FAUST EXTREME FEST OPEN AIR (Dark Funeral + Infernal War + Guests)

Live at "The Jungle" Cascina (PI)

A CURA DI
SANDRO NEMESI
02/09/2015
TEMPO DI LETTURA:
7

recensione

Il 21 Agosto anno 2015, la accogliente area verde del Parco Collodi, sita in riva all’Arno, in quel di Cascina, uno dei tanti ridenti ed accoglienti comuni della vasta provincia Pisana, si è tramutata in un a sorta di Gehenneah, dove centinaia di demoni urlanti danzeranno sotto i riff di chitarra e le martellanti sezioni ritmiche delle ben undici band di metal estremo che si esibiranno in occasione della VI° edizione del Faust Extreme Fest Open Air, manifestazione organizzata da Black Dawn Promotion in collaborazione con The Jungle, Nihil Prod., Pusher Agency e Wine Blood Records, per il terzo anno consecutivo ospitata dal The Jungle, splendida realtà dove sovente possiamo ascoltare buona musica e che ha sede proprio nel verde parco che porta il nome del creatore di Pinocchio. Il destino vuole che il numero civico del the Jungle sia il 656, sfiorato per un pelo l’inquietante numero della bestia. Anche se solamente cinque minuti separano la mia abitazione dal The Jungle, decido comunque di partire con una mezz’oretta circa di anticipo rispetto all’apertura dei cancelli, prevista per mezzogiorno, pensando (e sperando) di trovare una nutrita rappresentanza di metallari dinnanzi all’entrata. Purtroppo non è stato così, arrivato a destinazione, incredibilmente mi sentivo più solo del Dottor Robert Morgan, interpretato dall’immenso Vincent Price nella pellicola horror “L’ultimo Uomo Sulla Terra”, ispirata al romanzo post apocalittico di Richard Matheson “Io sono leggenda”. Per fortuna la mia atavica amicizia con Alex, il boss del The Jungle, ha fatto sì che mi potessi ritagliare un posticino all’ombra e scambiare due parole, in modo di ingannare il tempo. Tuttavia anche dopo le ore dodici, non è che all’entrata ci fosse una ressa infernale. Iniziano ad entrare sparuti gruppi di giovani metallari, fra i quali spicca una ragazza di una pallidezza indescrivibile, che suscita una serie di inevitabili battute che non sto a riportare.  Sottolineo in anticipo le mie più sentite scuse con la maggior parte delle band, ma era impensabile fare il track by track di tutta la giornata, vista anche la difficolta nel reperire le scalette, a fine serata sarò riuscito a racimolarne solamente quattro.

L’inizio delle danze è previsto per le ore tredici, quando per fortuna si alza un piacevole vento che stempera la calura, già comunque addolcita dai recenti temporali. Peccato che il vento non si è portato dietro orde di metallari, ed alle 13:07, gli Scutum Crux, polacchi di origine, ma londinesi di domicilio, sono costretti ad inaugurare la massacrante giornata di metal estremo davanti a poco più di trenta persone, compresi gli addetti ai lavori. Gli scudi crociati si presentano con un look post apocalittico, con i volti truccati nello stile della maggior parte delle band del black metal scandinavo. Agli esasperati 4/4 il black power trio alterna interludi cadenzati, dove dalla chitarra dell’inquietante Demiurge Abzu escono interessanti sonorità di voivodiane memorie, e devo dire che nei momenti in cui vengono diminuiti i BPM, gli Scutum Crux danno il meglio del loro oscuro black metal. Le tenebrose sonorità attirano un folle temerario in borghese (visto che non indossa né borchie né t-shirt con capri o roba del genere), il quale dopo un violento headbanging al limite della decapitazione, si allontana con una serie di funamboliche capriole, chissà sotto l’effetto di quale sostanza stupefacente. Per la cronaca lo show perdurerà per tutta l’intera giornata. Quando gli Scutum Crux salutano, sotto il palco si segnalano sette persone. Una volta liberato il palco, alle ore 13:53 è il turno dei milanesi Cold Raven, che si presentano con inquietanti candelabri decorati con teschi di cervo. La combo meneghina ci propone un ottimo doom metal dalle venature black. Al canonico