ABRIN

Hell on Earth

2018 - Punishment 18 Records

A CURA DI
CRISTIANO MORGIA
12/06/2018
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione recensione

Gli Abrin sono una band russa attiva dal 2010 e con 5 album in discografia. Nonostante l'anno di formazione sia il 2010, il primo full-lenght arriva soltanto due anni dopo e si intitola "?irdzla". Si noterà subito l'alfabeto cirillico, questo perché anche tutte le canzoni al suo interno sono completamente in russo. Il secondo album, "World Of Evil" (2014), altro non è che una versione in inglese del primo, quasi a dimostrare di voler provare ad aprirsi al mercato occidentale e soprattutto europeo. Con "Vozvrata net" (2015), però, si torna al cirillico e al russo, cosa che però verrà abbandonata del tutto con il qui presente "Hell On Earh", album completamente cantato in inglese senza essere una nuova versione di qualche album precedente. Tutte (o quasi) canzoni inedite scritte e pensate nella lingua della Regina Elisabetta dunque, altro segnale evidente di un'apertura ad un mercato più ampio. Segnale sottolineato anche dal fatto che il CD è distribuito da due etichette:  dalla russa Sound Age Productions e soprattutto dall'italiana Punishment 18 Records, certamente più vicina al cuore dell'europa (almeno geograficamente parlando). Ma scendiamo nel dettaglio, i membri della band sono quattro: Vakhtang Zadiev alla voce, Vyacheslav Zavershnev alla chitarra, Maxim Garanin al basso e Alexander Mavromatidis alla batteria. Tuttavia, troviamo molti ospiti e altri musicisti a dare il loro contributo alla riuscita del prodotto finale. Andrey Smirnov (con  gli U.D.O. dal 2013) si occupa infatti deli assoli di chitarra e presta la sua voce sporca in due tracce (come vedremo); Artem Molodtsov dei sempre russi Distant Sun presta il suo basso e suona la maggior parte dei pezzi dell'album; Maxim Garanin, bassista ufficiale della band, invece, dà il suo contributo solo alla sesta traccia, mentre Pavel Voronov all'ottava; infine, Andrey Ishchenko degli Arkona è l'ospite che presta la sua batteria. Spostiamoci ora sulla sostanza. Il quinto album degli Abrin, nonostante la band si etichetti come Heavy/Thrash, suona completamente Power Metal, quel Power Metal di stampo Helloween che si riconosce da subito e non lascia molto scampo a fraintendimenti. Le canzoni infatti sono tutte molto fresche, veloci, potenti al punto giusto e piene di melodie e linee vocali orecchiabili e da canticchiare. Senza contare che, poi, il timbro di Zadiev in molti frangenti è tremendamente simile a quello del cantante Power per eccellenza, ovvero Michael Kiske. In realtà spesso somigli anche a quello di Bruce Dickinson, ma il fatto che addirittura molte lettere (tipo la "s" e la "t") siano pronunciate nello stesso modo del tedesco fa ovviamente prevalere una delle due influenze. I riff anche sono molto classici e abbastanza manieristici, ma non è un problema questo, visto che il genere è così che li richiede e probabilmente nessuno si aspetta chissà quale sperimentazione. Invero, quasi tutto suona come ci aspettiamo, le melodie chitarristiche, per esempio, sono messe proprio dove ce le aspettiamo, ma la cosa che colpisce è che funzionano. Questa è una cosa da non sottovalutare. Spesso si ha a che fare con prodotti derivativi e privi di personalità che non riescono neanche ad essere funzionali; qui, al contrario, non c'è niente di nuovo, ma i pezzi scorrono via molto bene e spesso riescono anche a lasciare il segno. Questo perché non bisogna sempre inventarsi chissà cosa per riuscire, tante volte basta anche nobilitare quanto già esiste. Ovviamente non stiamo parlando di canzoni che vi faranno saltare dalla sedia, ma, come già detto, di canzoni che si lasciano ascoltare più che bene rendendo l'album abbastanza leggero e più che scorrevole, ma analizzeremo meglio questi punti più avanti. Va poi detto che la produzione non è niente male e rende tutti i suoni molto limpidi e potenti, e questo non può che essere positivo, soprattutto se non si vede l'ora di ascoltare delle belle chitarre non soffocate da delle batterie dal suono di plastica (come avviene in tantissime produzioni moderne). In ogni caso, andiamo proprio a vedere le tracce nel dettaglio

