimologia, in sumero, starebbe ad indicare "uno che esiste fin dal principio", mentre in sanscrito il nome significa "nelle acque") è "la personificazione delle acque sotterranee primordiali, contenute nell'Abisso, nelle religioni della Mesopotamia. Apsû è sposo di Tiamat e progenitore degli dei. Tutte le fonti di acqua dolce (sorgenti, fiumi, laghi e pozzi) erano ritenute provenire da un unico oceano abissale sotterraneo, di cui Apsû era la figura divina, dio dell'oceano sotterraneo o delle acque sotterranee. Altro non si conosce, di lui. In seguito, il mondo viene dominato dal dio Enki/Ea" (da wikipedia). Quindi, come già accennato, il testo fornirebbe digressioni di Abyzou riguardo alle sue visioni nefande, ricordando la maledizione a cui essa è incatenata ("schiava di azioni e conseguenze / degli odiati / Nel nome della mia maledizione / Nel nome dell'oscurità / Nel nome dei miei putridi uteri / un sacrificio avverrà ogni notte") e non mancando di accennare al suo aspetto raccapricciante (i serpenti a posto dei capelli, come da tradizione, vengono citati nel passo che recita "I miei serpenti osserveranno / La sofferenza dei mortali"). A livello musicale non ci si distacca poi molto da quanto proposto dalla prima track: ritmi estremamente aggressivi sospinti da una batteria implacabile e strutturati su dei riff monolitici e spesso "atonali". Nel complessivo comunque il brano, rispetto al suo predecessore, risulta meno ancorato a schemi in cui è la velocità a farla da padrona: a dimostrazione di ciò basta sentire la parentesi monolitica verso i due minuti e venti in cui, a una batteria comunque veloce, vengono addizionati ritmi più "calcolati", e ancora venti secondi dopo, quando su dei ritmi ancora estremamente granitici vengono piazzati stranianti ceselli di chitarra. Un notevole inframezzo, questo, che caratterizza a dovere un brano che, come accennato, non ha bisogno di lanciarsi in corse sfrenate per assalire l'ascoltatore, preferendo sovente parti più dure e marziali. Lo spettro dei Morbid Angel e dei Nile aleggia ma solo come "vago alone", mantenendo inalterata la personalità dei nostri.

Praise To A Hecatomb

Il proseguo è affidato alla quarta track, Praise To A Hecatomb (Ode a un'Ecatombe), brano incentrato tematicamente su una morte per malattia che stermina l'umanità e purifica il pianeta. Abbiamo, come in precedenza (nello specifico nella prima traccia, in cui agli epiteti del Signore degli Abissi fanno eco le invocazioni dei dannati) una suddivisione delle strofe attraverso dei "personaggi", da una voce narrante in terza persona, alle impressioni di uno dei pochi sopravvissuti in attesa anch'egli della morte, fino ad accenni delle stesse entità divine che hanno voluto l'Apocalisse. Le ultime strofe sono un pizzico più criptiche, ma si evince una sorta di piacere nel fatto che la morte assoluta annulli le ingiustizie della società dell'uomo. Quanto appena asserito è possibile ritrovarlo in frasi come "Lo sterminio troverà posto attraverso il vento / Le fruste si spezzano come segno di purificazione" quindi la morte non è fine a se stessa ma si collega al concetto stesso di catarsi. Comunque, in generale, un testo non troppo articolato e dalla tematica chiara, la quale come già detto tratta la fine dell'umanità attraverso l'avvento pandemico della "Morte Nera". Riguardo quest'ultima, come molti sapranno è uno dei nomi dati all'epidemia di peste che imperversò in tutta Europa tra il 1347 e il 1352, uccidendo almeno un terzo della popolazione del continente, e che qui viene ripresa in veste apocalittica come elemento determinante per la fine della vita sulla terra. Per quanto riguarda il lato musicale, il pezzo è tra i più "fruibili" tra quelli ascoltati sino a questo momento, un brano in cui notiamo come la velocità della batteria viene addizionata a riff facilmente memorizzabili. Un fragoroso main riffing, presente sin dai primissimi secondi e reiterato più volte nell'arco del brano, funge da elemento guida e "portante", capace di rendere il brano pienamente comprensibile già dal primo ascolto. Ancora una volta echi dei Morbid Angel e dei Nile sembrano aleggiare, ma in maniera talmente diluita all'interno del loro trademark che risultano sì e no quasi un alone di fondo. Tant'è che spadroneggiano ancora una volta strutture tipiche del brutal più canonico, con ceselli di chitarra e riff atonali addizionati a una batteria in corsa, ma l'alternanza con parti decisamente più "fruibili" rende il brano un must assoluto. A rendere tutto ancor più appetitoso ci pensa un gradevolissimo solo guitar piazzato appena dopo i due minuti e dieci, che, scivolando lascivo nella serratissima architettura orchestrata dalla batteria, rende il piatto ancora più gustoso nella sua morbosità.

