Envenomed

Evil Unseen

2014 - Indipendent/Self Released

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
03/09/2014
TEMPO DI LETTURA:
8

Recensione

Lo scenario estremo australiano risulta da sempre fertile e rigoglioso. Basti pensare a gente come i Bestial Warlust, i Destroyer 666, i Sadistik Execution, i Corpse Molestation, i Gospel Of The Horns. Tutti paladini del death o del blackened death. Ma anche affacciandoci verso altri sottogeneri si può trovare roba di notevole interesse. Basti pensare al black metal, nello specifico il depressive black che in quelle terre trova uno dei suoi massimi rappresentanti, ossia Striborg, progetto portato avanti da Sin Nanna, il "misantropico demone di Snug". O al thrash che da anni vede nomi di una certa caratura affacciarsi sul mercato. Nomi sicuramente meno blasonati di tanti cugini statunitensi o europei, ma non per questo meno validi. Ci vengono subito in mente band come gli Hobbs'Angel Of Death, i Mortal Sin, i Nothing Sacred, gli Slaughter Lord e gli Armoured Angel, tanto per pescare nella storia. Ma anche il panorama più contemporaneo non manca di deliziarci con giovani e promettenti band, come gli Harlott, i Demolition, gli In Malice's Wake , gli Atomesquad, i Bane Of Bedlam e gli Envenomed, gruppo di cui andremo a parlare oggi, in occasione della recente pubblicazione del loro primo Lp, "Evil Unseen" (che, neanche a dirlo, sarà l'oggetto nello specifico di questa recensione) partorito dopo appena un Ep omonimo (datato 2009). Progetto di indubbio fascino, si caratterizza per il sound accattivante (capace di unire una certa dose di potenza a melodie finemente cesellate e capace di fare breccia immediatamente nel cuore dell'ascoltatore) e la presenza del veterano Brendan Farrugia, vero nome di punta nello scenario metallico "aussie". Il celebre chitarrista, per chi non lo sapesse, è stato il bassista dei Raid (nell'ep Terrors Of Metal del 2007) e degli ottimi successori Elm Street, (in "Barbed Wire Metal" del 2011). Curioso è un aneddoto riguardo alla sua permanenza nella suddetta band: giacché gli Elm Street erano già in possesso di un chitarrista, gli venne chiesto di occuparsi al basso, dove Brendan diede sfoggio della sua incredibile tecnica suonando addirittura uno strumento ad otto corde. Dunque un personaggio versatile, che comunque negli Envenomed torna di merito al ruolo che gli spetta, ossia quello del chitarrista (e non solo, dato che nel loro primo Lp si occupa ancora una volta delle parti di basso oltre che delle tastiere). Ma chi sono gli Envenomed? Bene, pur avendo messo già un bel po'di once di carne al fuoco direi di fare un piccolo passo indietro. I nostri si formano nel 2005 grazie al sodalizio di Joe Phillips ed Anthony Mavrikis. A cavallo del 2006 e del 2007 si fanno conoscere grazie ad un'intensa attività live, che li porta nel 2009, dopo aver affermato il loro status di gruppo emergente da tenere sott’occhio, alla realizzazione del loro primo EP omonimo. La loro storia è segnata da una serie cambi di line up e abbandoni di un certo rilievo, come quello di Joe, uno dei membri fondatori, ma grazie ad una determinazione non comune arrivano nel 2014 alla realizzazione del loro primo vero album, quell' "Evil Unseen" di cui ci occuperemo in questa sede. La formazione attualmente composta da Anthony Mavrikis (Voce / Chitarra), Brendan Ferrugia (Chitarra), Liam Wagener (Basso) ed Adam Bartleson (Batteria) non manca di puntualizzare come le influenze primarie del combo siano da ricercarsi in nomi storici quali Iron Maiden, Megadeth, Metallica e Iced Earth. Pur influenzati da simili gruppi, i nostri non finiscono nella trappola del citazionismo o del "gruppo clone", smarcandosi abbastanza dall'ombra dei "padri" e forgiando un sound caratteristico oltre che dotato di una propria personalità. Ascoltando il disco in questione, infatti, ci rendiamo conto di come il thrash proposto dai nostri sia abbastanza distante da tutti i nomi testè citati: pur forgiando il loro sound su una sezione ritmica d'impatto, dura e possente, gli Envenomed rendono il tutto di più facile fruizione decodificando le infuenze primarie secondo canoni più catchy attraverso l'uso più accentuato di melodie e vocals estremamente orecchiabili. In questo primo Lp troviamo, oltretutto come guest anche il chitarrista Chris Themelco (Ends In Torment, Orpheus Omega, precedentemente nei Bane Of Winterstorm), che oltre ad occuparsi delle backing vocals è responsabile del mixaggio. Incuriositi? Bene, andiamo allora ad analizzare nello specifico il loro primo full, "Evil Unseen".