trucco bianco e nero, i nostri aggiungono delle striature rosse che ricordano macabri rigoli di sangue. Dopo pochi minuti avviene l’impensabile. Dietro al palco si materializza una coppia di Vigili Urbani, allertati da qualche testa vuota che pensa che il problema principale del Bel Paese sia la musica metal. Sotto la richiesta della Polizia Municipale, Alex prima fa abbassare i volumi, poi a malincuore informa i Cold Raven che il loro show deve finire con largo anticipo, i nostri portano comunque a termine il brano in un clima surreale. Successivamente viene a galla che il problema principale stava in un errore di trascrizione sul permesso, dove uno sbadato impiegato comunale ha scritto ore 15:00 anzichenò ore 13:00. La coppia di Vigili Urbani ha cordialmente salutato dicendo che alle ore 15:00 le band potevano scatenare nuovamente l’Inferno. In questa oretta, gli organizzatori sono impegnati nell’arduo compito di riorganizzare il bill, ridimensionando le scalette delle varie band, nel frattempo delle oscure nubi fanno presagire che potrebbe andare anche peggio. Puntuali come un orologio svizzero, alle ore 15:00 salgono sul palco i Plateau Sigma. Il quartetto di Ventimiglia ci delizia con un oscuro doom metal, gradito dal poco pubblico presente e più che altro dal sottoscritto, che non è solito ascoltare metal estremo. Il growl proposto da Manuel Vicari è oscuro e di ottimo impatto, spesso viene alternato con il cantato pulito dell’altro chitarrista Francesco Genduso. Le poche teste presenti ondeggiano sotto i lenti colpi inferti dalla batteria ed i cadenzati riff delle chitarre, tutto materiale estrapolato dal recente “The Shape Of Eskatos”. Una band interessante, che spero non finisca nel calderone delle band dimenticate. Il minaccioso vento che soffia sempre più forte, porta sul palco i locali Deathless Legacy, che vista la riduzione della set list e l’insolito orario diurno, hanno deciso di non truccarsi. I nostri attaccano con l’orientaleggiante introduzione di Octopus, tratta dall’ottimo Rise From The Grave, e durante l’inciso Steva La Cinghiala dimostra di non aver bisogno del make-up per rubare la scena. La performance della combo pisana attira i presenti (che lentamente incrementano di qualche unità) sotto al palco, attratti dal potente wall of sound del gruppo. A seguire un nuovo brano, Circus Of The Freaks, per ora proposto dal vivo soltanto due volte, una delle quali al Wacken Open Air. Ebbene sì, i Deathless oggi suonano davanti a poche persone, ma qualche settimana fa hanno suonato di fronte alla nutrita platea del famoso festival che dal 1990 ha sede nel piccolo paesino di Wacken, nel nord della Germania. El’ Calaver con uno strumming dal sapore latino apre la successiva Flamenco De La Muerte, sempre tratta da RFTG, a seguire un altro inedito, The Bove Has Died, in queste nuove composizioni si sente la valente mano del nuovo tastierista Alex Van Den Eden, aka Alessio Lucatti, già dietro il set di tastiere di Vision Divine, Etherna e Angra. I Nostri ci salutano con Death Challenge, che mette in mostra un potente unisono fra la chitarra e la precisa sezione ritmica composta da The Cyborg e dall’eclettico Frater Orion. Anche se l’impatto scenico è un punto di forza dei Deathless Legacy, e privi del supporto della performances The Red Witch, i nostri hanno sfoderato una prestazione con i fiocchi. Ore 16:10 dalla vicina Volterra arrivano i Tuchulcha, chiamati a rimpiazzare gli svedesi Smothered, che hanno disdetto l’impegno a causa di problemi personali di un membro della band. La combo proveniente dall’Etruria ci offre un death metal dalle ritmiche fin troppo esasperate. Sovrastato dalle taglienti chitarre, lo scream growl di Emiliano Pasquinelli non riesce ad emergere, e si fatica a comprendere le parole vomitate dal singer toscano. Dalle smorfie di fatica del batterista si evince che non è necessario suonare per forza a velocità pazzesche, rendendo la ritmica quasi incomprensibile e