IRON MAIDEN

The Book of Souls Tour 2016

Live at Madison Square Garden (New York)

A CURA DI
DIEGO PIAZZA
09/04/2016
TEMPO DI LETTURA:
9,5

recensione

30 Marzo 2015 – 30 Marzo 2016, esattamente un anno fa il popolo degli Iron Maiden e direi degli appassionati di rock in generale era in trepidante attesa. Dalla risonanza magnetica che il cantante degli Iron Maiden, Bruce Dickinson doveva sottoporsi da li a pochi giorni, in maggio, sarebbe dipeso il suo futuro e quello della più grande heavy metal band del mondo. Sia il grande sergente di ferro e mastermind della band Steve Harris, sia il simpatico batterista Nicko McBrain, hanno dichiarato che la band non avrebbe più proseguito senza Bruce, non avrebbe avuto senso, sia per rispetto alla malattia che lo aveva colpito, sia per rispetto dei fan. L'album, The Book of Souls,  già registrato e pronto, sarebbe uscito, ma senza nessun tour promozionale. Addirittura Nicko in alcune interviste affermò  che “ha pianto e pregato per Bruce” e che la sua malattia lo ha spinto addirittura a smettere di bere; una ulteriore testimonianza del saldo legame che lega i componenti del gruppo, che ormai sono diventati una vera e propria famiglia. Chiaro che tutti quanti, band e fan, abbiamo tirato un sospiro di sollievo alla notizia della totale guarigione del cantante di Worksop. Facile dire ora, “uno come Bruce non lo sconfigge neanche il cancro”; lui stesso con la consueta sagacia e intelligenza ha descritto un lungo periodo di degenza fatto anche di sofferenze, privazioni e, umanamente comprensibili, momenti di sconforto. Eppure fin dalla prima data di Fort Laurendale in Florida è parso chiaro che Dickinson è tornato quell'atleta straordinario che danza, corre e salta sul palco, senza perdere minimamente la splendida voce che madre natura gli ha regalato. Questa premessa è d'obbligo, perché la performance del cantante è stata uno di quelle più attese del The Book of Souls Tour 2016: straordinario professionista, siamo d'accordo, ma averlo constatato in questa prima parte del tour è stato meravigliosamente bello, esattamente come è successo a chi vi sta scrivendo nella serata del Madison Square Garden, a New York. Giornata primaverile nella Grande Mela, sebbene ogni tanto uno sferzata di vento gelido spazzi l'isola di Manhattan. Giungiamo all'ingresso della “più famosa arena del mondo” , come è scritto in tutti i banner pubblicitari dell'impianto, attraverso il complesso che prende il nome di Penn Station, la stazione ferroviaria che ha di fatto “inglobato” il Madison. Passati i controlli di rito (si, proprio come ad un check in in aeroporto) veniamo forniti di un bracciale verde sul braccio destro (da tenere come cimelio e come ricordo) e possiamo entrare nell'enorme complesso senza grandi file, con la separazione tra standing floor e posti a sedere. Spicca come sempre la grande professionalità del personale, gentile e preciso nelle indicazioni senza quei comportamenti tipici a cui sempre più spesso assistiamo alle esibizioni nostrane, specialmente durante i grossi eventi. In realtà la mia avventura con i Maiden è proseguita anche qualche giorno dopo; infatti, oltre alla storica data al Madison, mi sono anche recato fino a Toronto, percorrendo diversi chilometri, per sentire un altro concerto presso l’Air Canada Centre.