Hell on Earth

Partiamo subito con la title-track (Inferno in Terra), che a sua volta parte con degli accordi acustici che tanto fanno pensare agli Iron Maiden. Dopo pochissimo tempo, però, a loro si affiancano riff più duri ed assoli distorti che cominciano a delineare sempre di più il tutto. Le cose si fanno interessanti quando, quasi allo scoccare del minuto, le ritmiche cominciano ad accelerare e con esse i riff, facendoci assaporare tutte le caratteristiche di una bella cavalcata Metal. La cavalcata effettivamente parte, guidata dalla squillante voce di Vakhtang Zadiev, che alterna molto bene toni più ruvidi a toni in falsetto. Il ritornello arriva in un attimo, senza troppi fronzoli e preamboli, lasciando la canzone su ritmiche veloci; le linee vocali, poi, sono molto efficaci e strutturano il refrain nel classico modo a botta e risposta in cui il cantante sembra dialogare con sé stesso. Uno di quei ritornelli perfetti per infiammare i concerti e, a proposito di infiammare, le liriche parlano chiaro: "Hell on earth! The world is on fire/ Hell on earth! A burden is higher/ Hell on earth! Time for redemption/ Change of direction for the whole nations". Gli assoli fulminei e fluidi si susseguono per un breve lasso di tempo, ma lasciano subito il posto ad una nuova potente strofa in cui gli Abrin ci descrivono un mondo sull'orlo della distruzione e in mano ai demoni, una specie di Apocalisse che sembra quasi causa anche nostra. È il momento giusto per riportare allo scoperto il bel ritornello con la sua carica e le sue linee vocali cantabili e facili da ricordare. Dopodiché la canzone sembra rallentare, come per farci prende un attimo il respiro, ma, una volta preso, riparte velocemente guidata da un assolo di chitarra che ci accompagna attraverso un mondo in fiamme e sempre più devastato. Dopotutto l'Inferno è tra noi ormai, come ci ripete nuovamente l'immancabile ritornello posto in chiusura, il quale non fa che stamparsi ancora di più nella nostra testa, anche se il finale effettivo è appannaggio di accordi acustici più soffusi che spariscono piano piano come il fumo di una Terra ormai bruciata del tutto. Possiamo dire che l'album è partito alla grande con uno dei suoi pezzi migliori e sicuramente con il più arrembante.

Prisoners of the Abyss

Prisoners of the Abyss (Prigionieri dell'Abisso) parla invece di un fatto realmente accaduto e che probabilmente ha lasciato un segno profondo nella Storia russa recente, ovvero il disastro sottomarino di Kursk, avvenuto nell'agosto del 2000. Il brano, infatti, si apre con quella che sembra essere proprio la voce di una giornalista intenta a leggere la notizia, mentre tutti attendono col fiato sospeso gli esiti della vicenda. La melodia chitarristica che segue è quasi nervosa e cupa, in sottofondo possiamo addirittura sentire un suono che ricorda il radar di un sottomarino. L'atmosfera pare farsi pesante ed asfissiante, ma ci pensa un acuto del cantante a liberare la tensione, unito a ritmiche si fanno via via più rocciose e decise, fino a lasciarsi andare ad una gran bella cavalcata Power in cui le chitarre danno il meglio di loro stesse. La batteria anche è inarrestabile, totalmente in mano alla doppia cassa. La prima strofa resta veloce ed arrembante, mentre il cantante comincia subito a raccontare questa triste storia: "The great machine came off the 8-th wharf/ August 2000, they carried out the order/ Entire nation's pride metal machine/ Unsinkable and mighty, plunged into the sea". La seconda strofa si lega perfettamente alla prima e mantiene lo stesso tiro, però nelle liriche comincia a leggersi una preoccupazione da non sottovalutare. Sembra quasi che sentiamo le voci dell'equipaggio, preoccupato nel vedere che il sottomarino scende sempre più in profondità accompagnato da rumori inquietanti. A questo punto troviamo il ritornello, che, a dispetto delle liriche piuttosto drammatiche, suona piuttosto vivace e quasi rassegnato, come se ormai si sia raggiunta la consapevolezza che non c'è niente da fare. Le chitarre, inoltre, continuano a macinare riff veloci e serrati che rendono il tutto ancora più eccitante. Tuttavia, nelle due strofe seguenti, leggiamo come il sottomarino si riempia sempre di più d'acqua, condannando piano piano i 118 uomini intrappolati in quella tomba d'acciaio all'avanguardia. Il brano però si mantiene sempre su velocità abbastanza alte, snodandosi agilmente verso il bel ritornello in cui possiamo apprezzare ancora una volta le linee vocali catchy e il ruolo attivo delle chitarre. All'improvviso siamo testimoni di un rallentamento inaspettato su cui poi si staglia la voce in growl di Andrey Smirnov che, se da un lato si sposa bene con l'estremismo della situazione narrata, dall'altro mal si sposa con il Power di questo tipo. In ogni caso, è chiaro che la situazione ormai è andata fuori controllo e la si può soltanto raccontare: "Many have died/ Right on the spot/ The others burned to death/ Suffocated, perpetuated!" Dopo queste due strofe "estreme" la canzone si immette nuovamente sui binari veloci, lasciando libere le chitarre di esprimersi in gustosi assoli che scorrono via fluentemente e rapidamente. Dopodiché troviamo un'ultima strofa che fa da trampolino per l'ultimo ritornello, il quale chiude direttamente la traccia più lunga dell'album con i suoi 6 minuti e 39 secondi.

