NIRVANA

In Utero

1993 - Geffen Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
19/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

recensione

Conobbi i Nirvana, come tante altre vecchie glorie con cui riempire il mio immaturo background, nei primi anni di liceo, col blasonatissimo, scontatissimo, “adolescentissimo” e bellissimo Nevermind, il secondo dei tre album da loro pubblicati. All’epoca Kurt Cobain si era già sparato da quasi una decina d’anni ed i Nirvana erano già storia, e tuttavia, specialmente in un liceo artistico in cui sfigato/vintage = figo, essi conservavano un alone di sacralità e un certo numero di fans tra modaioli dell’ultima ora affascinati da quei compagni solennemente depressi, e veri e propri degustatori del movimento grunge, di quella piccola grande rivoluzione nel post rock e dell’alternative che fu la prima metà degli anni ’90 e che per noi era un affascinante, e perché no, edulcorante esercizio di archeologia audiovisiva che trovava i suoi luoghi di scavo tra gli scaffali di fratelli e cugini, o tra i vecchi video sgranati mandati a tarda notte su Mtv. Era una cosa diversa dallo scoprire le band anni ’70 dei nostri genitori, che era come immergersi nella lettura della storia antica e magari apprezzarla, magari anche di più, ma pur sempre passivamente. Coi Nirvana, e le altre band di quel periodo, eravamo noi a riscoprire la storia e a viverla come un’esperienza personale. Personalmente, io ero solo incuriosito da qualsiasi cosa potesse aprirmi nuovi orizzonti, e così non potei evitare di apprezzare quei Nirvana nel mezzo del cammin della loro vita, così squisitamente mainstream da non annoiare al primo ascolto il ragazzino diseducato che ero, ma abbastanza “strani”e dotati di quella scintilla divina da rimanere ben impressi nella mia mente in maniera peculiare. Ad ogni modo, ero un tipo positivo e caciarone, ed i Nirvana non furono mai tra le mie band preferite, pur avvertendone l’intrinseca importanza sul piano culturale e popolare del mio tempo. Preferivo passare con disarmante disinvoltura da un vecchio rock’n roll a qualunque cosa random dei Pantera. Negli anni a venire non è stato il frequente riascolto di Nevermind, con quella piacevole nostalgia adolescenziale che mi evoca tuttora, a farmi rivalutare i Nirvana, né una maggiore introspezione artistica, e a dire il vero un po’ asettica, in merito al loro primo album, Bleach. È stato In Utero, terzo ed ultimo album della band di Aberdeen. Un’opera, questa, più matura della precedente, più vera, più tragica e qualche volta tragicomica. Profondamente personale dei sentimenti del gruppo e del suo leader come Nevermind riusciva ad essere solo nei sottintesi più reconditi, in piccoli capolavori come Come As You Are e Lithium. Soprattutto, In Utero è riuscito a darmi una visione più chiara, ed al tempo stesso più fosca, di quel periodo musicale ed artistico, culmine dell’ascesa di nuovi modelli di entertainment e regole di mercato. Oltre che nei messaggi tra le righe nelle strofe di Cobain&band, tutto il background biografico e concettuale espresso da In Utero è perfettamente e peculiarmente rappresentato dalla sua cover art. Nevermind (e mi si perdoni se riparto sempre da lì, ma per favorevoli congiunture astrali è l’album che funge da baricentro non solo per i Nirvana, ma per tutto il genere grunge) si avvalse di una delle cover art più iconografiche nella storia della musica, senz’altro la più rappresentativa di quel decennio, entrata a pieno titolo nell’iconografia pop e copiata, rimodellata, citata e stravolta in un’infinità di modi su un’infinità di prodotti e di media. Fu la copertina di un album non particolarmente vezzeggiato da Cobain, nonostante il successo e la fama che gli garantì. Troppo pulito nel suono, troppo piegato, nonostante l’indiscutibile valore artistico, alle logiche di mercato ed ai sentimenti del pubblico. Ed anche l’immagine di copertina, semplice e geniale, del bimbo che nuota verso una banconota usata come un’esca, si adattava a questa visione. Era un’immagine pensata per essere popolare, immediatamente intellegibile di almeno una parte dell’ampio messaggio lanciato dai Nirvana; un’opera che divenne il manifesto grafico della band, del grunge, e per molti di quell’intero periodo artistico, squisitamente ed intrinsecamente pop. Completamente differente il discorso per quanto riguarda In Utero. Il terzo album dei Nirvana è rappresentato graficamente da un’opera decisamente simbolista, di cui solo