DEATH SS

Resurrection

Artwork

A CURA DI
NIMA TAYEBIAN
07/07/2015
TEMPO DI LETTURA:
10

recensione

Stavolta si gioca in casa. In che senso? Facile a dirsi: il gruppo di cui parlerò oggi è uno di quei capisaldi assoluti del metal italiano, ben stampato a lettere cubitali nella mente e nella memoria di qualsiasi metalhead che si rispetti, non forzatamente nostrano (è uno dei gruppi che all'estero ci invidiano e da cui molti hanno preso ispirazione). Semmai non l'aveste capito quest'oggi parlamo dei Death SS, capitanati dal geniale Steve Sylvester (al secolo Stefano Silvestri) e in particolare del loro ultimo album (cronologicamente parlando) "Resurrection", illustrato per l'occasione da un grande, anzi, grandissimo dell'illustrazione italiana, l'ottimo Emanuele Taglietti, conosciuto da molti fumettofili (e horrorfili) per la sua collaborazione con Renzo Barbieri e la sua Edilfumetto (la casa editrice di "Zora") in veste di copertinista. Inutile specificare che la recensione di oggi è dedicata a questo grande maestro e al lavoro magistrale svolto per l'album in questione. E' comunque tassativo, prima di buttarci sulla nostra "disamina artistica" spendere qualche parola sulla band di Sylvester and co., soprattutto per tutti coloro (mi auguro non siano in molti) che non hanno particolare dimistichezza con il gruppo in questione. I nostri vengono teorizzati dal pesarese Sylvester quando era ancora ragazzino (e ancora Silvestri), un ragazzino amante di gruppi come gli Sweet (e infatti il suo primo gruppetto musicale, gli "Smooth", sembra omaggiare, attraverso un nome "consonante" la ben più celebre band) che attraverso alcuni schizzi su carta tenta di dare "forma mentis" ad un gruppo formato da una congrega di mostri. Uno di questi disegni riesce addirittura a fruttargli un dieci a scuola. Sembra una sorta di incredibile presagio, dato che quel gruppo di mostri, inizialmente solo pensato e disegnato ma presto trasformato in entità fisiche, riscuoterà un incredibile successo a livello internazionale. E non bisogna aspettare neanche tanto perchè tali visioni prendano forma, anche se all'inizio la scalata sembra difficile: il ragazzo, tentando di trasformare il suo gruppo musicale (gli Smooth, come già detto in precedenza) in un'entità a lui più consona, riesce a spaventare e a far scappare a gambe levate i vari membri dell'ensemble (ragazzini sicuramente convenzionali). Nel 1977, finito l'anno scolastico si trasferisce a Londra, coacervo del nascente movimento punk. L'atmosfera respirata in quelle zone finisce, come prevedibile, per influenzarlo non poco. Finita l'esperienza londinese Steve ritorna a Pesaro portando con se, come souvenirs, un nutrito pacco di album e singoli principalmente di genere punk, e dopo non molto riesce a trovare un lavoretto come DJ in una radio chiamata "Radio Punto". La situazione che si viene a creare è quantomeno "particolare": i suoi colleghi sembrano avere nei confronti del ragazzo atteggiamenti di sospetto e poca stima, complice possibilmente il suo look da "tredicenne darkettone" assolutamente inusuale per l'Italia di quell'epoca. Comunque il lavoro in radio permette al giovane Silvestri di continuare la sua ricerca per quei famigerati elementi da inserire nel suo progetto "rock-horror" mai accantonato (l'idea iniziale, poi accantonata per eccessiva banalità, è di chiamare il gruppo "The Horrors"). Peccato che all'inizio le ricerche siano perlopiù infruttuose, dato che le persone che si presentano al cospetto di Silvestri, al solo sentire puzza di elementi occulti, danno velocemente forfait. La situazione cambia quando un giovane Paolo Catena fissa un incontro con Silvestri per parlare, appunto, di una possibile collaborazione. Inizialmente Silvestri è poco colpito dall'immagine un po' freak del Catena, ma parlando tra di loro vengono pian piano fuori tanti punti in comune. E si stringe, diremmo scherzosamente, un solido "left hand path" tra i due, destinato a durare parecchio. Il duo, decisamente motivato, si mette alla ricerca degli altri possibili membri della band, alimentando al contempo guel gusto per l'occulto, l'arcano, lo "stregonesco" condiviso da entrambi attraverso una continua consultazione con