A Monster in Disguise

Un riff deciso ed un basso in primo piano aprono A Monster in Disguise (Un Mostro Sotto Mentite Spoglie), che è un brano che da subito parte con tempi ritmati e non troppo veloci. Le prime due strofe propongo proprio questo schema, e possiamo anche apprezzare la voce del cantante destreggiarsi con uno stile non molto dissimile da quello di Bruce Dickinson. Il ritornello però cambia le carte in tavola accelerando e proponendo un ritornello che mostra chiaramente l'influenza degli Helloween e soprattutto l'influenza di Michael Kiske per quanto riguarda il lato prettamente canoro. Anche qui siamo davanti ad un bel ritornello catchy che strizza l'occhio alle cosiddette sonorità "happy" del Power. Dopo questo momento il brano ritorna sulle ritmiche iniziali, proponendo una breve strofa in cui emergono delle liriche ottimiste e orgogliose che quasi ci spronano, con semplici parole, a prendere in mano la nostra vita: "Life always finds a way/ You can't complain/ You're what you choose to become". A questo punto arriva il momento dell'assolo, ma non dura molto e ci guida verso una nuova sezione della traccia, la quale si presenta sempre molto ritmata e dal piglio fresco ed energico. Piglio che viene confermato, come ci si potrebbe tranquillamente aspettare, dal refrain, che con esso porta anche un'accelerazione palese soprattutto nella batteria. Le linee vocali ci restano subito impresse e ci fa piacere risentirle, tant'è che si potrebbe accogliere con sorpresa il testo diverso proposto in una sua ripetizione, il quale, anche qui, è tipicamente Power e propone proprio uno dei temi più tipici del genere, ovvero quello del volo legato alla voglia di evadere: "I'm flying through the air I do not care/ Anymore, no more monsters in disguise/ Beware you never take a solemn vow/ Lies no more, a fire purifies". Gli assoli posti dopo questa diversa apparizione del chorus non fanno altro che mettere in musica quel concetto, dandoci proprio quella sensazione di volare attraverso le nuvole fregandocene di tutto e tutti, fino alla fine. Ed è proprio fino alla fine della traccia che le chitarre alate ci portano, chiudendo un altro episodio buonissimo.

Slavery

Slavery (Schiavitù) inizia piuttosto sommessamente, contrastando quindi con la carica del trittico iniziale, o almeno sembra. La voce di Zadiev è cauta, quasi sussurrata e anche con un effetto che la rende simile ad una voce che esce fuori da un telefono; gli accordi pure sono piuttosto calmi e puliti, tutto fa pensare ad un brano più lento e rilassato. Questo soltanto per i primi due versi della prima strofa però, in quanto già nelle ultime due il timbro del cantante si fa più potente e alto, coadiuvato anche da un indurimento generale del sound. Ecco quindi che la canzone, con una nuova strofa, può ripartire guidata da ritmiche non troppo veloci ma accattivanti in cui i versi ci parlano di un qualcuno che fugge da una situazione di schiavitù mentre i suoi aguzzini lo rincorrono senza tregua: "And I saw them they're after me/ full of hatred and fury/ And I screamed them I shall be free/ No one should die in slavery". Il messaggio parla chiaro. Il ritornello, che non stravolge molto la struttura del pezzo, lo conferma e lo amplifica anche grazie a delle linee vocali enfatiche impreziosite anche da dei cori in sottofondo. Dopodiché, nella sua seconda parte, le cose si fanno leggermente più aggressive: non solo la doppia cassa torna a farsi sentire, ma anche i riff sono decisamente più serrati e taglienti. Inoltre, chi conosce bene il Power noterà quello che sembra proprio essere un riferimento ad un album caposaldo del genere: "Age of violence and tragedy/ Come and witness the land of the free?" Già, proprio quel "Land Of The Free" (1995) dei Gamma Ray. Magari non è una cosa voluta, ma dal momento che siamo in un album Power il pensiero che sia una sorta di tributo volontario ci viene. In ogni caso, dopo l'indurimento appena descritto, la canzone si permette anche un'accelerazione in cui spiccano delle ariose melodie chitarristiche che nascondono una certa aria malinconica. Questo perché il protagonista del pezzo sembra non aver portato a compimento la sua fuga. La strofa seguente, infatti, ci fa capire che è stato catturato nuovamente e gettato a marcire in una cella. A questo punto ritroviamo le due strofe del ritornello, che nuovamente propongono l'accoppiata tra la prima strofa con i cori e la seconda più aggressiva e veloce. A questo punto arriva il momento della sezione solistica, la quale è davvero ben fatta e si trascina fino alla fine. Gli assoli si susseguono rapidamente e la batteria tiene un ritmo ora velocissimo ora leggermente più cadenzato, e questo permette anche alle chitarre di variare la proposta "in corsa", rendendo il tutto più vario e vivo.

