ACID BATH

When the Kite String Pops

1994 - Rotten Records

A CURA DI
ANDREA ORTU
22/06/2015
TEMPO DI LETTURA:
9,5

recensione

Il 1994 ha visto spegnersi una vita, quella di John Wayne Gacy, la quale difficilmente sarà rimpianta da qualcuno. Ed ha visto nascerne un’altra, come di riflesso, una logica conseguenza: quella di When the Kite Strings Pops, primo album degli sfortunati Acid Bath. Un album, pubblicato dall’indipendente Rotten Records, che avrebbe meritato senz’altro un riconoscimento di pubblico ben maggiore, ed una carriera, quella degli Acid Bath, stroncata troppo in fretta a seguito della morte del bassista Audie Pitre in un incidente stradale. “When the Kite Strings Pops” (letteralmente, “quando il filo dell’aquilone si rompe”), è un disco che riflette una band e la sua città, New Orleans, e riflette la sua epoca, quei primi anni ’90 dominati da un certo decadentismo ideologico: il pessimismo del doom e del grunge; la morte, il tormento dello sludge; la rabbia, spesso sociale, del thrash e del punk hardcore. Se tutto questo è racchiuso nelle sonorità e nelle tematiche morbose e grottesche dell’album, la cover art ne è più che una rappresentazione, ne è parte integrante. La cover di When the Kite Strings Pops non mostra il suo valore, diciamo artistico, né il suo scopo come prodotto commerciale nella rappresentazione del soggetto, che anzi è del tutto irrilevante e non inerente all’album, bensì in ciò che è. Un’opera, per così dire, d’autore, e che autore! Quel John Wayne Gacy morto due mesi prima della pubblicazione dell’album, giustiziato tramite iniezione letale nella Stateville Prison di Joliet, Illinois. La sintesi, anzi l’anima della musica degli Acid Bath è racchiusa negli aspetti umani e disumani che questo sinistro personaggio rappresenta, ed in ciò che ha lasciato nella cultura, popolare e non, degli ultimi quarant’anni. Chi è dunque quest’uomo? John Wayne Gacy, in arte Pogo il Clown, nasce a Chicago nel marzo del 1942, e vive la sua infanzia e la sua adolescenza in un ambiguo rapporto col padre alcolista, alle cui violenze fisiche e psicologiche di quest’ultimo corrispondono un’ammirazione ed un timore reverenziale da parte di John. All’età di nove anni viene abusato da un amico di famiglia, ma non ne fa parola a nessuno. Due anni più tardi, in un banale incidente, sbatte violentemente il capo, procurandosi un ematoma cranico che gli sarà diagnosticato (e curato) solo a sedici anni, dopo anni di frequenti mal di testa e perdite di memoria. Dopo questa prima parte travagliata della sua vita, in cui spesso era vittima di violenza o umiliazione, essendo considerato il più inetto, rispetto alle sue due sorelle o in virtù del suo fisico sovrappeso, la vita del futuro “illustratore” sembra cominciare a spiccare il volo: a diciotto anni comincia ad interessarsi alla politica, iniziando prima come assistente per poi candidarsi egli stesso alle elezioni comunali col Partito Democratico. Quattro anni dopo, nel 1964, ottiene la laurea in economia e commercio ed un lavoro ben retribuito come direttore presso un negozio di scarpe. Comincia a frequentare una donna, Marlynn Myers, per poi sposarla alcuni mesi dopo, e tradirla anche, nello stesso anno, con un giovane collega durante un’amichevole sbronza. Il padre di Marlynn era un ricco imprenditore, e lasciò al giovane Gacy la direzione di 3 dei suoi ristoranti KFC a Waterloo, Iowa. In quegli anni, tra il ’67 e il ’68, ebbe due figli dalla moglie. Si fece reputazione di lavoratore affidabile ed ottimo imprenditore, stimato per la sua partecipazione a numerosi progetti di beneficenza. Una maschera, quella di John, che ne celava un’altra, quella del clown, che attraverso piccoli indizi sempre più frequenti andava formandosi nella sua mente di perenne bambino abusato. Nel 1968 viene arrestato ed incriminato per aver abusato di un adolescente, Donald Vorhees, e per tentato stupro di un altro sedicenne. Nonostante egli neghi le accuse, viene processato e ritenuto colpevole sia delle accuse di sodomia che per aver tentato di intimidire Vorhees pagando uno dei propri impiegati per picchiarlo e minacciarlo di non testimoniare. Nello stesso anno divorzia, perdendo tutto e lasciando di sasso l’intera comunità, da cui tanto era stimato e preso a modello per le sue abilità imprenditoriali ed il suo impegno