Methods of Resurrection Through Evisceration

Continuiamo con il quinto brano, ossia la title-track: Methods of Resurrection Through Evisceration (Metodi di Resurrezione Attraverso l'Eviscerazione), una canzone che a livello testuale, mantenendosi su uno schema già rodato, piuttosto che seguire schemi narrativi si limita a palesare un impasto di visioni esoteriche, orripilanti, immaginifiche. E così, come ad esempio il primo brano celebrava l'avvento del signore del male, qui l'intero testo è incentrato sul resoconto, fatto di immagini e poche laconiche declamazioni, del compimento di un rito occulto. Per alcuni versi sembra che ci sia una sorta di gemellaggio con la raffigurazione nella cover art, che illustrerebbe praticamente il rito occulto di cui sopra nel suo svolgimento: come in copertina è presente l'uroboro, il serpente che si morde la coda (chiamato anche Oroborus, Uroboros e Oroboro, serpente apparentemente immobile ma in realtà in costante movimento, rappresenta il potere che divora e rigenera se stesso, l'energia universale che si consuma e si rinnova di continuo, la natura ciclica delle cose, che ricominciano dall'inizio dopo aver raggiunto la propria fine. Simboleggia quindi l'unità e l'androgino primordiale, la totalità del tutto, l'infinito, l'eternità, il tempo ciclico, l'eterno ritorno, l'immortalità e la perfezione), e la citazione dell'eviscerazione, presente nel testo come nel titolo, anche nella cover art sembra baluginare in maniera metaforica, con lo stomaco del negromante che si apre a mostrare una bocca munita di occhio al suo interno. Quindi, quanto abbiamo è un testo diviso ancora una volta in piccoli paragrafi, con una prima parte introduttiva - non inclusa nella ripartizione in "atti" - in cui si dà inizio al festino, con il "male puro che invade la stanza" e la manipolazione del corpo (eviscerazione precedente alla resurrezione) sembra stia per avere inizio; una prima parte in cui tutto sembra pronto per il rituale arcano, con una prima citazione dell'uroboro chiamato semplicemente "serpente della tentazione [che] sta per divorare la sua stessa coda"; una terza parte molto breve in cui viene citato esplicitamente il termine uroboro; una quarta parte fatta di declamazioni sul rituale in atto, una ripetizione di quanto già sentito nelle prime parti del primo atto. A livello musicale il brano è dotato di una certa orecchiabilità, sintomatica di un eventuale nuovo corso preso dai nostri: come già ripetuto in precedenza questo non vuol dire vasti inserimenti di melodia nel loro brutal (nessuna contaminazione con il melodeath, state tranquilli), ma solo, in certi punti un approccio più classico, inteso come l'inserimento di un vago flavour classic death in strutture che comunque sono e rimangono palesemente ancorate al brutal. Dunque anche qui è possibile scorgere qualcosa dei Morbid Angel, magari periodo Tucker. Più in generale, e non classicamente death, magari è possibile trovare in queste sonorità anche qualcosa dei Vital Remains, ma questo può essere null'altro che un mio parere. L'introduzione è abbastanza esplicativa, in questo senso: batteria sempre e comunque parossistica, stile tritacarne, adagiata su un riffing monolitico che evita approcci chitarristici schizofrenici per creare scenari cupi e ridondanti. Un riffing già immediatamente memorizzabile, semplice ma particolarmente evocativo. Altrove la formula rimane praticamente la stessa: dal quarantesimo secondo abbiamo un riffing ancora una volta molto fruibile, che fa da contraltare a una batteria forsennata e lacerante. Stessa cosa anche dal minuto in poi, quando il medesimo rifferama diviene più articolato non perdendo un oncia della sua fruibilità. Un brano violentissimo, mostruoso, ma nel complesso dannatamente catchy.

