PANTERA

Vulgar Display of Power

1992 - Atco Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
31/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

recensione

Un’opera d’arte squisitamente espressionista. Non solo la copertina, ma proprio l’album, se mi si permette di trasportare un simile termine dall’arte figurativa di inizio ‘900, al metal. Tale può considerarsi stilisticamente, tuttavia, "Vulgar Display of  Power"; E l’artwork di copertina ne è coerentemente la sintesi visiva. Dopo Cowboys from Hell, album che nel 1990 aveva sancito il definitivo successo della band texana, attraverso una coraggiosa e potente ristrutturazione dello stile e della personalità stessa della band, si arriva due anni dopo a quello che da molti è considerato l’apice della loro potenza creatrice e innovatrice. Se è opinabile che la Volgare Dimostrazione di Potere rappresenti il miglior lavoro dei Pantera, è senz’altro vero che è stato l’album attraverso il quale Darrel e compagni hanno definitivamente abbracciato quelle sonorità e quelle tematiche, stilistiche e concettuali, per le quali tutt’oggi i Pantera vengono giustamente idolatrati, complice naturalmente l’entrata in scena, nell’87, di Anselmo alla voce. È un album crudo, puro, di vera roccia e senza più voglia di alcuna mediazione, nel bene e nel male. Soprattutto nel bene, tutto considerato.  L’album, il cui titolo è una citazione tratta da una scena del film “l’Esorcista”, avrebbe potuto semplicemente prendere spunto proprio dalla nota pellicola per la realizzazione dell’artwork, cosa che avrebbe accarezzato anche icone tematiche apprezzate ed evergreen, nel genere dei Pantera.  Si è invece preferito percorrere una strada meno scontata, eppure al tempo stesso ancora più semplice ed immediata, creando un’immagine-sintesi di ciò che lo spirito dell’album riassume. E qual è, da cosa è definito, tale spirito? Dall’odio per la mediocrità ed il banale, soprattutto quando ha maggior potere, per l’ipocrisia, e dalla rivalsa, violenta e nichilista nei confronti di tutte queste cose. Ma anche riscatto dall’ingiustizia, dal disagio, dall’altrui giudizio. Della solitudine, intellettuale e reale. E infine il culto cimiteriale della morte, dell’auto-annullamento di sé. Ma, nonostante tutti questi elementi oscuri e deprimenti, Vulgar Display of Power non è un album che vuole ispirare depressione, chiusura emotiva e umana di fronte ad essi. Vuole bensì esorcizzarli, demolirli, distruggerli, e la parola d’ordine, presente in quasi ogni minuto del disco, per raggiungere tale scopo, è una soltanto: collera. Rabbia cieca, cupamente violenta e impietosa per chi la subisce come per chi la perpetra. Ed è proprio quest’ira atavica e profonda, ad essere rappresentata nel più ovvio ed immediato dei modi, sulla copertina dell’album: un pugno in pieno viso. Non ci sono simbolismi di sorta o messaggi tra le righe nelle intenzioni della band, tutto quello che serve di vedere e di percepire sta lì, tra i tendini tesi del braccio e la guancia deformata dello sventurato. Una presentazione tanto essenziale quanto perfetta, per una lavoro che a dispetto dell’ottima fattura, o in virtù di essa, è volontariamente tagliato con l’accetta nei suoi caratteri emotivi e concettuali. Una semplicità tanto d’impatto, quella di Vulgar Display of Power, che la storia della foto del sinistro e la sua realizzazione sono diventate una mezza leggenda tra gli appassionati. Tale foto è opera dell’allora trentatreenne fotografo Brad Guice. L’idea pare fu figlia del caso, o per meglio dire, una fugace deduzione da parte della band, che consigliò, com’è ovvio, qualcosa di “volgare, come un tizio colpito in faccia”. Detto fatto. La prima versione dell’artwork rappresentava un pugile colpito da un pugno, ma il soggetto non piacque al gruppo e, dopo un po’ di prove a vuoto, si arrivò al risultato definitivo, interpretato dal modello Sean Cross, espressamente richiesto con i capelli lunghi dal fotografo, con il quale collaborò strettamente anche sul piano creativo, sancendo una duratura amicizia tra i due. Leggenda vuole che il modello della foto, in teoria quindi il nostro povero Cross, fosse stato colpito davvero per ben trenta volte, prima di catturare l’immagine perfetta, e che venisse pagato dieci dollari per ogni manrovescio. Una storia probabilmente supportata e resa “virale” dalla stessa produzione e dai membri della band; quale migliore pubblicità, in fondo, per un album dalle emozioni così ruvide e dai toni tanto aspri. Brad Guice, tuttavia, smentisce tutto, e ci racconta una storia diversa. Ma chi è Brad Guice? Nato ad Orange, in California, e diplomatosi nel 1980 alla Art Center College of Design di Los Angeles, Guice ha brillato molto presto nel suo firmamento, collaborando con una miriade di marchi nazionali e non, dalla Coca Cola alla Nokia, da Chanel a Ford, solo per citarne pochissimi dalla lista, che non sto ad elencare. Ciò non gli ha impedito di lavorare per contesti più piccoli o perfino