una piccola parte del suo carattere risulta immediatamente afferrabile da parte dell’utente, soprattutto in seguito all’ascolto dell’album. Rispetto a Nevermind, il cui carattere è simbolico ma non simbolista nel senso vero del termine, In Utero possiede un vasto background storico e immaginifico di riferimento, di simboli, per l’appunto, intersecati tra di loro a formare un’opera non intellegibile nell’immediato ma portata bensì a lasciare che lo spettatore applichi un’analisi decostruttiva dei sui elementi. L’immagine, concepita grezza da Cobain e modellata e ridefinita da Robert Fisher (già curatore dell’artwork di Nevermind), rappresenta un modello anatomico femminile, dal formoso stampo classicista, di cui in trasparenza sono visibili organi, muscoli e arterie (ricordando un po’, per chi ne avesse memoria, i modellini anatomici di “Esplorando il corpo umano”). Sulla schiena del soggetto, sono state applicate delle ali dalla tonalità rossa. Tale immagine, che non mira affatto a stupire per la crudezza, né ha velleità “dark” di alcun genere, possiede un background immaginifico profondo e collaudato: il simbolismo che presuppone agisce partendo da una base post-classicista, decontestualizzando la forma e il contenuto della donna nella scultura greca (e romana), né il fatto che sia “scorticata” rappresenta una novità in chiave estetica: l’arte classica ne conta diversi esempi, uno tra tutti l’impressionante S. Bartolomeo di Marco d’Agrate, presso il Duomo di Milano. L’intento di decostruire concettualmente, oltre che graficamente, schemi classici universalmente noti, ricorda il simbolismo di Pierre Puvis de Chavannes, e forse di altri del suo periodo, in cui il classico viene recuperato e idealizzato, trasfigurato nella misura in cui i suoi elementi rappresentativi vengono ridefiniti per simboleggiare stati d’animo collettivi presso un determinato momento storico e sociale. Nel caso di In Utero, più che idealizzazione possiamo parlare di cinica rielaborazione, ma senz’altro possiamo affermare che rappresenti lo stato d’animo della band (e di Kurt Cobain in maniera più intima) in quel particolare periodo storico e sociale. Entrando nello specifico, la figura della donna alata ha origini molto antiche: l’esempio più famoso è Nike, personificazione greca della vittoria e figlia del titano Pallante e della ninfa Stige. Non solo è una delle figure più frequentemente ritratte dall’arte greca, ma una delle sue rappresentazioni, la Nike di Samotracia, è considerata la sintesi del punto d’arrivo di tutta la scultura ellenica. Ma se la base classica più nota da cui partiva il background di In Utero è Nike, è forse una figura minore del mondo antico a ricordarci davvero la donna alata dei Nirvana, in un modo più inquietantemente profetico: Iris. Iris, o Iride, non è propriamente una dea, ma una figura mitologica, personificazione dell’arcobaleno e messaggera degli déi, come Ermes, e come questi e come Nike, spesso raffigurata con le ali, in virtù della sua parentela con le arpie. Ma Iris aveva un compito in particolare: recapitare messaggi funesti. Ed è un messaggio funesto quello racchiuso dentro In Utero, forse non una prefigurazione della morte di Kurt Cobain, come viene facilmente da speculare grazie al senno di poi, ma senz’altro un cupo commiato, un modo per dire che ciò che poteva essere dato è stato dato. “Il disagio giovanile ha fruttato abbastanza, ora sono vecchio e stanco”, diceva Cobain. D’altra parte è pur vero che il titolo dell’album originariamente doveva essere I Hate Myself and I Want to Die, “odio me stesso e voglio morire”, scartato per ovvie ragioni di politically correct (dopotutto i Nirvana non coprivano più un mercato di nicchia, ed erano un punto di riferimento per milioni di adolescenti). I cupi sentimenti che da sempre avevano caratterizzato il leader dei Nirvana trovarono ne In Utero piena forma e definitivo sfogo, senza remore di sorta, se si esclude la censura bella e buona del titolo; erano i sentimenti di chi, soprattutto dopo l’esperienza massificante del secondo album, da cui era uscito più ricco e più cinico, sentiva di avere in qualche modo tradito quel “teen spirit” e quel sentimento di rivalsa che caratterizzava Nevermind. In Utero tentò, e per molti versi vi riuscì, di tornare ai toni più veri e più sporchi di Bleach. Ma se la maggiore maturità della band da una parte offre una qualità sonora e concettuale che Bleach si sognava, tale maturità è anche il segno che ciò per cui i Nirvana