Omnipotent Annihilation

Il sesto brano, Omnipotent Annihilation (Annientamento Onnipotente), si struttura su un apparato testuale decisamente molto interessante, e dal carattere sicuramente intimista. Protagonista del pezzo è un uomo che, intrappolato tra le pareti della sua mente, a un certo punto si toglie la vita con una lama. Potrebbe sembrare la parabola di un uomo depresso, se non conoscessimo certi antefatti proposti dai pezzi precedenti. Il tutto sarebbe parte dei quel rito oscuro già prima accennato (nello specifico all'interno del brano appena antecedente), con un uomo pronto ad auto-immolarsi per volere delle forze maligne, pronto a versare il suo sangue usando la fredda lama di un pugnale per evocare i signori delle Tenebre. Ancora una volta abbiamo una suddivisione in paragrafi, con il primo atto - senza nomenclatura -  che mostra gli antefatti di quanto sta per avvenire, e il secondo, specificatamente titolato come "invocation II", in cui l'atto di auto-annichilimento è già stato compiuto, e le forze oscure sono pronte alla loro ascesa. La prima parte non mostra, nello specifico, il suicidio che deve ancora compiersi, ma ne fotografa l'atto, come testimoniano frasi tipo "Spingere pugnali mostrando il patto della redenzione/ L'esplosione del mio essere è segnata da una lama, specchio della mia anima! / Lo scheletro corre attraverso la mia carne e sorge da ogni buco!" dunque, al suicidio rituale, corrisponde per il protagonista il ritrovamento del vero sé coincidente con l'ascesa dei demoni; e il suo vero io, oscuro e infero, può essere raggiunto solo tramite una discesa della sua anima nel profondo degli abissi ("Loro stanno per portare la mia anima/ Verso il più profondo dei cunicoli/ Io sanguino per il volere dell'Infame Trinità"); la seconda parte, oltre ad una ripetizione di certe declamazioni del protagonista presenti nella prima parte, definisce il tracciato della nuova via infernale imposto dal regno delle tenebre, tracciato di sangue che il protagonista è pronto a percorrere ("Un fiume di sangue traccia il sentiero del mio viaggio/ Sono il mio stesso ingannatore/ Io, macellaio del mio stesso cadavere."). Musicalmente parlando il brano è senza mezzi termini un fiume in piena: il pezzo, dall'andamento estremamente irruento, parte già benissimo su ritmi deflagranti e bellicosi, ove la batteria si erge ancora una volta a protagonista trascinando il tutto su velocità al limite del parossismo. Il riffing è spesso minimale e votato al caos più totale, ma nonostante questo mantiene una marziale compostezza, come a voler inquadrare il caos entro limiti ben precisi. Questo ha momenti di precisa definizione: attimi rubati all'onnipresente protagonismo della batteria, in cui sembra emergere, pur nella sua irruenza minimale, definendosi in schemi più fruibili all'orecchio dell'ascoltatore. Il frangente dal trentesimo secondo in su, ne è una prova. Semplice nell'andamento, ma capace di destabilizzare come un terremoto. E ancora intorno al minuto e trenta, in cui si impone un riff minimal di gran potenza, inizialmente annunciato da pochi rintocchi di batteria, quindi scortato da quest'ultima in un eccesso di frenetico vigore. Frangente questo che confluisce in un solo di notevole bellezza capace di portare ulteriore respiro ad un brano che partendo dalle basi di un incompromissorio brutal, regala in realtà parti abbastanza fruibili e poco "estenuanti" anche all'orecchio del fruitore meno abituato.