Looking All Around

E' un inizio duro e cadenzato quello di Looking All Around (Guardando Tutto Intorno), ma ecco che in pochissimo un'ariosa e cantabile melodia di chitarra fa il suo ingresso cambiando il registro. Ad essa poi segue un'improvvisa accelerazione tipicamente Power in cui dei cori che cantano dei sempre efficacissimi "oh oh oh" imitano proprio l'andamento di quella melodia chitarristica, la quale è comunque sempre ben presente anche nelle linee vocali che seguiranno. Quando la voce del cantante comincia a pronunciare i primi versi le ritmiche rallentano leggermente, ma restiamo lo stesso su un sound da galoppata molto classico. I Nostri sembrano voler proporre una canzone con cui lanciare un messaggio positivo e pacifico, e non potrebbe essere altrimenti in un brano Power del genere, d'altronde l'aria che si respira è decisamente positiva e lucente, quasi à la Freedom Call: "Feel the joy/ feel the mercy and happiness/ Share it with others". L'atmosfera si fa ancora più frizzante con il pre-chorus, dove la doppia cassa comincia nuovamente a farsi sentire di più e il cantante si lascia andare ad acuti falsetti. Tutto, ovviamente, per arrivare all'accelerazione definitiva portata dal refrain, il quale ripropone nelle linee vocali proprio l'efficace melodia chitarristica apprezzata ad inizio brano, facendocela entrare in testa ancora di più e rendendo quindi il ritornello ancora più cathcy. A seguire gli Abrin piazzano direttamente l'assolo, che si inserisce su ritmiche decise ma decisamente più lente di quanto appena terminato. Ritmiche che rallentano ancora di più alla fine dell'assolo di chitarra e che permettono al brano di acquisire un certo retrogusto "anthemico", amplificato dal ritornello, che questa volta deve adattarsi alla nuova struttura del pezzo, senza però perdere niente in efficacia, anche perché dopo non troppo tempo la doppia cassa riprende in mano le redini del tutto e si lasca andare per un'ultima cavalcata e per un'ultima ripetizione del ritornello. Il messaggio positivo e addirittura pacifista adesso è ancora più esplicito e facile da assimilare, un messaggio che forse potrebbe sembrare semplicistico e banale ma fa parte di una certa corrente del Power e dopotutto sposa bene con queste sonorità: "No more tears, no more war/ we are living in our dreams/ There's a missing part of life/ If you want to save your heart/ Give the world one more smile/ Something's missing in our lives". In chiusura ritroviamo poi i cori iniziali, i quali rendono la cavalcata finale ancora più enfatica.

