TOMBETO CENTRALE

Il Silenzio Della Collina

2016 - Qua'Rock Records

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
11/06/2016
TEMPO DI LETTURA:
7

Introduzione Recensione

Il nostro viaggio nei meandri dell'underground italiano ci porta stavolta al cospetto di una band alternative/indie rock, praticamente all'inizio della propria carriera musicale. Loro sono i Tombeto Centrale e il loro primo disco ufficiale, "Il Silenzio Della Collina" (2016 - "Qua'Rock Records"), rappresenta un'interessante digressione nel panorama indie (come accennato in precedenza) da parte di una band forse priva di una lunghissima esperienza, ma che dimostra di avere comunque qualcosa da dire. E lo fa attraverso un lotto di canzoni, dieci per l'esattezza, contenute nell'album di cui sopra; grintoso biglietto da visita di questo giovane ensemble che, dovesse continuare per la propria strada con tenacia e dovesse essere sempre baciato dall'ispirazione (elemento immancabile per un buon album che si rispetti, dato che - e sarebbe superfluo sottolinearlo - saper fare il proprio mestiere non basta), potrebbe sfornare con il tempo album di una sempre più rilevante caratura, sino - chissà - ad ottenere il proprio capolavoro. Certo, perché sarebbe da ipocriti o da ingenui asserire, da parte mia, che ci troviamo di fronte ad un disco di importanza capitale o  dotato di una bellezza "scultorea". Molto più realisticamente è lecito affermare che il disco che mi trovo a recensire costituisce un buon prodotto, fresco, gradevole, da "intrattenimento". Non si hanno "filler" tra queste dieci tracce - o almeno io non ne ho trovati - e già questo è un ottimo punto a favore della band. Se poi ci mettiamo il fatto che ogni singola traccia scorre che è una bellezza e non dà mai modo all'ascoltatore di skippare, allora già si può dire che i Tombeto abbiano vinto. Perché ripeto, l'album è fresco e possibilmente avvincente e se si cerca un disco "di compagnia", se si cerca un prodotto per passare un tot di tempo senza particolari pretese, allora questo è il disco giusto. Il discorso cambia se si cerca qualcosa di unico, magari cervellotico, a "strati", un prodotto con un'identità nascosta che va cercata ascolto dopo ascolto, o altre "menate" del genere. Qui la musica è fatta per essere ascoltata, goduta in maniera immediata. L'unico aspetto "enigmatico" sarebbe quindi rappresentato dai testi effettivamente propostici. Magari le liriche non sono immediatamente intellegibili (secondo una dichiarazione i nostri preferiscono una testualità abbastanza enigmatica, per lasciare all'ascoltatore qualsiasi facoltà interpretativa) e forse queste potranno essere l'oggetto di "elucubrazioni" da parte di quella frangia di pubblico con più "pretese", per così definirlo. Ma chi sono, i Tombeto Centrale? Per saperlo, considerando che è lecito dare del gruppo un breve spaccato biografico, è opportuno anche dare spazio alle loro parole, riportando i dati già presenti nella loro biografia ufficiale. Veniamo così a conoscenza del fatto che il progetto Tombeto Centrale prende vita nel gennaio 2012 in un freddo garage di una spopolata frazione collinare della mediavalle lucchese, da una idea di Luca Giannotti (chitarra e voce); il quale, raccogliendo le tante ceneri di esperienze passate, cerca di ricreare una dimensione sonora a lui favorevole. La formazione, volutamente e strettamente fissata a tre elementi, allo stato fondamentale del Rock, si completa con Riccardo Franchi alla batteria e Luca Franchi al basso, due elementi capaci di accolgiere la dimensione dell'amico di lunga data. I tre sono dediti ad un sound potente, incalzante, armonicamente malizioso, a tratti disperato; nonché a tesi ispirati e rigorosamente in italiano: un crossover magico e senza tempo (cit.)! Si fanno le ossa sui palchi toscani aprendo concerti a band di spessore come Quintorigo, Zen Circus e Rebeldevil. Dopo varie partecipazioni a contest e compilation ("Sanremo Rock 2013" e "20 anni senza Kurt") e dopo la fortunata esperienza di "Emergenza Festival" ed. 2013, che li ha visti prima vincitori della finale regionale toscana svoltasi al "The Cage Theatre" (Livorno) e poi esibirsi alla finale nazionale all' "Alcatraz Club" (Milano), entrano nel roster della "Qua'Rock Records", vincendo il primo "Qua'Rock" contest nella primavera del 2015. Grazie alla proficua collaborazione con l'etichetta, prende finalmente forma il loro album d'esordio, "Il silenzio della Collina" in uscita a Marzo 2016. Tombeto Centrale è quindi, sempre parafrasando le dichiarazioni dei Nostri, "il desiderio di poter fuggire dall'avidità del mondo, ma il treno è quasi sempre in ritardo...". Cosa aggiungere ulteriormente? Beh, innanzitutto specifico una certa varietà nelle tracce, nelle quali si passa da ritmiche più dinamiche ("Fa# Economico") ad altre maggiormente pacate ("Mr. Beaver"), cosa che rende il prodotto più vario e gustoso. In più abbiamo una cover art sicuramente interessante, molto "alternativa" in cui troviamo rappresentati con stile semplice e minimale, quasi da graffito rupestre, tre personaggi (i membri della band?) su uno sfondo altrettanto semplice, virato su toni che variano dal biancastro al nero e al rosso, abbastanza sgranati quasi fossero eseguiti a pastello. Detto ciò direi che possiamo passare alla disamina più approfondita del disco in questione.