The Abyss (chapter one)

Il settimo brano The Abyss (chapter one) - "L'Abisso (Capitolo Uno)", porta in dote un testo fra i più brevi tra quelli ascoltati sino ad ora. Un testo sicuramente conciso, ma molto immaginifico nella sua "poetica astratta"; fondamentalmente un pezzo abbastanza introspettivo, che si dipana in visioni da incubo alternate alle fantasie di un protagonista non meglio specificato. Un personaggio di cui non viene rivelato nulla, ma che potremmo identificare nello stesso "character" del pezzo immediatamente antecedente. Viene infatti sottolineato come questi stia morendo (il protagonista del brano precedente, come abbiamo visto, si auto-immola per ritrovare il suo lato infero) "annegato" da copiose quantità di sangue (questa volontà di sottolineare immani quantità di sangue è presente anche in Omnipotent Annihilation: se in questo brano leggiamo/udiamo "Mentre una piscina di sangue annega le mie speranze...", analogie le possiamo ritrovare nel brano appena specificato, e più esattamente nel verso che recita "Un fiume di sangue traccia il sentiero del mio viaggio"). Altra possibile interpretazione, se si vuole accantonare il sottile fil rouge con il brano precedente, viene fuori utilizzando un personaggio differente, il quale sembra provare una certa dose di sconforto nell'osservare un'umanità prigioniera di se stessa, una condizione senza speranza cui la morte è l'unica forma di redenzione. Al termine dell'incubo che sarebbe la vita, il protagonista del brano si trova dinanzi al "void", tradotto "vuoto", un termine che indica il nulla più assoluto inteso come morte priva di qualsiasi aldilà. Se la morte è percepita come "redenzione", il personaggio è sicuramente diverso dal precedente, per cui la morte sarebbe in realtà purificazione, catarsi, e soprattutto ricongiungimento con le vie del male. Il finale potrebbe comunque adagiarsi perfettamente sia al protagonista del precedente brano, sia a un elemento differente: alla fine della vita, l'unica cosa di cui ci si rende conto è che in realtà a regnare è il nulla assoluto. Arrivando alla parte prettamente musicale possiamo notare come l'influenza dei Morbid Angel periodo Tucker stavolta sembra essere più palese. Il brano, al contrario di alcuni suoi predecessori, non eccede mai troppo in velocità, e agli iper-cinetismi preferisce una struttura più solida e granitica. Un brano che viaggia sui binari del mid-tempo, dotato di riffing cupi e abissali, e una batteria che comunque si mantiene parecchio dinamica. Il brano, molto omogeneo nell'andamento, risulta sovente arricchito da brillanti solo guitars piazzati ad arte per infarcire il tutto di un ulteriore tocco di carattere evocativo. Da menzionare infine la voce, che come sempre si carica di velleità animalesche: un growling bassissimo e cavernoso perfetto per tali morbose architetture sonore. 

