Gods of Metal 2012

I giorno (21 giugno)

Headliner Manowar

A CURA DI
PAOLO VALHALLA RIBALDINI
26/06/2012
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recensione

La prima delle quattro giornate del GoM 2012 si preannuncia una di quelle più variegate e spettacolari. Nondimeno, essendo quella di apertura, stimola una curiosità notevole verso la novità del Pit Ticket (ottima trovata della LIVE! per guadagnare qualche altro soldino) e verso l'afflusso di spettatori stimato, vista la defezione annunciata qualche mese fa da parte dei Black Sabbath [per chi non lo sapesse, la band di Birmingham fu la prima ad annunciare la presenza, in formazione originale, al GoM di quest'anno, salvo poi incappare nel cancro di Tony Iommi ed annullare tutte le date del tour europeo salvo quella britannica di Download Festival], che ha dirottato molti di quelli che avevano già il biglietto verso un'altra delle tre giornate, visto che i Sabs' sono stati rimpiazzati dal carrozzone di profumo pavarottiano rinominato "Ozzy and Friends".
Per una volta, bisogna spezzare una lancia in favore della stessa LIVE!, che dopo l'annuncio del bidone dei Black Sabbath (fonte, inutile dirlo, di vendite astronomiche del biglietto del 24 giugno, giorno fissato per la loro esibizione), ha consentito a tutti quelli che avevano acquistato il ticket per quello show di mutuarlo a volontà con uno qualunque degli altri tre giorni. Lodevole, niente da dire. Meno lodevole, invece, la porcata di annunciare prima i soli Sabbath, poi riempire la loro giornata con gruppi assolutamente a caso: Trivium, Opeth, Lamb of God. E si badi bene: a caso NON significa scarsi o demeritevoli, ma semplicemente non inerenti affatto con gli headliner... Una manovra comunque abbastanza comune negli ultimi anni, anche all'estero, per invogliare il maggior numero di fan possibili a comprare il biglietto anche solo per una band tra quelle presenti nel bill. Ancora meno encomiabile, poi, l'aver aggiunto altre tre giornate al festival dopo aver aspettato che la prima giornata facesse un bel sold-out.
Allora, capiamoci, non che il bill del GoM 2012 non fosse buono, anzi! Palati di ogni gusto trovavano soddisfazione nel leggere di Motley Crue, Axl Rose, Slash, Ozzy o Black Sabbath che dir si voglia, Manowar, Amon Amarth, Opeth e chi più ne ha più ne metta. La qualità certo non mancava nelle premesse. Ma la scelta di diluire gli annunci delle varie giornate per assicurarsi la vendita di più biglietti possibile sinceramente è stata un po' una maialata. Pazienza: non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, quindi meglio concentrarsi sul resoconto della prima trionfale giornata di GoM.

Arrivando un po' in ritardo a causa del traffico bestiale, ce ne scusino i nostri lettori, si comincia a testimoniare i fatti quando ormai i nostrani Clairvoyants, dapprima tributo agli Iron Maiden e poi autori di brani propri, hanno già terminato la loro breve esibizione, di uci quindi ci è impossibile rendicontare. Provetti intrattenitori invece i successivi Arthemis, band veneta capitanata alla grande dal guitar hero Andrea Martongelli, indiscutibilmente adoratore del Maestro Malmsteen e autore di una prova che ne mette in risalto tutta la perizia sullo strumento e la carica esplosiva trasmessa ad un pubblico, duole dirlo, abbastanza sparuto. D'altra parte si sospetta che il giorno lavorativo, l'orario di esibizione e il sole cocente abbiano convinto molti ad arrivare solo per gli show successivi. Convincente anche la prova di Fabio Dessi, cantante italiano giovane e di belle speranze, un buon talento che per raggiungere standard internazionali deve forse ancora formarsi una personalità artistica più indipendente e caratteristica, meno llegata allo stile del mentore Luppi. Le canzoni degli Arthemis, di cui tre sono tratte dal recentissimo "We Fight", sono in genere melodiche e piene di vivacità, forse mancano ancora dello spessore musicale necessario a farle rimanere ben impresse nella memoria dell'ascoltatore non abituale, ma tra le band italiane sono sicuramente tra quelli con migliori possibilità e prospettive per il futuro. Da segnalare comunque l'esterofilia dei fans italici, ancora una volta abbastanza assenti quando si tratta di supportare le realtà della Penisola: certo, è vero, i re del metal oggigiorno (tolta la multinazionale Rhapsody, da qualche tempo anche in versione bis) non sono gli italiani, ma neppure lo diventeranno mai se nemmeno in patria riusciranno a profetizzare un po'. Da una parte, abbiamo molto da imparare oltre le Alpi e la Sicilia, ma parimenti dobbiamo cercare noi stessi di dar forza e voce ai nostri compatrioti. Prova buona nel complesso, quella degli Arthemis, ma poco valorizzabile.