Fa# Economico

Si incomincia con "Fa# Economico", bel pezzo ritmato, lineare e di gran presa. Un ottimo apripista indicativo per iniziare a comprendere il modus  operandi del gruppo senza doversi perdere in troppe fuorvianti spiegazioni. Un rintocco di bacchette da il via in breve ad un giro di basso destinato ad imporsi come il "leitmotiv" del brano. Quasi subito si inserisce la chitarra, che in breve inizia ad arzigogolare un giro melodico abbastanza semplice. Al venticinquesimo secondo la chitarra cambia tono infilando un ghiribizzo isterico prima del subentrare della voce di Luca Giannotti (trentesimo secondo), decisa ma non votata a toni particolarmente astiosi. Il subentrare della sezione vocale non incide sul tappeto ritmico di fondo, che rimane praticamente inalterato fungendo da "atmosfera" ideale per lasciare spazio al cantato. Continuano comunque le intrusioni di chitarra che, fungendo da accenti e diversivi, donano una certa anima al pattern. Dal quarantottesimo secondo la chitarra inizia ad assurgere un ruolo maggiore, non limitandosi a brevi singulti, ma piazzandosi con un ovattato, reiterato riffing, per nulla intrusivo, anzi, forse assumendo un ruolo di parte atmosferica aggiunta. Verso il minuto e tre la voce si fa di misura più grintosa per poi lasciare spazio ad un breve break strumentale (verso il minuto e sei, in cui è di nuovo il giro di basso portante a farla da padrone) che al minuto e dieci concede di nuovo spazio alla voce, stavolta molto grintosa, urlata e viscerale, per fare di nuovo capolino al minuto e sedici. Al minuto e ventuno ancora la voce, di nuovo sanguigna, estremamente energizzata, accompagnata da un pattern di chitarra e da un gioco dinamico di batteria. A un minuto e ventinove è ancora il basso ad ergersi protagonista. Tale impostazione continua praticamente per tutta la durata del brano, nel quale è appunto il reiterato, ipnotico giro di basso a farla quasi da padrone. Testualmente il brano si presenta come una lunga digressione auto-introspettiva, nella quale il protagonista si lascia andare in pensieri tra i più disparati su quanto riguarda il mondo a lui circostante ("ogni volta che/ tira vento da queste parti/ si scatena un inferno che/ certamente è noto a tanti") e sul rapporto che intercorre tra lui e una certa figura femminile, non meglio specificata, e che a dire il vero si identifica come "figura femminile" solo grazie ad un verso ("dimmi cara, se ci credi o no.."). Lei non sembra più far parte della vita dell'uomo protagonista del brano, ma sembra riaffacciarsi saltuariamente in questa, forse per tormentarlo, forse per avere qualcosa da lui. Forse affetto, forse un perdono. un perdono che pur con tante sofferenze il protagonista sembra volergli concedere ("mi ritrovo dilaniato tra il perdono ed il peccato") anche se preferisce pensare a periodi differenti, più incantati, a stagioni diverse. Ma nel frattempo non indietreggia di fronte al saltuario riaffacciarsi nella sua vita di quella donna che una volta deve aver significato, forse, qualcosa di importante.