artigianali. Collaboratore anche per la Kodak, ha ricevuto menzioni d’onore e premi da riviste specializzate, e non a caso in possesso anche di un ottimo portfolio di collaborazioni con band, artisti e case discografiche. In anni più recenti Brad si è inoltre distinto per l’attività fotografica in regioni colpite da catastrofi, come Haiti e New Orleans, una tipologia di lavoro alla quale ci tiene essere accostato più che ad altre, e dalla cui esperienza è nato un libro. Una simile maestranza non era solita sbolognare un progetto con una serie di scatti da cui scegliere semplicemente quello venuto meglio, e certo non faceva pestare in faccia i suoi modelli. È lo stesso Guice che smentisce la leggenda, e ci racconta piuttosto le difficoltà tecniche nel rappresentare credibilmente il senso di dinamismo del soggetto in questione: Il pugno è stato appoggiato e “pressato” sul viso del modello, in modo da simulare la reazione dei connotati ad un colpo diretto, mentre in primo piano sono state usate luci stroboscopiche in modo da catturare l’attimo e far “uscire” il soggetto. Sullo sfondo Brad ha posto invece dei faretti al tungsteno e un ventilatore, per ottenere un effetto “drammatico” e convincente del movimento dei capelli attraverso un’esposizione in “drag time”, o per meglio dire una “simulazione”, appunto, di quel genere di fotografia che si applica su soggetti in movimento, ma invertendone il concetto, muovendo la macchina fotografica al momento dello scatto su un soggetto immobile. Per rinforzare ulteriormente la drammaticità dell’azione la scena è stata ripresa con un angolo basso, usando una Hasselblad 6X6, una macchina quindi dal formato quadrato, particolare che ha aiutato Brad a “visualizzare il taglio finale della copertina dell’album”. Il tutto su uno sfondo rosso intenso, in modo da rafforzare il contrasto con i capelli del modello a tutto vantaggio dell’effetto dinamico. Tutto questo, Brad ha potuto farlo in totale libertà, senza mai essere supervisionato o corretto dalla produzione nelle sue scelte stilistiche. A maggior ragione, dunque, rimase stupito quando il prodotto finale venne presentato in bianco e nero (virato in seppia) cosa che non trovò affatto di suo gradimento, sostenendo che l’originale a colori e con lo sfondo rosso fosse nettamente superiore. In seguito, più il suo scatto diventava iconico, riuscendo a non invecchiare di un giorno man mano che passavano gli anni, Guice si dissociò dall’accostamento inevitabile tra esso e la sua immagine professionale, riconoscendosi maggiormente in tutt’altro genere di lavori. In conclusione, oggi lo scatto del fotografo californiano è una pietra miliare del suo genere. Qualcosa che chiunque faccia quel tipo di musica o di arte figurativa deve tenere da conto. Già, poco importa che si tratti di un’iraconda esecuzione di sano trash, o di una immagine che la rappresenti, la foto di Guice fa scuola in entrambi i casi, perché è la rappresentazione più immediata, più ovvia, istintiva ed espressiva che potesse essere associata ad un album come Vulgar Display of Power, e quest’ultimo è, insieme a pochi altri dello stesso periodo, ciò a cui chiunque si approcci a fare quel genere di metallo è obbligato a considerare e conoscere. Mentre l’originale a colori ha una tendenza forse più vicina al dinamismo dell’arte pop (fumetto in particolare), il risultato finale possiede una sorta di pesante monumentalità che, magari un po’ per caso, cattura l’istante e lo immobilizza nella sua barocca drammaticità, con quel pugno e quel braccio rabbiosamente teso a rappresentare lo sfogo alle frustrazioni e alla rabbia accumulate da chiunque nella sua vita. E nel viso deformato dal dolore e dalla sorpresa si ritrova ancora chiunque, ci ritroviamo tutti noi, quando quella rabbia e quelle frustrazioni, le subiamo. Un circolo vizioso degno di una band che tutto andava cercando tranne l’happy ending, ma anche lo spunto a tirare fuori le palle e a reagire alle proprie frustrazioni, non importa se volgarmente, di pancia; di sorrisi forzati i Pantera ne hanno profuso abbastanza agli inizi della loro carriera, e non avevano portato a nulla di buono (e lo dice uno a cui tutto sommato quella roba hair piace). Vulgar Display of Power era un’altra cosa, un’altra epoca. E altri Pantera. Nota a margine: per celebrare il ventennale dall’uscita della Volgare Dimostrazione di Potere, nel 2012 è stata pubblicata un’edizione deluxe dell’album contenente una traccia inedita: Piss, dalla quale è stato girato un video atto a promuovere il disco. Nel video, per omaggio alla cover art simbolo dei Pantera, numerosi fans sono stati ripresi mentre vengono colpiti da un pugno, esempio perfetto di come nonostante di musica e di anni ne siano passati ormai molti, sotto i ponti, l’artwork di Vulgar Display of Power sia ancora l’immagine simbolo di una corrente artistica e della sua eredità emotiva e concettuale, viscerale nel suo espressionismo netto e assoluto, come l’immortale “Grido” di Edvard Munch.