ALCHIMIA

Musa

2017 - Buil2Kill Records/Nadir Music

A CURA DI
ALISSA PRODI
07/12/2017
TEMPO DI LETTURA:
8

Introduzione Recensione

È una scienza esoterica, particolare, arcaica, misteriosa quella dell'alchimia; spaziante in più campi, capace di diramarsi in tante strade tutte fra di loro diverse eppure rese complementari. Chimica, fisica, astrologia, metallurgia... ogni campo del sapere è stato indagato da grandi maestri alchimisti, alla perenne ricerca della perfezione, della totale onniscienza. Il sapere tutto di tutto, il curare ogni male, il poter plasmare a proprio piacimento le leggi naturali. Poter piegare il mondo al proprio volere mediante una conoscenza totale di esso, delle sue regole, non più così ferree. Scuole di pensiero e misteriosi sinodi, massonerie occulte dedite allo studio del tutto, alla ricerca della forma più definita e definibile del tanto agognato sapere. Oggi come oggi, il termine "alchimia" riuscirebbe a suscitar nei più un sorriso quasi beffardo: in tanti, al sentir pronunciare questa parola magica, penserebbero sicuramente ad ampolle ricolme di pozioni, tenute d'occhio da qualche canuto e barbuto stregone. In realtà, il concetto va molto al di là di questi tratti comici e fiabeschi: non scordiamoci, dopo tutto, che l'approccio alchemico alle diverse discipline più su elencate contribuì non di poco alla teorizzazione di un metodo scientifico propriamente detto; soprattutto in campi quali la chimica e la fisica. Fra scienza e spirito, fra immanenza e trascendenza. Uno dei primi scopi dell'alchimista era quello di trasportare una speculazione di carattere spiritual-filosofico in un contesto "materiale" e tangibile: pensiamo al fine di tramutare il piombo in oro, tanto per fare un esempio pratico. Il primo, elemento inteso nell'accezione negativa riferita all'essere grezzo ed imperfetto, ovvero la negatività insista nel genere umano, ben lungi dalla vera perfezione. Il secondo, splendente e prezioso, perfetto. La definitiva positività. Un modo per far sì che il tutto cambiasse in più prospettive; dalla ricchezza materiale a quella più spirituale, affinché gli umani riscoprissero la loro vera natura. Il concetto di alchimia, pur essendo stato sempre caratterizzato da una forte astrattezza, ha sempre trovato terreno fertile sin dalla sua esistenza sino ai giorni nostri, i cui sviluppi hanno portato anche al consolidarsi di alcune religioni nate sì in tempi più remoti, comunque capaci di attecchire anche nell'odierna contemporaneità, mantenendo ben salde le prioprie radici. Il legame che unisce l'alchimia con l'alchimista è indissolubile, così come indissolubile è il legame di Emanuele Tito con il suo progetto, Alchimia. Introverso ed introspettivo: sono i due aggettivi che possono identificare il Nostro, fautore in precedenza di un altro progetto solista; il primo soprannominato Shape del quale non sono noti lavori inediti, ma solo qualche cover datata 2014. Sono questi dunque i suoi inizi, prima di arrivare alla più immediata contemporaneità. Classe 1993, il Nostro si presenta al pubblico proprio sotto il Monicker di Alchimia nel 2015 ma solo nel 2017 vedrà la luce il suo album di debutto, "Musa", il quale viene pubblicato da "Buil2Kill Records / Nadir Music" il 21 Aprile in Italia e il 5 maggio nel resto del mondo. L' "alchimista" in questo caso crea questa chimica, questa unione fisica di vari elementi che vanno a formare in toto la formula per identificare appieno il suo progetto; partiamo quindi dalle fondamenta, ovvero il logo: ci troviamo dinnanzi ad un rombo diviso a metà al cui interno sono inseriti tutta una serie di simboli chiave dell'alchimia. Il primo grande rombo diviso a metà raffigura un rapporto dualistico fra il fuoco (parte superiore) e l'acqua (parte inferiore); all'interno troviamo altri elementi sempre dualistici quali l'aria e la terra, ed il sole (rappresentato da un cerchio al cui interno è inserito una sfera, puntino), contrapposto alla luna. Inoltre, alche la composizione stessa utilizzata per la scrittura del nome Alchimia riprende alcuni stilemi tipici di quest'arte. Logo che, a mio avviso (ma non ne sono sicura) sembra un ambigramma; ovvero, un disegno il quale possiede due o più interpretazioni chiare e distinte. Per quanto concerne il song writing invece (da indagarsi successivamente in modo più articolato ed approfondito), Emanuele non affronterà un discorso alchemico di tipo esoterico, bensì opterà per un qualcosa di più spirituale, intimo ad auto-riferito. One man band in sede compositiva, in studio si è avvalso di grandi artisti di fama nazionale quali: Gianluca Divirgilio (Chitarra, Arctic Plateau), Fabio Fraschini (Basso, Novembre/Arctic Plateau)e David Folchitto (Batteria, Stormlord/Prophilax/Flashgod Apocalypse/Novembre e molti altri). Ultimo elemento ma non di certo per importanza, per la copertina è stato utilizzato il dipinto: "Le Ondine" di Ettore Tito (1859 - 1941), pittore partenopeo; mentre l'artwork è a cura di Francesco Gemelli