Social Network

Si continua con la bella "Social Network", inaugurata da un gustoso rifferama molto carico, reiterato più e più volte. Il riff si presenta inizialmente scevro da qualsiasi accompagnamento di batteria, la quale subentra solo a partire dal decimo secondo in poi. Al ventesimo secondo piccolo cambio di registro, con la chitarra che geme un piccolo ghiribizzo, ma già pochi secondi dopo si ritorna sulle medesime coordinate di partenza. Al quarantasettesimo secondo si impone un pattern di fondo più teso, in concomitanza con l'entrata in scena della voce, urlata, secondo dettami che possono rievocare addirittura panorami hardcoreggianti. Al cinquantaduesimo secondo, mentre la voce "evapora" gradualmente si ritorna sul riffone di base, che continua anche quando, verso il minuto e due, fa di nuovo il suo ingresso la voce, stavolta meno aggressiva. A un minuto e ventidue piccole divagazioni dal rifferama principale che ci portano a un micro- stop al minuto e trentuno, per poi dare spazio ulteriormente al rifferama portante. A un minuto e quarantaquattro torna di nuovo in scena la voce, che scortata dal solito riffone, sino ai due minuti e cinque continua su registri rodati, per poi dare spazio ad una piccola divagazione e concedere, dopo i due minuti e quindici, un'apertura, un break più vellutato e morbido destinato ad imporsi come elemento di rottura rispetto a quanto sentito sino ad ora. Il nuovo frangente, di carattere più atmosferico, spazza via in un colpo la veemenza della struttura principale per dare in pasto all'ascoltatore un passaggio più evanescente tutto giostrato su un ovattato lavoro di chitarra e sulla voce, ora più carezzevole. A tre minuti e diciotto si impone un aumento del climax, con la voce che si fa più grintosa. A tre minuti e quarantuno ci si stacca dunque da questo passaggio "morbido" per tornare in seno alla rodata struttura di base, con cui il brano è partito e di cui costituisce forse l'"ossatura". A livello testuale non ci discostiamo poi troppo dalle liriche del precedente brano: ancora una volta il "protagonista", insomma, l'uomo attorno a cui ruota il brano, si perde in riflessioni riguardanti una certa figura femminile (la stessa di prima?). Il testo, più intellegibile rispetto al precedente (meno lineare e intelaiato tutto su riflessioni personali) ci porta di fronte ad un evidente perdita di fiducia e di stimoli del protagonista nei confronti della figura femminile di cui sopra. Questa deve aver combinato qualcosa di spiacevole: così spiacevole da smorzare qualsiasi possibile stimolo ed empatia. Eppure, tra i versi, è possibile coglierne uno "ambiguo", ossia "sento che mi abbandoni/ e ho necessità di te". Dunque, nonostante lei si sia comportata male (ma non abbiamo abbastanza dati a disposizione per dire esattamente in che senso), lui continua possibilmente ad avere una sottile dipendenza da lei. Solo alla fine viene fatto trapelare sottilmente il concetto del tradimento ("Giuda almeno ebbe l'eleganza").

Fiori Serpenti

Un riffing narcotico, trasognato, che mi ha portato alla mente un certo guitar work "nirvaniano" inaugura la successiva "Fiori Serpenti", un pezzo dai ritmi decisamente più rilassati rispetto a quanto ascoltato in precedenza. A pochi secondi dall'introduzione solo a base di chitarra, si aggiunge alla base strumentale iniziale (che poi vediamo reiterarsi in tutto l'arco del brano) una batteria molto dosata e non intrusiva, che aggiunge un certo ritmo all'atmosfera. A quindici secondi vediamo l'inserto della voce, pacata e carezzevole, che si va ad adagiare nel tappeto strumentale senza che questo subisca grosse alterazioni. Si continua così sino al cinquantaseiesimo secondo, prima di un breve stop della voce (che lascia spazio all'ipnotico rifferama portante). A un minuto e cinque il ritorno della voce, sempre cullata dal magnetico rifferama di base. Una variazione chitarristica verso il minuto e venticinque ci porta ad un graduale aumento del climax, partendo da un frangente sussurrato del singer per arrivare ad una parte più declamata. A due minuti e otto ancora il main riff, che ci porta ad una parte più ovattata sorretta dalla voce "recitante" del singer (il quale lascia momentaneamente il cantato per esprimersi semplicemente con il parlato). Questo almeno fino ai due minuti e trentacinque, quando ritorna ad una parte fondamentalmente più cantata. A due minuti e cinquanta, mentre le vocals si trascinano spegnendosi, riprende il main riff, che in breve cambia le proprie coordinate in un gustoso affresco chitarristico, sempre molto d'atmosfera. Per quanto riguarda il testo, non sembra che le coordinate si spostino più di tanto rispetto a quanto udito (e letto, dato che non ho mancato di rivedere attentamente i testi sul booklet) in precedenza. Ancora una volta si parla di un rapporto inter-relazionale tra un uomo - il protagonista del brano - e una figura femminile. Solamente che stavolta il testo si dimostra estremamente più ostico nell'interpretazione. Insomma, ascoltando il brano ci troviamo di fronte ad una collezione di metafore (mescolanze tra vetro e cotone, i "serpenti" del protagonista, le tre teste) che ci fanno sicuramente riflettere e fanno in modo che nella nostra testa possano baluginare, fioccare domande su domande, che però dubito possano trovare risposte oggettive dato che i nostri non fanno mistero di creare ad hoc un apparato testuale complesso ed enigmatico per dare modo all'ascoltatore di rendere soggettiva ogni interpretazione. Comunque sia, a grandi linee, ci sono i due protagonisti del brano - un uomo ed una donna - che vorrebbero ritornare ai "loro fiori in mezzo alla propria città" (?) e lui si perde in una moltitudine di riflessioni, riguardo all'amore "a tre teste" (?), ai suoi serpenti (?) che cerca di evitare. Complimenti per la fantasia: sinceramente il testo fa dell'originalità il suo punto di forza.