L'inizio strumentale, affidato alla title track "Evil Unseen" (Il Male Nascosto) è da urlo.Se non sapessi già dove si va a finire penserei a qualcosa dei Megadeth: le prime battute terremotanti sono affidate ad un mega-riff tonante di ascendenza "mustainiana", rafforzato dalla batteria di Bartleson. Il riff, inizialmente atonale, va imperniandosi, con il passare dei secondi, in una parte melodica non eccessivamente catchy, ancora forte di una considerevole durezza. Finale affidato ad un reprise dei primi secondi, ancora una volta atonale, martellante e claustrofobico. Sulla scia del precedente strumentale si apre la successiva "Will Of Man" (La Volontà dell'Uomo), primo vero brano. Il preambolo iniziale infatti, mutuato dal suo diretto precedente, ne recupera il lato martellante, che, nell'arco di una decina di secondi vede inglobare il cantato di Mavrikis austero e iroso. La struttura acquista toni decisamente testosteronici, dinamici e più martellanti che nel preambolo iniziale. Notiamo che nell'arco di pochissimo il cantato, dopo un inizio "incazzato" (pardon per il francesisimo) acquista toni più variegati, passando da un impostazione furibonda a connotazioni più epiche e melodiche. Nell'arco di una trentina di secondi si arriva ad un riff di ottima fattura (memore di certo thrash ottantiano) intrecciato con le vocals, ancora una volta impostate sulla dicotomia magniloquente/altéro. Si arriva in breve al refrain, che neanche a dirlo, risulta prevedibilmente uno degli apici espressivi del brano: coinvolgente, orecchiabile, è impostato largamente sull'interpretazione (stavolta caratterizzata da toni perlopiù magniloquenti) del singer, mentre gli strumenti sembrano essere funzionali alla creazione della giusta atmosfera, adatta alla performance canora. e quindi relegati di misura sullo sfondo. I ragazzi dimostrano di saperci fare catturando la nostra attenzione già nell'arco di circa un minuto: dentro di noi si accende quella scintilla che ci suggerisce senza esitazioni una parola, che definisce perfettamente il tutto: "Funziona!". E scatta dunque un sorriso compiaciuto. Si torna, oltrepassata la soglia del minuto alla struttura portante, non troppo dissimile da quanto già ascoltato (grossomodo la ripetizione speculare del primo minuto), solo che, stavolta, dopo la ripetizione per la seconda volta del refrain, arriviamo alla vera germma del brano, ossia un fantastico assolo che, strutturandosi a partire dai due minuti e un quarto, si sviluppa in una stupenda tessitura carica di epos e capace di far viaggiare la mente dell'ascoltatore come un fragrante effluvio di peyote. A livello testuale il brano risulta essere una sorta di descrizione del ruolo dell’uomo nel corso dei secoli. La nostra “volontà”, da sempre considerata suprema, non ha fatto altro che prevaricare e sottomettere sia il prossimo, sia tutte le altre forme di vita esistenti. La Vita dell’uomo è dunque portatrice, paradossalmente, di morte. Una vita votata alla violenza e all’egoismo, valori negativi sovvenzionati ed incoraggiati dai poteri forti, che spingono l’umanità ad essere ancora più gretta e meschina, per poter governare meglio e tenere lontani da tutti i veri valori come l’indipendenza, la fratellanza e la libertà. Il nostro Volere è forte quando c’è da far del male, ma molto debole se invece dobbiamo orientarlo e votarlo al bene. Ormai siamo stati diseducati in questa maniera, difficilmente ci riprenderemo ("Il valore della vita – è calcolato!/ lacerato dentro, riempito di avidità egoista./ Una distruzione premeditata,/ una vita venduta, che soddisfa un bisogno inutile./ Devastata – affascinata,/ le istruzioni vengono eseguite velocemente,/ il pedaggio della Morte viene pagato,/ la vita è tradita, lo sterminio avverrà!/ Vita, Morte, Odio – il disordine del Mondo./ Prendi il controllo – come fai a non vedere?