Orizzonte

La prima traccia che abbiamo l'onore di ascoltare è "Orizzonte",  la quale inizia con un delicato arpeggio di chitarra accompagnata dopo diversi secondi dalla voce di Emanuele; voce caratterizzata da un timbro pressoché nasale, ma ciò non è assolutamente limitante né rappresenta un difetto, tutt'altro. Perfettamente inserita nel suo contesto, in maniera decisamente ben amalgamata, non stonando di una virgola e dunque rafforzando il comparto strumentale, già di per sé sicuramente degno di nota. Insomma, mi si conceda un gioco di parole: un'alchimia decisamente ben riuscita! Dopo questo breve interludio acustico e soave (se così si può dire), la canzone assume una direzione diversa, più doom e più cupa. La voce si tramuta in un growl oscuro, accompagnata sempre dal sound precedentemente proposto ma in questo caso reso in un modo più massiccio, roboante quanto il fragore di un tuono in lontananza. Tutto diviene pesante, riccamente appesantito. Una sequenza di note oscure e piene, vibranti, a tratti addirittura telluriche. Dopo questo intermezzo, Emanuele si accinge al cantato in italiano: il quale trovo personalmente più adatto e più affine alla sua voce, ho come l'impressione che in inglese il Nostro perda un po' di carisma. Nel complesso, comunque questo brano (pur mantenendo costante la stessa amalgama) riesce a trasmetterci quella sensazione di pesantezza e sofferenza che traspaiono dal testo. Quel che la musica si prefiggeva di fare, dopo tutto, era andare di pari passo con le parole sino ad ora espresse.

Lost

"Lost (Perso)" si apre con riff decisi e distorti accompagnati in sottofondo da un tappeto sonoro anch'esso delicato; brevi e ricorrenti arpeggi ci introducono al testo, qui cantato interamente in inglese, a differenza della prima traccia ove vi era (lo ricordiamo) un'alternanza tra inglese ed italiano; "Lost" narra di una perdita ed in un successivo ritrovamento, un comparto lirico il quale risulta decisamente auto riferito, intimo, madido di pianto : "A part of me/died with you/I found my self lost (Una parte di me è morta con te... mi sento perduto)". Il tema dell'addio, del non più rivedersi... un tema se vogliamo tipico e topico di alcuni generi musicali, tanto più se questi ultimi si identificano nella proposta musicale di Alchimia. Un distacco è pur sempre un distacco, possiamo scegliere di affrontarlo in due modi diversi: essendo stoici e forti, serbando le lacrime nella nostra anima, cercando di lenire le nostre ferite curandole in segreto, non mostrandole a nessuno. Di contro, possiamo scegliere di esprimere il nostro malessere, di farlo sbocciare in tutto il suo triste splendore. Incupirci, chiuderci in una stanza buia, sfogando ogni nostro dispiacere, sino a ritrovarci privi di forze e voglia di rivedere la luce del sole. In qualsiasi modo vogliamo affrontarla, quella perdita minerà in maniera irreparabile il nostro mondo affettivo, la nostra quotidianità. Dicono che il tempo curi tutte le ferite, forse lasceremo appunto alle ore, ai giorni, agli anni il compito di farci stare meglio, di dimenticare; eppure dobbiamo convivere con quella drastica realtà, nel mentre che aspettiamo lo svolgersi degli eventi presenti e futuri. Una piccola parte di noi (o grande, questo dipende dalle varie entità) è perduta per sempre, sepolta nei meandri dei ricordi, seppellita dalla nebbia della lontananza, persa nel deserto della separazione. Sabbie gelide ormai ricoprono i buoni sentimenti una volta legati a quella persona; quel che pensiamo, rimembrando il passato, ha solamente a che fare con un qualcosa ormai smarrito. Per sempre? Forse; vogliamo sperare che gli addii non siano mai definitivi... ma troppo spesso, novanta volte su cento, lo sono. E dobbiamo imparare a convivere con queste sensazioni, volenti o nolenti. Sempre facendo una differenza con la prima canzone, questa è più breve e meno articolata a livello di song writing e composizione musicale; non vi è presente alcun innesto in growl e la durata si aggira attorno ai 4 minuti rispetto ai 6 abbondanti della precedente. Insomma, pur reiterando qualche stilema caro agli Anathema, Emanuele decide comunque di donare un piglio vagamente "rockeggiante" al brano, donandogli così una parvenza di "easy listening"; non rinunciando, contemporaneamente, a quell'aura oscura e malinconica decisamente onnipresente.