 Verso le 19 l'ingresso viene aperto e, come avviene tipicamente a Londra, ma anche in molti posti all'estero in realtà pur mancando poco all'inizio del gruppo di supporto, che sono i The Raven Age, l'Arena è quasi vuota. Nei paesi anglosassoni si usa bersi qualche birra sparpagliandosi nei numerosi locali all'interno del complesso, per poi riempire in totale sold-out l'arena, senza code in attesa dell'apertura, chi ha assistito ad altri concerti nelle realtà appena descritte lo può tranquillamente confermare. Al Forum di Assago, dove i Maiden suoneranno al luglio, prevedo già una fila enorme ai cancelli a partire dalle 15 del pomeriggio, così come una buona metà del Forum piena per il gruppo che farà da apripista alla band. Ma torniamo alla vincente serata degli Iron Maiden al “The Garden”, come viene chiamato anche affettuosamente dai newyorkesi l'impianto sulla 7ma Avenue. Sono da poco passate le 19.30 che i The Raven Age con una intro registrata iniziano il loro concerto, Alle spalle il drappo con la copertina e il logo della band, ricordiamo che si tratta di una band inglese caratterizzata dalla presenza di due chitarristi, di cui uno, George, è figlio di Steve Harris. Fino a questo momento hanno pubblicato solo un EP ed un ottimo videoclip della canzone “Angel in Disgrace”. I cinque giovani ce la mettono tutta per scaldare il pubblico e devo dire che, seppure senza mostrare scene di delirio, la band viene ascoltata con rispetto senza fischi o cori di protesta. L’Hard’n Heavy dei The Raven Age talvolta si avvicina ad un certo progressive rock degli Iron Maiden e, in certi casi, grazie a riff veloci e aggressivi, può invece ricordare anche i Metallica dei primi anni. Micheal Burrogh, cresta bionda e buon dinamismo sul palco, ha una voce che non mi entusiasma troppo, mentre George Harris e Dan Wright svolgono il loro lavoro ritmico e solista in modo assolutamente discreto, considerando anche anni ed esperienza del gruppo. Non male il batterista Jai Patei, mentre è molto attivo nei backing vocals e nei movimenti il bassista Matt Cox. Il punto dolente della band è in qualche addolcimento fuori luogo, che sembra quasi accostarli ad un rock inglese patinato, ma fortunatamente sono episodi rari, la stragrande quantità di riff veloci e sulfurei lo dimostrano. Quello che manca a Micheal , il vocalist, è l'esperienza, soprattutto della presenza sul palco, cosa che certo non costruisci in poco tempo. Non conosce ancora i tempi giusti per interagire con il pubblico; presenta le canzoni quando ancora magari la band sta suonando, oppure non si sente quello che dice manca, insomma, sicuramente un frontman carismatico e di presenza, ma che ha tutto il tempo per migliorare ed affilare le proprie lame. Con nostra gioia e stupore, vicino al mixing desk dove sono posizionato con un amico, appare Steve Harris, capelli tirati indietro e cappellino, che segue con entusiasmo l'esibizione del figlio al Madison Square Garden, sempre accompagnato dalla guardia del corpo/tuttofare Peter Lokranz. (che ha dato subito un’ occhiata fulminante e poco rassicurante a chi solo osava estrarre dalla tasca il cellulare). Alla fine dell'esibizione dei The Raven Age Harris è uscito velocemente dalla posizione che stava occupando, e rapidamente si è dileguato verso destra, all’entrata che sportava nel backstage. Nel frattempo, come avevo previsto trattandosi di una data molto importante per gli Iron Maiden, ecco anche apparire il manager degli stessi, ovvero mister Rod Smalwood. Non mi sono trattenuto e ho cercato di chiamarlo più volte, chi vi scrive considera Rod, il settimo, oppure se vogliamo essere precisi l'ottavo (dopo Eddie) membro degli Iron Maiden. Quest'uomo piuttosto robusto e talvolta un po' rozzo è colui che ha portato cinque giovani scapestrati dell'East End londinese a firmare per la EMI un contratto molto vantaggioso prima, fino a farli suonare nelle arene e negli stadi di tutto il mondo. Ed è anche colui che ha tenuto la band salda ed unita in tutti questi anni. La sua parsimonia e la sua intelligenza, abbinati al genio e alla caparbietà di Steve Harris, hanno permesso al sogno adolescenziale del bassista di diventare un realtà vincente e rispettata da tutti: la corazzata mondiale del metal che porta il nome di Iron Maiden. Ebbene approfittando di un