/ Inutili rifiuti, non gettarli via…/ il Tempo finisce…"). La successiva, ipercinetica "Spoils Of Victory" (Bottino di Guerra) indugia nei primissimi secondi su una base relativamente quieta, possibilmente carica di una certa grandeur di fondo. A circa venti secondi cambiano le carte in tavola: dopo un enfatico assestamento i ritmi divengono veloci, tartassanti, incanalandosi nella struttura sconquassante destinata a caratterizzare la stragrande totalità del brano. Riff veloci e stoppati fanno da contraltare alla voce suadente ed epica del vocalist e tutto sembra viaggiare alla velocità di un treno, senza pause o inframezzi "atmosferici" o ragionati a spezzare la durezza del brano. Neanche durante il refrain (caratterizzato da un impostazione vocale misuratamente "più dura" del singer) i ritmi si smorzano, continuando ad avanzare per inerzia come una incontrollabile slavina. La batteria comunque, in questi frangenti si dimostra capace di una certa varietà, assolutamente indispensabile per non far fossilizzare il brano in una mera dimostrazione di muscoli. A seguire una piccola vorticosa parentesi chitarristica di gran gusto melodico, quindi si ricomincia rincanalandosi nel collaudato schema forgiato sull'incompromissorio tartassamento. Dopo una seconda ripetizione del refrain e una successiva parte in cui il singer mostra il suo lato più belluino e aggressivo arriviamo ad una lacerante parte strumentale (mutuata possibilmente dal genere groove thrash) che ci porta in breve ad un ottimo assolo di chitarra, veloce e di esigua durata. Solo un breve svolazzo ma che suscita un brivido in noi amanti del guitar work più cesellato. Dal punto di vista testuale stavolta abbiamo a che fare con una guerra raccontata (molto probabilmente) dal punto di vista di un combattente di un’armata rivoluzionaria. La sua figura non è caratterizzata a tal punto da poter dire con certezza se si tratti o meno di una persona realmente esistita, ma i suoi modi di esprimersi fanno capire che sicuramente si tratta di un capo che si oppone con il suo esercito ad un regime totalitario e repressivo. Il nemico è molto attrezzato e pratico di strategie di guerra (l’invasione notturna, l’aver studiato per bene dove e come posizionare i soldati ecc.), ma la Rivoluzione non si fermerà, gli insorti combatteranno per non cedere alla dittatura che l’esercito rivale vorrà imporre dopo aver invaso e distrutto la loro terra. Un esercito nemico che ricorda molto da vicino quello tedesco durante la seconda guerra mondiale, anche e soprattutto perché seguace della tecnica di combattimento “blitzkrieg”, “guerra lampo”, come specificato nel verso: “Muoversi verso una posizione, eseguire, andarsene”. Il tutto lascia intendere come il Regime voglia sbrigarsi a sottomettere un nemico inquadrato come non troppo impegnativo ("Imboscata tesa in una notte nera, non hanno fatto nessun rumore,/ Saccheggi, tutto bruciava, intorno.../ non hanno mostrato pietà per i tuoi amici e famigliari,/ ti sei nascosto per salvarti.../ Combattenti dovunque, invasero la nostra città.../ essere uccisi o fatti/ prigionieri, queste le nostre scelte./ Dovevamo ribellarci, rispondere ai loro colpi,/ iniziò la rivoluzione, il combattimento ebbe inizio!/ Voi cadrete, io vincerò! Non mi prenderete mai vivo!/ Combatterò in prima linea per la mia gente, queste terre sono la mia casa!/ Voi cadrete, io Vincerò! Non mi prenderete mai vivo!/ Combatterò in prima linea per la mia gente, invaderci è stato un grande errore!"). La quarta "Burn The Sun" (Brucia il Sole) presenta un iniziale botta e risposta tra una parte chitarristica molto tesa e un riffone più grasso e sguaiato addizionato a prepotenti rintocchi di batteria. In breve scivoliamo verso la struttura principale, caratterizzata da un andamento dinamico ma meno esasperatamente martellante del suo predecessore, molto melodico nell'insieme, con un'impostazione vocale seriosa, capace di tirar fuori solo nei momenti di stretta necessità frangenti più marcatamente "epici" e declamatori. Ancora una volta giunti in prossimità del ritornello i toni divengono più "ariosi" ed evocativi grazie al protagonismo della parte canora capace di cimentarsi in attimi di puro gaudio estatico. Gli strumenti non vengono relegati in secondo piano ma, almeno in quest'occasione sono maggiormente funzionali alla performance del singer. Dal minuto e mezzo si sviluppa, immancabile, una gradevolissima parte solistica alla chitarra capace di donare ancor più varietà ad un brano che nel complessivo si dimostra vincente, perfettamente bilanciato tra melodia e durezza. Il testo si presta a differenti interpretazioni, essendo abbastanza criptico: il protagonista si trova assoggettato da una figura che, sentendo quel che recita il brano, sembra che di umano abbia poco. Un demone? Forse. Comunque è assurdo come trovandomi a che fare con questo testo mi sia rivenuto in mente il Devilman di Go Nagai, in cui vediamo Akira, posseduto dal demone Amon, controllato per buona parte della storia da Satana sotto le mentite spoglie di Ryo ("Pargolo della notte, prendo il controllo prima che sia giorno,/ il mondo lassù mi aspetta, il mondo lassù ti aspetta!