Exsurge Et Vive (Alchemical Door)

"Quando In Tua Domo Nigri Corvi Parturient / Albas Columbas Tunc Vocaberis Sapiens". "Quando nella tua casa corvi neri partoriranno colombe bianche, allora potrai definirti sapiente". Verso ripetutamente citato nella terza traccia di Musa, "Exsurge Et Vive (Rialzati e vivi)"... ed un paragone mi giunge spontaneo, facendo una sorta di riflessione: "Vuolse così colà dove si puote / ciò che si vuole, e più non dimandare" ovvero: "così è, così è stato chiesto dall'Alto... e non chiedere altro". In quest'ultimo caso, con fare deciso e fermo, Virgilio sanciva e chiariva il fatto che Dante si trova dinnanzi a Caronte da vivo per voler divino, per proseguire il suo tragitto negli inferi, giungendo in fine verso il paradiso. Così come "Exsurge Et vive" designa un percorso travagliato verso la sapienza e la conoscenza; per Aspera ad Astra, come avrebbero a loro volta detto Seneca e Cicerone, autori della massima pocanzi citata. Attraverso le difficoltà, giungiamo alle stelle.  Quattro minuti in cui questa formula, frase, locuzione viene ciclicamente narrata; la struttura di questa canzone è un loop monotono e continuo il cui insieme riesce a farci sentire l'essenza della misteriosa scienza dell'alchimia; per quanto riguarda la musica, gli stilemi proposti sono gli stessi precendenti eccenzion fatta per la voce di Emanuele la quale, in questo caso, anziché confrontarsi con un growl oscuro si cimenta in uno scream acido e vagamente demoniaco. Una sorta di "ermetismo" pervade l'intero brano, tanto più che esso si fregia di una formula già incisa su di un famoso monumento; nella fattispecie parliamo della Porta Ermetica, situata a Roma ed eretta fra il 1655 ed il 1680 da Massimiliano Savelli Palombara. Leggenda volle che la porta venne magicamente "attraversata", senza che fosse stata aperta o toccata, da un alchimista il quale dimorò per una notte nella villa posta oltre il "sacro cancello". Egli, si narrava, era alla ricerca di un'erba magica, in grado di generare nientemeno che l'oro. Pianta che alla fine fu scoperta ed anche adoperata, in quanto il "mago", prima di scomparire il mattino seguente, lasciò dietro di sé una pagliuzza dorata (un ciuffo di foglie tramutate appunto nel prezioso metallo biondo) più un foglio misterioso, ricoperto di strani simboli ed appunti. Fu allora che il padrone della villa decise di commissionare l'incisione della Porta Ermetica, incidendo su di essa i simboli rinvenuti sugli appunti, nella speranza che qualche erudito avrebbe - un giorno - svelato l'arcano. Una sorta di Codex Seraphinianus dell'Alchimia, in poche parole; una sequenza di simboli apparentemente con un significato eppure privi di connessione, almeno apparente. Un modo strano per giungere alla conoscenza, mediante la possibilità dell'impossibile. Solo quando corvi neri... ecco. Un brano che, musicalmente, vuol farci intendere questo concetto: capire ciò che non è per rialzarsi, rinascere. Non esser più, per essere, per esistere veramente. 