sociale. Condannato a dieci anni di reclusione, sconta diciotto mesi prima di uscire con la condizionale. Spiantato, torna a casa dalla madre, a Chicago, dove ella vive da sola dalla morte del marito. È un periodo di lavori raffazzonati e piccoli contrasti con la legge per episodi di molestie verso giovani adolescenti, che però non finiscono mai in aula, lasciando Gacy libero di risposarsi con Carole Hoff (già madre di due figlie) e di aprire un’impresa edile, la PDM Contractors. È il 1972. In questi anni John Gacy dimostra nuovamente il suo talento imprenditoriale, gli affari si moltiplicano, e lontana dall’Iowa, l’immagine di John presso la nuova comunità prende a brillare. Ma al di fuori dell’apparenza, la maschera prende sempre più forma. Durante un viaggio di lavoro costringe un impiegato ad un rapporto con lui, e nel 1975 confessa i suoi istinti alla moglie. Un anno dopo i due divorziano. È in questo periodo che nasce Pogo. Nei ritagli di tempo, tra una foto con la First Lady in persona e opere filantropiche a favore della comunità, John ama intrattenere gratuitamente i bambini come clown durante le feste. Membro del Jolly Joker Clown Club, è egli stesso a disegnare il proprio costume ed il proprio trucco. È lui stesso a completare quella maschera che forse è il suo vero volto, mentre quella dell’uomo d’affari e del filantropo lo allontana da sospetti e maldicenze. Sempre in questi anni cominciano i primi omicidi. Il primo è quello del quindicenne Timothy Jack McCoy, forse realmente ucciso, come da testimonianza, a causa di un malinteso. Dopo aver pugnalato numerose volte il giovane ed averne sotterrato il cadavere, Pogo si rende conto che l’omicidio gli ha procurato un orgasmo, e un appagante senso di vuoto. Pochi anni dopo, nel ’74 è il turno di un altro adolescente, morto strangolato e sepolto nel giardino di casa, al quale seguì un tentativo di stupro, fallito, ai danni di un giovane dipendente della ditta di Gacy. A questo punto la vita di John Wayne Gacy diventa una mattanza, una sequenza ininterrotta di omicidi brutali, preceduti, talvolta succeduti, dallo stupro. Le vittime sono molto spesso suoi dipendenti, la cui giovane età nonché scarsa retribuzione era uno dei motivi del successo imprenditoriale del Clown. A volte sono perfetti sconosciuti molto, molto sfortunati, e sempre adolescenti o poco più. Col tempo la metodologia del killer si raffina, andando ad includere sevizie e torture per prolungare il piacere. I corpi delle vittime vengono nascosti in cantina o sepolti in giardino, ammassandosi pian piano gli uni sugli altri. Nell’immagine grottesca dell’amena villetta americana col barbecue in giardino piena di cadaveri seviziati, risiede un buon esempio dello stile con cui gli Acid Bath scrivono i loro testi, macabri e surreali fino al parodico. Un episodio indicativo del “successo” del clown assassino avviene alla fine del ’77: Robert Donnelly, 19 anni, viene adescato alla fermata dell’autobus e convinto da Gacy a seguirlo nella sua abitazione, dove per ore viene seviziato, torturato e violentato. Per qualche ragione nata nella sua folle mente, Gacy libera il giovane e lo lascia libero di andare. Donnelly denuncia l’accaduto alla polizia, che però preferisce credere all’aguzzino, quando questi si difende asserendo che il rapporto sadomaso era consenziente. Un episodio analogo si ripete ancora l’anno successivo, stavolta ai danni del ventiseienne Jeffrey Rignall, la cui denuncia è ignorata dalla polizia. L’arresto avviene nel 1978 quando il quindicenne Robert Piest, dipendente presso la PDM, scompare nel nulla, salvo aver precedentemente accennato ad amici e famigliari che avrebbe fatto visita a John Gacy, proprio il giorno della sua scomparsa. Stavolta la polizia indaga. Recatasi a casa di Gacy, viene investita dall’odore nauseabondo dei corpi disseminati ovunque, ritrovati uno per uno sotto il giardino od orribilmente ammucchiati nella cantina, in un macabro delirio di decostruzione del Sogno Americano. Le vittime accertate saranno 33, non tutte identificate. La ridente comunità locale rimane scioccata, perché John Gacy era uno di loro. Il migliore di loro. Un individuo nato in una normalissima famiglia americana e normalmente cresciuto a cinghiate, universale metodo educativo per bambini troppo vivaci e mogli con troppe pretese. Un mondo in cui è normale