/ In letargo finché siamo sdraiati, ma carichi prima della notte!/ Il mondo mi odia, ma mi aspetta!/ Mi prenderò la tua innocenza, la prenderò con queste due mani!/ L’umanità ora è persa, piegata al mio volere! [...]Cerca di prendere il controllo e realizza che la tua anima è persa!/ Tu stai morendo, l’Animale sta nascendo!"). Sicuramente il richiamo non è voluto, ma talemente il potere di queste parole è forte che non ho potuto non pensare a quella famosa saga, uno tra i maggiori fumetti horror partoriti dal Sol Levante. La seguente "Falling" (Cadere) è inaugurata da una consistente introduzione (di 55 secondi), che parte abbastanza evocativa, imperniata su un cesellamento melodico alla chitarra incastonato su una parte ritmica dilatata, per divenire nell'arco di una quarantina di secondi, molto tesa e dura (e restare tale sino alla sua fine, una quindicina di secondi dopo). Il pezzo inizia dopo un brevissimo stacco, riprendendo dalla parte finale dell'introduzione la compattezza ritmica e mantenendola sino alle declamazioni enfatiche del singer che inframezzano la texture e al refrain, solenne e ancora una volta molto melodico e magniloquente (frangente in cui la compattezza strumentale si "diluisce" per accentuare la solennità del cantato). Dopo i tre minuti e quindici si apre una bella parte fondamente strumentale, comunque magnificata da un recitato in sordina che consta di una voce sussurrata quasi da vegliardo. Finita la "parte recitata" caratterizzata da toni tesi come la corda di un violino, scivoliamo verso un interessantissimo affresco chitarristico di matrice heavy, sontuoso e accattivante. Abbiamo accennato come tra le influenze del combo ci siano i Maiden, giusto? Ecco, è proprio tra le parti solistiche che vanno cercati i richiami ai grandi maestri inglesi. Pur di misura comunque un eco maideniano sembra essere in qualche modo nell'aria. Il testo è incentrato stavolta sulle delusioni che certe persone possono in qualche modo "fornirci". Il protagonista è incredulo dinnanzi a ciò che un suo caro amico, o un suo famigliare (o addirittura la sua ragazza, non è specificato se si parli di un uomo o una donna) si è alla fine rivelato: debiti, bugie ed inganni, il “disonesto” a quanto sembra ha deluso barbaramente il suo caro – compagno – fratello ecc., mostrando un lato della sua personalità quasi malvagio e decisamente menefreghista nei riguardi delle sofferenze procurate a chi è caduto vittima dei suoi inganni. Tuttavia, il protagonista è disposto ad aiutarlo e a perdonarlo, tendendogli la mano, proprio perché alla fin fine c’è stato un pentimento e l’ingannatore si ritrova in lacrime a supplicare aiuto ("Cado in ginocchio, ho le idee confuse dall’incredulità che mi susciti/ [...]Bugie, debiti ed inganni sono i pilastri della tua vita. Vai avanti imbrogliando chiunque, anche chi ti è più affezionato, la cosa non ti turba nemmeno un po’/ [...] Questo è il vero volto dei tuoi modi, alimentati dalla tua mente deviata e dalla tua incapacità di capire cosa è giusto e cosa è sbagliato, questo è il motivo per il quale sei disprezzato da tutti, ed amato da nessuno/ [...]E quando cadi, sappilo: io guarderò attraverso le tue menzogne. Chiedi aiuto, piangi.. le mie mani sono tese”). Un introduzione algida ed effettata da il via alla seguente "Within Me" (Dentro Me): in breve il gelido preambolo ci porta ad una parte strumentale grassa e pesante, impostata su tempi medi, destinata a defluire in una struttura ben più veloce, ritmata ed incalzante. In concomitanza con l'entrata della voce i tempi, destinati a rimanere spediti, vengono dettati dalla batteria in maniera più variegata e dinamica. Ancora una volta Bartleson dimostra molta fantasia e maestria nell'uso del suo strumento. La sezione ritmica sullo sfondo si fa ipertesa, mentre Mavrikis dimostra notevole grinta nella sua interpretazione. A un