rischiando di non mantenere il tempo. Il pubblico non risponde calorosamente al massacrante wall of sound della formazione toscana, per quanto mi riguarda ascoltabile solo nei rari momenti dove rallentano i BPM. Non me ne vogliano, ma i simpatici Tuchulcha non hanno lasciato il segno. Nel frattempo, i banchi del merchandising vengono affiancati da artisti che mettono in mostra le opere d’arte e da qualche bancarella che offre qualche CD usato. Ore 16:50, dalla lontana Lione arrivano i The Oath, che ci propongono un piacevole death metal melodico dalle venature progressive. I nostri partono subito con due brani tratti dal loro ultimo lavoro in studio, intitolato Consequences (2015).  Dopo l’intro siamo investiti dal tremendo impatto sonoro di Never To Be Seen Again, purtroppo la platea è ancora scarsa, ma i pochi presenti si dirigono immediatamente sotto il palco. Il tastierista Romain Devaux, oltre che addolcire il suono con spaziali pad di tastiera, alterna il suo cantato pulito al terrificante growl del chitarrista Pierre Leone, rendendo il tutto più gradevole ed interessante. Poi è il turno della title track Consequences, che alterna riff cadenzati a precise e martellanti ritmiche vertiginose, mentre le tastiere tentano di contrastare l’oscuro growl di Mr. Leone. Ritmiche ultra veloci e riff aggressivi nella successiva End Of The Lines, tratta dall’album Self –Destructed (2010). Un paio di interludi dove rallentano i BPM e qualche fugace apparizione del tastierista con il suo ottimo cantato pulito addolciscono il brano. Tastiere aliene aprono la successiva Crimson Flesh, estrapolata sempre dall’ultimo loro lavoro. Lentamente prende il sopravvento un potente riff stoppato, che si intreccia splendidamente con la tastiera. This Day è tratta dal quarto album in studio datato 2008, semplicemente intitolato 4. Il brano ha un impatto sonore nettamente più aggressivo rispetto alla precedente canzone e riesce a vivacizzare il pubblico. I nostri chiudono con l’oscura The Final Sleep, sempre da Consequences, suggellando una performance veramente degna di nota. Ore 17:45, allarmanti sirene attirano il pubblico distratto dalle bancarelle, è così che si presentano i Nerodia, da Roma. La combo capitolina ci aggredisce con taglienti riff d’altri tempi. Man mano che la scaletta scorre, i nostri continuano con le oscure sonorità del vecchio thrash di slayeriane memorie. Purtroppo il graffiante scream di Giulio Serpico Marini viene sovrastato dal potente impatto sonoro del quartetto arrivato dalla capitale. Durante la performance dei Nerodia, il pubblico è aumentato visibilmente,k e si iniziano ad individuare inquietanti personaggi che ondeggiano le chiome sotto i colpi della massacrante sezione ritmica romana. Alle ore 18.45, dopo una prolungata introduzione, salgono sul palco i toscani Rexor, e con loro si rivedono gli inquietanti volti mascherati dal classico make-up tanto caro al black metal scandinavo. I nostri indossano anche brutali bracciali chiodati di Kinghiane memorie. La formazione  fiorentina inizia sempre i brani con le spalle rivolte al pubblico, proponendoci un bestiale black metal che alterna momenti cadenzati di forte atmosfera a travolgenti ritmiche serrate. Risolto un piccolo problema tecnico dovuto al malfunzionamento di un cavo, l’oscuro scream di Hate torna a terrorizzarci, accompagnato dalla sola chitarra. Dopo questa sinistra introduzione siamo nuovamente aggrediti dal potente impatto sonoro. In prossimità delle transenne ora si contano tre file di teste che ondeggiano sotto i cadenzati accordi di chitarra. Proprio quando rallentano i BPM, i Rexor ci offrono un inquietante wall of sound dai sentori infernali, di notevole impatto. Dalla vicina Firenze è giunto un manipolo di fans che a squarciagola accompagnano il demoniaco scream di Hate, indubbiamente il miglior interprete dello scream style ascoltato fino ad ora. Finita la sessione blacksteriana fiorentina, approfitto del cambio di palco per