Deception

Come per la traccia appena conclusa, anche Deception (Inganno) inizia con una melodia ariosa e catchy molto efficace, a cui poi segue una breve accelerazione con le chitarre in primo piano. All'improvviso, però, tutto sembra spegnersi e restiamo soltanto con la batteria ed una quasi sussurrante voce del cantante, che ci mette in guardia sull'utilizzo delle bugie, specialmente in amore. Si può mentire, si può agire nell'oscurità, ma dopo un po' tutto viene alla luce e, come dicono i versi della prima strofa, un amore costruito sulle bugie è una bomba pronta ad esplodere. Così come esplode la canzone alla pronuncia di queste parole: le chitarre ritornano in primo piano e le ritmiche si fanno più decise e taglienti, mentre la voce di Zadiev tocca note più acute. Insomma, il brano sembra innalzare sempre di più i toni, e non è un caso, visto che ora ci troviamo ad ascoltare il ritornello, che nonostante sia abbastanza prevedibile risulta sempre molto solare e, perché no, anche piacevole. Qui le liriche ribadiscono il concetto spiegato poco fa, rendendolo quindi il tema principale della traccia: "Shame on you!/ There is nothing so secret but it comes to light/ Call on you/ Secrets are never long-lived". A questo punto le ritmiche restano ancora veloci, facendoci dimenticare l'introduzione più soffusa (che a dir la verità non mi sarebbe dispiaciuto risentire in questa sezione), ma non sono solo le ritmiche a mantenersi su certe velocità, anche le liriche restano piuttosto coerenti, non scostandosi di una virgola dal tema principale, com'è anche giusto che sia in una canzone che porta anche un titolo abbastanza eloquente: "Nothing was real if it was all based in a lie/ No matter what happens it certainly hurts/ In a lie" Una batteria molto veloce poi ci guida verso il solare ritornello, che sembra quasi contrastare con un testo che quasi richiederebbe un approccio più rabbioso, ma questo è Power Metal, e anche gli inganni vanno presi di petto, con orgoglio e con l'ottimistica voglia di rifarsi. Ecco però che, neanche a farlo apposta, l'atmosfera cambia decisamente: le ritmiche rallentano, i riff serrati svaniscono e tutto suona malinconico, con un triste assolo a portare la bandiera. Non si può essere di malumore troppo a lungo però, quindi gli Abrin decidono di premere nuovamente sull'acceleratore prima ancora che l'assolo finisca, pronti per esplodere nuovamente in un ritornello finale (dal testo lievemente diverso) che ci riporta il buonumore e la consapevolezza che gli inganni non durano per sempre, la verità uscirà sempre fuori.

The Willpower

Il prossimo pezzo è uno dei migliori dell'album e si intitola The Willpower (La Forza di Volontà). Le ritmiche ed i riff iniziali sono molto accattivanti, a metà tra l'Heavy ed il Power, ma non appena il cantante con la sua voce à la Kiske (addirittura la pronuncia di alcune lettere è uguale) entra in campo, l'atmosfera si sposta nettamente sul versante Power. Nonostante questo, i tempi non si lasciano andare a cavalcate in doppia cassa, ma restano ritmati e non troppo veloci. La strofa seguente però, che è un vero e proprio bridge vede un acceleramento della batteria ed uno spostamento verso lidi quasi "happy" in cui anche le chitarre danno il contributo con qualche melodia niente male. Un tipico momento eccitante che riesce a scaldare e a dare forza con il suo testo tutto incentrato sul "noi" e sulla voglia di conquistare il mondo (in senso figurato ovviamente). Il ritornello prosegue su questa scia rendendo però il tutto leggermente più ruvido e forzuto grazie a delle linee vocali dirette, che restano subito impresse in mente e che vengono cantate in modo sicuramente meno spensierato. L'obiettivo è quello di far passare il messaggio con più enfasi possibile: "If you dream it then you can make it/ If you feel it then you can take it/ Days of darkness can't last forever/ The willpower". Tutto è in noi e nella nostra forza di volontà, solo noi possiamo far sì che quanto vogliamo accada. Dopodiché le ritmiche tornano ad essere più lente e guidate da riff più pesanti, mentre anche la voce del cantante sembra essere più bassa e lievemente sporca, anche se in sottofondo si sentono molto bene anche dei falsetti che nell'ultima parte di questa nuova strofa riescono a creare un bell'effetto simil-corale che crea un innalzamento dei toni davvero ben fatto, il quale sottolinea ancor di più il concetto fondamentale espresso dal brano: "To overcome a fear/ to conquer hearts and minds/ And carry on forever, the power within". Ora la strada è spianata per il bridge "happy" e per il più roccioso refrain che lo segue. Improvvisamente, poi, la canzone passa in mano alle melodie chitarristiche, e potremmo aspettarci degli assoli, ma in un attimo ritorna in mano alla voce del cantante e a dei cori in sottofondo tutti da cantare, soprattutto dal vivo. A questo punto, però, l'assolo arriva davvero, impreziosito da ritmiche velocissime e da tipici riff serrati Power a supporto. Purtroppo questa sezione solistica, che aveva tutti i presupposti per essere davvero interessante, dura molto poco, ma a consolarci ci pensa l'accoppiata bridge-chorus finale che ci restituisce il buonumore e la voglia di conquistare il mondo, insieme alla voglia di far valere la nostra forza di volontà in situazioni in cui potremmo farci, invece, abbattere.