minuto e diciotto, il refrain, caratterizzato da un growl animalesco e magnificato da un rifferama capace di portare alla mente (incredibile ma vero) qualcosa dei Death. Dopo due ripetizioni del suddetto, a due minuti e dieci si ha una distensione dei toni, con un passaggio maggiormente arioso sublimato dalla voce estatica del singer, succeduto da una breve, ritmata parte strumentale in cui ritorna prepotentemente il growl da orco del vocalist. A seguire un coro, scandito accompagnato dalla voce più arcigna di Mavrikis e dagli svolazzi di chitarra di Farrugia. A quasi tre minuti e venti un arpeggio acustico smorza in maniera netta la tensione incasellandoci in un frangente tranuillo e trasognato, destinato a durare l'arco di (neanche) una ventina di secondi. Si riprende quindi, su note meste e malinconiche, che, accendendosi gradualmente, ci accompagnano verso la fine. Il testo è stavolta in qualche maniera un sentito resoconto della rabbia che sale e ti porta a commettere gesti sconsiderati. Senti ribollire l’ira dentro di te, ed arrivi a sfogarla anche con il rischio di fare del male a chi ti è vicino. Quando si vede nero non c'è più speranza, e si può solamente attendere con ansia la quiete dopo una tempesta mostruosa, una tempesta che molto probabilmente farà anche più "vittime" del previsto ("Alimenta il fuoco, stai bruciando dal desiderio!/ Spingi indietro la tua sanità mentale, falla scivolare via silenziosamente../ Avanti! Un’esplosione, un’interna implosione di massa!/ La lotta; ti brucia dentro, la tua faccia diviene oscura!/ Ancora ed ancora, prosegue.. inclina l’equilibrio della ragione!/ Solo il Caos prospera, la tua religione, coperto da un nero mantello oscuro!/ Disprezzo e scherno, confrontarsi con questo umore che perseguita./ La sua Ira; un aggressore furibondo getta veleno sul tuo cammino!/ Ti contorci nel dolore!/ Ancora ed ancora, prosegue.. inclina l’equilibrio della ragione!/ Solo il Caos prospera, la tua religione, coperto da un nero mantello oscuro!"). Inizio in fade in per la successiva "Disobey The Beast" (Disobbedisci alla Bestia), scortato da ritmi marziali e quadrati che lentamente prendono forma divenendo minacciosi ed oscuri nella forma quanto granitici nella sostanza. Oltrepassato ampiamente il minuto la slavina sonora generatasi sino ad ora, senza sostanziali cambi strutturali, vede inglobare nella sua massa la voce, tetra e minacciosa di Mavrikis, accompagnata in un secondo momento da eloquenti gang vocals (il cui compito è scandire "Disobey" mentre il cantante puntualizza "Disobey The Beast" ripetendo il ritornello che da il titolo al brano). Piccole variazioni a livello ritmico (più che altro guitar play) ci portano, a seguito di un ulteriore ripetizione del ritornello, ad un interessante cesellamento di chitarra (02:20) non estremamente lungo - giusto una ventina di secondi - ma come al solito di grande gusto e pregio. A seguire vediamo come l'impostazione nel cantato divenga più "irrequieta" e sicuramente stradaiola, assumendo i connotati di un canto thrasheggiante ben più canonico di quanto ascoltato sino ad ora. Il tutto accompagnato da una sezione ritmica potente e dinamica, anche questa di matrice più classica (thrash ottantiano) e se vogliamo canonica. Quasi in contrapposizione al testo precedente, in questo caso gli Envenomed ci invitano a non cedere a quelli che sono gli ordini di una Bestia, sepolta dentro di noi. Essa non è altro che la materializzazione della malvagità, della rabbia e del rancore, un mostro che ci porta a compiere gesti sconsiderati, rivolti unicamente al male e mai al bene di nessuno. Disobbedendole e facendole capire che siamo noi i padroni della nostra vita, essa si rivelerà per quel che è: un essere insignificante e privo di poteri, ingigantita solamente dalle nostre paure e dalla nostra suggestione ("Sento il ruggito nell’oscurità, sento il suo sguardo, che avanza…/ Nella profondità della tua mente,/ Senti la bestia sepolta che viene dal basso, guarda le sue zanne che brillano!/ Ora sai di non avere più tempo!/ Disobbedisci alla Belva!!/ Guarda la nebbia e la disgrazia, senti le onde della tua rovina./ Sei intrappolato nella foresta, sei consumato da questo scontro,/ sei tumulato assieme alla belva!!