Quintessence Of Suffering

L'ottava traccia, Quintessence Of Suffering (Quintessenza della Sofferenza), ci propone, tematicamente, un personaggio non dissimile - ma forse si tratta dello stesso -  da quello (o quelli) in cui ci siamo imbattuti nei due brani precedenti. Se si reputa che il protagonista di "The Abyss (chapter one) possa essere il medesimo di "Omnipotent Annihilation" e di questa "Quintessence Of Suffering", allora potrebbe essere evidente che ci troviamo di fronte ad una trafila di brani specificatamente "a tema" (certo il disco in se, pur non essendo un concept, si mantiene su una scelta ben inquadrata e definita di temi, quali l'evocazione, il sacrificio, il ricongiungimento con le forze del male), in cui, argomento portante risulta essere la percezione del male di un determinato soggetto in fase morente (a seguito di un suicidio sacrificale), il quale sente e vede le forze delle tenebre farsi strada. Metaforicamente viene usato il termine tortura nei primi passi del brano ("Proprio dopo la notte la tortura continua senza sosta a violentare la mia pelle/ Incatenata da un puro senso del sadismo") ma non è una tortura fisica perpetrata da qualcuno a "suo danno", ma un excursus nel più puro senso di dolore a cui il protagonista è soggetto conseguentemente alla sua scelta di auto-immolarsi. Una scelta di morte per abbracciare il reame dei non morti e l'immortalità spirituale che ricorda a grandi linee i malcapitati che su Hellraiser pensano di abbracciare l'estremo piacere nel dolore tramite la Scatola di Le Marchand. Riguardo alla Scatola, conosciuta come Cubo Di Le Marchand, Configurazione del Lamento e Scatola del Dolore, si tratta di una creazione del celebre scrittore inglese Clive Barker, presente nel romanzo Schiavi Dell'Inferno e nella serie Hellraiser. L'oggetto in questione sarebbe null'altro che un infernale rompicapo (in originale chiamato semplicemente the Box) che nasconde un rebus, risolvibile solo da chi ha un forte desiderio di conoscere i segreti che essa cela. Una volta risolto il rebus, la scatola si apre e spalanca le porte di una dimensione parallela, dominata da un'Entità misteriosa, chiamata Leviathan, e abitata dai Cenobiti, una stretta cerchia di esseri, chiamati anche Supplizianti o demoni, un tempo comuni mortali, che per appagare i loro grandi istinti masochisti sono divenuti servi di Leviathan, ottenendo una potenziale immortalità ed un corpo martoriato e mutilato, a testimonianza del loro amore per la sofferenza" (da Wikipedia). A grandi linee, il concetto di immolarsi e soffrire per raggiungere dimensioni infere avrebbe punti in comune con tali visioni Barkeriane, anche se, aldilà di tale considerazione soggettiva, il sacrificio connesso con il "demoniaco" è storia ben più antica (Barker in questo senso ha semplicemente donato al tutto un surplus sadomasochista). Per il resto possiamo aggiungere che il protagonista, nella sua fase di declino fisico (oltre alla mole di ferite da taglio auto-infertesi vi sono passaggi che richiamano specificatamente il tema del titolo: "Immerso nelle mie interiora/ Continuo il mio cammino con un crudele senso di abisso" [...] "Nessuno potrà mai descrivere questa discesa negli intestini... " e ancora "Lo stomaco purificato rigetta un Hellspawn") riesce finalmente a trovare quegli spiragli di tenebre da lui agognati allo spasmo. Nell'auto eviscerazione "lui" arriva alla "resurrezione" spirituale. Riguardo al lato "musicale" il brano, rispetto al suo diretto predecessore, recupera una notevole dose velocità catapultandoci nuovamente in scenari frenetici e dissennati. Grazie comunque all'uso di riff efficaci e reiterati il brano si stampa facilmente nella corteccia cerebrale dell'ascoltatore, risultando invero molto diretto e privo di grandi "vezzi" e disarmanti voli pindarici. Unica divagazione, considerabile più giustamente come un sapiente inserimento, è un ottimo solo guitar piazzato ad arte verso i due minuti.

Deception Of The Blood

Il nono brano, Deception Of The Blood (Inganno del Sangue), si distacca parzialmente dalle tematiche tra loro dissimili degli ultimi tre brani, mantenendo comunque costante l'ossessione per il sangue, che in maniera dicotomica "indica la via" ed è al contempo fonte di inganno (il sangue del "Salvatore"). Ma andiamo per ordine. Il pezzo sarebbe una sorta di invettiva anti religiosa, nello specifico anticristiana, con un accenno alle miserie e le ignominie della religione di cui sopra ("Inutili profezie sono state annunciate ai nostri tempi/ 2000 anni di torture a tutta l'umanità...") unite ad un rigetto dei seguaci del Cristo ("Bevi, bevi il sangue del salvatore/ Che scende nel tuo stomaco e divora le tue ossa. Troni di sacrificio sono fradici di paura, e maiali in nero porranno in alto i calici"). Il sacrificio rimane un altro dei punti fermi delle liriche, solo che trasportato in ambito cristiano diviene inutile e fonte di menzogne ("Frammenti di carne definiscono un ordine d'indottrinamento/ Dietro la trinità che conduce al sacrificio"). Quindi di base abbiamo una contrapposizione tra certe false dottrine (a parere della band) come quella cristiana, e il concetto del raggiungimento del vero "sé", distante oltremodo da certe tipologie di pensiero artefatte e precostituite, fondate su menzogne e magniloquenti figure salvifiche. Il sangue può essere la via, ma solo lontano da certi modi di credere stereotipati, totalmente antitetici al raggiungimento del proprio io. Sangue e sacrificio qui (come in altri brani: del resto il concetto è la "resurrezione tramite eviscerazione", dunque il raggiungimento del vero io attraverso il versamento del sangue) sembrano viaggiare sugli stessi binari, dato che il sangue è il "mezzo" per magnificare e dare piena definizione a un credo, ma inutile e controproducente se frutto di mendacia. Sul piano prettamente musicale il brano risulta essere un altro distillato di pura violenza, con la peculiarità, come molti brani di questo "nuovo corso", di essere al contempo particolarmente fruibile. Il pezzo, introdotto da una una voce declamante leggermente effettata, ci porta in breve ad una struttura particolarmente irruenta forgiata sui velocissimi colpi alla batteria inferti da Brutal Dave e da un riffing incisivo ma semplice, reiterato quel tanto da stamparsi nella mente dell'ascoltatore. La voce come sempre interviene ad aggiungere un tocco di incompromissoria brutalità in più, adagiandosi come un cumulo di cadaveri in quello che sembra prendere le fattezze di un mattatoio sonico. Brevi ma incisivi cambi di tempo (con la batteria in costante corsa e l'uso di riffing leggermente più cupi) conducono a dei frangenti come quello udibile dal minuto e venti, dotato di un fortissimo appeal, merito di un rifferama quasi doomy unito alla solita furia devastante del drum kit.