medium e sensitivi della zona. Uno di questi, il "Mago Di Orciano" - destinato a diventare una sorta di mentore per il giovane Silvestri - suggerisce involontariamente il nome della band grazie ad una sua emblematica frase (pronunciata durante una consultazione tra lui e Silvestri) che fa più o meno così: "...d'ora in poi, ogni tuo operato magico sarà fatto in morte di Stefano Silvestri...". Si decide dunque di adottare il monicker "In Death Of Steve Sylvester", cosa che viene mal tollerata da Catena, il quale pensa che un nome così esplicito metta troppo in evidenza la figura di Silvestri/Sylvester (lamentela un tantinello superflua, dato che la band era stata teorizzata proprio da lui, ma sorvoliamo), quindi la scelta ricade su Death SS, ritenuto meno "Sylvester-centrico" e capace nel nome di rievocare anche la figura di Catena/Paul Chain (che nella nascente horror band ha il ruolo della Morte). Gradualmente iniziano a subentrare anche i vari personaggi indispensabili per il primo abbozzo di line up: da Daniele Ugolini (il primo Danny Hughes, fuoriuscito quasi subito per problemi di droga) a Gabriele Tommasini (Danny Hughes secondo), passando per Claudio Galeazzi (Claud Galley), Franco Caforio (Thomas Chaste) e via dicendo. Da qui il resto è storia. I nostri intraprendono una serie di concerti caratterizzati da un lugubre supporto scenico (a base di lapidi, teschi e croci) che destano irritazione tra diverse persone (uno spettatore ad un certo punto avrà da lamentare che una delle lapidi in un concerto era di suo nonno!). Non ultimi gli "incidenti" (il ferimento all'occhio di Paolo, i disturbi mentali manifestati da qualcuno ed altri "misteriosi accadimenti"). Sylvester presto decide di dare forfait (1982) e Chain per continuare l'attività lo sostituisce con Sanctis Gorham. La pubblicazione di alcuni demo tape sfocia pèresto nella prima pubblicazione uffficiale, ossia l'EP "Evil Metal", pubblicato nel 1983 e presto ritirato per una serie di errori nella registrazione. Nel 1984 lo scioglimento e il cambio di rotta di Chain, che decide di darsi a sonorità più sperimentali. Nel 1987 Sylvester, trasferitosi a Firenze rimette in piedi la band, mentre Chain nello stesso anno da alle stampe "The Story Of Death SS", raccolta dei primissimi brani ideati dal gruppo. Nel 1988 esce il primo vero full length della nuova formazione capitanata da Sylvester, ossia "...In Death Of Steve Sylvester", che nel nome omaggia quello che doveva essere il monicker originario della band. Da qui in poi una lunga serie di successi (sette considerando che la discografia ufficiale è composta dalla bellezza di otto album. Non un'infinità ma tutti capolavori, il che è un qualcosa di incredibile per una band considerando che spesso anche i maestri tirano fuori l'album "sottotono") culminati con l'ottimo Resurrection, che prenderemo ora in esame. A livello compositivo ci troviamo di fronte ad un'ottima e credibilissima prosecuzione di quanto fatto in precedenza: non si snatura il loro trademark, e anzi, il disco intero sembra una sorta di riepilogo di quanto fatto in più di trent'anni di carriera. Dunque un disco che suona in maniera equilibrata contemporaneo e anacronista, esattamenente come avremmo voluto che fosse. Graficamente, riallacciandoci a quanto accennato in precedenza, abbiamo una copertina (+ retro) effigiata da Emanuele Taglietti, indiscusso caposaldo dell'illustrazione italiana. Il grande artista, nato a Ferrara il gennaio del 1943 (da padre pittore) si diploma all'istituto d'arte della propria città per poi trasferirsi a Roma e studiare scenografia al centro sperimentale di cinematografia. Successivamente sono copiosi i suoi interventi in numerosi film (come curatore della scenografia e dell'arredamento): tanto per fare qualche esempio collabora con Fellini per "Giulietta degli Spiriti" e "Il Viaggio di G. Mastorna " , interviene in pellicole importanti come "L'Harem" di Marco Ferreri, "Il Giovane Normale" di Marco Ferreri, "Il Mio Nome E' Nessuno" della coppia Leone/Valeri. Tutti lavori in cui viene accreditato con il cognome della madre, ossia Benazzi. Nel 1973, ormai considerata esaurita la sua "parentesi cinematografica" torna a Ferrara ed entra