My Own Sea (Fading)

Un mesto arpeggio di chitarra apre le danze alla quarta e melanconica traccia di "Musa"; questa è la volta di "My Own Sea (Fading) - Il mio mare (scomparendo)", la quale anch'essa ci trasmette sensazioni di tristezza e cupezza; quest'ultima accentuata dalla cadenza doom che il brano assume dopo circa un minuto, mostrandosi in tutta la sua stoica sofferenza. La voce del nostro Alchimista in questo contesto assume una personalità più adatta al brano ed essa pare più lineare con l'amalgama complessiva. Il ritmo di questa canzone sì delicato sì poetico, mantiene lo stesso fil rouge per tutta la sua durata e la decadenza che traspare assume un ruolo importante per ciò che il Nostro vuole trasmettere: la dissolvenza, il perdersi nel vuoto. Un cadere nelle tenebre più totali, nell'oblio più nero, che il protagonista del breve comparto lirico sta cercando in tutti i modi di evitare. Egli rimembra le antiche e sagge parole donategli da un saggio, una volta: "sei come un albero dalle radici profonde. Il vento soffierà, attraverso te"; una frase decisamente carica di significato, sulla quale vi è molto da disquisire. Partiamo dal primo termine di paragone, ovvero l'albero. Creature che possono arrivare a dominare il proprio ambiente per secoli e secoli, sfidando ogni tipo di intemperie. Non solo il caldo clima primaverile, il placido cielo estivo. L'inverno e le sue gelate, l'autunno e la morte del verde. Insomma, la vita di un albero è simile a quella di una persona: viviamo bei momenti, come possiamo sperimentare sulla nostra pelle la più fredda e ficcante sofferenza. Sta alla forza delle radici, donarci la capacità di reagire. Più esse sono profonde e ramificate, più l'albero riuscirà a sopravvivere, contro ogni situazione, contro ogni imprevisto. Il vento soffierà fra le nostre fronde: un vento gelido e potente, talvolta ostico, talvolta sereno e pacato; non dovremo mai farci intimorire, dovremo stoicamente restare ancorati al terreno. Prendiamo ora il secondo termine di paragone, ovvero il personaggio protagonista; proprio come la musica vuol farci intendere, egli è smarrito e perso nelle sue paure, non sa se potrà continuare a vivere, rinunciando ad ogni cosa per lasciarsi cadere in un nero pozzo senza fondo. L'alternanza di inglese ed italiano ci viene in aiuto, riusciamo grazie ai cambi di linguaggio nell'intento di capire ancora di più gli intenti dell'Alchimista. Note piene e ben espresse, in linea con questi pensieri, ci comunicano quanto segue: esiste una figura capace di salvare il nostro dal baratro, nonostante il suo volto sia ormai un cupo riflesso balzato sulla superficie di un vetro scheggiato. Egli potrà non annegare nel suo mare se una mano gli verrà tesa, qualora qualcuno riuscirà a tirarlo fuori da quel marasma di tristezza, spleen e disillusione.  

Whisper of the Land

È una traccia dalle sonorità inedite e folkeggianti, la quinta protagonista di "Musa", "Whisper of the Land (I sussurri della terra)". La chitarra è sempre il tassello principale delle composizioni del Nostro; su squillanti note arpeggiate si erge questa breve strumentale di due minuti di durata, la più corta del lotto. Una traccia che risulta in un certo senso ambivalente: da un lato sembra riprendere ritmi tipicamente medievaleggianti, rimembrando i fasti dei menestrelli, dei liuti e delle giostre di cavalieri. Dall'altro, non disdegna di mostrare una discreta cadenza andalusa, spagnoleggiante se vogliamo. Un incedere caldo, tipico della passione latina. Pare proprio di ritrovarsi in un'assolata landa iberica, in piena estate. Osserviamo sulle rive di un lago senza fango il sole brillare prepotentemente, così limpido, nel suo cielo estivo sempre blu. Un piccolo spartiacque ben lungi dall'essere un mero esercizio compositivo, tutt'altro. Una nota di piacevole allegria, la quale ci traghetta dunque nel brano successivo.