Living in Fear

Alla decima traccia, infine, troviamo l'ottima cover del brano Living in Fear (Vivere nella Paura), dei Malevolent Creation. Tale omaggio potrebbe essere dettato da alcune consonanze a livello tematico tra quelli che sono certi concetti espressi dalla band, e quanto il brano in questione vuol significare. Ad esempio l'incontro con forze oscure, le quali sia in questo brano, sia in molto brani degli Antropofagus, si manifestano conseguentemente alla morte del protagonista (e sia i suddetti brani, sia la già citata Living In A Fear potrebbero rimandare al celebre film di Lyne, "Jacob's Ladder", in cui allo stesso modo forze oscure e infere si manifestano al protagonista in seguito alla sua morte. Qui l'accezione di tali forze è totalmente negativa, più o meno come nel brano dei Malevolent Creation, mentre nei brani dei nostri assumono un ruolo maggiormente "salvifico" e illuminante) risultando più come "ombre malefiche" di natura indefinita che demoni veri e propri. Aldilà di tutto il pezzo in questione rappresenta uno spaccato sul "viaggio" di un protagonista emblematico e fittizio oltre le barriere della vita, barriere che non permettono vie di ritorno, e aldilà delle quali c'è solo il nero, l'oscurità, elementi e "visioni" che nascono e manifestano il proprio non-essere in una zona di perenne bruma. A livello musicale non siamo eccessivamente distanti dal brano originale, con l'interpretazione di Tya che ricalca quasi fedelmente quella di Jason Blachowicz e il brano in toto che, a prescindere da una produzione migliore e più piena e avvolgente, sembra non volersi avventurare eccessivamente lontano da quanto realizzato da questi autentici guru del death metal. Il brano "rivisitato" (anzi, meglio dire riproposto) non è parte della scaletta di uno dei loro capolavori assoluti, per quanto Eternal (il disco di provenienza) sia indiscutibilmente un classico, ma la scelta convince ugualmente, dato che il brano in questione è una perla del genere, e la modalità dei nostri di omaggiare i loro mentori risulta molto efficace e assolutamente adiacente a quanto concepito dai Maestri.