Il Venditore di Tappeti

Un dimesso tamburellare da il via alla seguente "Il Venditore di Tappeti": un pattern ritmico nel quale quasi subito si inserisce un delicato guitar work d'atmosfera, e verso il diciassettesimo secondo, la voce del singer, dimessa e languida. Si continua così, sul pattern ritmico di partenza corredato dal guitar work pacato e dalla voce languida del vocalist sino ad una piccola variazione alla batteria verso il cinquantesimo secondo, la quale accentua i propri battiti donando maggiore forza alla struttura. Quasi impercettibilmente, la voce per gradi acquista maggiore grinta smarcandosi dai toni languidi dei primi frangenti. A un minuto e venti i toni cambiano in maniera netta: la struttura si fa più energica dando spazio ad un riffone grosso e grasso, roboante, che spazza via in un colpo tanta delicatezza avvertita sino a questo momento. A un minuto e trentadue il ritorno delle vocals coincide con un impostazione canora più evocativa, quasi epica, cantata a squarciagola. Il fondo si mantiene su un rifferama reiterato, ipnotico, ma decisamente energico. A un minuto e cinquantadue si ritorna su binari più mesti attraverso un cesello di chitarra decisamente più dimesso che ci riporta in seno ad un pattern morbido ed evocativo. Superata la soglia dei due minuti fa di nuovo il suo ingresso la voce, ancora una volta gestita su toni caldi ed avvolgenti, molto pacata, destinata comunque ad aumentare il pathos sino allo scoccare dei due minuti e venti, quando i ritmi si fanno un pizzico più dinamici. A due minuti e quarantatre ancora una volta i toni si riscaldano in un frangente più emozionale e carico di epos, infiammati dal medesimo riffone del minuto e venti. A tre minuti e cinquanta i ritmi si distendono nuovamente in un passaggio più rilassato e carico di atmosfera, in cui la voce del singer, tra delicatezza ed aggressività, si lascia cullare dal magnetico pattern di fondo. Questo sino ai cinque minuti e cinquanta, quando il pattern strumentale si lascia andare ad una parte ancor più evanescente e quasi "ambientale". Gradualmente i toni sembrano riaccendersi, sino a quando, arrivati ai sei minuti e mezzo, si infiammano di nuovo portandoci al cospetto di un'ulteriore parte molto carica e pregna di grinta. Il testo ancora una volta si presenta come "visionario", pieno di allusioni - ricorre metaforicamente il "bianco" - e totalmente distante dall'incipit del titolo (assolutamente fuorviante: non si parla né di venditori ambulanti, e se pensate a qualcosa che riguardi gli sketch di Teo Teocoli o di Tiberio Murgia siete totalmente fuori strada). Il protagonista fa riferimento, nel testo difficilmente intellegibile, alla propria sposa, e qualcosa accade ogni volta che questo "rende polvere la sua voglia di poesia e la soffia via". Si fa riferimento al bianco, come accennavo: bianco come le pagine di quel "diario che non si scrive più", come il vestito da sposa - che ne proseguo si evince ormai sporco e che non può più essere indossato. Ma si fa riferimento, pur se di misura, anche al blu: il blu di un tappeto su cui un personaggio a cui il protagonista fa riferimento è sdraiato. E steso su quel tappeto di colore blu questi si guarda (?) e cade giù (bizzarro considerando che il personaggio dovrebbe essere sdraiato, comunque tutto il testo è abbastanza particolare, quindi è deleterio porsi eccessive domande).