in contatto con Enzo Barbieri dell'Edilfumetto, con cui inizia poi una prolifica collaborazione come copertinista per albi di stampo horror-erotico, ispirandosi vagamente a maestri come Frazetta, molto ammirato da Taglietti. Ci piace ricordare, di questo periodo, il lavoro svolto per Zora La Vampira, Belzeba, Sukia, Ulula. Più avanti aggiunge a tale attività l'insegnamento della pittura nel suo istituto d'arte, il restauro di antichi dipinti e attività da illustratore collaterali alla sua principale (per case editrici come la Mondadori e la Rizzoli). Nel 1988 lascia la Edilfumetto e si dedica attivamente alla pittura ad olio, tenendo contemporaneamente un corso serale di decorazione e conservazione della pittura murale all' Ente unitario Scuola Professionale Edile di Ferrara.. Nel 2000 Emanuele, accantonato l'insegnamento, inizia a dedicarsi all'acquerello, al rendering, alla decorazione murale. E' del 2014 il volume celebrativo Sex And Horror, degno omaggio ad un maestro che in annie anni di attività non ha mai semsso di stupire con le sue opere geniali. Opere come questa copertina di Resurrection, un lavoro fresco fresco messo a punto per il più recente lavoro di Sylvester and co. La cover, com'è lecito che sia, seguendo dei dettami cari al maestro Ferrarese, si riaggancia al suo tipico modus operandi "erotic-horror", fregiando in blocco l'intero ensemble con il classico travestimento da mostri: abbiamo in senso antiorario La Mummia (uno strano personaggio con maschera sadomaso) il Licantropo, lo Zombie, il Fantasma dell'Opera ed ultimo (ma non ultimo) il grande Steve Sylvester che si cala nei panni del Vampiro, impersonando contemporaneamente una "strana" Morte (insomma, è sempre lui: abbigliamento in pelle, la faccia coperta di cerone, ma in bella vista sfoggia la falce insanguinata che immediatamente ci porta iconograficamente alla Morte cinematografica e letteraria); in basso, una "pupa" discinta, demone o "scarlet woman", figura immancabile nell'iconografia dei nostri (e, come sappiamo bene, la "pupa" discinta è altrettanto immancabile nell'iconografia del Taglietti). I nostri vengono rappresentati con un realismo esemplare, tipico del maestro di Ferrara, un trademark che ha sempre contraddistinto questo celebre artista e per il quale in molti fuori dall'Italia ce lo invidiano. Attorno alla band, che sembra uscire dai meandri dell'inferno, si sprigiona un maestoso nugolo di fiamme, e, prendendo spunto dal titolo, possiamo tranquillamente asserire che l'immagine va a rappresentare la vera e propria resurrezione dei nostri, ormai in stand by da qualche anno (dal 2007, data dell'uscita del penultimo "The Seven Seal") per differenti motivi. Una resurrezione che porta critica e pubblico a tirare un sospiro di sollievo data l'incredibile fattura della musica contenuta nel platter e della veste grafica (forse) mai così curata (il forse è riferito al booklet interno di "Humanomalies", il terzultimo album dei nostri. Ma a guardare il capolavoro di Taglietti possiamo azzardare che qui siamo andati addirittura un passo oltre).  Come già accennato, oltre alla copertina, bisogna fare attenzione anche al retro, naturalmente ancora di Taglietti ed ugualmente un capolavoro: in evidenza vediamo una donna decisamente discinta, accovacciata mentre si libera delle...ehm...ingombranti vesti. La donna/demone (così crediamo, dati i "cornini" che spuntano dai capelli) si diverte con nonchalance a giocherellare con un serpente facendoselo passare attorno ad un braccio. E dietro di lei, in secondo piano, la Morte, quella vera, che in mancanza della sua falce (ce l'ha Sylvester) brandisce minacciosa una scure. Ad illuminare il tutto dietro una luna enorme, gialla come gli occhi di un demone. Insomma, il lavoro svolto dal grande artista risulta esemplare, magistrale. Un modo per trasformare la musica, già di per se un'arte, in una forma sinestetica di arte superiore. Applaudiamo dunque ad Emanuele Taglietti, alla sua indiscutibile bravura, e alla sua capacità, anche stavolta, di tramutare le emozioni in immagini, perchè tale dono risulta appannaggio solo ed esclusivamente dei più grandi maestri. Una cerchia ristretta di cui Taglietti fa sicuramente parte.