momento di leggerezza di Rod gli ho stretto la mano e gli ho fatto i complimenti mentre cominciavano a partire le note della versione live di “Doctor, Doctor” degli UFO, oramai da tantissimi anni la prefazione dell'intro degli Iron Maiden dal vivo. Torno in posizione e mi godo lo spettacolo dei 20.000 del Garden che applaudono al ritmo della canzone, poi le luci si spengono e parte la vera intro. Potete già apprezzarla da giorni sul sito ufficiale il video, l'aereo Ed Force One (su cui permettete il peccato di vanità, compare anche il nome del sottoscritto, data l’iscrizione al Fan Club ufficiale della band) che immerso nella foresta fluviale viene spinto con la mano da Eddie a prendere il volo tra tipici suoni che rimandano ad animali caraibici e strumenti antichi della civiltà Maya. Ecco allora accendersi dei bracieri sopra il palco, in mezzo una figura incappucciata con un felpa nera e pantaloni color cachi si agita su una altare da cui esce un copioso fumo bianco. Non è necessario aspettare che si tolga il cappuccio per capire che si tratta di Bruce Dickinson in versione sacerdotale, ed è l'inizio di If Eternity should Fail. Inizio da brividi, con le fiamme che si alzano mentre Bruce con un pugno si immerge nella fumeria dell'altare, prima che un esplosione di fuochi gialli faccia da preambolo all'ingesso di tutta la band al completo. Splendidi 60enni in grandissima forma, come Steve Harris che farà ancora le sue corse chirurgiche sul palco, Janick Gers che conquista il suo territori di caccia a destra del palco interloquendo grazie agli sguardi con il delle prime file. A sinistra Adrian Smith, sempre quello vestito più preciso, con bandane e pendenti, ed il biondo Dave Murray con la nuova t shirt indosso (come Janick che ne indossa di un altro tipo) e con quei suoi meravigliosi sorrisi contagiosi. La prima traccia scorre benissimo, Nicko non sbaglia un colpo dietro il suo drumkit invisibile come sempre, per altro tutto colorato e griffato con i disegni in stile Maya, in tema ovviamente con il font del disco. Il pubblico canta con Bruce il ritornello e sembra quindi aver apprezzato il brano da studio, mentre i movimenti della band sul palco come sempre sono calibrati ed efficaci. La parte finale del brano con la voce malefica modificata al microfono è registrata e permette alla band di rifiatare subito. Finito il primo pezzo, Bruce lancia il suo primo “Scream for me New York City !!!” che eccita i presenti non prima di lanciare un altro urlo agghiacciante e dare vita a  Speed of Light, nel quale mostra tutta la sua validità vocale. Asta del microfono in mano. Bruce salta l'amplificatore davanti e mostra tutta la sua grinta sul palco, come sempre molto teatrale e coinvolgente. Anche i suoi allunghi, che sembravano un po' azzardati in studio sono riproposti perfettamente dal vivo, dimostrando il suo straordinario stato di grazia. Nel frattempo la band comincia a scatenare l’inferno, grazie anche all’ausilio di un pezzo come questo, primo videoclip estratto dal disco, e forse uno dei più energici dell’intera suite. Primo saluto di rito e discorso di Bruce al pubblico del MSG, a cui poi fa capolino Children of the Damned, una delle relative sorprese della set-list. Bruce ricorda anche che fu il primo brano su cui lavorò negli Iron Maiden, Adrian Smiith non si presenta con un chitarra doppia come qualche anno fa, ma con una chitarra acustica che accompagna le strofe della canzone, prima di prendere in mano quella elettrica. Le tre chitarre costruiscono un ponte melodico strumentale stupendo, prima che gli “Oh OH oh” prendano il sopravvento con tutto il MSG a cantare a squarciagola. Bruce pare divertirsi un mondo, quasi fosse rinato una seconda volta dopo la malattia, ed ecco che parla di Robin Williams e della sua tragedia umana prima di Tears of the Clown. Il drappo alle spalle è fatto di disegni di carte, mentre Bruce interpreta magistralmente il dramma dello sfortunato attore intrinseco nella canzone. Bellissimi gli assoli di Adrian Smith e Dave Murray, fedelissimi a quelli da studio. Continua l’apocalisse della nostra band, che sembra non sentire il peso della fatica, anzi, ad ogni nuovo brano l’energia che riescono a sprigionare aumenta a dismisura, come se avessero un immenso serbatoio da cui attingere. Fari puntati su Steve Harris