Mr. Beaver

La seguente "Mr. Beaver" lascia trapelare sin dai primi frangenti la sua identità cullante e trasognata. Il suo carattere avvolgente ci suggerisce - e il trascorrere del brano ce lo conferma - che il pezzo è il più morbido, tra quelli ascoltati sino a questo momento. Un dolce riff parte in fade nei primi istanti, nudo, senza alcun accompagnamento, per poi lasciare spazio da coprotagonista ad una dosatissima batteria. L'effetto iniziale è molto pacato, narcotico. A cinquantadue secondi subentra anche la voce, non incidendo sull'andamento del pattern soffuso, ma semplicemente adaiandovisi sopra e lasciandosi da questo scortare. Il vocalist si esprime in toni pacatissimi, di un retrogusto quasi "depressogeno" (vaghi echi dei primi Radiohead aleggiano tra le righe). Verso il minuto e cinquanta, senza che ci siano particolari variazioni (si continua su toni evanescenti ed emozionali, seppur di un'emozionalità quasi anestetizzata) la voce si stoppa per un momento lasciando spazio alle delicate trame chitarristiche, per poi riprendere un paio di secondi dopo come prima. Aumento di misura (molto di misura) del climax dai due minuti e trentasette in concomitanza del refrain. Dai tre minuti e sette, con la voce che lentamente da forfait, ci incanaliamo in un frangente differente da quello giostrato sul rifferama dolce ed ipnotico portante, una sorta di "coda" della parte strumentale usata nel refrain. Ancora una volta, nonostante ci si smarchi dal precedente rifferama, ci si mantiene su toni calmi, pacati, ipnotici. Tutto il pezzo continua a giostrarsi su queste coordinate, mantenendo di base un impostazione tranquilla, priva di scossoni, repentine accelerazioni o cambi di atmosfera. Un pezzo "notturno", "crepuscolare" che, detto tra noi, ho apprezzato non poco. Il testo stavolta si presenta più decifrabile. Il protagonista del brano parla con una seconda persona - o fa riferimento ad essa pur senza parlargli in maniera tassativa - evidenziando quanto dicono certuni, ossia che andrà tutto bene, quasi a volerlo consolare. Questi infatti sembra reduce da qualche non meglio specificato guaio, qualche problema che lo ha afflitto e lo affligge tutt'ora. Con il trascorrere del brano l'apparato testuale sembra divenire più onirico: il protagonista attende che le mani escano dalla sua bocca per "afferrare l'aquila", si parla di "un pupazzo che cammina". Ma di base il concetto di fondo resta abbastanza chiaro, meno soggettivo che nel brano precedente.

Desiderio Semplice

Si continua con l'ottima "Desiderio Semplice", pezzo ancora all'insegna della pacatezza. Può fuorviare in tal senso l'introduzione, molto grintosa, basata su un rifferama roboante che presagirebbe un pezzo ben più energico. In realtà dal quarantesimo secondo circa, il pezzo si fa ben più soffuso, non eccessivamente distante dal precedente brano. Infatti il riffone di partenza si stempera in un cesello di chitarra molto più morbido, carezzevole, un giro che ancora una volta erige la pacatezza a proprio vessillo. A partire dal minuto il suadente riff da spazio alla voce, che non smarcandosi dai toni languidi del delicato affresco strumentale, si mantiene su toni altrettanto pacati. Dal minuto e dieci comunque la voce aumenta di pathos risultando gradualmente più energica. Tale "impennata" comunque implode quasi subito in toni ancora una volta pacati e quasi depressogeni, per poi riesplodere in un secondo momento. L'affresco strumentale comunque non ne risente e si mantiene calmo e riflessivo, giostrato sempre sullo stesso giro di chitarra e su una batteria molto dosata. Questo sino ai due minuti e quaranta, quando la voce "deflagra" in prossimità del refrain dando modo anche al fondo strumentale di energizzarsi quanto basta. A seguito del terzo minuto, quasi fosse una "coda" dell'energia espressa nel refrain, si ha una parte ancora molto energica, giostrata su un roboante rifferama che vede l'intrusione della voce "urlata" del singer. Una parte quasi hardcoreggiante che funge da spartiacque con il successivo frangente (tre minuti e mezzo) ancora una volta calmo, simile a quanto sentito dal quarantesimo secondo in su. Dai quattro minuti in su un cambio di riffing, per una parte comunque ancora particolarmente carezzevole ed evocativa. Trenta secondi dopo ancora il refrain. Semplice stavolta il testo di "Desiderio Semplice" (mi si perdoni il gioco di parole, comunque adeguato), che, lasciando da parte gli exploit visionari di certi testi precedenti si affida alla totale semplicità ed intellegibilità per darci uno spaccato di quel che il protagonista del brano vorrebbe, ossia poter godere di una certa tranquillità, tornare a casa senza che ad affliggerlo vi sia alcun mal di testa, poter favoleggiare di tornare alla propria abitazione fluttuando su un vento debole. E menziona una donna, colei che ama, spiegando come sia banale talvolta dire "ti amo" quando si può comunicare il proprio amore in altre maniere. Del resto è vero, non serve dire "ti amo" per espletare ciò che si ha nel cuore, talvolta basta un gesto, un'occhiata. Il feeling che intercorre tra due persone. E tale sentimento si palesa anche senza parole.