gustarmi uno dei deliziosi panini farciti offerti dalla cucina del The Jungle, accompagnato da una rifocillante birra ghiacciata. Alle ore 19:55 è il turno dei bolognesi Electrocution, storica band ritornata sulle scene dopo una pausa di quasi venti anni. Nella combo felsinea si segnala la presenza di Alex Guadagnoli, che è stato l'unico europeo ad essere selezionato per rimpiazzare sua maestà Max Cavalera, dopo la sua dipartita dai Sepultura, il guitar hero però in sede live viene stranamente rimpiazzato da turnisti. I nostri ci propongono un brutale death metal estremamente tecnico. Il devastante wall of sound attira sotto il palco una discreto numero di headbangers. Il growl di Mr. Montaguti è fra i più interessanti della serata, il frontman felsineo si sente in dovere di dedicare un brano al compianto Chuck Schuldiner, precursore del death metal. Le chitarre sparano taglienti riff a velocità supersonica, supportati da una sezione ritmica tecnica, martellante e precisa. Il sole sta lentamente lasciando il campo alla più enigmatica Luna, e iniziano a fare capolino potenti luci di colore blu cobalto, che insieme ai fumi danno vita ad una avvolgente atmosfera, facendo le prove per il gran finale, prove che stanno facendo anche alcuni elementi del pubblico, che iniziano un timido pogo sotto le raffiche di note sparate dalla combo emiliana. L’oscurità ha quasi avuto la meglio nei confronti della luce, e alle ore 21:05 dalla lontana Polonia arrivano i co-headliners Infernal War, il cui nome è tutto un programma. Fatta eccezione per la sezione ritmica, il resto della band è formato da minacciosi skinheads dal collo taurino. Il quintetto polacco fa valere i gradi di co-headliners e alza notevolmente l’asticella dei volumi. Nome non mente, l’impatto sonoro proposto dal quintetto polacco è devastante, molto vicino a quello di Tom Araya e compagnia cantante. Il pubblico impazzisce sotto le note di Sciac Nazarejczyka, tratta dal primo EP dall’equivocante titolo di Infernal SS, a confermare la teoria che li vede una band legata ad alcuni ambienti strettamente collegati fra loro. La traduzione del titolo è a dir poco raccapricciante, nonostante i nostri provengano dalla patria di Papa Giovanni Paolo II, se traduciamo il titolo dalla madre lingua, otteniamo un disarmante “Decapita il Nazareno”. Il pogo continua senza tregua con la successiva Genocide Command, dall’album Explosion. Finalmente il pubblico ha raggiunto un numero accettabile, sulle ali di Crushing Impure Idolatry da Terrorfront, il pogo continua senza un attimo di tregua, spinto dal lancinante assolo di chitarra di KerryKinghiane memorie. Fra ritmiche serrate ed interludi cadenzati, si giunge a Into Dead Soil, tratta dal recente Axiom. Nella successiva Spears Of Negation, dall’album Conflagrator, il basso sporco di God Crusher domina, l’impatto sonoro è devastante. Poi incontriamo un’altra traccia dallo sgradevole e blasfemo titolo, Spill The Dirty Blood Of Jesus, dall’album “Redesekration: The Gospel Of Hatred And Apotheosis Of Genocide”, che per comodità d’ora in poi chiamerò semplicemente “Redesekration”. Sotto le travolgenti note della blasfema canzone il pubblico impazzisce, e sotto il palco ha inizio un vero e proprio massacro. Una inquietante introduzione apre le porte ad Axiom, la title track dell’ultimo lavoro della combo polacca, caratterizzata da un riff di chitarra saturo e cadenzato e da una martellante doppia cassa. Poi incontriamo un altro brano dall’empio titolo, Crush The Tribe Of Jesus Christ, dall’album Terrorfront, eseguito sotto uno psichedelico gioco di luci. Il brano alimenta all’inverosimile la bolgia infernale che regna sotto il palco, bolgia che ormai ha creato una zona off-limits fra le prime file e la parte del pubblico più tranquilla. Il pubblico chiama a gran voce, e gli Infernal War rispondono con la potente Primal Degradation, da Transfigurations, brano dove finalmente rallentano i BPM. Ma le serrate ritmiche riprendono con