YES

Fragile

1972 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
02/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

recensione

Si era nel novembre del 1971, in Gran Bretagna, quando gli Yes, band progressive già sulla bocca di molti dopo il successo ottenuto dal loro terzo disco (“The Yes Album”), diedero alla luce la loro quarta fatica, l’acclamato ed iconico Fragile. Se già con il loro precedente lavoro, con l’entrata in scena del chitarrista Steve Howe, erano divenuti a tutti gli effetti una super band volta a rimarcare l’elevato virtuosismo tecnico di ogni singolo membro, con Fragile l’intento di porre l’accento sul virtuosismo e sulla ricercatezza compositiva ed artistica diviene se possibile ancor più marcato. Nel quarto album fa la sua entrata in scena un nuovo tastierista, Rick Wakeman, al posto di Tony Kaye, che comunque ne partecipa alla realizzazione. Un’impostazione artistica e concettuale, quella di Fragile, destinata a segnare l’immaginario dei molti fans del gruppo, e ad aprire la strada al suo futuro successo, quello per antonomasia del cosiddetto “primo periodo” degli Yes: “Close to the Edge”. Ed andando ancora oltre, negli anni, superando indenne cambi di sonorità e di maestranze, ponendo per sempre l’idea prima dell’ideatore come massima di fondo dell’universo Yes. A realizzare la covert art di un album così eclettico, che rappresentava il culmine (o quasi) della band, ed allo stesso tempo l’inizio di un cammino, venne chiamato un giovane artista emergente, l’inglese Roger Dean. Artisticamente Roger si inserisce in quel grande filone stilistico caratteristico degli anni ’60 e ‘70 definibile in molti modi e nessuno: post-fantasy, new age, psichedelico, neo surrealista, i cui punti di riferimento, nel mondo dell’illustrazione, erano i soliti sospetti di quell’universo artistico in pieno boom popolare, grazie alla sua diffusione attraverso la musica ed il cinema, e cioè Frank Frazetta, di scuola statunitense, e Jean Giraud, alias Moebius, di scuola europea, ed è a quest’ultimo che Roger, europeo anch’egli, si accosta maggiormente. Parlare di “punti di riferimento” è in realtà eccessivo, in quanto Dean è poco più giovane dei suoi famosi colleghi, con una carriera dal medesimo spessore ed un immaginario personale tanto vasto e singolare da aver influenzato quello popolare per decenni. Innumerevoli sono infatti le opere di ogni genere che si sono ispirate più o meno esplicitamente all’opera di Dean, che siano videogiochi o fumetti, libri o film, nel lungo spazio di oltre quarant’anni; da Mist a World of Warcraft, da Heavy Metal (1981) e Star Wars fino ad Avatar. Con i produttori di quest’ultimo Roger intavolò una causa, in seguito persa, per l’uso della sua proprietà intellettuale nel Colossal di James Cameron senza che il suo nome comparisse nemmeno tra i credits. Nel mio personale parere, è palese la presenza dell’immaginifico stile di Roger nei panorami del mondo alieno di Pandora, ma altresì quella dell’illustratore è stata una causa persa; il suo stile, il suo immaginario tra l’onirico e il fantasy si sono troppo stratificati, negli anni, fra un numero indefinibile di autori ed opere, di cui Avatar è solo l’ultimo e più eclatante esponente. A migliaia hanno attinto acqua al grande pozzo di William Roger Dean, ed ormai quell’acqua appartiene a tutti. Roger è classe 1944, di Ashford, nel Kent, ma la sua infanzia l’ha visto lontano dalla natia Inghilterra, sempre in viaggio con suo padre, militare dell’esercito britannico. Al ritorno in patria, nel ’59, frequenta l’Ashford Grammar School, ed in seguito si diploma in design al Canterbury College of Art, mentre nel 1968 si laurea al Royal College of Art con una tesi sulla “psicologia dell’ambiente artificiale” (psychology of the built environment). Il suo interesse per il design percorrerà la vita di Dean parallelamente alla sua carriera di illustratore, per sfociare successivamente in passione per l’architettura vera e propria. Sua è per esempio la morbida poltrona sferica di fantozziana memoria, detta “a riccio di mare”, ed anche quella usata dall’attrice Adrianne Corri in “Arancia Meccanica”, simile ad una capsula spaziale della Nasa. Nel 1981, con l’aiuto del fratello, realizza il suo primo prototipo di abitazione, futurista e ideale, visitata nell’ambito di un’esposizione da circa duecentocinquantamila persone. La sua collaborazione con gli Yes, attraverso la cover di Fragile, fu ciò che lanciò la carriera di Roger come illustratore, dopo che si fu fatto già notare per la realizzazione di una cover per il trio british rock The Gun, e per gli africani Osibisa. In seguito all’esperienza di Fragile, tra la band e il disegnatore si instaurò un duraturo sodalizio, che portò Dean a realizzare quasi tutte le copertine degli Yes. La cover art di Fragile è un po’ difficile da definire stilisticamente. Infatti, non solo si discosta in parte dalle illustrazioni virtuose degli artisti