Waltz of the Sea

Proseguendo il nostro percorso alla volta dell'introspezione, del mondo di Emanuele, arriviamo lesti alle porte del sesto brano, "Waltz of the Sea (Il valzer del Mare)"; quello che personalmente ritengo il più rappresentativo di tutto il lotto, per diversi motivi. Primo fra i quali, il modo in cui l'Alchimista riesce nell'arduo compito di conciliare in un brano solamente tutti gli stilemi tipici di "Musa", facendo in modo ch'essi brillino immensamente a mo' di costellazione, disegnando una geometria pressoché perfetta, indicante in maniera totale quelli che sono i punti salienti dell'album. Una musica decisamente alla portata di chi sa andare oltre determinate porte, di chi sa sfondare la mera percezione sensoriale per attivare un terz'occhio in grado di renderci totalmente capaci di comprendere, di svelare arcani segreti. I corvi stanno iniziando a partorire le bianche colombe, finalmente iniziamo a far nostro un discorso musicale che solo apparentemente può risultare "fossilizzato" su determinati stilemi. Personalmente parlerei di coerenza, di solidi pilastri lungo i quali tessere un filo d'Arianna; seguendo il quale, si può definitivamente arrivare al cuore del labirinto. Un cuore che ormai abbiamo raggiunto, in quanto il "Valzer" assume i connotati di una splendida summa musicale nonché concettuale di tutto "Musa". Il Nostro riesce a trasmetterci maggiormente le sensazioni e le emozioni già precedentemente proposte, ma in questo caso spicca una maggiore ricerca ed una maggiore maturità rispetto agli ascolti pregressi. La verve Doom incattivisce lo stato d'animo di pesantezza e malessere (se così vogliamo definirlo), recando seco alcune reminescenze di stampo leopardiano se vogliamo, solo "alchimizzate" e rese più al passo con le tematiche principi del platter. Abbiamo un mare, un mare danzante, intonante al contempo una dolce melodia di sirena. Ben ricordiamo che in precedenza il protagonista non voleva affondare nel suo stesso mare, cercando scampo, aiuto. In questo caso egli è però cullato da suoni mistici, trascendentali, in grado di sciogliere ogni sua reticenza. Parlavamo del nativo di recanati, in quanto il "naufragar è dolce in questo mare", per l'Alchimista, il quale abbraccia una sensazione d'infinito affondando il suo corpo nelle acque misteriose, ancestrali, primordiali, simboli di conoscenza e sensazioni ormai perdute. Ad accogliere Emanuele nella sua immersione, il dio Yam, antico nome fenicio del dio primordiale. L'acqua genera vita, il palazzo dell'essere superiore spalanca le sue porte, mostrandoci un nuovo livello di conoscenza: "I secoli scorron come poesie ch'egli sussurra al mondo. Scivolai, sciogliendomi Nell'eco di una melodia". Turbini di note e melodie sui generis descrivono dunque questo passaggio da un mondo immanente verso uno decisamente trascendentale, troppo sfuggente per essere visto o percepito da umano senso. Un'immersione buona, dunque?

Leaves

Un accattivante ed incisivo riff apre le danze per questa "Leaves (Foglie)". In questa traccia spicca nuovamente il Growl del nostro, lasciato da parte per un po', in favore di un cantato decisamente meno estremo e forse più misterioso, particolare. Il brano anch'esso assume la stessa coerenza precedentemente proposta, salvo per il ritmo assunto a partire circa dal minuto 1.40; appena dopo un altro minuto il tono s'incupisce e rende il tutto ancor più tetro; personalmente è il brano che preferisco nell'insieme, anche più del precedente, comunque fra le migliori. Se "Waltz..." era la più rappresentativa, più o meno oggettivamente parlando, in questo senso mi affido alla mia soggettività ed affermo questo pensiero, giudicando "Leaves" il pezzo migliore del lotto. È quella traccia che riesce in toto a coinvolgermi sia da un punto di vista emotivo che musicale, senza dimenticare poi il lato testuale, decisamente sofferto e molto particolare. Se dovessi consigliare quale delle 10 perle è a mio avviso il brano da ascoltare, per avere un'idea della potenza evocativa di "Musa", la mia scelta cadrebbe sicuramente su quanto in questo momento sta fluendo potente e mesto dalle casse del mio stereo; ascoltare per capire. Perdetevi in queste melodie, perdetevi in quest'atmosfera così sofferta, così densa e vibrante, capace di toccare le corde più nascoste della nostra anima. Perdetevi in questo mare sonoro certo pesante e malinconico, ma anche affascinante e misterioso, per così dire. Il gusto di scoprire, di decodificare un ensemble musicale di tal genere... possibilità che ben poche esperienze contemporanee hanno la capacità di donarci, poco ma sicuro. Parlavamo di un testo decisamente sui generis, seppur ancora una volta rimembrante situazioni tipiche del genere proposto, come ho già avuto modo di dire nemmen troppo tempo fa. Parliamo nella fattispecie di un ricordo legato ad una persona cara venuta a mancare, andata via per sempre. Siamo chiusi in una fredda reggia, gelida quanto impenetrabile. Osserviamo i nostri ricordi fluttuare dinnanzi ai nostri occhi, triste danza di fiamme ormai perdute, sfocate, ammantate di nebbia. Per uno strano scherzo del destino, riusciamo quasi a percepire la presenza di chi un tempo allietava le nostre giornate; una presenza ormai lontana, vaga, sepolta dalle sabbie del tempo. Siamo lì, al freddo, soli ed abbandonati. La sensazione di privazione e solitudine torna dunque prepotente, ci sentiamo come d'autunno sugli alberi le foglie. E speriamo, speriamo in futuro di rincontrare chi abbiamo perduto. Sogno dei più irrealizzabili...