la successiva The Parallel Darkness, sempre dall’ultimo platter Axiom. Dopo l’ennesimo brano, dal dubbio titolo di Death’s Evangelist, tratto da Redesekration, il gruppo capitanato dall’inquietante Herr Warcrimer saluta l’esausto e caloroso pubblico del The Jungle con Life Is War, massacrante brano tratto da uno dei primissimi lavori, quell’Explosion che abbiamo citato qualche riga fa. Senza ombra di dubbio l’impatto sonoro degli Infernal War è devastante, ed il risultato lo si è visto dalla reazione del pubblico, che nelle frange più calde ha intrapreso un violento pogo dalla prima all’ultima nota sparata dalle chitarre di Zyklon e soci. Nonostante io mi ritenga ateo, mi sento in dovere di sottolineare le imbarazzanti liriche del quintetto proveniente da Cz?stochowa, città della Polonia situata nel voivodato della Slesia, liriche ingenue e spesso al limite della sopportazione, indipendentemente dalle idee o dalla fede religiosa che uno supporta. In riva la fiume Arno oramai regnano incontrastate le tenebre, mentre un fastidioso vento che soffia da nordest prende sempre più forza, pronto ad accogliere le stars della serata. Dietro al palco, fra le tenebre, si intravedono le spettrali sagome dei Dark Funeral, che attendono pazientemente il lavoro della crew di addetti ai lavori. Finalmente è giunto l’attesissimo momento, alle 22:36 uno spaventoso urlo attira l’attenzione del pubblico, che pian piano ha raggiunto le circa duecento unità. Il connubio fra i fumi e le luci blu cobalto creano un’atmosfera surreale, mentre perdura la sinistra introduzione. L’ingresso sul palco dei demoni scandinavi scatena il pubblico. Forti del vero ed originale make-up black metal made in Svezia e del volume assai più alto rispetto lle special guest, l’impatto sonoro e visivo offerto dai demoni di Stoccolma è devastante. Dopo aver scaldato gli animi con Stigmata, dall’album Angelus Exuro Pro Eternus, gli scandinavi continuano il massacro con The Arrival Of Satans Empire, direttamente da Diabolis Interium. Nonostante il tappeto di doppia cassa arrivi sino allo stomaco, l’oscuro wall of sound proposto dal combo scandinavo non riesce ad avere lo stesso devastante effetto sul pubblico ottenuto dai co-headliners Infernal War. Il pubblico ammira immobile, come impietrito dalle demoniache sagome dei Dark Funeral. Fra la densa nebbia azzurrognola si fanno largo i graffianti accordi di Open The Gates, tratta dal primo lavoro in assoluto, l’EP Dark Funeral datato 1994. Il pubblico acclama vivacemente le prime note di Atrum Regina, oscuro brano estratto da Attera Totus Sanctus, brano dove il drummer Dominator tira un po’ il fiato rallentando i BPM, lasciando il campo ai melodici riff delle chitarre. Sempre dallo stesso album arriva la successiva Godhate, dove continua a terrorizzarci il graffiante scream di Heljarmadr, da poco chiamato a sostituire la storica icona Emperor Magus Caligula, che nel 2014 ha appeso il microfono al chiodo dedicandosi amorevolmente alla famiglia. Con una voce che sembra provenire dalle viscere dell’Inferno, Heljarmadr annuncia l’inedita Nail Them To the Cross, stavolta il tappeto di doppia cassa sparato dal martellante Dominator riesce a scaldare gli animi delle prime file, che ondeggiano le teste seguendo il ritmo proposto dall’infernale batterista. Dopo una breve pausa dovuta a qualche problema di natura tecnica, gli spettrali vichinghi riprendono il massacro sparando le taglienti note di Goddess Of Sodomy, dall’album Diabolis Interium. Nonostante il tremendo impatto sonoro di 666 Voice Inside (da Attera Totus Sanctus) riceva un’ottima risposta dal pubblico, i Dark Funeral non riescono ad innescare il massacrante pogo che ha perdurato per tutto lo show degli Infernal War. I cadenzati riff dai sentori doom di Temple Of Ahriman, altro brano inedito, fanno ondeggiare le chiome delle prime file, che seguono i colpi inferti sul drum set dal potente Dominator. La combo svedese si prende una breve e meritata pausa