The Last Turn

The Last Turn (L'Ultimo Turno) inizia senza dilungarsi per niente in momenti introduttivi: in un attimo entriamo nel vivo con la voce del cantante sommersa da riff duri e da un generale senso di caos che lascia comunque presagire un'evoluzione diversa. Infatti, la struttura vera e propria del pezzo esce fuori proprio dopo questa prima strofa caotica, con ritmiche medio-veloci, riff abbastanza semplici e linee vocali abbastanza solari come sempre, le quali, tanto per cambiare, cantano parole di incoraggiamento per chi non vuole farsi abbattere e sconfiggere. Le melodie chitarristiche che seguono, con la loro vivacità e con il loro sound classico, sembrano proprio voler sottolineare quest'ultimo punto e, insieme ad un'accelerata di batteria, rendono il brano più interessante ed accattivante. Un momento di innalzamento che non può che portare al ritornello, che non è proprio "happy" come ci si potrebbe aspettare; è in effetti deciso e potente, grazie anche ad una batteria che pesta più del solito, per non parlare delle linee vocali del cantante che sono di "dickinsiana" memoria. Le liriche, in terza persona, sono un naturale proseguimento di quanto detto pocanzi, anche se non è chiaro a chi la band si riferisca e di quale ultimo giro si tratti: "Passion and fervor has always conducted you/ Rapture and glory, here comes the champion/ Nothing could stop him as though he would never fail/ Here comes the winner, this ain't his final race!" A questo punto, con la nuova strofa, la canzone si mantiene quasi sulle stesse coordinate del refrain, mantenendo quindi una certa velocità e dando risalto ai riff squisitamente Power che supportano la voce del cantante, intento ancora a lanciare messaggi sul credere in sé stessi. In ogni caso, squisitamente Power sono anche le melodie chitarristiche, già viste prima, che precedono il ritornello e che si riconfermano come uno dei momenti migliori della traccia. Momento a cui segue, ovviamente, il riuscito ritornello, a sua volta seguito da una sezione solistica all'insegna della velocità e di un breve dialogo tra le due chitarre che sarebbe stato anche migliore se più lungo. Dopodiché le ritmiche si fanno più cadenzate, ma solo per un attimo, perché improvvisamente riaccelerano e, grazie ad un rumore di sottofondo capiamo anche di quale ultimo giro parla il testo. Il rumore che sentiamo è quello di una vettura da corsa (dal rumore sembra di Formula 1), sentiamo infatti il suo rombo e le sue accelerate che si sposano molto bene con l'accelerazione del brano. Quindi potremmo dedurre che le liriche parlano di un pilota che si prepara ad affrontare la sua ultima gara, ma potrebbe anche essere che dietro a tutto si cela un significato più ampio e metaforico. Comunque, ci avviciniamo sempre di più alla fine, così come il nostro pilota si avvicina al momento per cui si sta preparando con passione, ed è proprio lui a rivolgersi a noi stavolta: "This is my last race, I need to face the truth/ Nobody knows that yet, but I had my dream of fate/ With passion and fervor, the story stays on/ No matter how far you'd come, be true to yourself". Il chorus fa il suo ingresso per un ultima volta per salutare il pilota ed accompagnarlo al traguardo, così come noi ci apprestiamo a raggiungere gli ultimi secondi della traccia, i quali si chiudono proprio con il rumore di un motore.