Oceano: Tempesta

L'ottava traccia, la quale ci conduce verso la fine di questo alchemico percorso, è "Oceano: Tempesta"; torna in qualche modo il tema del mare, dell'acqua, elemento cardine e principe di ogni sistema di pensiero esoterico - alchimistico. L'acqua genera vita, genera interi universi e riesce, mediante le sue tempeste, a sopraffare la terra. E' l'acqua che serba in sé il mistero della vita, è l'acqua che con pazienza scava la roccia, piegandola e modellandola al suo volere. Questi, grossomodo, gli aspetti sensoriali di un brano totalmente strumentale. Quattro minuti durante i quali sonorità decadenti ed ansiogene fanno da capitane per questa "formula" alchemica, per questa esperienza "oltre la soglia". Proprio come il regno di Yam, l'oceano protagonista ci invita a varcare l'uscio per cimentarci in una sfida con noi stessi: abbandonare i panni dell'immanenza per vestirci di quelli della trascendenza, scoprire nuovi sensi, vedere con la mente e non più con i nostri fragili occhi mortali. Suoni che ricordano profondità marine fra le più recondite ed inesplorate. Vaghiamo alla ricerca di antiche rovine, di antichi portali... la nostra iniziazione sta per concludersi.

The Fallen One

Penultima traccia. "The Fallen One (Il decaduto)", anch'essa propone la medesima e coerente combo sonora fino ad ora sentita e percepita lungo tutto l'ascolto di "Musa". Forse, arrivati a questo punto, il platter inizia in qualche modo ad accusare una sorta di "pesantezza" generale, dovuta al buon e nutrito numero di pezzi in esso presenti. Si va dall'eccellenza totale (i due brani precedenti ad "Oceano...") ad altri pezzi non di certo poco validi, ma nemmeno così sensazionali da indurci ad un nuovo ascolto. "the Fallen..." è sì orchestrato con grande perizia esecutiva, mostrando l'ottimo orecchio musicale di Emanuele, eppure pecca forse di ripetitività, non aggiungendo poi molto di nuovo a quanto sentito in precedenza. Pesantezza e melodie oscure danzano all'unisono per definire al meglio le geometrie di un pezzo comunque solido, capace di far la sua figura pur non spiccando per novità od intensità. Parliamo pur sempre di una traccia godibile, questo non lo metto in dubbio; soggettivamente, ne ho preferite altre, oggettivamente, un po' di stanchezza comincia a farsi sentire. Il testo, di contro, risulta fra i più interessanti e criptici di tutto il lotto, nascondendo i suoi veri intenti e cullandosi in una sorta di criptico ermetismo. Torna la figura dell'anziano, del saggio, il quale predice ad un giovane inesperto un futuro non molto felice. "Disse il vecchio al fanciullo, sei al sicuro ma non per molto. Essi giungeranno, ti rapiranno, cancelleranno il tuo nome... diverrai vuoto". Chi arriverà? Chi vorrà eliminare dall'esistenza un fanciullo innocente? Una domanda alla quale non possiamo dare risposte precise. Possiamo tuttavia provarci: se il vecchio non fosse altro che la voce dell'esperienza, del tempo, giunta all'orecchio dell'infante, pronta a raccontargli della futura perdita dell'innocenza e della spensieratezza? Tutti cresciamo, prima o poi, lasciandoci dietro i dolci e verdi anni della gioventù. Arrivano i primi dolori, le prime responsabilità. Giungono i primi dispiaceri, a mostrarci il mondo per com'è davvero. Non tutto oro ciò che luccica, non sempre cieli azzurri, non sempre arcobaleni colorati a rallegrare primaverili serate. Il freddo, il dolore... componenti della vita con le quali, volenti o nolenti, faremo conoscenza, un giorno o l'altro. "Corri a nasconderti, finché sei in tempo! Non sai chi sono? Io sono il decaduto". Altra frase di difficile interpretazione. Il vecchio si svela, dicendo di essere il decaduto, il caduto... una sorta di strano Lucifero, di angelo ribelle, giunto a salvaguardare un ragazzo che, alla fin fine, sembra essersi salvato. Eppure, la sua salvezza lascia seco dolorosi e sanguinanti strascichi. "Non ti fecero prigioniero ma non fu indolore. Negli occhi tu li guardasti, morti sono rimasti". L'alternanza di inglese ed italiano ci pone dinnanzi all'ultimo dilemma. Non si può scappare dal dolore e dalla sofferenza... quindi, chi ha tentato di rapire il ragazzo? Chiunque sia stato, qualsiasi cosa ci abbia provato... è quasi riuscito nel suo intento. Un esercito di morti, di neri cavalieri, è ancora in agguato per ghermire la propria preda. Il testo più criptico dell'intero lotto, capace in toto di farci dimenticare quanto la musica sia, forse, troppo ancorata alle precedenti tracce, trascinandosi con un po' di fatica.