a seguito, che con un’ introduzione frenetica di basso apre le danze di The Red and the Black, canzone che da studio ha suscitato pareri controversi. Suonata dal vivo ogni dubbio viene spazzato via, del resto con gli “Oh Oh” in cui Bruce si può divertire a far cantare il pubblico, mentre la seconda parte piena di cambi di tempo melodici in puro stile Iron Maiden, fa letteralmente spaccare il palco in due e divertire altrettanto. Splendidi i fraseggi strumentali (che contengono anche i tre assoli di chitarra) in una progressione da brivido. I tre amigos, Dave-Adrian-Janick, sembrano divertirsi un mondo con quest'ultima parte di brano, sempre in pose plastiche e anche improbabili mentre suonano la chitarra. L'immancabile drappo con l'originale disegno di Derek Riggs fa gridare di gioia il pubblico: è il momento di The Trooper. Bruce compare salendo le scale da sinistra con l'immancabile bandierona della Union Jack, ed indossando una giubba rossa come da qualche anno a questa parte. Tutto il Garden si unisce Bruce nel momento corale che fa da chorus. Mentre come da tradizione Steve e le tre chitarre occupano il palco, ed un’altra tradizione intrapresa in questi ultimi anni, Janic ed Adrian eseguono l’immortale solo della canzone all’unisono, dandogli ancora più pathos. Bruce corre a destra, dove sventola il secondo vessillo della Gran Bretagna. Come già nel Maiden England Tour si diverte a coprire con la bandiera la faccia di Janick sotto di lui, chiedendo al pubblico se liberarlo o no. Poi prima del finale le due bandierone vengono lanciate platealmente dallo stesso Bruce dietro le quinte. Non c'è tempo di riprendersi dal delirio che causa sempre “The Trooper”, ed ecco l'inquietante introduzione con la risata malefica finale dare il via a Powerslave; Bruce appare dopo suggestive fiammate sulla destra del palco, indossando una maschera molto particolare, quasi da wrestler. Canta in maniera impeccabile, pur muovendosi freneticamente sul palco, quindi abbiamo poi in ordine gli splendidi assoli  di Dave, poi di Adrian, poi all'unisono delle tre chitarre, prima del secondo assolo di Dave e del finale della canzone, in cui come sempre Bruce si erge quasi da cerimoniere in posizione plastica e Steve ci mitraglia con il basso a 180 gradi. Punto e a capo Nicko dà il ritmo a Death & Glory, altro pezzo tratto dall'ultimo album che parla delle battaglie aeree del mitico Barone Rosso durante la Grande Guerra. Impeccabile anche qui Bruce nel cantato con le backing vocals di Adrian e Steve nel ritornello. Ricordiamo la storica passione di Bruce per il volo, tant’è vero che ha comprato un modello del tutto simile al Fokker Dr1 che fu abbattuto in guerra del barone Von Richtofen, alias appunto “Red Baron”. Oltre a questi dettagli tecnici, ricordiamo anche che i Maiden non è la prima volta che dedicano canzoni a questo argomento, la mastodontica ed amata Aces High è lì a ricordarcelo. Bruce si vede che non sta nella pelle e, approfittando forse anche di essere in una città prestigiosa, introduce The Book of Souls, la title track del nuovo album, con un discorso molto lungo, di diversi minuti. Ha salutato innanzitutto ancora una volta il pubblico del MSG, e poi con la solita capacità dialettica ha scherzato sulle diversi abitudini tra americani e inglesi, parlando di imperi che sorgono e che inevitabilmente cadono, anche quelli malvagi. Ha tirato in ballo perfino Donald Trump, suscitando l'ilarità del pubblico. Sono Janick con la chitarra acustica e Steve alla destra sul palco a dare inizio al lento progredire della canzone, poi tutta la band subentra con il classico riff super epico tipico delle canzoni extra-lunghe degli Iron Maiden. Bruce accompagna le strofe esattamente come da studio, poi nello stupendo cambio di tempo musicale (che ricorda molto “Losfer Word (Big'Horra)”) entra di scena per la prima volta Eddie. Si tratta ovviamente di Eddie versione maya, con tanto di scure in mano e colori pittoreschi, molto agile nello sfottere con gesti plateali il pubblico e nell'intraprendere subito battaglia con Janick che, come sempre, gli sfugge passandogli sotto le gambe. Bruce che indossa un camice verde scuro da professore pazzo ingaggia dalla distanza una sfida con Eddie che camminando da destra verso sinistra raggiunge gagliardo e con intenzioni