1939

Una canzone cantata in russo, risalente palesemente agli anni '30/40 del secolo scorso, e il rumore di arei e cingolati danno il via a 1939; il brano non è proprio inedito, in quanto era già presente nel precedente "???????? ???" (No Way Back) (2015) ma era cantato in russo. Qui invece è cantato in inglese ed è anche risuonato per l'occasione, risultando quindi lievemente differente dalla versione originale. Dopo i rumori iniziali, le veloci ritmiche alla Gamma Ray ed un selvaggio acuto di Zadiev danno il vero via a questo brano incentrato sulla storia russa e, più precisamente, sulla guerra russo-finlandese (o Guerra d'Inverno) iniziata proprio nel 1939. La prima strofa rallenta lievemente il tiro, ma si mantiene comunque molto ritmata ed energica, adatta quindi ad una traccia che parla di guerra; la seconda strofa vede invece l'ingresso di vocals in scream (sempre appannaggio di Smirnov) che rendono il tutto più aggressivo e ancora più a tema, ma contrastano anche molto l'anima Power del tutto. In ogni caso, le truppe russe si preparano ad invadere i territori della Finlandia, in un anno, poi, che sembra essere proprio gestito dal Diavolo in persona, se pensiamo che poco prima era anche scoppiata la Seconda Guerra Mondiale. L'invasione dunque inizia, ma come ci dice il melodico ma risoluto ritornello, non sarà per niente facile: "Covered by snow dirt and mud/ follow the orders hold the ground/ Evil in stride, fields of fire/ No mercy for traitors, bleed your own blood?" Il bello è che la canzone si mantiene sempre ritmata e abbastanza veloce, gettandoci quindi nel marasma della guerra senza darci nessuna tregua. D'altronde neanche i soldati russi ce l'hanno, circondati da soldati finlandesi mimetizzati tra gli alberi e la neve e pronti a non far avanzare nessuno. Le vocals in scream sottolineano ancora di più questo momento di tensione e difficoltà, e il veloce ritornello fa aumentare ancora di più le palpitazioni e la tensione nell'aria. Verso metà pezzo vediamo una bella progressione affidata ai riff che poi si evolve in una sezione solistica in cui la chitarra di Smirnov si rende protagonista con un assolo molto melodico e non troppo veloce che ci fa prende un attimo di pausa. Ma è solo un attimo e non è neanche duraturo: primo perché in sottofondo sentiamo spari e rumori tipici di una battaglia, secondo perché la traccia in breve tempo ritorna sui lidi veloci e tipici del Power. Ancora una volta, poi, ritroviamo due strofe in cui la voce pulita lascia spazio anche a quella in scream, la quale lancia sentenze dure e terribili: "Not a step backward, keep at it/ Even the snow is so deep/ This is a war, kill or be killed/ The Winter War!" Nonostante le difficoltà bisogna avanzare, anche perché ritirarsi potrebbe essere mortale quanto l'altra opzione? La voce in scream ce la ritroviamo anche nell'ultimo ritornello, tanto per dare un ultimo tocco di ruvidezza. La traccia però non si chiude con il refrain, bensì con quella che sembra un'altra canzone popolare russa.

Heavy Metal

L'album termina con Heavy Metal, che molto probabilmente è il punto debole di tutto il lavoro ed era già presente su "The World Of Evil". Come si capisce dal titolo e dai primissimi secondi, è una classica canzone che inneggia al nostro genere preferito e lo fa con orgoglio. Le ritmiche infatti sono rocciose e muscolari, e a dir la verità i riff ed il basso sono molto piacevoli da sentire con i loro accordi veloci e serrati. I riff diventano poi ancora più veloci e squisitamente Power nella seconda strofa, dove sono anche presenti versi che sono piuttosto eloquenti e in cui ognuno di noi si potrebbe immedesimare: "Heavy metal, heavy sound/ Blows our minds all the time/ We love what we do, we love what we are/ Heavy metal is all that we need". A questo punto arriva anche il ritornello, che altro non è che la semplice ripetizione del titolo, una scelta che lo rende certamente diretto ma anche abbastanza scontato. Comunque, la canzone prosegue senza perdere niente in potenza, proponendo un'altra volta due strofe dove la prima è lievemente più lenta e la seconda accelera improvvisamente. Quello che non cambia tra le due è la dichiarazione d'amore per il Metal, che non guasta mai. Oggigiorno testi del genere vengono quasi guardati con distacco e un senso di superiorità, come se parlare di questa passione sia una cosa infantile, ma invece, secondo me, non c'è assolutamente niente di male, e anzi, bisogna parlarne e pure forte! Proprio come succede nel ritornello, un puro e semplice "Heavy Metal!" che però racchiude tutto un mondo. La batteria continua a pestare sotto il refrain, ma al suo termine rallenta e il brano si fa più cadenzato e "saltellante", ma è un momento che dura poco, in quanto non appena la chitarra solista fa il suo ingresso la batteria torna ad accelerare, anche se qua e là riesce ad inserire qualche lieve rallentamento. L'assolo poi è davvero ben fatto e grazie anche alla varietà delle partiture ritmiche riesce ad emergere come uno dei migliori del disco. Un nuovo ritornello ci porta prepotentemente verso la sezione finale della canzone, dove la band continua imperterrita con le sue dichiarazioni: "Roaring thunder, power and might/ We're playing metal over the night/ Heavy metal will never die/ It's been always in our hearts". E' sempre stato nei nostri cuori. E' bello vedere come effettivamente questo amore abbia portato un gruppetto di ragazzi a scrivere degli album, come quell'amore sia diventato qualcosa di più. Arriva quindi il momento di gridare nuovamente il refrain, ma per l'ultima volta, visto che la canzone è finita e con essa è finito anche l'album.

