SYSTEM OF A DOWN

Steal This Album!

2002 - Columbia / American Recordings

A CURA DI
ANDREA ORTU
09/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
9

recensione

1928, René Magritte dipinge “Il Tradimento delle Immagini” (La Trahison des Images), conosciuta anche come “Ceci n’est Pas une Pipe”, questa non è una pipa, in virtù della scritta posta sopra alla raffigurazione, piuttosto realistica, di una pipa. Magritte giocava sul contradditorio insito nell’interpretazione soggettiva delle immagini e la loro semiotica. Il soggetto dipinto non è una pipa, è la raffigurazione di una pipa. 2002, sono un adolescente che vaga senza meta in qualche via dello shopping, a Roma. I soldi scarseggiano, ma i “marocchini”, come nel volgo si usava definire gli stranieri dalla pelle scura in generale, vengono in mio aiuto: non era ancora l’epoca dell’mp3, e benché si affacciasse l’era della seconda consolle di Sony, cd musicali e videogiochi per la Playstation “piratati” si potevano trovare in vendita praticamente su qualsiasi marciapiede. Chiedo a un ambulante se posso dare uno sguardo ai suoi cd, e dopo qualche decina di terrificanti compilation di musica dance, mi trovo tra le mani Steal This Album, (ruba quest’album, letteralmente) della band californiana di origine armena System of a Down. È un semplice compact disc bianco, con il titolo dell’album scritto storto sulle righe, a pennarello nero. In un attimo, il mio cervello è preda di una piccola impasse. L’immagine sul cd pirata che ho tra le mani è una stampa della copertina originale, che mi sta proprio dicendo di fare una cosa che, chiaramente, non posso o non potrei fare, ma che in realtà sto già facendo. Nella mia testolina di studente dell’artistico il collegamento a Magritte è fumoso ma immediato, e l’album dei System l’avrei comprato, originale, qualche giorno dopo.  Parliamoci chiaro, la cover art di “Steal This Album” non è e non vuole essere una “opera d’arte”, né l’idea di base pretende di essere originale, anzi, è un esplicito riferimento ad altre opere, in primis “Steal This Book, di Abbie Hoffman (1970/71), ed il film del 2000 sullo stesso Hoffman, “Steal This Movie”. Per non parlare di “Steal This Record” della band punk Suicide Machines. Ciò che però distingue Steal This Album dai suoi semi-omonimi, e lo rende artisticamente iconico nella cultura pop di quegli anni, è il suo duplice approccio concettuale, dovuto proprio a quella grafica scarnissima. Per comprendere appieno cosa voglia dire, è necessario fare un lungo passo indietro, per poi balzare nuovamente nel duemila. Siamo nel 1917, Marcel Duchamp concepisce Fontana, opera considerata essenziale punto di svolta per l’arte contemporanea da molti critici ed artisti.  Trattasi di un orinatoio di fattura industriale, con una scritta sul fianco (R.MUTT). L’interpretazione della scritta (usata come pseudonimo) è fonte di dibattito, e a noi non interessa decodificarla. Ciò che conta è il significato, anche in tal caso duplice, di questa controversa opera: il contraddittorio tra l’essenza del soggetto (oggetto di produzione di massa ad uso comune) e la sua ricollocazione fisica, l’esposizione artistica (dalla quale, per la cronaca, l’opera venne rifiutata). Ma anche una feroce, ironica provocazione nei confronti del mondo al quale lo stesso Duchamp apparteneva, il mondo dell’arte, con i suoi artisti e suoi critici intenti a compiacere e compiacersi, o per dirla come su South Park, intenti ad apprezzare le loro stesse flatulenze. L’orinatoio, nato come oggetto di uso comune e poco nobile, immesso nell’ambiente artistico diviene fonte di elucubrazioni mentali e dibattiti, diventando qualcos’altro, diverso. D’altro canto l’opera, parte dell’importante filone Ready Made, inaugurato da Duchamp stesso, anticipa il dadaismo nella sua idea di rottura col mondo dell’arte e della cultura tradizionale. Allo stesso modo, Steal This Album interpreta e critica un fenomeno contemporaneo, e lo fa attraverso la stessa dualità concettuale di Duchamp. Siamo nel 1928, e torniamo alla pipa di Magritte. La “scoperta” dell’inconscio e la psicanalisi hanno contribuito a riscattare la pittura tradizionale, che ora interpreta suggestivamente i lati più reconditi della mente umana attraverso il surrealismo e la metafisica. “Il Tradimento delle Immagini” volge sulla contrapposizione tra la lettura dei segni e l’osservazione delle immagini. La scritta ci dice ciò che razionalmente è palese, ma che il nostro cervello reinterpreta irrazionalmente d’istinto: noi affermiamo di vedere una pipa, ma stiamo osservando un dipinto. Il senso ultimo dell’opera è sottolineare la sostanziale “menzogna” della raffigurazione artistica, l’inferiorità intrinseca del mondo dei segni nei confronti del mondo reale. Quel limite “fisico” che Lucio Fontana qualche anno dopo cercherà di sfondare squarciando le sue tele. Siamo nel 1961, l’artista concettuale Piero Manzoni mette in mostra la sua opera più importante, la Merda d’Artista. Trattasi di novanta scatole, tutte numerate ed etichettate con la scritta “contenuto netto gr.30, conservata al naturale, prodotta ed inscatolata nel maggio 1961”. Ogni scatoletta veniva venduta ad un prezzo pari a 30 grammi d’oro. Che le scatolette contenessero davvero delle feci è ancora motivo di discussione, ma pare di no. Ciò che è importante, di nuovo, è