Conclusioni

In conclusione, penso si sia ampiamente capito, il disco è veramente bello, ben fatto, efficace. Lodevole la scelta, da parte dei nostri, di recuperare un certo mood proprio del death più classico incorporandolo nelle loro ferali partiture scolpite nel brutal più sanguigno (e sanguinolento), fattore che non snatura di una virgola la loro attitudine più ferale, ma anzi dona maggiore respiro ai vari brani, i quali risultano sicuramente più fruibili e immediatamente intellegibili di quanto fatto in passato. I due dischi concepiti precedentemente a questo colosso sono sicuramente due masterpiece, e non serve certo ricordarlo, dato che sono già stati ampiamente lodati dalla critica specializzata italiana ed estera, ma qui si aggiunge indubbiamente qualcosa al loro rodato modus operandi. Alla mera distruzione viene donata un'anima, nera come gli abissi, ma fondamentale per determinare il "carattere" dei vari pezzi, i quali, conservando il potere impattante di un asteroide, non fanno nulla per risultare "ostici", e anzi, risultano quasi sempre molto diretti e in qualche occasione addirittura "catchy". Ottimo il lavoro dei vari musicisti: sugli scudi il guitar work di Meatgrinder, come sempre sinonimo di garanzia, e la potenza immane di Brutal Dave alla batteria. Buono il lavoro del bassista Jacopo Rossi, mentre posso usare il termine "eccelso" per l'apporto vocale di Tya, singer di estrema caratura, dotato di una voce terrificante, bestiale, perfetta per tali architetture sonore. Una squadra questa, capace con il suddetto disco di guardare a testa alta i più grandi maestri del genere, sfidandoli sul loro stesso campo. Perché concepire otto brani del genere (escludo per ovvi motivi l'introduzione e la cover), dotati di grande personalità, tecnicismo, potenza e capacità evocativa, non è assolutamente da tutti. E a tutto ciò possiamo aggiungere anche un personale fattore "innovazione" che fotografa un gruppo non solo bravo ed ispirato, ma anche in costante crescita. Fattore, questo, indicativo di una lenta ma inesorabile trasformazione che potrebbe portarli, nei prossimi album, ad aggiungere ulteriori peculiarità al loro sound già ricco e totalmente maturo. Interessanti a loro modo anche le liriche, che prendendo spunto da numerosi cliché del genere - sacrificio rituale, demoni, invocazioni etc - articolano una sorta di corollario sul concetto di morte intesa come "catarsi" e rigenerazione. Questo risulta abbastanza palese soprattutto dai brani conseguenti alla title track, mentre i primi sono più immaginifiche "visualizzazioni" di esseri arcani e demoniaci in contesti quantomeno apocalittici. Ho detto "interessanti", ma non stupefacenti: nulla da lasciare a bocca aperta, dato che come sotteso in precedenza, determinate argomentazioni sono più che abusate nel metal estremo. Da un gruppo musicalmente capace come gli Antropofagus ci si aspetta logicamente di più, molto di più, dato che l'eccellenza mostrata in ambito extra-testuale ci porta a non accontentarci di testi semplicemente buoni. Anche la suddivisione tra una prima, ipotetica parte in cui ci imbattiamo in demoni, spiriti maligni e visioni apocalittiche, e una seconda (come accennato in precedenza, praticamente dalla title-track in poi) in cui si palesa quasi a mo' di concept la tematica esplicitata nel titolo del disco, risulta quantomeno strana: dato che sovente sembra si dia spazio alle immagini piuttosto che a una narrazione compiuta, sarebbe stato interessante diluire l'immaginifica parte iniziale nell'intero arco dell'album. Ma sono solo peli nell'uovo e impressioni soggettive. Si sa, e immagino sia deleterio da parte mia specificarlo, che una band ispirata e in crescita (come i nostri dimostrano di essere) nel corso della propria carriera cerca - e magari trova - sempre il modo di limare i propri spigoli, le asperità e le imperfezioni, alla ricerca di un prodotto che via via risulti sempre più perfetto. Dunque cosa aggiungere di più? Praticamente nulla: ci troviamo di fronte ad un nuovo parto discografico riuscitissimo da parte dei Nostri, che aggiunge un importante tassello alla loro crescita e regala a tutti gli amanti del brutal death metal un gioiello da ascoltare e metabolizzare a dovere. Un disco, questo, consigliato non solo agli amanti del death più ferale, ma anche a chi cerca nel genere qualcosa di più elaborato e ben distante dal prodotto "usa e getta". Perché gioielli del genere sono destinati a superare la prova del tempo e, se gli Antropofagus continuano per questi sentieri aiutati comunque e sempre dal fattore ispirazione, siamo sicuri che i prossimi dischi saranno addirittura più incisivi, superando sotto ogni aspetto sia questo incredibile M.O.R.T.E., sia i suoi altrettanto illustri predecessori.

1) Whirlwind of Initiation
2) Spawn Of Chaos
3) Chants for Abyzou
4) Praise To A Hecatomb
5) Methods of Resurrection Through Evisceration
6) Omnipotent Annihilation
7) The Abyss (chapter one)
8) Quintessence Of Suffering
9) Deception Of The Blood
10) Living in Fear