Viandante (Sul Mare Di Nebbia)

Si prosegue con "Viandante (Sul Mare Di Nebbia)", un pezzo molto energico che ho eletto indubbiamente a mio pezzo preferito del lotto. Un brano alternativo, si. Indie, sicuramente. Ma con un retrogusto un po'grunge che potrebbe riportare in mente un certo modus operandi à la Soundgarden (che so, diciamo periodo "Badmotorfinger"?), certo da cogliere tra le righe. Ma è un paragone che non mi sembra troppo fuori luogo. Si inizia con un riffone molto carico, dinamico, forse addirittura aggressivo. Un concentrato di energia ben sorretto dalla batteria. Al quindicesimo secondo si cambia registro con un pattern un po' diverso: non si perde un oncia della grinta iniziale ma l'affresco assume connotati differenti. A quarantatre secondi ancora il riffone, che ci porta in breve al subentrare della voce: Luca ci delizia attraverso vocals tirate, allungate ma su un impostazione "cantata" e non urlata. Almeno fino al minuto e sette, quando l'impostazione torna su stilemi più classici (abbandonando un certo pathos "cornelliano"). A un minuto e ventitre break strumentale altero che ci porta in breve ad un ritorno del riffone circolare. La prosecuzione è affidata ad una sezione fondamentalmente simile a quanto sentito sino ad ora, sino ai due minuti e quattordici quando subentra un break più atmosferico. Dai quattro minuti e dodici, poche note di basso ci riconducono ad una sezione grassa ed aggressiva (già sentita nelle prime battute), dunque ad una parte ancora una volta pacata, rilassata giostrata su un pregevolissimo guitar work. A quattro minuti e quaranta ancora una sezione acre, iraconda, pregna di potenza, che ci porta verso i quattro minuti e cinquantacinque al riffone principale, subito dopo gemellato dalla voce. Nel testo si evince uno stato di rabbia repressa: il protagonista parla dei suoi lividi e dei "liquidi" persi (sangue possibilmente, anzi, quasi sicuramente). E si sviluppa una specie di "dialogo" con una seconda persona, la quale direbbe - in teoria - che lui (il protagonista) non pensa che se si perde questa seconda persona "ritornerebbe". L'intero brano, forgiato ancora una volta su riflessioni di natura personale, a dire il vero non troppo difficili da comprendere, si struttura sull'ansia, la frustrazione, e una serie di sentimenti che dalla repressine iniziale finisce, nelle ultime battute, in una forse liberatoria esplosione ("scriverò scusa/ e poi esploderò"). Non vi è eccessiva linearità nello svolgimento: sembra quasi di trovarsi di fronte al flusso di coscienza Joyciano, ma comunque tra le righe non è difficile comprendere, seppur palesato per gradi, l'ansia e il tormento del protagonista.

L'Altra

La successiva "L'Altra" viene inaugurata da un lavoro strumentale molto evocativo in cui lavorano "ensemble" chitarra basso e batteria. Un breve stop, di un paio di secondi al diciannovesimo secondo da modo alla tessitura strumentale di tornare in breve a fare il proprio lavoro (introduttivo). A ventiquattro secondi si inserisce anche la voce, molto carica di pathos, anche questa bella evocativa. A cinquantacinque secondi la tessitura di fondo si fa più "di supporto" perdendo qualsiasi carica evocativa per fungere da atmosfera alla voce, che si fa ora grintosa e "recitata". Ma solo per pochi istanti dato che in breve si rincanala in modalità più "cantate". Il brano prosegue così su un tappeto strumentale fondamentalmente non dissimile da quanto sentito nelle prime battute, con qualche eccezione, qualche "break" (a un minuto e cinquantacinque ad esempio, quando si torna ad un arazzo più vacuo, simile a quanto sentito verso i cinquantacinque secondi. O verso i due minuti e venti, quando i ritmi perdono quella magica distensione per deflagrare con una non troppo eccessiva violenza) e un lungo passaggio più evanescente dai due minuti e quaranta, sorretto da un giro inizialmente quasi Ambient, poi rafforzato da un più deciso gioco al drum kit. Dai tre minuti e cinquanta comunque ci si riassesta sulla struttura principale, per inciso, non dissimile da quanto sentito nelle prime battute (oltre i venti secondi, quindi dopo la sezione introduttiva). Testualmente ancora una volta - e non è un caso isolato - ci troviamo di fronte ad una sezione lirica che sembra rifarsi al cosiddetto "flusso di coscienza" (i pensieri di un certo personaggio sono presentati esattamente come si affacciano nella sua mente) evidente nella letteratura di Virginia Woolf, Arthur Schnitzler ma soprattutto in Joyce ("Ulysses"). Infatti vediamo come vengano giustapposti pensieri, forse pregni di una certa naiveté ma al contempo molto fantasiosi. Passaggi come "ho dato fuoco alle nuvole" e "adesso restano nove milioni di chilometri quadrati di specchi" non lasciano dubbi al fatto che decidere arbitrarie interpretazioni sarebbe quantomeno deleterio e fuorviante per un brano che ancora una volta sfrutta una certa fantasia espressionista solo per il gusto di forgiare immagini. Dunque, nonostante il ricorrere di quel "ho dato fuoco" non cerchiamo tra le righe un gusto piromane ma piuttosto sembra il caso di lasciarsi cullare dalla musicalità dei singoli versi e delle visioni da questi create.