tacere un abuso perché è l’abusato ad essere giudicato dagli altri. Un mondo in cui è normale che la polizia e la comunità non si interessino degli abusi perpetrati su un omosessuale. Insomma, quelle cose che non si possono dire, ma che ugualmente esistono in quei cortili con lo steccato bianco ed il barbecue, pieni dei cadaveri occultati dei valori e della morale, la cui deforme e ridicola maschera è ostentata in pubblico, come quella di un clown segretamente triste. O segretamente pazzo. L’ipocrisia borghese è tematica cara alla band di New Orleans, che in quella città la cui storia ci parla di bianchi dalle raffinatezze europee attorniati da schiavi neri privi di ogni diritto, non potevano che trovare un’ispirazione germinale e ben radicata. Il pessimismo intrinseco delle loro tematiche e del loro background musicale è figlio di questa visione dell’essere umano: ipocrita, segretamente abietto, senza speranza; ancor più negativo, quindi, del pessimismo propositivo dello stoner e del thrash e più affine, dal punto di vista filosofico, ad un Signore delle Mosche, in cui il male è l’essenza più vera dell’uomo, anche di colui che alla fine ne viene schiacciato. La dissimulazione, il contrasto tra normale e grottesco, il macabro, sono caratteristiche che gli Acid Bath avevano in comune con Pogo il Clown ben prima che cogliessero al balzo la morte del serial killer per fare di un suo disegno la copertina del loro primo full length. Durante la sua detenzione, dal ’78 al ’94, John Gacy continuò a negare gran parte degli omicidi a lui imputati e ad invocare l’infermità mentale, che non venne concessa. Fu condannato a morte, e nei quattordici anni passati nel braccio della morte John dipinse. Il legame tra arte e morte è antico e sfaccettato, dalle prime pitture rupestri con scene di caccia, fino all’estetica tarantiniana e post-modernista, passando per Caravaggio, con la sua Giuditta, il suo Davide e la sua Medusa. “Ogni creazione artistica è un crimine non commesso”, diceva il buon Theodor. Ma ciò che inquieta è che la morte non c’è, nei dipinti di Gacy, e non parlo solo di rappresentazione, ma di percezione. Come per gli anonimi, freddi scorci paesaggistici immortalati dai dipinti di Hitler, i dipinti di Pogo il Clown possiedono un’aura di inquietudine dovuta alla loro totale mancanza di personalità, in antitesi con le azioni del suo fautore. Oscenamente amorfi, come il protagonista de “Il Profumo”, di Süskind, guarda caso anche lui un serial Killer. È un arte di sfogo, ma non sfogo della violenza, piuttosto il contrario. I soggetti di Gacy sono quasi sempre autoritratti di lui come clown, come Pogo; di solito inespressivo, talvolta velato di malinconia. Nel dipinto scelto dagli Acid Bath si rappresenta sorridente, mentre saluta portando con sé dei palloncini, presumibilmente a dei bambini. Due le scritte sull’opera: la firma dell’autore su uno dei palloncini, e una sorta di medaglia rossa (o forse un altro palloncino) recante la scritta “I’m Pogo the Clown”, l’incarnazione di Gacy in cui il bambino abusato torna bambino tra i bambini, depurato. L’incarnazione con cui trae in inganno l’allegra comunità benpensante e le sue mille maschere, di cui la sua è solo una delle tante, solo più terribile. L’incarnazione , infine, che più ha terrorizzato tutti noi, imprimendosi fortemente nella cultura di massa, dal Pennywise del capolavoro di Stephen King, quell’IT che ha traumatizzato una generazione, fino alla macchietta citazionista di American Horror Story, perfino simpatica nella sua ritardata follia. È la morte celata dietro ciò che di più innocuo e benevolo si potesse immaginare, l’anima di una generazione cupa e combattuta come quella degli Acid Bath, arresasi alla vittoria dei lupi sull’uomo dopo decenni di false lotte, permeata non più di ribellione ma solo di disprezzo, che sia per il perbenismo dei progressisti o per l’ipocrisia dei conservatori, o anche per loro stessi. Per fortuna solo un tassello nel grande mosaico metal di quel periodo, fatto anche di scintille e lotta, ma un tassello potente, impossibile da ignorare, a meno di non voler indossare un’altra maschera di ipocrisia. John Wayne Gacy non si arrese mai alla sentenza, né mostrò mai alcun segno di pentimento per le sue vittime. Le sue ultime parole prima di morire furono “kiss my ass”, "baciatemi il culo".