Assenza (Memory)

L'ultima traccia, "Assenza (Memory) - Assenza (Memoria)" è probabilmente quella più conosciuta di tutto il platter, nonché anch'essa un'altra proposta di lettura del Nostro circa i suoi stati d'animo, esperienze e sensazioni. Il sound si mantiene sugli stilemi già proposti; nulla d'innovativo, certo; ma comunque molto rappresentativo, distintivo di quel senso d'abbandono così ben descritto in tutte le tracce. Procediamo, però, con ordine. Innanzitutto abbiamo a che fare con un comparto strumentale non innovativo ma certamente incapace di lasciare il prossimo indifferente: vogliamo o non vogliamo, l'abilità di Emanuele sta proprio nel rendere ogni brano assai sentito e personale, così da lenire in un certo senso la sensazione di "già sentito" che abbiamo potuto percepire lungo la traccia precedente. La musica rimane coerente con se stessa, compatta, precisa, decadente. Sappiamo con cosa abbiamo a che fare, eppure ogni storia è differente per contenuti ed approccio, componenti resi ogni volta particolari da liriche sempre differenti ed affrontanti certo lo stesso tema, ma in maniera differente. Il fatto che "Assenza..." si leghi poi in maniera quasi viscerale alle altre tracce, è indice del fatto che il suo intento è ben riuscito. Si parla anche di memoria, leggendo bene il titolo ci accorgiamo di quanto il tema del ricordo sia importante - anche ai fini di una comprensione totale di "Musa"  - per Emanuele e tutta la sua creazione, il suo mondo sia strumentale che introspettivo. Dunque, "Assenza..." ci "ricorda" altri brani presenti nel lotto, derivando da essi... così come il ricordo di una persona ormai assente, ormai lontana, ci tormenta e non ci dà pace. Se il suono dell'abbandono è uno e solo uno, il Nostro è stato bravo a spalmarlo lungo tante storie differenti e complementari, l'una rispetto all'altra. Sono ancora una volta gli elementi naturali a donare al protagonista la capacità, triste e tragica al contempo, di ricordare una persona scomparsa dalla sua vita. La neve, le stelle... ogni cosa sembra ricordarla, in un vortice di tormenti e lacrime. Un anello una volta donato ormai sepolto dai ghiacci, flashback continui, immagini nitide del tempo che fu. Chi ricorda non vuole dimenticare, questo è più che certo. Un ricordo che sembra dunque dare - può darsi, ma credo d'aver inteso bene - forza a chi lo rievoca, cercando nella felicità perduta la voglia di andare avanti, di non cadere nel vuoto. Siamo stati felici una volta, potremo forse esserlo di nuovo. Toccati dal candore dell'innocenza, del  cuore puro, abbiamo ormai fatto dolce abitudine di quelle sensazioni. Anche se perdute, anche se frantumate dal martello di padre tempo, totalitario e sdegnoso, potremo ancora ritrovarle. L'importante è non dimenticarsi, tenere saldo nella nostra mente un ricordo che sarà impossibile da cancellare... ma non per questo, dovrà risultare unicamente portatore di tristezza. 