Scrooge M.D.

Si continua con "Scrooge M.D.", altro pezzo molto interessante, giostrato su ritmi pressoché pacati. L'intro è affidato ad un cesello chitarristico molto rilassato, gemellato da una batteria dosata con il compito solo di scandire il ritmo, senza voli pindarici o eccessive intrusioni. Al trentesimo secondo esatto subentra la voce, che, basandosi sulla pacatezza del fondale strumentale, si mantiene su toni calmi e tranquilli. Nessuna variazione strumentale viene concessa conseguentemente all'innesto della voce. A un minuto e diciassette piccolo break che porta, dopo un frangente molto breve solo strumentale, ad una piccola variazione nel tappeto strumentale. A un minuto e ventisette il ritorno della voce, ora assestata su modalità espressive ben più grintose - pur senza eccedere - che donano vigore al tutto, pur in una continuazione che vede gli strumenti continuare a cesellare un motivo mesto sullo sfondo. A un minuto e cinquantasette, con lo sfumare della voce, la chitarra impone una melodia reiterata. A due minuti e otto, il subentrare nuovamente della voce conferma modalità cantate più energiche, grintose. A tre minuti e trenta, il rifferama diviene più energico, ripetendo un motivetto già sentito ma donandogli una certa dose di testosterone. Dai tre minuti e quaranta, cavalcando un frangente strumentale sicuramente più grintoso, la voce si fa "recitata", quasi isterica. A quattro minuti e quattro, uno stop di tutti gli strumenti, e prima della fine l'emblematica frase del singer "mollo gli ormeggi..". Con questo brano, a livello testuale, abbiamo finalmente una certa attinenza del titolo alla parte lirica. Viene citato "Scrooge", il riccastro del "Canto Di Natale": ma Scrooge potrebbe anche essere - e forse qui il riferimento va proprio a lui dato che si cita il Klondike - Paperon de Paperoni, dato che in lingua originale questi si chiama proprio Scrooge McDuck. Non è infatti un caso che la Disney abbia ad un certo punto riproposto una versione del Canto Di Natale proprio modellata attorno all'avaro papero. Qui, nel brano in questione, il protagonista parla come se fosse davvero Scrooge: uno Scrooge forse caduto in rovina, o uno Scrooge tale solo nei propri pensieri (quindi uno che sogna di esserlo), che fantastica di volere indietro le proprie monetine (ettari cubici di monetine), che vorrebbe riavere le proprie pepite, per comprare le nuvole (elemento che ricorre nei brani dei Tombeto) e per sentirsi di nuovo se stesso.

Il Silenzio Della Collina

Arriviamo alla conclusione in bellezza con l'ottimo "Il Silenzio Della Collina", pezzo di una certa lunghezza (quasi sette minuti e venti!) sicuramente molto interessante dal lato strutturale (lunghissima introduzione strumentale ad esempio). Si inizia con circa due minuti di intro, tutta completamente strumentale (dunque niente intrusioni vocali) in cui si definiscono atmosfere ora ansiogene, ora grintose: una prima parte davvero egregia che potrebbe far pensare a chi si approccia al brano per la prima volta (e non ha sottomano il booklet che suggerisce anche un apporto testuale nel pezzo) di trovarsi di fronte ad una song completamente strumentale. Invece strumentale non è assolutamente (e se non fosse per il proseguo più lineare direi che in quest'ultima piccola gemma l'intento dei nostri era di dare un respiro più prog al loro prodotto). Verso i due minuti e due subentra la voce, su toni molto accesi, epici, su un'impostazione assolutamente grintosa. La tessitura strumentale si fa qui di mero accompagnamento: molto bella si, ma senza "protagonismi strumentali" o svolazzi pindarici di alcun tipo. A quasi due minuti e mezzo si ricomincia con l'arzigogolo strumentale con cui siamo stati accolti nel brano, ma stavolta solo per un breve frangente prima di incanalarci in una parte molto ragionata nella quale ritroviamo il vocalist, stavolta con un impostazione vocale molto pacata, "recitata". Il fondale strumentale pur nella sua pacatezza, grazie al lavoro di chitarra, ai singulti di tale strumento, si fa ansiogena. A tre minuti e venti si stoppa la voce e si da spazio ad un riffone granitico. A tre minuti e tre quarti torna in scena la voce, e ancora il fondale strumentale si fa meno ruvido. A quattro minuti e mezzo ancora un riffone granitico, e ci incanaliamo in una bella sezione strumentale evocativa e abbastanza cesellata, che gradualmente assume toni più pesanti, sino a sfiorare il "metallico" (lo spettro "metal" è ad un passo da qui). Dai quattro minuti e mezzo in poi il pezzo rimane strumentale, sino alla fine (sette minuti e venti), regalandoci momenti di pura goduria estatica (il pezzo è indubbiamente tra i più belli del lotto, mai banale, mai scontato, con una struttura ai limiti della spettacolarità). Molto poetico il testo, che tratta della ricerca del protagonista di una propria oasi personale, una immaginifica Shangri La mentale in un cielo nel quale si vorrebbe quasi tuffare. Un cielo - elemento questo ricorrente in diversi brani del lotto - nel quale si può ricercare la propria purezza solo dopo un inebriante matrimonio alchemico con esso. Un ritorno alla natura, un voler affondare negli abissi placidi di una inenarrabile serenità. La ricerca di un quieto baratro in cui scivolare un po' per volta conseguentemente ad un asfissia data dal mondo concreto in cui viviamo, troppo veloce, troppo macchinoso, ostico per sua natura. Il cielo, nel quale affogar è cosa lieve, è invece un degno rimedio a quanto di spigoloso il nostro mondo ci offre.