bellicose il cantante. Nasce un battaglia tra i due in cui ne esce vincitore Bruce (sottolineato da un boato del pubblico) che strappa il cuore dal petto e lo mostra al pubblico. Mentre Eddie ferito a morte torna nel backstage, Bruce correndo come un folle scienziato mette il cuore nell'altare sopra il palco e, dopo uno strano rito, corre verso destra e spruzza un po' di sangue finto sul povero Janick prima di lanciare platealmente il cuore verso il pubblico. Una trovata divertente che ogni sera il pubblico sembra apprezzare. Arrivano ora nella set-list due canzoni amatissime dal pubblico di ogni latitudine , si comincia con Hallowed be thy Name. La chitarra di Dave e il tocco di campana di Nicko causano un boato e un applauso spontaneo al MSG, a dimostrazione che la gente ha apprezzato il ritorno in scaletta di un pezzo monumentale della storia della band,  amatissima anche dallo stesso Steve Harris. Proprio lui, lo splendido atletico 60enne, invita al pubblico ad un battimani ritmato, prima che tutta la band subentri. Brano che davvero ci mancava moltissimo, la quintessenza del sound tipico degli Iron Maiden. Bruce lancia l'ennesimo “Scream for me New York City / Scream for me USA” prima di lanciarsi nella solita corsa folle in alto, seguito da Steve che corre anche lui come un atleta polivalente vicino a Dave. I solo, affidati qui a Dave e Janick (ma forse era meglio lasciare quello originale di Adrian, piccoli dettagli comunque) finiscono lasciando il finale epico della canzone, con Bruce che invita il pubblico alla classica alzata le mani , in una posizione tipicamente iconoclasta del cantante immortalato in una marea di foto in questi oltre trent'anni di carriera. Da notare che all'inizio Bruce si presenta con un cappio bianco, inutile ricordare che la canzone parla della ultime riflessioni tragiche di un condannato a morte. Come sempre Bruce che, notoriamente non riesce a stare mai fermo nemmeno nei brevi momenti strumentali, usa il cappio per colpire qualche piatto della batteria di Nicko (splash che si sentono benissimo dal vivo). Troppe emozioni, troppa carne al fuoco ed ecco l'attacco di Fear of the Dark che rischia di lasciare feriti e morti sul parquet del Madison Square Garden. Il “Fear of the Dark” lasciato cantare ai 20.000 suscita come sempre la risata sarcastica di Bruce prima di lanciarsi a tutta la velocità insieme alla band. Nel secondo chorus il tipico saltellio di tutto il pubblico viene mimato da Steve, prima delle scaramucce vocali tra Bruce e pubblico che contraddistinguono la parte centrale del brano, anche Dave sembra esaltarsi con le mani in alto, un brano che lascia sempre un ricordo indelebile dal vivo. L'ennesimo “Scream for me..” di Bruce serve per lanciare l'inno per eccellenza della band, la canzone da cui prende il nome la band, Iron Maiden appunto. Chiaro che è tutta un emozionante anticamera per vedere cosa succede sul palco, quanto sarà spettacolare l'ingresso di Eddie, solitamente dietro la batteria. Eddie sorge con il testone enorme che si agita e si muove leggermente a destra e sinistra, prima che un’ esplosione finale davanti a lui lo faccia scendere brutalmente nel finale. Come da rituale Bruce ringrazia il pubblico e da la buonanotte dagli Iron Maiden, da Eddie e dai boys, Janick lancia in cielo la sua chitarra e Steve mitraglia con il suo basso il pubblico. Saluti, applausi e primi lanci di plettri, copripiatti e bacchette di Nicko, lo show non è ancora finito. L'immancabile introduzione narrata scalda già il pubblico presente: è giunto il momento di The Number of the Beast. Già prima nel buio si nota un enorme essere gigante sulla destra del palco, poi con le luci viene inquadrato un grandissimo Diavolo-Caprone con le mani conserte, che sembra quasi sbeffeggiare il pubblico. Alla fine della classica prima strofa drammatica di Bruce partono le fiammate altamente spettacolari (e, a Toronto qualche giorno dopo, essendo più vicini, ne sentiremo il calore sulla pelle) e così come anche nei chorus le fiamme si ergono altissime. Altro brano senza tempo, musicalmente impeccabile e diventato un istituzione non solo degli Iron Maiden. Peraltro rispetto agli ultimi 11 anni dove usavano un caprone più piccolo accovacciato, questa volta hanno veramente esagerato, basti confrontare l'altezza di uno dei