A seguire, l'esibizione degli Holyhell, ex-gruppo dell'ex-drummer dei Manowar (Kenny Earl Edwards) e band presa alcuni anni fa sotto l'ala protettrice della Magic Circle Music di DeMaio. Per inciso il tastierista Francisco Palomo ha suonato svariate volte le keyboards nei live degli stessi Kings. Da ricordare sicuramente la prova magistrale del chitarrista Joe Stump, anch'egli come Martongelli affezionato al Malmsteen-style (è praticamente più Yngwie lui dello stesso Yngwie) e vero funambolo della sei corde. Meno memorabile il concerto della vocalist Maria Breon, non proprio intonata, non proprio debordante, non proprio coinvolgente, non proprio presente, non proprio integrata nel sound del gruppo: "non proprio", insomma. Svetta invece il batterista dal curriculum chilometrico John Macaluso. Un songwriting abbastanza ripetitivo e sul filone heavy gothic è il punto veramente debole degli Holyhell, nei fatti ottima band ma decisamente rivedibile dal punto di vista del repertorio. Assolutamente evitabile la bistrattata cover di "Holy Diver" nel finale. Dio meglio lasciarlo a Dio (o a Jorn, se proprio).

Devastante l'esibizione degli statunitensi Cannibal Corpse, gruppo da amare o da evitare senza mezze misure, autore di una prova distruttiva a livello sonoro e con un George Fisher apparentemente incurante della calura milanese. Difficile dare un giudizio che non cada nel fortemente partigiano sulla band di Buffalo: inutile dire che chi ne apprezza gli sforzi musicali ne sarà rimasto estasiato, chi invece li considera poco più che suoni sparsi si sarà tappato le orecchie durante tutta la loro setlist.

Piccola, doverosa pausa dal live report per dedicarsi a due argomenti. Primo, il tanto atteso Pit Arena Ticket. Nella prima metà della giornata, diciamo almeno fino al concerto dei Children of Bodom, il pubblico è stato piuttosto scarso, e a maggior ragione lo spazio libero nel Pit, un'area recintata esattamente di fronte a tutta la larghezza del palco e destinata a chi possedeva un biglietto di prezzo ovviamente maggiorato, era ben più di quello occupato. A fine dei conti, la posizione privilegiata si è rivelata sensata solo durante i succitati Children e, invece, determinante per il concerto dei Manowar, a cui è accorsa una bella truppa di sostenitori. Altri benefici: un bar dietro al palco nell'area adiacente al largo backstage open air (a livello gastronomico assolutamente normale e con prezzi allineati a tutto il resto della manifestazione) che si è rivelato utile dopo il concerto degli Amon Amarth quando la band si è rivelata ai fans presenti appunto nell'area ristoro privilegiata per firmare autografi e prestarsi a qualche foto in pose asgardiane. Per il resto, niente di sconvolgente. Pit ticket promosso sì ma col debitino, utile per evitare l'affollamento disumano dello show dei Manowar, carino per la possibilità di vedere passare le band prima e dopo lo show con la speranza di strappare un sorriso, una stretta di mano, una foto, un autografo, ma niente di più. Da bilanciare.
Punto secondo: i suoni. D'accordo, è un festival: si sa che fino al main event i gruppi si devono accontentare del service d'ufficio e dell'impianto uguale per tutti (stavolta era quello dei Manowar), il che non giova alla resa sonora di ogni gruppo. Sicuramente i fonici non possono fare miracoli, ma non è possibile che la cassa della batteria si senta fino a San Donato e la voce o talvolta la chitarra non superino le prime dieci file. Problema ASSOLUTAMENTE da risolvere per le prossime edizioni, che speriamo non vengano di nuovo genialmente organizzate su una piazza di cemento aperta in piena estate, per di più senza alcuna fonte di acqua corrente nei bagni o in qualunque altro posto che non fosse un erogatore a getto che probabilmente pescava dal Lambro...