Conclusioni

I 50 minuti di "Hell On Earth" scorrono via senza troppi intoppi, anche perché le canzoni sono tutte orecchiabili, semplici, dirette e fatte per entrare in testa dopo pochi ascolti. La qualità è piuttosto omogenea: a parte uno o forse due episodi lievemente sotto la media, infatti, tutti gli altri pezzi si assestano più o meno sullo stesso livello qualitativo, e anche quei due episodi "inferiori" non sono poi così tanto inferiori. Se è vero che questo rende l'album compatto e omogeneo, è anche vero che potrebbe renderlo mancante di picchi e di sussulti tali da stupire l'ascoltatore. Come già spiegato nell'introduzione, infatti, siamo davanti ad un Power Metal abbastanza di maniera e molto debitore alle sonorità classiche e già ben collaudate, quindi è quasi normale che non vi siano molte sorprese. Tuttavia, come abbiamo visto anche durante il track-by-track, queste soluzioni classiche funzionano bene in mano agli Abrin, i quali riescono ad usarle con agilità ed una certa freschezza. Le melodie portanti di pezzi come "Slavery" e "Looking All Around", in effetti, sono più che riuscite ed è difficile che non facciano successo e che non colpiscano nel segno; così come i ritornelli della title-track, di "Blessing In Disguise" o "Deception". Molto interessante risulta poi il lavoro delle chitarre, le quali ora si rendono protagoniste con riff serrati e velocissimi, ora con assoli molto accattivanti e ben fatti, anche se a volte un po' troppo brevi, appannaggio dell'esperto Smirnov. Certo, questo tipo di proposta potrebbe rendere l'album poco longevo e non molto memorabile, in quanto proprio il restare attaccati a certi stilemi porterebbe ad una sensazione di già sentito. Ovviamente in questo caso è una sensazione che non viene molto spesso, ma va detto che un po' di personalità in più non guasterebbe di certo, unita magari ad una voglia di variare un po' la proposta nel corso dell'album. Come già fatto notare più volte, la voce del cantante a volte è talmente simile a quella di Kiske che anche chi ama il Power potrebbe storcere il naso e pensare di andare ad ascoltare qualcosa di più originale. A questo proposito, gli Abrin inseriscono la voce sporca di Smirnov in "Prisoners of the Abyss" e "1939", ma devo dire che non è una scelta che lascia molto il segno, almeno per me; certe vocalità le trovo infatti troppo dissonanti con le atmosfere positive e le sonorità pulite tipiche del Power, anche quando si vuole sottolineare un tema drammatico. L'utilizzo di quelle vocalità, comunque, è certamente mirato a strizzare l'occhio agli stili più moderni, in quanto non è un mistero che il Metal estremo negli ultimi anni 15/20 anni vada per la maggiore. Tra l'altro le due canzoni appena citate sono anche quelle a carattere storico, per così dire, visto che entrambe parlano non di felicità, credere in sé stessi et similia ma di avvenimenti che fanno parte della storia russa,  più o meno recente. Una cosa che mi è dispiaciuta è stato il fatto che molte sezioni solistiche sono durate poco, magari partivano benissimo rendendosi anche interessanti ma poi finivano dopo pochi secondi. Ecco, avere più assoli, o per lo meno assoli più lunghi, avrebbe reso il tutto ancora più riuscito, anche perché, al contrario, non mancano assolutamente degli assoli davvero ben fatti; forse è proprio la presenza di quest'ultimi a far venire voglia di momenti simili. In conclusione, "Hell On Earth" è un album molto omogeneo e ricco di bei pezzi che si lasciano ascoltare benissimo e che viene anche voglia di canticchiare, il difetto che andrebbe sottolineato, più per dovere di cronaca che per altro, è dovuto ad un reiterato utilizzo di certe sonorità che chi apprezza il Power conosce già troppo bene. Difetto che, in verità, non dà troppo fastidio allo scorrimento dell'album e alla qualità generale dei pezzi, i quali risultano comunque più che piacevoli e ben fatti. Quindi, un buon lavoro da parte degli Abrin.

1) Hell on Earth
2) Prisoners of the Abyss
3) A Monster in Disguise
4) Slavery
5) Looking All Around
6) Deception
7) The Willpower
8) The Last Turn
9) 1939
10) Heavy Metal