/ Oscurità.. per sempre!"). "Mechanical Enemy" (Nemico Meccanico) prende il via attraverso un riff molto teso, screziato a più riprese da un giro di chitarra pompato e tonante addizionato a cronometriche frustate batteristiche. In breve il brano si assesta su coordinate ipercinetiche, veloci e deraglianti, sovrastate dalla voce pulita e cristallina del singer. Si entra in frangenti più tesi in concomitanza del subentrare del refrain, grazie ad un guitar work davvero minaccioso. Dopo due ripetizioni del ritornello ci si incanala in una parte melodica ed arrembante destinata a scivolare in un frangente di grande impatto, tutto giocato su un riffone nervoso ripetuto ad libidum e una batteria martellante, scandito dal duetto tra la voce decisa del singer e i cori. Si arriva così, oltrepassati i due minuti e un quarto, ad una bella sezione solistica gestita come al solito egregiamente da Farrugia. La chitarra viaggia alta ed imperiosa, solleticando dapprima poche note struggenti, screziate di epos, quindi gettandosi in un vertiginoso affresco capace di tornare, nelle ultime battute, ad una dimensione più languida e sensuale. Finale giostrato sulla ripetizione degli schemi "cinetici" portanti su cui il brano ha trovato il suo sviluppo. Il testo sembra in apparenza di estrazione Sci-Fi, ma a ben vedere, capace di offrire delle chiavi di lettura molto particolari. Difatti, la “Macchina” che tortura e termina l’umanità può essere intesa sia come una sorta di mostro meccanico "alieno" in grado di distruggerci con i suoi mirabolanti poteri, sia come una creatura dell’uomo stesso: fabbriche che avvelenano l’ambiente, che inquinano l’aria, centrali nucleari portatrici più di sventure che di benefici.. insomma, il Progresso letto in chiave non troppo ottimistica, inquadrato come una minaccia in via di espansione che presto ci ridurrà a schiavi, annientandoci poi totalmente ("Fuoco nel cielo, odore di carne bruciata nell’aria; confusi, ci chiediamo “perché?”/ Parole sussurrate da un volto nemico, tutto ciò non può essere vero./ Non pensiamo che può trattarsi solo di finzione, il terrore sorge qui, dal mare!/ DISTRUGGERE!/ Ora l’umanità è in ginocchio!/ Caro Dio, per favore, aiutaci!/ L’acqua è avvelenata, i raccolti distrutti, la piaga della fame avanza./ Colpiti strategicamente e con metodicità, la nostra morte avviene con precisione./ Una belva invisibile è il nemico nascosto, uccide calcolando./ Tramando, esegue. E’ il caos, ciò che semina./ DISTRUGGERE!/ Ora l’umanità è in ginocchio!/ Minaccia Meccanica!"). Un pesante rifferama modern thrash da il via alla seguente "The Shadowland" (Il Regno delle Ombre). A quasi trentacinque secondi l'inserimento delle vocals, in una struttura che fondamentalmente si mantiene simile, a livello ritmico, a quanto ascoltato nelle prime battute. Nessuna sostanziale variazione sino ai due minuti e cinquecirca: un autentico wall of sound che si mantiene costantemente carico di incompromissiria durezza, muro fortificato su cui la voce squillante del singer è libera di arrampicarsi. Oltrepassata la soglia dei due minuti e dieci si ha una sorta di pausa in cui le ritmiche si stirano per un attimo, un  breve frangente, quindi un frangente "galoppante" e molto aggressivo destinato a variegarsi con i secondi ci trascina verso una zolla ipercinetica, frenetica e polverizzante (02:34) caratterizzata da un apporto vocale idrofobo e rauco. Dopo una parte moderatamente più ragionata, gestita con grande varietà a livello ritmico e con una sezione vocale ancora una volta pulita, si arriva alla soglia dei tre minuti e venti ad una sorta di "cavalcata" che prende tanto dal metal classico, estremizzato e portato ad un flavour sicuramente più contemporaneo. Forse l'apogeo del brano, davvero una parte riuscita, capace di suscitare più di un brivido. Il testo sembra fare perno su una giustapposizione di immagini, sicuramente destinato a richiamare figure nella mente dell'ascoltatore più che "narrare". E' comunque presente un sottile filo logico, imperniato attorno ad una figura particolare. Sembra essere una sorta di giustiziere demoniaco, che nella notte cerca anime dannate da trasportare con lui “oltre questo mondo” (presumibilmente, dunque, in una sorta di al di là). Non è ben chiaro se si tratti di una figura positiva o negativa, ma d’altro canto, l’abbondare di termini