Gli Unisonic del duo Kiske-Hansen, finalmente riunite le menti dopo tanti anni anche se sotto un monicker diverso dal familiare ed evocativo Helloween, si trovano collocati in un orario infame in cui la calura e il numero non proprio gigantesco di partecipanti potrebbero affossare anche il più professionale dei musicmen: al contrario, sfidando le difficoltà imposte da un bilanciamento non proprio virtuoso dei volumi, i due vecchi leoni danno prova di grande tenuta sia fisica che caratteriale, sciorinando una prova da far invidia a tanti ragazzini. Hansen è un drago della chitarra, non è un mostro di virtuosismo come tanti chitarristi moderni, ma ha il vantaggio che tutti questi ultimi hanno preso qualcosa da lui e dal suo stile! In quanto a efficacia e pulizia c'è ben poco da recriminare. Discorso analogo per l'istrionico Kiske (pantaloni orrendi a parte), autore di una performance più volte tenuta per i capelli nei momenti in cui sembra sfuggirgli di mano e alla fine della fiera riconfermato come uno dei cantanti metal migliori di sempre. Setlist concentrata ovviamente sul loro ultimo omonimo lavoro, il primo a nome della nuova band, ma non mancano un pugno di grandi "oldies but goldies" e la bombastica "I want out" fa contenti tutti.

Grande attesa attorno al nuovo gruppo di Mike Portnoy, gli Andrenaline Mob in cui milita anche il mastodontico vocalist dei Symphony X, Russell Allen, maestro indiscusso della rock distortion insieme all'altrettanto titanico Jorn Lande. Nonostante la fama dei due frontmen del gruppo, anche il chitarrista Mike Orlando, oggi in versione super-tamarro, e il bassista John Moyer si rivelano animali da palco di serie A. Una scaletta all'insegna del neo-groove (che mischia Seattle sound, heavy metal, qualcosa di neo-progressive e un'altra lunga serie di sbrodolose parole che oggi si usano per definire le innumerevoli sfaccettature di quella vecchia facciona sorniona che è il Signor Metallo) bombarda i coraggiosi che si sono piazzati sotto il palco per assistere al debut italiano della band, forte del disco "Omertà" lanciato da pochi mesi. Insindacabile che, almeno dal vivo (parla chi l'album non l'ha sentito), la musica del quartetto sia veramente esplosiva e coinvolgente, anche se parimenti onesto è rendere almeno metà del merito al gigantesco Allen, nel panorama moderno uno dei pochissimi veri grandi cantanti capaci di trasformare qualunque vocalizzo in un'estasi per il pubblico.

Giungono sul palco gli svedesi Amon Amarth, da qualche anno fenomeno di costume legato all'ascesa del viking metal e del death melodico. L'ambientazione norrena, nondimeno, esercita negli ultimi tempi un fascino particolare sul pubblico italiano, che è tra i più fedeli della band, e l'Arena Fiera di Rho comincia a registrare qualche ingresso in più. Una performance impeccabile a livello sonoro, brutale e compatta come ci si aspetta, esonda dal palco su cui si esibiscono i vichingoni svedesi, all'insegna di un Johan Hegg apparso particolarmente gasato e coinvolto nonostante non si possa parlare di pubblico delle grandi occasioni. Se la resa live della band ha pochi punti deboli, non si può dire lo stesso di un songwriting non sempre vario e originale, caratteristica questa che si dovrebbe tuttavia imputare più al genere stesso che non alla singola band. Si può dire che, nel complesso, la carrellata di grandi classici della discografia del gruppo, compresi i pezzi più rappresentativi dell'ultima release "Surtur Rising", hanno divertito ed animato efficacemente la folla seguendo quel che è il loro scopo, ma va rivista l'essenza stessa di un ambiente musicale capace di mantenersi vivo per qualche anno ma non di più e, a meno di grandi sconvolgimenti, artisticamente arrivato al capolinea.