dissetandosi, rigorosamente con dell’acqua. Non voglio sfatare un mito, ma dietro le inquietanti spoglie dei demoni scandinavi, si celano cinque umani che seguono una dieta vegetariana e che sono ostili all’alcool. Heljarmadr saluta il pubblico sulle note di Dark Are The Paths To Eternity, da The Secret Of The Black Arts. Le luci seguono il ritmo martellante del drummer scandinavo, creando un disturbante effetto psichedelico. Ma è solo un arrivederci, dopo pochi minuti i nostri ritornano sul palco per l’atteso bis; Lord Ahriman, l’unico superstite della formazione originale sin dal lontano 1993, con un velocissimo riff di chitarra annuncia Hail Murder, estratta da Diabolis Interium. Dopodiché il sommo sacerdote nero Heljarmadr, invoca Satana, annunciando Vobiscum Satanas, title track dell’album datato 1998, brano in cui per l’ennesima volta è la doppia cassa la protagonista indiscussa. I nostri terminano il massacro con My Funeral, pescando da Angelus Exuro pro Eternus, brano che scatena il pubblico che si dimena seguendo la ritmica dettata da Dominator. A fine concerto i Dark Funeral scendono dal palco e vanno a salutare i fortunati fans delle prime file, stringendo loro la mano, gesto apprezzatissimo che rincara la meritata dose di appalusi.

E’ giunto il momento di tirare le somme: sulla perfetta organizzazione logistica del The Jungle ho già espresso pareri più che positivi in occasione del live report della splendida serata verde oro che vedeva co-headliners Angra e Sepultura. Facilmente raggiungibile con il treno o con l’auto, il The Jungle è dotato di un ampio parcheggio gratuito e offre una discreta varietà di bevande e panini farciti. Purtroppo la risposta del pubblico non ha mantenuto le aspettative, degli annunciati oltre ottocento partecipanti che avevano confermato l’adesione all’evento tramite i social network, a fatica si sono raggiunte le duecento unità, a confermare che forse l’Italia non è ancora pronta per certi eventi. Forse ha pesato il fatto che era un venerdì di fine agosto, dove pochi lavorano e molti erano in vacanza, sommato all’inusuale orario di inizio delle danze, previsto per le ore tredici. Orario inusuale deciso per far sì che si potessero esibire il maggior numero di band underground possibile, sfruttando il blasone degli headliners. A posteriori forse era più consono far suonare qualche band in meno ed aprire le danze qualche oretta più tardi, ma con i se ed i ma è sin troppo facile parlare e si va poco lontano. Speriamo che la scarsa partecipazione di pubblico non scoraggi gli organizzatori a continuare questa bellissima tradizione, che ogni anno ci fa ammirare band di prim’ordine supportate dalle migliori realtà emergenti del momento. Se si prende come unità di misura il pogo, gli Infernal War si possono considerare i vincitori della serata, ma sinceramente ci tengo a rimarcare di come sia stato disgustato dalle infelici e banali liriche della combo polacca, liriche malate che non rendono giustizia al loro potente wall of sound. Ovviamente anche i Dark Funeral bramano Satana nelle loro liriche, ma con classe e senza risultare offensivi ed estremamente pesanti. Fra le band emergenti i Deatless Legacy per me non sono più una sorpresa, mentre lo sono stata i francesi The Oath, con il loro Melodic Blackened Progressive Death Metal, come recita la loro pagina Facebook. Senza togliere nulla a nessuno, e senza voler insegnare niente agli organizzatori, esterno la mia sindacabile opinione, la quale sostiene che entrambe le band sopra citate avrebbero meritato di occupare una posizione più alta nella scaletta, in modo da esibirsi davanti ad un pubblico decente. Tutto sommato la massacrante giornata all’insegna del metal più estremo si è rivelata divertente e piacevole, in barba agli assenti. Non mi rimane che ringraziare per l’ennesima volta Alex Sabatini, che da qualche anno a questa parte riesce a portare con successo nomi importanti sul palco del The Jungle e del Borderline.