ed espressioni inerenti alla “notte” ed al “nero”, ci fanno pensare più ad un nostro nemico che ad una specie di "supereroe maledetto". A quanto sembra, comanda una schiera di demoni pronti a servirlo e a catturare le anime di cui ha bisogno, per rimpinguare il suo mondo per l’appunto dominato dall’oscurità, molto simile ad in Inferno,  nonostante nel testo venga espressamente citato il Purgatorio come sua “dimora”. Ancora una volta, nella mente di chi scrive, sovviene il Devilman di Go Nagai ("Combatterà nella notte nera, la sua avventura ha inizio. Cercherà anime torturate che poi giaceranno oltre i confini di questo mondo/ [...]La sua mente vaga libera, non può controllarla. Vaga attraverso il nero reame del Purgatorio/ [...]Cadi a terra, non hai scampo. Percepisci i demoni che si materializzano vicino a te, la tua mente viene cancellata. Sorgono gli spiriti Maligni, ti preparano ad un destino infernale. La morte sopraggiunge, il corpo ti abbandona/ [...]Combatti per la tua vita ma non sopravviverai, il Male è appostato in attesa, è tempo di dissacrare”). La decima traccia "Spirit Machine" (Spirito Macchina) è una deliziosa strumentale, una specie di summa e riassunto di quanto sentito sino ad ora. Parti "meccaniche" stile modern thrash si accavallano e si danno il cambio con (lunghe) sezioni alla chitarra evocative e vertiginose. Il tutto è aperto da tuoni e uno scroscio di pioggia, che in una decina di secondi lasciano spazio ad un delicato e melanconico arpeggio acustico. Gradualmente, prima del minuto i toni si accendono, la chitarra verga pennellate vigorose che ci portano in breve ad un rifferama quadrato, dal gusto modernista, comunque dotato di un afflato (per quanto granitico) abbastanza melodico. Oltrepassato il minuto e quaranta l'epos trasudato dalla struttura sino a questo momento si spegne in una parte meccanica e rantolante, fredda ed impersonale. Molto violenta, tutta giostrata su un giro ribassato e atonale e una batteria marziale. Poi, dopo i due minuti e dieci si ritorna ad abili cesellamenti alla chitarra che portano il brano, nell'arco dei suoi cinque minuti e undici, a variare strutturalmente più e più volte. Viene alla mente, in questi frangenti, certe suite dei Metallica, come e Orion e Call Of Ktulu, solo aggiornate al nuovo millennio con un gusto ed uno spirito nuovo e attraverso tempi ridimensionati (le due strumentali dei "Four Horsemen" durano tra gli otto minuti e mezza e i nove minuti scarsi). "Demonocracy" (Demonocrazia) è strutturata per buona parte della sua durata su un mid tempo "molleggiato", molto gradevole, screziato dalla voce decisa di Mavrikis in perenne duetto con delle stentoree gang vocals. Si prosegue su questa intelaiatura sino al minuto e venti, quando i nostri mettono il piede sull'acceleratore e ci regalano un deflagrante icremento dei tempi destinato a sfociare, venti secondi dopo, in un vertiginoso giro di chitarra (vagamente alla Megadeth) che ci riporta, oltrepassato il minuto, alla struttura possente di base.. Venti secondi dopo ancora una sezione strumentale, granitica e squadrata, che dopo un nuovo apporto vocale sel singer ci porta ad un ulteriore, evocativo guitar work. Il finale è affidato ancora una volta ad un intarsio chitarristico, di pregevole fattura, evocato ed eclissato tra le varie gang vocals di cui nel brano si fa, come abbiamo visto, un largo uso. Il brano prende il titolo da un gioco di parole creato dall'unione dei termini "Democrazia" e "Demonio": essendo questo brano un vero e proprio inno contro la classe dirigente/politica mondiale, il perché di questo "gioco" viene presto spiegato. Crediamo di vivere in un mondo dove a tutti viene garantita la libertà, ma a conti fatti non è proprio così, anzi. I politici ci opprimono, rubandoci i soldi e la vita, facendo di tutto per impoverire noi e per arricchire le loro tasche, non facendosi scrupolo alcuno, fregandosene delle famiglie ridotte in miseria per colpa delle loro sconsiderate manovre e per gli aumenti delle tasse che impongono anno dopo anno, per ottenere sempre più soldi. Essendo equiparati a dei Demoni, più che in democrazia si vive in una vera e propria “demonocrazia”, in quanto sono i politici a gestire e comandare. Tuttavia, c’è un modo per ribellarsi al loro strapotere: insorgere ed essere uniti e compatti, per fargli capire quanto loro siano pochi e quanto noi, invece, siamo in tanti ("Uccido i miei nemici, le vittime cadono!