Grande energia si sprigiona dallo show dei finnici Children of Bodom capitanati con spietato furore dal chitarrista/vocalist Alexi Laiho, responsabile della presenza di buona parte del pubblico femminile accorso in quel di Rho. In effetti Alexi, oltre a sfoderare una capacità non comune sul proprio strumento, è un vero trascinatore della folla e degli stessi compagni di band, letteralmente galvanizzati dal proprio instancabile leader, tanto che a dispetto degli argomenti orrorifici trattati dalle loro canzoni, tutti i musicisti sul palco sembrano davvero godersela alla grande! In pratica, anche se è Alexi il perno indiscusso della situazione, il CoB si confermano una band di spessore verace e concreto, formata da ottimi musicisti forti di una preparazione ottima e soprattutto del segreto per vivere al meglio questo tipo di musica: l'entusiasmo che a molti loro colleghi manca, soggiogato da voglia di successo, esibizionismo, avidità, invidie. Poco manca che Alexi distrugga la propria chitarra all'uscita della band, anticipata dopo un taglio nella setlist di cui non si sono ben capite le motivazioni, ma a conti fatti quella dei CoB è stata una delle esibizioni più convincenti della giornata, anche se un po' rovinata da una qualità di suoni al limite del dilettantesco.

Dopo un'ora di attesa per il soundcheck, rivelatosi non poco problematico, ritornano finalmente dopo un decennio fuori dall'Italia i Kings of Metal. I Manowar aprono ovviamente la serata con il loro inno omonimo, per poi passare subito a "Gates of Valhalla" (senza intro acustica). Segue una "Kill with Power" in cui Karl Logan si dimostra più vitale che mai gettandosi in terra alla fine del solo... I brani si susseguono uno dopo l'altro senza interruzione, almeno fino al break con siparietto in cui DeMaio chiama sul palco tale Stefano da Brescia, ragazzo probabilmente vincitore di un concorso, che viene omaggiato di una chitarra Jackson gentilmente firmata da tutta la band e, dopo esser stato erudito da DeMaio stesso su come bere birra alla maniera dei veri metallari, si lancia in un breve solo in cui non manca l'agitazione comprensibile e poi in una "The Gods Made Heavy Metal" suonata con i Kings. Via via si esplorano tutti gli album pubblicati dai Manowar nel corso degli anni, tranne l'ultimo "The Lord of Steel". Qualcuno ha imputato la scelta alla qualità piuttosto scarsa dell'album (verità questa ancora tutta da dimostrare), ma più prosaicamente forse DeMaio ha optato per il trionfale ritorno in Italia su una setlist fatta da classici o comunque pezzi già conosciuti piuttosto che arrischiare di trovare i fans impreparati su un disco uscito da 5 giorni e per di più in solo formato digitale (il cd uscirà a settembre). Risolto al volo un problema tecnico al basso, ecco il solo di DeMaio su "Sting of the Bumblebee", poi è la volta di Donnie Hamzik alla batteria prima che Joey stesso si lanci in un lungo discorso in un buffo misto di Italiano e Spagnolo, come al solito scagliandosi contro i poser bastardi che hanno impedito il rientro della band sul suolo italico per dieci anni. Tra la marea di frasi di rito che ormai siamo tutti abituati a sentire dal buon Joey, non si possono tuttavia non menzionare le brevi parole spese per il padre scomparso, di origine italiana, e per il compianto ex-drummer defunto, Scott Columbus. La setlist si avvia velocemente alla chiusura, ma rimane ancora tempo per sentire una toccante "Nessun Dorma", che non poteva mancare sul cemento milanese, seguita dalla potente "Black Wind, Fire and Steel". Dopo lo scroscio di acclamazioni, ecco che "The Crown and the Ring (Lament of the Kings)" riempie l'aria dell'Arena concerti di Rho e pone fine alla prima giornata del GoM 2012. Sul concerto dei Manowar solo un paio di cose da recriminare: i suoni non proprio perfetti, anche se cento volte meglio rispetto al resto della giornata (ma una ragione della scarsa resa è anche il fatto che in Italia i limiti del volume imposti dalla legge sono piuttosto stretti), e la mancanza, facilmente perdonabile, di un paio di grandi evergreen come "Heart of Steel" e "Battle Hymn", che per i fan sono qualcosa di più di semplici classici. Si tratta di scelte, per carità, e comunque il resto della scaletta non ha affatto deluso, costellata di brani uno più assassino dell'altro, suonati con imbarazzante magnificenza dal quartetto americano, che quando i sessanta si avvicinano trova ad ogni concerto la forza per respingere l'avanzare del tempo, alla prova dei fatti forse non così inesorabile: Hamzik come al solito triggerato ma parecchio solido, DeMaio parecchio in palla ed entusiasta, Logan preciso anche se un po' penalizzato nei suoni (e con un paio di braghe da impiccagione), Eric Adams assoluto re dei metal singer insieme al nonnetto Rob Halford. Manca alla triade dei power vocalist solo il buon Ronnie che però, ahinoi, un paio d'anni fa ha deciso di averci dedicato fin troppo tempo, a noi mortali. Manowar assolutamente sugli scudi, poco importa se vichinghi o no. Alla faccia di chi li ritiene dei vecchi bolliti. Questi vecchi bolliti ancora fanno le scarpe alla quasi totalità (e il "quasi" è praticamente solo per diplomazia) della gente con trent'anni meno di loro che se la tira fino a sbragarsela da qui a Beta Centauri. Un discorso che, guarda tu, vale anche per gente come i Judas, i Maiden, i Black Sabbath quando ancora c'era Dio, insomma per gruppi che hanno iniziato quando ancora si parlava della Germania Ovest e della guerra in Vietnam. Elementi su cui riflettere, MOLTO. Sarebbero milioni le parole da spendere sui Manowar di questo GoM, soprattutto dopo dieci anni di latitanza a Sud delle Alpi, ma si rischierebbe di diventare ridondanti. Un solo consiglio, andate a un loro concerto. Non prendiamo soldi dai Manowar, ve lo assicuriamo. ANDATE a un loro concerto.