il duplice messaggio dell’opera. Da una parte c’è una rilettura di precedenti letterari e artistici sulla dualità tra oro e feci (o se si preferisce, tra sacro e profano, andando alla genesi), dall’altra vi è la capacità di ricondurre queste riflessioni al ruolo dell’artista ed al valore oggettivo delle sue opere, mostrando provocatoriamente tutte le contraddizioni del mercato dell’arte e della sua utenza. La merda d’artista non ha valore in quanto opera d’arte, ma in quanto prodotto d’artista, così come, per fare un esempio, un paio di scarpe di scarsa qualità possono essere un trend vendutissimo in quanto “firmate”. La morte di Piero due anni dopo, a soli 29 anni, contribuirà a sancire questa ed altre opere altrettanto provocatorie nell’olimpo della storia. Ironicamente, oggi una sola di quelle scatole può valere oltre centomila euro, ben più del prezzo fissato da Manzoni.  Siamo nuovamente nel 2002, Steal This Album viene pubblicato ad un anno di distanza dal capolavoro dei System of a Down, Toxicity. È il loro terzo disco, e benché nasca come una raccolta dei pezzi inediti scartati dai precedenti album, ha una sua personalità ben definita e riesce a splendere di luce propria, anche se da un punto di vista organico non brilla come il predecessore.  Pare che negli Stati Uniti siano in circolo anche quattro versioni “limited ediction”, con la grafica rielaborata da ogni singolo membro del gruppo, ma a noi interessa unicamente analizzare la grafica originale. E la grafica è quella di un album masterizzato, identica a quella di migliaia di album “pirata” in giro per il mondo, senza ringraziamenti né testi, unicamente la già citata scritta sbilenca a pennarello e, sul retro, i titoli delle canzoni. La scelta di una simile cover art, oltre che per far discutere, è motivata dagli eventi che precedettero il lancio del disco, e che per dirla tutta lo anticiparono. All’inizio dell’anno infatti, mesi prima del lancio del terzo album (avvenuto a fine Novembre), diversi brani inediti della band californiana, che avrebbero appunto dovuto essere parte del loro prossimo lavoro, vennero diffusi in rete e usati per creare un album fan made intitolato “Toxicity 2”. La cosa non piacque affatto a Tankian e compagni, che oltretutto per tale motivo furono costretti a velocizzare i tempi in studio per completare i tanti pezzi inediti resi illegalmente pubblici nella loro versione demo.  Da questo episodio, ed in seguito all’uscita dell’album, scoppiò l’ennesima, combattuta discussione sulla pirateria nel mondo dell’arte, che ormai da qualche anno non risparmiava più nessuno, dai musicisti agli sviluppatori di software, fino ai big di Hollywood. Come per tanti altri aspetti della vita quotidiana, internet stava modificando anche le regole della fruizione dell’arte; era un processo inevitabile, ma come tutti i cambiamenti epocali, il mondo tradizionale cercava di arginarlo come poteva. Ricorderete il famoso video contro la pirateria all’inizio di ogni film affittato da Blockbuster (Non rubereste mai una macchina!...), e la finaccia di quel franchise qualche anno dopo. Il mondo dell’utenza si divideva tra chi pensava che acquistare cd pirata o scaricare illegalmente da internet fosse esattamente come rubare, e chi difendeva tale atto come una sorta di “protesta” contro case discografiche e major hollywoodiane che vendevano (e vendono) i loro prodotti a prezzi spropositati, e contro un più vago potere mediatico e sociale di questi colossi della distribuzione. In quanto autori derubati della loro proprietà intellettuale, è ben chiaro da che parte stessero i SOAD, e per renderlo noto ai loro fan ed a chiunque altro, pubblicarono Steal This Album. Ed è qui che rientra in ballo la dualità concettuale del disco: da una parte sfida ironicamente l’acquirente a rubarlo, in modo che non si dimentichi che tecnicamente sta rubando qualcosa che è frutto di lavoro e inventiva. Non è una banalità, considerato che l’acquisto di materiale pirata era ed è una pratica talmente comune ed impunita che semplicemente non ci si pensava nemmeno più al fatto che fosse un furto. Dall’altra parte, Steal This Album si pone criticamente verso il mercato della musica come Duchamp, Magritte e Manzoni si posero nei confronti del mondo dell’arte. Al contrario dei suoi illustri predecessori non vuole demolirlo, ma difenderlo, ma nel farlo ne evidenzia perfettamente i punti deboli, il carattere vetusto ed inadatto ad affrontare i cambiamenti in atto senza cambiare esso stesso. Inoltre, Steal This Album è iconico del mondo dell’arte del suo tempo, dei sentimenti di una generazione di autori e di utenti. Quasi ironico, senz’altro senza volerlo, l’accostamento di un album di “scarti” venduto a prezzo pieno, all’opera di Piero Manzoni venduta a peso d’oro, così simili sul piano concettuale. Ma è una riflessione mia, del tutto oziosa. Steal This Album è un buon disco, e come disegnatore empatizzo perfettamente con il loro disappunto riguardo il furto della proprietà intellettuale. Nel 2002 i System of a Down si scagliavano contro un fenomeno che a tredici anni di distanza è stato in parte assorbito, costringendo l’intero mercato a ridefinire le proprie regole e gli artisti la visione della loro stessa arte, così come avevano cercato di fare gli artisti di cui abbiamo parlato.Estrema semplicità, enorme background.