di riferimento precedentemente firmate, ma anche dallo stile tipico di Roger stesso. Nonostante questo, e nonostante l’intuizione semplice ed immediata riguardo il soggetto dell’illustrazione, essa si è rivelata talmente efficace da dar vita ad una piccola “saga”, proseguita attraverso i seguenti album degli Yes. “Fragile”, come il nome suggerisce, ci parla della fragilità, intesa come stato della mente dei membri della band, e di riflesso, come ogni buon artista aspira a trasmettere, quella della mente di chi ascolta e del mondo che lo circonda. Una tematica intensamente a trecentosessanta gradi, che Dean sintetizza in un’opera ancora immatura, a suo stesso dire, ma di straordinaria efficacia: un pianeta sull’orlo della deflagrazione. Non una deflagrazione apocalittica; i colori sono vivaci e resi con la consueta tecnica mista di Dean, ma su una decisa base di rassicurante acquarello. L’idea è quella di un “pianeta bonsai”, un mondo in miniatura nello spazio profondo dell’inconscio, le cui crepe si allungano sulla superficie idilliaca, fino a deflagrare in gran parte nell’immagine sul retro della copertina, e i cui pezzi vaganti nello spazio danno inizio alla fortunata intuizione immaginifica delle “isole nel cielo”, immagine ricorrente dell’arte di Roger ed una delle più saccheggiate, come nel caso del sopracitato “Avatar”. Unico elemento artificiale del disegno, un’astronave, presente sia davanti che dietro l’album. Il design dell’astronave ha una valenza marcata e duplice: una nave volante in legno, quasi un marchingegno Leonardiano, che da una parte ben si sposa con l’immaginario fantasy e post-surrealista del periodo, figlio dell’onnipresente Tolkien ed ancor di più del John Carter di Marte di Edgar Rice Burroughs; dall’altra rappresenta bene una parte fondamentale della formazione musicale degli Yes, quella classica. In particolare proprio quella del nuovo, virtuoso tastierista. Fragile non è un album di grande sinergia, ma piuttosto una raccolta di brani che testimoniano l’abilità ed il virtuosismo individuale dei suoi membri, quasi un modo di presentarsi prima del più organico Close to the Edge, e ciò è un altro elemento di quella fragilità intrinseca nel titolo, lungi dall’avere una valenza negativa a prescindere. Infatti, le persone vanno per la loro strada, le formazioni si sciolgono, ma l’idea sopravvive sul suo veliero cosmico, portando con sé quello spirito che significa “Yes”, capace di proseguire lo stesso viaggio con argonauti diversi per decenni, fino ad oggi. Originariamente, l’idea della band per la copertina era una porcellana frantumata, ma Dean preferì frantumare un pianeta, e se vogliamo possiamo scorgervi anche una velata tematica ambientalista, oltre alla metafora freudiana. L’album contiene anche un book, provvisto di foto della band e delle loro famiglie, piccole biografie ed alcune succose chicche, ma soprattutto altre due illustrazioni di Roger Dean, una sulla copertina ed una sul retro; la prima mostra delle creature “in agguato” tra dei rovi, l’altra una figura umana nell’atto di arrampicarsi su delle lunghe pareti rocciose. Il background ideato per Fragile nel tempo crebbe e si sviluppò, tornando prima nel successivo Close to the Edge, con un inquadratura ravvicinata del pianeta spezzato, le cui isole fluttuanti tra le nubi ricordano le montagne delle antiche illustrazioni cinesi, ed in seguito tornando nelle splendide illustrazioni di Yessongs, stavolta come idealizzazione matura e rappresentativa di uno stile ormai assodato. Stile, quello di Dean, la cui origine, oltre che dai già citati Tolkien, Burroughs, Moebius e Frazetta, prende vita per filo diretto dal surrealismo novecentesco di Magritte e Dalì. È evidente il legame tra gli spazi concepiti da questi autori, in particolare Dalì, e quelli di Roger: entrambi rappresentano un personale, inconscio mondo interiore. L’immaginario di Dean è infatti quasi totalmente naturalistico, gli elementi artificiali o umani sono estremamente sporadici e ci danno l’idea di ricordi di luoghi o persone quasi dimenticati, eremiti sperduti tra le montagne, i boschi e le isole alla deriva nel profondo cielo della mente. La grande differenza tra Dean e i famosi surrealisti sta nella maturità storica. Essi erano pionieri, e le loro rappresentazioni dell’inconscio, nuova intrigante “invenzione” della psicoanalisi, era volta alla scoperta di quel mondo sommerso nei recessi della mente umana, dei suoi sogni, le sue paure, le sue inibizioni e le sue manie. Per Roger Dean, ed i suoi contemporanei, l’inconscio è un concetto assodato, e dunque quei mondi alieni ed imperscrutabili rappresentano un luogo mentale sì impervio, ma amichevole, un rifugio per il viandante stanco del peregrinare nel mondo reale. Un luogo ove sia l’autore, sia noi che vi entriamo col suo permesso, possiamo riposare all’ombra di un impossibile albero su un’isola persa tra le nubi di vecchi ricordi che non ci appartengono.