/ Non ho pietà, non serve che preghino!/ Tradimento cieco, incasso una paga doppia,/ tu sei merce, vittima del commercio!/ Ti porto angoscia e morte, rubo finché non esalano l’ultimo respiro./ Idioti privi di valore! Saccheggio finché verrà la nostra fine!/ Nessuno sarà risparmiato! Solo Terrore e Pestilenza!/ Le tue mani sono sporche di sangue, le mie sono pulite!/ Ti nutro con le menzogne, attraverso schermi ipnotici./ Capacità di giudizio distrutta, sei ridotto ad una macchina!/ L’anima è bruciata, l’omicidio ora è consuetudine."). Finale con il botto all'insegna della violenza e della melodia con "Global Deception" (Inganno Globale), pezzo che inizia in maniera feroce, disarmante, sulla scorta di un riff molleggiato e implacabile. La struttura sembra mantenersi lineare sino al minuto e cinquanta, priva di sostanziali cambi ritmici, scandita al solito da duetti tra la vce pulita del singer e gang vocals. Oltrepassata la soglia del minuto e 50 ci avviamo verso un interessante sezione strumentale trainata dalla chitarra di Farrugia, al solito in gran spolvero. Alla soglia dei due minuti e quaranta fuoriusciamo dall'ampia zolla strumentale fagocitati nuovamente dall'architettura portante, squadrata e inarrestabile, forte anche di alcune accelerazioni batteristiche (ad esempio a 02:55). Verso i tre minuti e quaranta un incredibile solo guitar, che passa con nonchalance da momenti vorticosi ad altri più carichi di feeling. Finale affidato ad un frangente strumentale martellante chiuso da fieri "Hey! Hey! Hey!!!". Testualmente si può dire che si ripesca a piene mani dalla tematica precedente, solo che in questo caso si accende il riflettore sui conflitti in medio oriente. La "guerra" intrapresa dagli U.S,A in quelle zone viene descritta come un’enorme bugia, creata unicamente per motivi economici (il monopolio del petrolio) dagli Americani che, abilissimi nello sfruttare i mass media ed il loro ascendente sull’opinione pubblica, fanno credere al mondo di essere dei salvatori e dei portatori di democrazia. In particolare, gli Envenomed sembrano fare riferimento alla vicenda di Osama Bin Laden, descritta come finta ed architettata solo per avere un pretesto forte al quale appigliarsi per giustificare la presenza delle truppe armate in quei territori ("Dietro il velo solo malattia, allontanano la verità da te./ Ci fanno inginocchiare dinnanzi a loro, noi non ce ne accorgiamo,/ finché non ti schiavizzano e sei sotto il loro controllo, violentato e saccheggiato./ Bugie ed Inganni! Le vere intenzioni sono nascoste./ Paghiamo con il sangue, i nostri bambini muoiono per la nostra causa!/ Missione completa: barile di petrolio pieno, è tempo di andarsene./ Ingozzati a forza dai Mass Media, l’ipocrisia del Grande Fratello! (inteso nel senso Orwelliano, N.d.R.)/ Stacca i tuoi occhi dalla Tv, guardati intorno, guarda cosa è reale!/ Inizia la Trama per un monopolio totale,/ Il Cancro nasce dentro, nascosto./ controlla la tua prostata prima di cominciare a sanguinare a morte dal didietro!/ Il fuoco brucia, Osama era l’unico.../ il mondo si beve questa idiozia!").



Il responso finale? Davvero positivo. Il disco risulta un ottimo concentrato di forza e melodia, metaforicamente quello che potremmo denominare un "sonoro cazzotto con un guanto di velluto". Al loro primo Lp gli Envenomed non tradiscono le attese, regalandoci quasi cinquanta minuti di ottima musica, non eccessivamente brutale ma neanche  "ruffiana". Una musica capace di fondere in un alchimia particolare elementi catchy (la voce, certi riff) con una forza davvero incredibile. E mentre certe vie di mezzo qualche volta sembrano scontentare sia chi cerca maggiormente l'elemento melodico, sia chi cerca quello brutale, in questo caso siamo sicuri che, grazie ad una professionalità ed un ispirazione non comune, i nostri sapranno mettere d'accordo senza grandi problemi, le due linee di pensiero. Promossi!


1) Evil Unseen
(Instrumental)
2) Will of Man
3) Spoils of Victory
4) Burn the Sun
5) Falling    
6) Within Me
7) Disobey the Beast
8) Mechanical Enemy
9) The Shadowland
10) Spirit Machine
(Instrumental)
11) Demonocracy
12) Global Deception