MANOWAR

Kings of Metal Artwork

1988 - Atlantic Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
16/05/2015
TEMPO DI LETTURA:
8,5

recensione

Nel 1988, la cifra stilistica dell’estetica dei Manowar si poteva ormai tranquillamente sintetizzare in un semplice concetto: l’eccesso. Gli anni ’70, nell’immane calderone che avevano rappresentato artisticamente, anche e soprattutto in termini di mescolamento e sintesi di ciò che era stato prima, rappresentarono un’escalation di stili musicali, modi di muoversi, di vestire e di parlare. Gli artisti che calcarono i palchi in quel decennio erano l’immagine perfetta di quel desiderio di uscire dai canoni della borghesia e del perbenismo: le tematiche oscure e pagane dei Black Sabbath, quelle esoteriche e tolkieniane dei Led Zeppelin, l’estremismo ai limiti del kitsch dei Kiss, la psichedelia, l’hard rock mascolino dei Deep Purple, le tematiche potenti dei Motorhead, e tanti altri nomi, avevano contribuito a forgiare l’immaginario e lo stile delle band che seguirono a quel caotico decennio. Per tutti questi artisti, il lato estetico, il gusto stravagante o provocatorio, erano stati armi da usare sul palco per stupire e imprimere nel pubblico l’immagine stessa che le parole e la musica già sottintendevano. Le grafiche, i disegni e le foto degli album erano quasi sempre studiate per dare un input astratto, simbolico, un po’ misterioso, in modo che fosse lo spettatore, incuriosito, ad esplorare quei segni nascosti ed a trarre le proprie conclusioni. Ma adesso erano gli anni’80, baby, il decennio della tv in ogni casa, il regno dell’immagine, una società in bilico tra l’edonismo post moderno e l’annientamento atomico. Per un’epoca così occorrevano messaggi forti e chiari, immagini nette e potenti, nessuna vergogna ed alcun rimpianto. Praticamente, i Manowar. Fin dalla copertina del loro primo album, raffigurante una granitica aquila dal muscoloso busto umano, si intuiva nello stile estetico un certo post-futurismo, come d’altra parte tutta una certa fetta di arte pop di quel periodo. In particolare ricalcava la ricercata potenza comunicativa dell’arte sotto le grandi dittature di quel mezzo secolo, senza condividerne le ideologie, in quanto i Manowar, come vedremo, avevano ed hanno la loro personalissima ideologia. Così come il futurismo nacque in un occidente sull’orlo del conflitto mondiale, la straripante “volontà di potenza” dei soggetti dei Manowar nasceva da quel decennio in bilico su una guerra che avrebbe potuto cessare di essere solo “fredda” da un giorno all’altro. Ma la differenza col movimento novecentesco sta nella direzione dello sguardo: se il futurismo guardava in modo positivista al progresso, al futuro, i Manowar ricercavano nel passato, o meglio in una forma idealizzata del passato, la loro filosofia. Non senza autoironia, specialmente sul lato estetico, come notiamo nella copertina del loro secondo album, Into the Glory Ride, che mostra i nostri vestiti sostanzialmente da barbari, in pieno stile B-movie anni ’80: mutande di pelliccia, borchie ed improbabili spade. Era un look che oggi parrebbe ridicolmente ambiguo, ma allora ci stava eccome. Soprattutto, aveva i suoi riferimenti mediatici: era appena di alcuni mesi prima il successo del film Conan the Barbarian, e la band di DeMaio e Adams sarebbe stata segnata per sempre, sul piano estetico, da quei costumi celtico-hollywoodiani, quei muscoli tesi alle spasmo, quelle statuarie donne ai piedi del guerriero conquistatore. La locandina del film, disegnata da Renato Casaro, autore di un’infinità di locandine per film italiani e americani, da Sergio Leone a Bud Spencer, avrebbe influenzato potentemente ogni futuro art work dei Manowar, non solo nei soggetti, ma addirittura nelle pose e nelle composizioni. Ed infatti l’anno seguente il loro terzo album, Hail to the England, ci mostra in copertina un imponente guerriero, dotato di ogni celtico crisma del caso, dall’elmo alato allo spadone insanguinato, e una bionda succinta in pericolo tra i fumi della battaglia. Tutto ciò bandiera britannica alla mano (l’album è nato come un omaggio ai numerosi fan britannici, delusi dall’annullamento del tour della band). Saltando la parentesi minimalista e simbolista del quarto album, Sign of the Hammer, arriviamo alla quinta fatica della band di Auburn: Fighting the World. Qui l’evoluzione estetica è definitiva. Su un mondo di puro caos, tra vulcani, fulmini e masse belligeranti, troneggiano fieri e potenti quattro barbari. Non semplici barbari, ma i Manowar stessi, non più immortalati in costumi di scena, ma finalmente idealizzati dalla matita di Ken Kelly, artista di primo piano che avrebbe eseguito numerosi lavori per i nostri. È un messaggio importante che ci dice ancor più chiaramente, semmai ce ne fosse bisogno, “noi non ci limitiamo a cantare le gesta dei guerrieri, noi siamo quei guerrieri, voi siete quei guerrieri, nel nome del Metallo”. Questa, in sintesi, la filosofia dei Manowar. Ma l’apice concettuale, e perciò stilistico, viene a mio parere raggiunto nel loro sesto album: Kings of Metal. Tutto ciò che era stato prima è preludio, tutto ciò che sarebbe arrivato in futuro appendice o manierismo. È l’88, siamo agli sgoccioli di quel decennio edonista e della guerra fredda, il mondo intero sta per prendere un nuovo assetto globale, un nuovo ordine delle cose sta per nascere dalle ceneri del Muro, e gli antichi nazionalismi crollano, obsoleti. Ma non il guerriero. Il guerriero sa che la battaglia non è mai conclusa. E