Maiden al fantoccio gigante. Ancora un bel discorso di Bruce sulla fratellanza musicale della famiglia dei Maiden, che non fa distinzioni di sesso, religione e quant'altro, siamo tutti Blood Brothers, una scusa per introdurre un altro storico brano. A Bruce ovviamente non sfugge la presenza di diverse bandiere e cita anche alcuni paesi stranieri in base appunto alle proprie iconografie. Se c'era qualche perplessità sulla scelta di questo brano, anche in questo caso. come in “The Red and The Black”, l'interazione tra band e pubblico è talmente viscerale ed emozionante che non si può che gradire, battimani ritmati con come sempre Bruce da direttore straordinario d'orchestra. La scenografia sullo sfondo è fatta come di un cielo stellato, mentre un cerchio di luci di abbassa mostrando al centro ancora un volti di Eddie di The Book of Souls. L'ultima canzone è lasciata a quella Wasted Years molto amata anche qui in Italia, pezzo scritto da Adrian Smith che infatti esegue anche i backing vocals (ostacolato dai giochetti di Bruce) ed un bellissimo assolo centrale che spazza via il pubblico. Da notare che le due torri laterali si girano mostrando degli occhi con luci rosse. Ebbene si possono notare le caricature dei sei volti degli Iron Maiden, tre a destra e tre a sinistra Un sorta di saluto da parte di tutta la band. Bruce invita il pubblico a cantare con lui, prima del finale farraginoso in cui ringrazia ancora il pubblico del MSG. Purtroppo dopo un'ora e cinquanta circa, i sei Iron Maiden salutano con lanci di plettri, polsini e tutto l'ambaradan di Nicko, una serata splendida e indimenticabile per qualsiasi metal fan qui nel cuore di New York City.

Ad esclusione di uno strano rimbombo e ritorno di suono che si sentiva da dietro, che quindi non ha reso dal punto di vista musicale il concerto memorabile (molto meglio dal punto di vista acustico quello del Air Canada Center di Toronto) è stato commovente veramente vedere questa band ancora sulla cresta dell'onda. Malgrado purtroppo gli anni passino anche per loro davvero ogni meccanismo sembra oliato alla perfezione, ogni singolo movimento e performance è studiata con precisione chirurgica. Certo eravamo sicuri che Bruce non avrebbe deluso, però il constatarlo così brillante dal vivo sia fisicamente che vocalmente ha reso felice come bambini tutti quanti, bastava vedere le facce di ragazzini e di old school fan alla fine del concerto. Mentre il brano dei Monthy Pyton “Always look of the bright's side of life” chiudeva come tradizione ogni speranza di altre canzoni, con l'ingresso dei roadie sul palco, lasciamo il Madison Square Garden orgogliosi di essere fan di una della più grandi e longeve band del rock/metal. Non ci sono più aggettivi o parole nell'alfabeto italico per descrivere la grandezza di questa band, che soltanto dal punto di vista della professionalità assoluta meriterebbe elogi incondizionati. Ogni tanto ho buttato lo sguardo verso Rod Smalwood alla mia destra, che con gli occhi brillanti scrutava le reazioni del pubblico sulle balconate e al centro, sembrava un ammiraglio a prua orgoglioso del proprio vascello ! O forse più sarcasticamente stava facendo un calcolo teorico sui dollari guadagnati anche in questa serata. Scaletta impeccabile, ed un buon mix fra passato e presente; la scelta delle tracce “principi” di Book Of Souls ha fatto da braciere ardente su cui poi sparare i colpi grossi, quelle canzoni che tutti i fan aspettano di sentire ad un qualsiasi concerto della Vergine. Mancata l’esecuzione di Empire Of The Clouds, il pezzo tanto discusso, forse il più chiacchierato di tutto il disco, che con i suoi 18 minuti è la traccia più lunga mai composta dalla band. L’esclusione ovviamente è un fattore di tempo; un brano così lungo occupa il posto di almeno 3-4 pezzi, che andrebbero tagliati dalla scaletta, ma chissà che in qualche data in giro per il mondo Bruce e soci non ci riservino qualche gradita sorpresa. 

1) If Eternity Should Fail
2) Speed Of Light
3) Children Of The Damned
4) Tears Of The Clown
5) The Red and The Black
6) The Trooper
7) Powerslave
8) Death & Glory
9) The Book Of Souls
10) Hallowed By The Name
11)  Fear Of The Dark
12) Iron Maiden
13) The Number Of The Beast
14) Blood Brothers
15) Wasted Years

 

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