Conclusioni

Siamo dunque giunti alla fine di un viaggio a metà fra il mistico ed il reale. Un viaggio dominato dai sensi "terreni" quanto dagli extra-sensi, un cammino iniziatico alla scoperta di un sapere ancestrale, arcaico, indefinibile. Dovessi descrivere "Musa", userei proprio queste parole: cammino iniziatico. Una scalata verso una montagna irta d'ostacoli, dominata da una cima tutt'altro che simile all'Astra come normalmente concepito. A lume di memoria, l'ultima traccia ci ha messi dinnanzi alla possibilità di convivere con un ricordo doloroso, il quale potrebbe comunque darci la forza di andare avanti, fortificandoci nella sofferenza. Non propriamente "stelle", non propriamente un paradiso... comunque una gran lezione. Verrebbe da dire che i corvi abbiano partorito le famose colombe, e che il travagliato rapporto dell'Alchimista con il mare, con l'abbandono, con il Decaduto e quant'altro lo abbia sicuramente aiutato nella delicata composizione del palazzo esistenziale da egli dapprima timidamente eretto, ora solido e compatto. Sappiamo di per certo di trovarci dinnanzi ad un album denso d'autobiografie, dominate da un gusto ermetico e particolare per lo sfuggente, per il sibillino, per il sussurrato. Altro punto a favore per un platter che vuol essere tutto meno che troppo "immediato", di facile consumo insomma. Ottimo trampolino di lancio quello del Nostro "Alchimista", il quale propone le sue composizioni in chiave del tutto personale pur rifacendosi ad artisti noti quali Opeth e Katatonia, senza dimenticare l'esperienza preziosa degli Anathema, anch'essi iscrivibili nell'albo dei numi tutelari di un disco che effettivamente deve molto alla loro esperienza. Il sound proposto nel corso delle dieci tracce, come già detto, risulta essere coeso e coerente senza lasciarsi andare in "voli pindarici" inutili. Se di quando in quando può effettivamente nascere la sensazione di trovarsi dinnanzi ad un qualcosa di troppo "esteso", leggermente inciampante di quando in quando nel "già sentito", la forte personalità dietro ogni pezzo tramuta questo neo in una questione di lana puramente caprina. La poetica di Emanuele riesce dunque a mostrarsi più forte d'ogni altra situazione, edificando dinnanzi ai nostri occhi un mondo certamente frastagliato da venti contrastanti ma tuttavia splendido nella sua arcana allusività. I testi, come ribadito, vero e proprio fiore all'occhiello di "Musa", trasmettono in modo forte le emozioni che Emanuele cerca di farci provare, magari attraversando la sua pelle ed i suoi stati d'animo cullati dalle note emesse, dalle parole pronunciate con così tanta foga emozionale. Non possiamo certo dire di trovarci dinnanzi ad un qualcosa di scontato o comunque debole. Tutt'altro, "Musa" è la nemesi della sciatta scontatezza, del Goth Doom fine a se stesso, abusante di stilemi già troppo martoriati ed annacquati. Questo platter è un album intimo, cupo, tetro, pieno di spunti e riflessioni le quali non sono subito immediate; il bello dell'ermetismo, dopo tutto, è proprio questo. Solo chi più dimostrerà di sapersi gettare oltre, potrà essere ammesso alle lezioni alchemiche dei maestri. In questo contesto, lo ripeto, magari non spiccherà l'originalità più prettamente musicale, poiché la musica è spesso ridondante e monotona; ma ciò, e lo ripeterò per quante volte servirà, non è un difetto. Personalmente la ritengo una scelta azzeccata per mantenere il senso di compattezza ed unione. Difficile narrare storie in musica... difficile creare dei sottofondi alle nostre emozioni, dotarle di vita propria, farle camminare su di un pentagramma così sentitamente creato. Emanuele ci è riuscito, ed anche piuttosto bene. Fate di "Musa" un vostro acquisto, decifrate i simboli, carpitene i significati... partite alla ricerca di voi stessi! 

1) Orizzonte
2) Lost
3) Exsurge Et Vive (Alchemical Door)
4) My Own Sea (Fading)
5) Whisper of the Land
6) Waltz of the Sea
7) Leaves
8) Oceano: Tempesta
9) The Fallen One
10) Assenza (Memory)