Conclusioni

Arriviamo così alla fine, e all'inevitabile coda che ci porta ad un ultimo bilancio del disco in questione. Inutile asserire, pur facendolo in ultima sede, che il disco è davvero godibile - certo a parte un paio di episodi (l'ultimo brano in primis) sarebbe improprio definirlo un capolavoro -, fresco, capace di catturare l'attenzione e non farla scemare. I brani risultano abbastanza poliedrici, dato che si passa da bordate più grintose - "Viandante (Sul Mare Di Nebbia)" - a placide carezze musicali di gran gusto, e ciò rende la portata più ricca e il concetto di monotonia non si sfiora neanche da lontano. Ho sottolineato più volte che il disco è bello, addirittura con picchi capaci di far esultare, ma ancora non siamo di fronte ad un capolavoro, cosa quantomeno logica dato che ci troviamo di fronte al primo parto ufficiale di questa motivata band, e generalmente il primo disco serve più che altro per iniziare ad avere una vera dimistichezza con il mondo musicale. Ma le premesse ci sono tutte e sono senz'altro buone. Se con il successivo disco si potranno avere anche più pezzi come la favolosa title track, o dannatamente trascinanti come "Viandante (Sul Mare Di Nebbia)" allora il termine "capolavoro" inizierà lentamente a farsi strada fuoriuscendo dapprima timido, dunque sempre più deciso da varie bocche (tra pubblico e critica). Per il momento, comunque, ci si accontenta di questo disco, sicuramente riuscito, forte di liriche che come accennato nella disamina track-by-track sembrano spesso rendere omaggio al cosiddetto "flusso di coscienza" portato - forse - sotto i riflettori da Joyce ma già presente in Virginia Woolf e Schnitzler. Testi a volte onirici, visionari, che sembrano partoriti in maniera immediata (nel senso di non mediata), una versione "testuale" del "cadavre exquis" di surrealistica memoria. Dunque, a parte il lato strettamente musicale - riuscito - è proprio nelle liriche, talvolta così bizzarre, che troviamo uno dei grandi punti di forza di questo disco. Ma non voglio tacere anche di altri aspetti, come ad esempio dell'ottima copertina, così particolare, con un dipinto quasi "rupestre", quasi un "graffito" (ma non nel senso di "writing", penso che abbiate capito), destinato a continuare all'interno del suggestivo booklet, in cui, a parte la collina - espressa questa in maniera meno "barbara" - troviamo dei personaggi vergati totalmente in rosso. Dei pupazzetti rossi che vediamo fare capolino all'interno dei testi, e che, per non interferire con questi, vengono separati dalle liriche con degli spazi, quasi per concedere loro uno spazio vitale che non li soffochi. Insomma, tutto molto gradevole: dalle musiche ai testi, al booklet davvero bellino. Non mi resta che consigliarvi l'acquisto del disco: sono sicuro che se amate il rock alternativo e in generale la buona musica, il suddetto platter non potrà non essere di vostro gradimento.

1) Fa# Economico
2) Social Network
3) Fiori Serpenti
4) Il Venditore di Tappeti
5) Mr. Beaver
6) Desiderio Semplice
7) Viandante (Sul Mare Di Nebbia)
8) L'Altra
9) Scrooge M.D.
10) Il Silenzio Della Collina