stavolta il guerriero svetta da solo, proprio sopra le bandiere in rovina di quelle nazioni alla deriva ideologica. Egli “è i Manowar”, incarnati sul palco dal frontman, Eric Adams. Egli è l’autoproclamatosi re dal cuore d’acciaio, sovrano del Metallo. Con la mano destra tiene la spada insanguinata del nemico, degli ipocriti, dei corrotti e dei pusillanimi, probabilmente quelli di cui si parla nel brano Hail and Kill, mentre nell’altra mano tiene in pugno, puntandolo al cielo, un anello di Tolkeniana memoria, simbolo anch’esso di potere, ma a differenza del romanzo dello scrittore britannico, non del potere che corrompe, ma bensì inteso come un dono, un simbolico passaggio dal Re ai propri sudditi, i loro amati fans. Ancora una volta l’illustrazione è ad opera di Ken Kelly. La carriera di Kelly è una delle più monumentali e gloriose in ambito metal. Disegnatore talentuoso fin dalla più tenera età, lo vediamo arruolato per quattro anni nei marines, presso i quali prosegue la sua attività di disegnatore dal fronte, precisamente da Cuba. In seguito, sotto la guida di Frazetta, lo troveremo sempre più spesso in riviste e poster, ove il suo stile, caratterizzato dalle tematiche eroiche e gli atteggiamenti stoici dei suoi personaggi vivranno un’evoluzione tangibile, fino ad arrivare, guarda caso, all’apice dell’artwork di Conan il Barbaro da lui disegnato. Sempre più addentrato in un universo immaginifico in piena espansione culturale, i suoi soggetti si definiscono progressivamente verso quel fantasy erotico caratteristico di un intero filone allora imperante, che porterà Kelly a lavorare sulle illustrazioni della rivista Heavy Metal, senza però che il lavoro presso una testata così ben definita stilisticamente lo porti a rinnegare le sfaccettature della sua arte, che oscillano spesso tra il surreale, la fantascienza, il nero e velati accenni umoristici. La sua fama come illustratore prende il volo nel 1976 quando esce l’album Destroyer, dei Kiss, la cui cover è opera sua. Realizza molti altri lavori per varie band tra cui Rainbow, Coheed and Cambria, Four Year Strong e i Fathom, ma è forse solo con questi ultimi e con i Manowar che Kelly mantiene la sua impronta più personale, votata a un’epica potente, pompata fino al più insignificante muscolo del corpo, in cui la gestualità non è mai veramente dinamica, ma un’immobile fotografia di un gesto-simbolo che non è mai e poi mai lasciato al caso. Rispetto ad altre cover da lui disegnate, comprese quelle realizzate per i Manowar nel corso degli anni ’90 e duemila, Kings of Metal è caratterizzata da una grande sintesi nei dettagli, che sono pochissimi considerata l’accuratezza tecnica dell’opera, ma proprio per questo motivo ognuno di essi ottiene lo spessore che merita. Non c’è davvero esagerazione se non quella stilistica propria del genere, ma essenzialità che diventa chiave di lettura. Viene dato risalto alla statuaria muscolatura del protagonista, ed alla desolazione ostile alle sue spalle, elementi che da soli determinano la personalità dell’album, la sua filosofia tendente al furor germanicus, la fiera, spavalda solitudine intellettuale del guerriero di fronte all’ostilità di un’esistenza borghese, lui che si erge, immortale, sul cumulo dei brandelli di simboli mortali e fallaci. La spada è simbolo virile e guerresco, la cui lama emotiva va tenuta affilata perché un guerriero del Metallo possa combattere ogni giorno la sua battaglia con la vita. L’anello unisce tutti, anzi, vincola tutti, perché per i sovrani del Metallo l’adesione alla battaglia non è una scelta opinabile. È interessante notare che la bandiera statunitense, tenuta sempre in gran conto nell’iconografia della band, non abbia avuto un trattamento di favore, ma spicchi appena poco di più rispetto alle altre, segno che il nazionalismo, nonostante l’ostentato amore per la patria, non faccia parte della filosofia del guerriero, che è tale al di là di ogni appartenenza culturale, religiosa, economica o sociale. Il Metallo è una grande bandiera fatta dell’acciaio e del sangue dei popoli che accomuna tutti i “guerrieri”, coloro i quali sono true, “veri”, umanamente e intellettualmente. Il Metal dei Manowar, che in tali termini non ha nemmeno più i connotati di un genere musicale realmente definito, è la loro “patria” per antonomasia. Nonostante ciò, è doveroso evidenziare che l’estetica della band di Adams e De Maio è un tripudio di cultura americana. Se le fondamenta sono di origine celtica, matrice della cultura anglosassone, il tetto del castello dei Manowar è il grande universo dell’illustrazione, della propaganda, del fumetto e perfino dei commercials americani che, nati agli inizi del ‘900 su basi ideologiche non dissimili da quelle del futurismo e del post-modernismo europeo, negli anni’80 raggiungono l’apice della potenza visiva, della distruzione di vecchi valori e della costruzione di nuovi. Un’intera cultura che si riappropria delle sue immagini simbolo, le analizza e le riadatta alle necessità del suo tempo, alle problematiche, alle speranze ed alle paure di una generazione che aveva visto il mondo bruciare le tappe del progresso e del consumo, dell’evoluzione etica e della distruzione di massa, e che adesso si stava per fermare sull’orlo di un baratro in cui ogni nodo sarebbe venuto al pettine. Quel baratro i Manowar lo avrebbero affrontato come promesso su Kings of Metal, la loro opera più emblematica musicalmente ed esteticamente: con l’indomabile immortalità del guerriero che è in ognuno di noi.