si erano uniti era ormai finito, il messaggio era stato spedito, recepito, sfruttato, riciclato e venduto sottoforma di gadget. Molti artisti erano in grado di sguazzare in quel mercato delle grandi idee e dei piccoli drammi, altri erano in grado di trovare il successo mantenendo intatta la propria integrità, come Cobain ebbe a dire dei Rem. Lui né l’una né l’altra, così In Utero non poteva che essere il funesto messaggio del commiato dei Nirvana, lasciato al loro pubblico dalla messaggera alata degli déi. Pensare che tutto questo, ed in particolare il titolo originale dell’album sia una prefigurazione della morte di Kurt Cobain rimane mera speculazione mistica, dal momento che dopotutto la tematica dell’autodistruzione è sempre stata parte della dialettica dei Nirvana, anche quando affiancata da prorompente e vitale rivalsa. La sensazione di aver concluso un ciclo, e di averlo fatto tradendo in parte uno spirito a cui Cobain credeva, è solo uno degli elementi della vita e della personalità del cantante che possono aver contribuito a portarlo alla scelta di togliersi la vita; non ultimo, la droga. Tra gli altri caratteri simbolici di In Utero, vi è il fatto che questa Iris post-moderna abbia organi, muscoli e sistema circolatorio impietosamente in vista; è questo il carattere più facilmente intellegibile dell’opera, anche se l’ampiezza del messaggio è tale che la lettura può essere portata su diversi piani. Da una parte vi è la chiave del grottesco: il crudo orrore sotto una superficie talmente bella da essere stata idealizzata per secoli. Non è difficile riportare questa chiave di lettura al mercato della musica ed al periodo che stava attraversando. Il grunge stesso fu un’etichetta piazzata a massificare e a vendere artisti con sonorità e pretese concettuali anche assai diverse, accomunati solo dalla provenienza dallo stesso calderone post-rock e alternative di quel periodo. E poi c’erano i necessari compromessi da raggiungere, la mercificazione da assecondare, l’immagine da dare al pubblico. Alcuni di questi elementi erano maturati attraverso tutti gli anni ’80, e agli inizi dei ’90 raggiunsero il punto di non ritorno. Quella era la generazione dei Nirvana. L’album però è anche un’opera profondamente intimista, e quegli organi e quelle vene in bella vista rappresentano dunque anche un aspetto intimo: la vera, cruda essenza dei Nirvana, la loro umanità dietro l’idealizzazione del mito. L’elemento della scarnificazione è presente anche sul retro di copertina, raffigurante la fotografia di un collage assemblato dallo stesso Kurt Cobain e formato da modellini di parti anatomiche e feti umani distesi su un tappeto di gigli ed orchidee, definito dal cantante “sex and woman and In Utero and vaginas and birth and death”, da cui il titolo di riserva dell’album. Un album sulla vita e sulla morte, di che altro ha importanza parlare, in fondo? A maggior ragione, tale repertorio di immagini ed i suoi presupposti, assumono ancor più significato se si considera la conversione di Kurt Cobain, proprio in quel periodo, alla religione buddista. I corpi “smembrati”accostati a feti, vita e morte che si fondono, possono essere concettualmente sintetizzati nell’elemento del fiore di loto presente sull’artwork, simbolo di illuminazione e rigenerazione spirituale, nonché di resurrezione intesa soprattutto come rinascita. Ognuno di questi elementi è presente in una certa misura ne In Utero, album che nelle intenzioni voleva segnare una fine, ma anche una nuova vita. Tale simbologia verrà ripresa nell’album postumo “Mtv Unplugged in New York”. Nella figura dell’Iris, idealizzata dunque anche come simbolo matriarcale di una nuova genesi, all’intimismo intrinseco nella scarnificazione del soggetto si unisce l’atteggiamento in cui esso viene immortalato: con le braccia aperte e distese lungo i fianchi. È un atteggiamento disarmante, che può avere una duplice lettura: da una parte l’apertura, come un incoraggiamento al dialogo, all’ascolto, mentre dall’altra esprime fragilità. Ed è forse la fragilità l’elemento dominante nella storia di questo album, della sua band e del suo leader. Fragilità della coerenza, fragilità degli ideali, fragilità del mondo dell’arte, ed in ultima analisi la fragilità di un’artista schiacciato dal suo stesso personaggio, come altri prima e dopo di lui.

Ringrazio il professore Andrea Lanini per avermi aiutato a realizzare questa recensione, anche dopo che molti anni son passati dal mio ultimo giorno di scuola.