Setlist:
  1. Manowar
  2. Gats of Valhalla
  3. Kill with Power
  4. Sign of the Hammer
  5. Fighting the World
  6. Kings of Metal
  7. Metal Warriors
  8. Brothers of Metal
  9. Call to Arms
  10. The Gods Made Heavy Metal
  11. Sons of Odin
  12. Hand of Doom
  13. King of Kings
  14. Sting of the Bumblebee (solo DeMaio)
  15. Solo Hamzik
  16. Hail and Kill
  17. Warriors of the World
  18. Thunder in the Sky
  19. The Power
  20. Nessun Dorma (encore 1)
  21. Black Wind, Fire and Steel (encore 2)

In conclusione: GoM giorno 1 positivo? Più ombre che luci. Pit ticket? Rimandato a settembre ma non è una bocciatura, ci sono solo molte cose da correggere. Suoni? Orrendi. Scaletta? Tutto sommato succosa. Servizi igienici? Pessimi, l'acqua corrente ci DEVE essere in occasioni del genere.
Ci ritorneremmo? Sì, ma solo ed esclusivamente per la performance straordinarie di un paio di bands. Per il resto, ci dispiace ma altri festival europei (e alcuni anche italiani, senza fare nomi) la spuntano alla grande su un GoM così. Forse allora queste band meglio vederle in altri contesti? La LIVE! si adegui alla concorrenza e la smetta di monopolizzare gli spettacoli heavy metal in Italia, la gente sta perdendo la pazienza, e la scarsa affluenza a questa prima giornata lo dimostra...

In merito ai gruppi, promossi: Manowar, Children of Bodom, Adrenaline Mob, Unisonic. Rimandati: Arthemis, Amon Amarth. Senza elementi convincenti di giudizio: Cannibal Corpse, Clairvoyants. Bocciati: Holyhell.